Daniele Palmesi, Federico Clemente, Marisa Fiumanò Dic 2016

Lo sketch Pasquale

Una definizione di masochismo alla portata di tutti è farsi male da soli. Se qualcuno si auto-danneggia, fisicamente o psichicamente, gli diciamo scherzosamente: Allora sei masochista! Un'affermazione che suona come una battuta perché la figura del masochista può essere assai comica. Masochista è chi prende le torte in faccia, chi inciampa nei propri piedi, chi non prevede una porta girevole, chi si lascia insultare senza reagire, come nelle vecchie comiche.

Ecco come interpreta il masochismo il genio di un grande comico, Antonio de Curtis, in arte Totò. Mettendo in scena una sorta di sdoppiamento, che è una molla della sua comicità, Totò racconta ridendo a un amico che un tizio l'aveva schiaffeggiato e, nel prendersela con lui, lo aveva chiamato ripetutamente: Pasquale. Alla reazione dell'amico: Ma come!? Ti sei fatto schiaffeggiare così, senza reagire? Totò aveva replicato ridendo: Ma scusa, mica sono io Pasquale!

Lui non era Pasquale, dunque rideva dell'errore di persona da parte del suo aggressore. Era inessenziale che provasse dolore nell'essere schiaffeggiato. Anzi, quel dolore non lo provava per nulla perché lui non era Pasquale; con l'eventuale masochismo di Pasquale, col suo essere vittima inerme di un'aggressione, lui non c'entrava proprio niente. Tanto che poteva riderne.

Totò opera una scissione tra il nome e il corpo. Lui non si chiama Pasquale, la sua identità non corrisponde a quel nome, dunque non può né offendersi né farsi male.

A un primo livello di lettura troviamo la comicità provocata dal fatto che lui si lascia schiaffeggiare senza reagire. Un secondo livello di lettura, più raffinato, dice che il corpo umano si abbina a un soggetto parlante che ha un nome e che con quel nome s'identifica: non è solo un corpo animale. Dobbiamo poterci attribuire un dolore per soffrirne e possiamo attribuircelo se sappiamo chi siamo.

Il secondo livello non implica solo la comicità ma anche l'ironia e l'arguzia, chiama in causa la lingua e il suo potere sul corpo. La barzelletta di Totò suggerisce anche che un modo di sfuggire al masochismo c'è e passa attraverso il linguaggio. Se la mia identità si associa a un nome, che non è Pasquale, anche il mio corpo la segue ed io non potrò soffrire al posto di un altro, né per un altro.

La comicità produce il riso perché mette in scena qualche cosa che ci riguarda. Ridere significa ammettere qualche cosa d'inammissibile e d'inconscio che, come nella gag di Totò, è attribuita ad altri. Ridendo del masochismo di un altro ammettiamo anche il nostro, ci identifichiamo con il prossimo.

Il masochismo che ci fa ridere è in genere un masochismo da incompetenza, di chi ci sembra incapace, poco adatto alla vita, un masochismo comune, generalizzabile. Questo tipo di masochismo produce un effetto di simpatia dovuta a un'identificazione inconscia: come il comico o il clown anche noi ci riconosciamo incompetenti. Incompetenti e inadeguati.

Chi potrebbe ritenersi del tutto adeguato a vivere? Prima dell'esaltazione del giovanilismo - come avviene oggi - questa competenza era attribuita agli anziani, a chi aveva vissuto abbastanza per accumulare un sapere sul come si vive. Nella nostra epoca quest'attribuzione di sapere e autorità è più difficile e a ognuno resta il proprio gomitolo di vita da sbrogliare senza nessun sapere che faccia da bussola alla propria ignoranza. L'incompetenza a vivere disegna una zona d'ombra della condizione umana che ci rende tutti un po' masochisti. Masochista non è solo chi si fa del male ma chi si trova a vivere gettato nel mondo. Senza la risorsa della saggezza degli anziani, immersi in legami umani slabbrati e senza regole, l'antico, infantile sentimento d'impotenza risorge e siamo di nuovo bambini, impotenti e senza soccorso.

Tratto dall'ultimo libro di Marisa Fiumanò, Masochismi ordinari, Mimesis Edizioni



TESTO

CASTELLANI: Ma dove ti sei cacciato?
TOTÒ: Fammi salutare prima il pubblico: buon ferragosto, signori!
CASTELLANI: Ma sei impazzito, mica siamo a ferragosto ora.
TOTÒ: Che c’entra?
CASTELLANI: Ti sei dimenticato che mi avevi dato un appuntamento per le nove, ora sono le dieci e ti presenti con un’ora di ritardo.
TOTÒ: E no! Sei tu che sei venuto in anticipo, lo vado con l’ora legale.
CASTELLANI (Totò si mette i guanti usando un calzatore per le scarpe): Che fai?
TOTÒ: Mi metto i guanti.
CASTELLANI: Perché usi un calzatore per le scarpe?
TOTÒ: C’è scritto che è per le scarpe?
CASTELLANI: No.
TOTÒ: E io mi calzo con quello che mi pare.
CASTELLANI: Io vorrei sapere con questo caldo che bisogno c’è di infilarsi i guanti.
TOTÒ: Per l’igiene. Perché io sono igienico. Sono una persona pulita, modestamente.
CASTELLANI: Con questo cosa vorresti dire: che io sono sporco?
TOTÒ: Che ne so io? Oddio da vicino non si direbbe.
CASTELLANI: Per tua norma e regola io faccio il bagno tutte le mattine.
TOTÒ: Bello sporcaccione.
CASTELLANI: Come sarebbe a dire: uno che fa il bagno per te è uno sporcaccione.
TOTÒ: E si capisce. Se tu hai una camicia pulita cosa fai, la lavi?
CASTELLANI: E che la lavo a fare?
TOTÒ: Perché non la lavi?
CASTELLANI: Ovvio, perché è pulita.
TOTÒ: E viceversa, detto e non concesso, se la camicia è sporca tu cosa fai?
CASTELLANI: La lavo.
TOTÒ: Perché la lavi?
CASTELLANI: Perché è sporca.
TOTÒ: E tu perché ti lavi?
CASTELLANI: Perché sono sporco.
TOTÒ: Zozzone!
CASTELLANI: Con questa tua teoria allora tu non ti lavi mai.
TOTÒ: Mai, mai! Lo posso giurare sui miei capelli.
CASTELLANI: Si può sapere perché mi hai fatto venire qui.
TOTÒ: Avevo un appuntamento in centro e mi sono fermato vicino a piazza Esedra...
CASTELLANI: Davanti alle terme di Diocleziano?
TOTÒ: Non l’ho visto Diocleziano.
CASTELLANI: Ci mancava altro. Diocleziano è morto.
TOTÒ (sbalordito): No! per la miseria. Quando è morto?
CASTELLANI: Saranno duemila anni.
TOTÒ: Ragazzi, come passa il tempo! Hai fatto caso poi che muoiono sempre gli stessi?
CASTELLANI: Insomma, si può sapere cosa ti è capitato?
TOTÒ: Ora ti racconto un esipodio che mi è capitato stamattina.
CASTELLANI: Non capisco cosa sarebbe questo esipodio.
TOTÒ (deciso, scandendo le lettere): Un Esipodio.
CASTELLANI: Ah, episodio.
TOTÒ: Adesso si dice cosi.
CASTELLANI: Da quando c’è la lingua italiana si dice cosi.
TOTÒ: Ammesso e non concesso.
CASTELLANI: Allora racconta...
TOTÒ: In mezzo a questa piazza c’è una fontana con tre donne sopra che pren dono il fresco.
CASTELLANI: Le donne veramente sono quattro.
TOTÒ: Si vede che una stava poco bene e non è scesa.
CASTELLANI: Andiamo avanti...
TOTÒ: Allora io mi sono messo dirimpetto alla fontana a guardare. Quando arriva un pezzo di giovanotto alto e con le spalle grosse.
CASTELLANI: Aitante.
TOTÒ: Non lo so se era aiutante.
CASTELLANI: Ho detto aitante. Grosso...
TOTÒ: Comunque questo giovanotto si è avvicinato con una ghiglia.
CASTELLANI: Sarà stato un ghigno.
TOTÒ: A me mi era parsa una ghiglia.
CASTELLANI: Andiamo avanti.
TOTÒ: Questo giovanotto mi ha guardato fisso e poi mi ha detto: «Pasquale, era un pezzo che ti cercavo. Figlio d’un cane. Finalmente ti ho trovato». Alza la mano e mi molla uno schiaffo ma forte, ma forte... (ride)
CASTELLANI: E tu?
TOTÒ: E io pensavo: «Chissà sto stupido dove vuole arrivare».
CASTELLANI: E poi?
TOTÒ: Mi ha preso per il petto e mi ha sbattuto contro il muro urlando: «Pasquale, te possino ammazzatte» e giù due schiaffi, (ride a crepapelle) Sta cosa mi scompiscia.
CASTELLANI: E tu?
TOTÒ: Io dicevo tra me e me: «Chissà sto stupido dove vuole arrivare»
CASTELLANI: E poi?
TOTÒ: Poi mi ha detto: «Pasquale, togliti il cappello». Non me lo sono fatto dire due volte. Mi ha detto: «Pasquale, ti voglio sfondare il cranio», e mi ha dato un cazzotto sulla testa che ci ho ancora la ficozza.
CASTELLANI: Ma tu che facevi?
TOTÒ: Io pensavo: «Chissà sto stupido dove vuole arrivare», (ride)
CASTELLANI: Ma che ridi, mi fai rabbia. Ma scusa, perché non hai reagito?
TOTÒ: E che mi frega a me, mica só Pasquale, io!