La caldarrostaia del Lungotevere

Roma, inverno tra il 1921 e 1922. Cacciato in malo modo dal teatrino di Umberto Capece per aver "preteso" due soldi al giorno per attraversare la città in tram anziché a piedi, tornò a casa e si incamminò nel freddo pungente sul Lungotevere dei Mellini dove, assorto nei più cupi pensieri, incontrò la vecchia delle caldarroste. Si avvicinò fingendo di acquistarne qualcuna ma con l'intenzione di scaldarsi solo un po' le mani infreddolite. «Voi siete l'attore che fa la macchietta di Don Ciccillo, non è vero? Sono venuta a vedervi e mi avete fatto tanto ridere con quelle mosse a burattino e con quel buffo cappello», disse la vecchia. «Da stasera non lavoro più lì, mi è scaduto il contratto», rispose Totò. La vecchia, commossa, gli porse una manciata di caldarroste bollenti che Totò accettò volentieri dicendo, in cuor suo, che un giorno sarebbe tornato a ripagarle. Questo episodio, che è lo stesso Totò a raccontare, fa capire in quale baratro stava precipitando l'artista in quel rigido inverno, squattrinato, deluso e angosciato. Verso la metà degli anni '30 del 1900 Totò, ormai famoso in tutta Italia e ricco, tornò a trovare la caldarrostaia in segno di riconoscenza per sdebitarsi e per ricompensarla adeguatamente. La donna, divenuta ormai molto vecchia, non riuscì a riconoscerlo e non si ricordò di aver scaldato il cuore di quel giovane disperato, quella triste sera d'inverno fredda e piovosa.