Signor Charlot, permette? Sono un collega

Saint Tropez, in un'estate degli anni 50. I ricordi di Franca Faldini.
«Una mattina, tornando dall’acquisto di un paio di baguette per la giornata in mare, scorgemmo un assembramento sul porto proprio davanti all’emporio Vachon. Intrufolandoci, arrivammo sotto un grosso yacht dove, seduto in coperta, un uomo bianco di capelli si faceva radere dal barbiere locale. La gente attorno mormorava: «Mais oui, c’est lui», con lo stesso tono estatico di chi guarda un acrobata sul filo. L’uomo levò il volto mezzo ricoperto dalla schiuma e, per lo spazio di un attimo, regalò ai presenti l’accenno di quello che poteva essere un sorriso ma anche un ghigno. Era Charlie Chaplin. Fu come se davanti agli occhi di un Antonio bambino si fosse materializzato Mandrake. E infatti continuò a fissarlo, rapito quanto gli altri. «Be’, sì...» mormorò un paio di volte, quasi parlasse con se stesso. «Però...»
«Be’, sì... però... cosa?» chiesi.
«Be’, sì, che artista immenso! Però, è anche vero che lui evidentemente ha bisogno di truccarsi coi baffi e il cappelluccio per rendere comici i suoi tratti mentre io no, mi basta muoverli.»
«Perché non andiamo a salutarlo?» proposi.
«Ma che ti sei ammattita? Vedrai che adesso vado lì e dico: “Signor Charlot, permette? Sono un collega, abbiamo in comune il nome d’arte con l’accento sulla o!” E sai a lui quanto gliene fotte, quello non sa neppure che esisto! » E mi trascinò via.»

Fonte: "Franca Faldini - Roma Hollywood Roma"