Federico Clemente, Daniele Palmesi, Siamo uomini o caporali?" di Passarelli/Ferraù Dic 2016

Pasqualino il barbiere

I primi degli anni '20, rappresentarono per Totò il periodo delle peripezie e degli insuccessi nella ricerca di una buona scrittura teatrale. Provò allora ad ispirarsi al grande Rodolfo Valentino (capelli corti e impomatati con basette a punta), attore in grande auge in quel periodo. Antonio Clemente si mise alla ricerca di un bravo barbiere, in grado di conciliare le sue esigenze estetiche ed economiche. Fu così che, per sua fortuna, trovò Pasquale Anatriello (Pasqualino 'o barbiere), titolare di un salone in Via Frattina. In un'afosa giornata di luglio Totò entrò nel suo negozio, sudato in volto, con indosso un pastrano militare. Pasqualino lo riconobbe (lo vide infatti recitare allo Jovinelli in una macchietta di De Marco), con entusiasmo lo invitò ad entrare e a togliersi il pesante cappotto ma Totò fece finta di nulla, si sedette per farsi radere, tagliare i capelli e creare delle basette a punta. Entrambi napoletani, entrambi lontani da casa, divennero grandi amici. Per tutta quella lunga estate, Totò andò a trovare il suo nuovo amico barbiere, sempre sudato e sempre col pastrano militare. Con l'approssimarsi dell'inverno un giorno Totò si presentò senza paltò e consapevole della novità anticipò l'amico: «Tu vo' sape' pecche' 'o cappotto non 'm 'o llevavo mai, Pascalì? Pecchè tenevo 'e pezze al culo e le dovevo nascondere. Anzi, ai miei calzoni mancava 'o fondo. Insomma, tenivo 'e mutande 'a fora. Ho dovuto aspettà 'a liquidazione de Jovinelli pe me comprà un pantalone nuovo!». Negli anni che seguirono, Pasquale Anatriello, fece ottenere a Totò un'importante scrittura al Teatro "Sala Umberto" di Roma ritenuto all'epoca il "Tempio" del varietà, guadagnandosi la sua eterna gratitudine.

In una delle strette ma importanti vie che collegano Piazza di Spagna al Corso Umberto, e cioè in Via Frattina, ha sede un Salone di barbiere, frequentato da quasi quarant’anni da artisti di varietà e di ogni branca della vita teatrale.

Prosa, rivista, varietà hanno sempre avuto una vasta rappresentanza nel negozio di questo Figaro novecento, abile, insinuante, interessante come il personaggio di Pierre-Augustin Caron di Beaumarchais.

Il proprietario, «Pasqualino», ne era e ne è l’anima e la vita.

Napoletano purosangue, nel 1911 si trasferì a Roma, riuscendo, in breve tempo, a metter sù un negozietto di barbiere e a formare una cospicua clientela stabile, in massima parte attori di teatro, impresari, agenti teatrali e loro amici, oltre a tutti gli habitués del Teatro Sala Umberto della vicinissima Via della Mercede.

Il Teatro Sala Umberto, in quel tempo, era la mèta sospirata da ogni attore di varietà per la sua importanza. Il Teatro era gestito da Salvatore Cataldi e Wolfango Cavaniglia.

«Pasqualino» era un frequentatore assiduo di quel Teatro, spintovi anche dall’entusiasmo che aveva per la vita teatrale e per i suoi protagonisti, che rasentava la manìa.

Era sufficiente che un qualsiasi tizio si qualificasse artista, per ottenere da lui la massima considerazione e il più deferente trattamento nel suo negozio di barbiere, compresi i battimani e le richieste di bis, a Teatro.

Ogni sera, appena chiuso il negozio, dopo essersi cambiato, agghindato, preparato e del tutto trasformato, si avviava verso il Teatro Sala Umberto.

Dopo la chiusura del negozio cessava di essere «il barbiere», e assumeva il classico contegno e il tono del viveur di quel tempo.
Ormai conosciuto da tutti, si presentava al Teatro con un’aria professionale, permeato dalla indifferenza e disinvoltura che deriva dalla lunga abitudine contratta vivendo in un determinato ambiente e circolava per i corridoi e il palcoscenico con la massima noncuranza, senza che alcuno s’interessasse del suo andirivieni, indubbiamente considerandolo come parte integrante della Sala Umberto.

Di statura un po’ al di sotto del normale, come tanti meridionali, è dotato di una vivacità e di una attività inesauribili, volte ad un solo scopo : clienti, clienti per il suo negozio.

Perciò, l’applauso scrosciante cui egli dava per primo l’avvio, fungendo spessissimo da disinteressato claqueur, era, nello stesso tempo, l’implicito invito, rivolto all’attore che stava sulla ribalta a raccogliere i battimani, per il prossimo taglio di capelli.

Così il nuovo artista-cliente si trovava nella condizione morale di dover cambiare barbiere per la prova veramente affettuosa dimostratagli, la sera precedente, da Pasqualino; e il nostro Figaro acquistava un cliente che finiva per rimanergli fedele per tutta la vita.

Come il Figaro di Beaumarchais, egli è dotato di parola facile, convincente, drogata dall'inesauribile spirito napoletano per cui i clienti, oltre ad essergli affezionati, trovavano la sua opera perfettissima. Guai a criticare il taglio di Pasqualino. « Non usa macchinetta... Tutto a punta di forbici... ». commentavano gli attori-clienti, stabilendo così un netto distacco con il resto della categoria.

Tratto da "Siamo uomini o caporali?" di Passarelli/Ferraù, Ed. Capriotti, 1952