Il primo attore e Totò

Un giorno, durante la preparazione di uno spettacolo, allorquando si trattò di realizzare i manifesti, uno degli artisti della compagnia di Totò protestò con gli altri ritenendo che, essendo lui il secondo attore, avesse diritto ad avere il proprio nome in maggior rilievo. Totò per un po’ ascoltò le sue pretese, poi lo interruppe dicendogli: “Voi non siete il secondo, ma il primo attore”. “Per carità Principe” – rispose turbato quell’uomo – “il primo attore siete voi!”, ma la risposta che ottenne gli spense ogni altra velleità: “Io non sono il primo attore, io sono Totò. E’ un’altra cosa”, ribatté il Principe.


Attor comico? Si

Le qualità di Totò però diventano evidenti, almeno per la stampa, solo quando «l’occhio esperto ed accorto di un capocomico intelligente seppe trarlo dall’incerto e vago cammino del varietà per porlo nel suo naturale regno della rivista. E della rivista, Totò, oggi, a detta dei più è l’attore principe, il comico più adatto». È questa “promozione” a una forma di spettacolo più orchestrata e organica che lo pone “autore fra gli autori” e che lo fa annunciare come «il Petrolini della Revue» quando oramai Petrolini è passato da vari anni alla prosa. Quali siano i suoi propositi nell’affrontare questa nuova prova, lo dichiara lui stesso in un’intervista rilasciata al «Piccolo» di Roma in cui ripercorre i propri trascorsi d’attore - deviandoli leggermente, quanto meno in senso geografico - e manifesta i progetti futuri; a distanza di dieci mesi è lui a rispondere a quella prima domanda che sulle stesse pagine ne interrogava l’identità, e a sostenere orgogliosamente:
Attor comico? Sì, come recita il titolo dell’articolo.
E figlio d’arte Totò? Come pervenuto, giovane com’egli è (non ha che trent’anni) a tanta notorietà nel mondo del varietà dapprima e attualmente della piccola lirica? Ascoltiamo la sua breve conversazione:
- Io sono napoletano.
- Si sente.
- Però sono sempre stato a Roma.
- Questo non si sente.
- Già: perché io ho conservato l’accento partenopeo e credo che non riuscirò mai a liberarmene. E non ci tengo. Anzi mi piace molto il mio accento...
- Dunque...
- Dunque, come le dicevo, io a Roma frequentavo assiduamente i teatri di varietà e rimanevo estasiato davanti alle buffonate delle «macchiette». Rifacevo e ridicevo da me, e quelle loro smorfie e quelle loro battute, e poi dinanzi ai miei compagni i quali ridevano e mi applaudivano. Mi lusingarono insomma. Resero quei successi fra i ragazzi della mia età, più forte la mia passione per fare l’attor comico.
Per non tirarla tanto in lungo dirò che nel 1917 (in realtà si tratta del 1921), quando non avevo ancora diciannove anni, debuttai nel «Varietà Statuto» che è qui in Roma giustamente in via dello Statuto, e fu un successo. Era un varietà di terz’ordine! Poi fui chiamato alle armi e feci il mio dovere. Nei brevi riposi io lavoravo per far ridere i miei commilitoni. Congedato nel ’19 debuttai a Roma, al Teatro Iovinelli. Era già un salto.
Ed ero, come si dice, la grande vedette, o, per dirla in altro modo, l’«ultimo numero». E feci del Varietà in tutta Italia. Poi Maresca mi offrì di entrare nella sua compagnia ed io accettai non tanto perché le condizoni fattemi sono sotto ogni aspetto buone, ma perché l’operetta mi porta - io spero - in quella via del teatro di prosa che io intendo percorrere. E ci arriverò. Perché voglio, capisce? Voglio.

"Il Piccolo", Roma, 6 ottobre 1928