Maurizio Costanzo: un principe immortale

Maurizio Costanzo
Totò è morto trentanni fa. È retorico, banale e facile dire che non sembra possibile. La verità è che il cinema ci ha regalato (perché di regalo si tratta) personaggi nei confronti dei quali non esiste oblio. Penso a Charlot e penso, naturalmente, a Totò. Ho riso assistendo ai suoi film, rido sempre nel rivederli. Hanno riso i miei figli, che hanno poco più di vent’anni, e rideranno i miei nipoti. Ciò significa essere immortali e anche nelle televisioni satellitari o interattive i programmatori non potranno fare a meno di inserire questi film in bianco e nero così teneri e piacevoli. Si potrebbe dire: Totò faceva ridere per il modo con il quale pronunciava le battute. Lo pensavo anch’io fino a quando, più di trent’anni fa, non mi ritrovai in un cinema di Rabat, in Marocco, a vedere “I soliti ignoti” doppiato in francese. Totò, come ricorderete, vestiva i panni di un fornitore di attrezzi per rapinatori e, sulla terrazza di casa, teneva una lezione su come si scassina una cassaforte. Ebbene, malgrado fosse doppiato in francese, Totò faceva ridere e la platea marocchina coglieva perfettamente ogni sfumatura interpretativa del grande attore partenopeo. Ho avuto la fortuna di conoscerlo e di frequentarlo sul finire della sua carriera, agli inizi della mia. Per fortuna ho salvato, dai molti traslochi della mia vita, una foto che mi ritrae durante una intervista con lui. È nel mio studio: la guardo ogni giorno e gli sono grato, trent’anni dopo, per quella occasione.