Prefazione del libro "Badi come parli" di Matilde Amorosi

Toto ritratto 020"La motivazione di questo libro sta nell'infinita varietà di Totò, e nella sua stupefacente modernità. Le sue battute degli anni Cinquanta, Sessanta e anche quelle dei suoi primissimi film, risultano più che mai attuali anche quando toccano temi importanti come la politica, la guerra, la famiglia, di volta in volta con pesante ironia, o con umorismo sottilissimo. Sono battute inesauribili che spaziano dal genere demenziale alla considerazione filosofica, dal gusto di storpiare le parole a quello di dimezzarle, come quando Totò, fiero delle sue origini meridionali, puntualizzava: «io sono parte napoletano e parte-nopeo, cioè due volte napoletano». Il caleidoscopico frutto della fantasia del comico costituisce la sua produzione artistica, di autore oltre che di attore, almeno in parte ancora inesplorata. La ricchissima attività cinematografica di Totò, che va dal '37, anno del suo primo film, al '67, anno della sua morte, è caratterizzata da un fatto inconfutabile: per lui i copioni costituivano una semplice traccia su cui tessere un mosaico di «bazzecole, quisquilie e pinzellacchere». «Faccio tanti film in cui sono costretto a inventarmi tutto, il mattino arrivo sul set e trovo che non c'è niente, debbo creare i lazzi, le battute, tutto da zero» confessava Totò già all'inizio della carriera, incominciando così, inconsciamente, ad accumulare un patrimonio artistico immenso. Da queste considerazioni è nata l'idea di estrapolare dai più noti film di Totò le battute più significative. Esse sono divise per argomenti, scelti in ordine di importanza, secondo quelli che erano gli spunti creativi del comico, in una connessione logica attinente al loro contenuto. La vita precede necessariamente la morte, per intenderci, i peccati sono abbinati all'inferno, mentre tutte le arti e i mestieri che Totò praticò nei suoi film sono raggruppati in un unico spazio, per finire con un collage di freddure. «Polvere di quisquilie», in un equivalente di quella che era la confusionaria e pirotecnica passerella delle riviste di Totò. Lo scopo di questo lavoro è principalmente quello di divertire il lettore, fermando sulla carta le altrimenti inafferrabili gag che suscitano il riso, anche se spesso sono ispirate dalla fame, dalla miseria, dalle frustrazioni. Come, per esempio, il famoso interrogativo: «Siamo uomini o caporali?», volto a denunciare i soprusi del potere che stritolano la categoria delle «persone perbene», gli uomini appunto, contrapposti agli odiosi caporali. I messaggi contenuti nelle parole di un comico sono controproducenti, perché inducono la gente a pensare per capirli. «E mentre pensano... non ridono più» sosteneva Totò, per il quale divertire il pubblico era un imperativo categorico, una missione, anche se in privato aveva un carattere malinconico e schivo. Si scatenava solo nel lavoro, ribadendo la sua profonda antipatia per i «paroloni», in un umorismo senza tempo espresso con totale spontaneità, in una specie di trance comica tanto più strabiliante quanto inconsapevole. Le «totòate», come venivano definite dai registi che diressero il comico, incapaci di imbrigliare la sua creatività, sono corredate da un'appendice che comprende le trame dei vari film ai quali si riferiscono e ad alcuni stralci delle critiche dell'epoca. E, a tale proposito, viene anche fatta luce su un argomento molto dibattuto dopo la rivalutazione di Totò: l'attore fu veramente bistrattato dai critici, magari gli stessi che oggi lo osannano? Da una lettura attenta risulta che effettivamente alcuni di loro stroncarono molti dei suoi film contestando a Totò quelle stesse battute, definite con disprezzo «da avanspettacolo», che oggi deliziano gli spettatori di tutte le età. È anche vero, però, che personaggi del calibro di Ennio Fiatano, Giuseppe Marotta e Mario Soldati, pur facendo delle riserve sulla qualità dei suoi film, apprezzarono l’arte del comico, precedendo Federico Fellini, il quale, alludendo ai «miracoli» che egli sapeva fare in palcoscenico, ne proponeva paradossalmente la santificazione. Nel ricomporre, attraverso trentenni, il linguaggio di Totò, le scoperte sono state molte, dalle filastrocche in puro stile demenziale dei suoi primi film al profondo contenuto morale di «quisquilie» meno note di quelle ormai entrate nel linguaggio comune. Persino Liliana, l'unica figlia dell'attore, che ha collaborato al libro, è rimasta sorpresa da certe battute e osserva con emozione che esse riflettono sempre l'umanità, i complessi, le paure del padre e anche i suoi difetti, specchio fedele del mondo interiore di Totò e di Antonio de Curtis, uniti e divisi, simili e discordi: un mondo bello e poetico, perché dominato, oltre che da una inimitabile comicità, anche dai buoni sentimenti, filtrati sempre da una toccante modestia, spiega Liliana, come dimostrano bazzecole sul tipo di: «Posseggo solo cose inutili... ma non è colpa mia». E invece, al di là del senso di precarietà del suo lavoro, per cui si definiva un «fabbricante di chiacchiere senza futuro, come Petrolini, l'arte di Totò è più viva che mai». Lo conoscevamo autore di sketch, di poesie, di canzoni, ma ciò che emerge dai suoi film è un'ironia surreale espressa in un'infinita gamma di sfumature, volta spesso a esorcizzare i nostri fantasmi quotidiani, sempre gli stessi, quelli che ancora oggi sono presenti a complicarci la vita. Questo libro cerca di dare un quadro esatto della grande eredità artistica e umana di Totò, sottolineandone la modernità, in un trionfo di pinzellacchere nate dal cuore oltre che dal talento. Tutto questo senza paroloni, per carità: non sia mai che per riflettere troppo la gente perdesse il piacere di ridere!".

Matilde Amorosi