2 novembre: il tema della morte ne 'A livella di Totò

livellaLa celebre poesia 'A livella rappresenta senza dubbio alcuno un capolavoro della letteratura napoletana del secolo scorso. Scritta nel 1964, la sua forma e il suo contenuto trasmettono tematiche molto profonde e perfettamente in linea con l'intera produzione cinematografica e teatrale del suo autore, Antonio De Curtis.

L'intera poesia ha come tema fondamentale quello della morte, una morte che però non fa paura, è anzi fonte di umorismo e teatralità, in un tentativo di sdrammatizzazione atto a consentire al lettore di apprezzare non solo la poesia, ma anche il suo messaggio, che si serve della morte per esaltare la vita.

Nella poesia, Totò lascia le sue vesti e s'incarna in don Gennaro, il povero netturbino, dando una straordinaria lezione al Marchese e ai suoi futili e ridicoli titoli nobiliari, in quanto l'unica conclusione a tutte le discriminazioni sociali è appunto la morte, paragonata a una livella, «lo strumento che usano i muratori per livellare i muri», che riporta tutti sullo stesso piano, proprio come al momento della nascita.

Ne 'A livella non è riscontrabile un'influenza religiosa in particolare, questa scelta fu sicuramente dettata dallo scetticismo dello stesso autore, il quale non voleva certamente far degenerare l'intera opera in una sorta di sermone pubblico, che invece avrebbe annoiato e non incontrato i favori della società.

Ritornando all'analisi della poesia, un dato importante per la sua comprensione è rappresentato dalla presenza di forti contrasti al suo interno, primo fra tutti quello tra la morte, rappresentata da don Gennaro e dal Marchese; e la vita, rappresentata dal poeta, con la sua paura e il suo coraggio. Proprio da tale contrasto è possibile ricavare, secondo l'autore, una nuova concezione della vita, non intenta alla mera apparenza o all'immodica accumulazione di beni transeunti, bensì alla ricerca di valori più autentici, che non siano caduchi.

Un'altra opposizione è quella solita tra miseria e nobiltà, incarnati dai due protagonisti della vicenda. Da questa netta contrapposizione, scocca la scintilla della ribellione di don Gennaro contro il Marchese, a quest'ultimo Totò non lascia neanche lo spazio per rispondere alla splendida battuta finale del povero netturbino: «nuje simmo serie… appartenimmo 'a morte».

In questa affermazione finale risiede tutta la carica di pathos e rivincita con cui don Gennaro affronta il Marchese, non per abbattere la sua figura, bensì per invitarlo a riflettere e a lasciar perdere le "pagliacciate" dei vivi, prostrati al culto del dio denaro.

Questa poesia ha radici molto profonde, in quanto l'ideale di una vita morigerata, onesta, è tipico della produzione letteraria latina, basti pensare ad autori che vanno da Orazio a Seneca e a Lucrezio. Ciò quindi avvalora il suo messaggio di vita e di uguaglianza, proposto da un punto di vista umoristico.

La poetica di Totò accompagna il grande artista per tutta la sua vita, associandosi fedelmente alla sua carriera di "principe della risata". Essa infatti aiuta a comprendere il lato più intimo e segreto del suo carattere, connotato da una fortissima carica umana.

GIUSEPPE D'AURIA
Redazione