Daniele Palmesi, Federico Clemente Dic 2016

Il monello

Sedici anni dopo...

Agli esordi, avevano entrambi una specie di divisa da comico: bombetta, bastone, una certa nobiltà della miseria.
Ma Charlot è un clochard, che sin dai tempi dl muto ha vestito i panni a volte un po' patetici del diseredato e vittima dei potenti. Lo abbiamo visto operaio in fabbrica in "Tempi moderni", affamato cercatore d'oro, barbiere ebreo sosia di un dittatore antisemita.
Con una comicità gentile e tenera ci ha raccontato clownescamente i temi eterni della lotta di classe. Tanto da essere costretto a scappare dall'America ai tempi della maccartiana caccia alle streghe. (Lo racconterà in un suo film minore: Un re a New York).
Totò invece era un principe povero; era snodato, smodato e pirotecnico, non un burattino. La sua comicità a differenza di Chaplin era perfida, spietata contro i vizi di poveri e ricchi. Totò non muoveva alla commozione, era una bomba deflagrante all'interno della società borghese e benpensante.Forse l'unico personaggio chapliniano che avrebbe potuto interpretare è lo scatenato Verdoux pluriuxoricida.
Inoltre era un comico di parola, che nessun copione è riuscito mai ad arginare: ha compiuto una rivoluzione nella lingua italiana, stravolgendo i luoghi comuni, smascherando le ipocrisie del linguaggio.
Charlot, col tempo, ha rinunciato al meglio di sè, a quella perfetta comicità visiva e ha cominciato ad "amarsi" e a compiacersi come attore, regista, musicista, insigne poeta dell'animo umano. Avrebbe detto Totò: "Ogni limite ha una pazienza!"

 


Tra universale e particolare: Chaplin e Totò

di Giacinto Imperiale