Totò e la cimice fascista

Nel 1943 l'Italia è in guerra. Un periodo storicamente drammatico, per Totò la lavorazione del film "Due cuori fra le belve" è molto difficile: è la prima volta che è impegnato contemporaneamente per il cinema e il teatro. La mattina è al lavoro a Cinecittà o nella giungla ricreata sul lago di Fogliano, e la sera è al teatro Valle, sempre impegnato nell'Orlando curioso. Oltre che stressante la situazione è schizofrenica: a teatro sfotte la censura ministeriale, sul set è costretto a farsi fotografare con la cimice’ fascista all’occhiello; la foto, scattata dal tedesco Eugenio Haas, sarà pubblicata a tutta pagina come quarta di copertina dalla rivista “Film” del 26 giugno 1943, disperato tentativo del regime, ormai a un passo dalla caduta, di annettersi il comico più popolare d’Italia.

Totò e la cimice del Partito Nazionale Fascista

Non c'è mai stata relazione né alcun altro tipo di rapporto tra il Partito Fascista e Totò. Anzi. Numerose testimonianze parlano di un Totò che, attraverso la sua pungente ironia, manifestava pensieri non proprio allineati col regime, soprattutto durante l'occupazione nazista ma non solo. Per esempio, durante la campagna di abolizione del Lei, Totò, nel corso di un monologo, costruì una gag trasformando Galileo Galilei in Galileo Galivoi. Un gerarca seduto in platea denunciò il comico. Il procedimento contro Totò verrà archiviato per volere di Mussolini che, a proposito della denuncia del gerarca, commentò: "Fesserie".

CINEMA: TOTO' CON LA CIMICE DI MUSSOLINI

(Adnkronos, 28 marzo 1997) - Totò esibisce dunque la 'cimicè dalle pagine dell'inserto fotografico al centro del libro e il perchè l'autore del volume lo spiega qualche pagina più in là, quando racconta della lavorazione del film ''Due cuori fra le belvè' (Giorgio C. Simonelli, 1943), sgombrando il campo dal dubbio di fascismo del supermonarchico Totò.
''Totò è costretto a farsi fotografare con la 'cimicè fascista all'occhiello per essere così eternato, nel mezzo di una impacciata smorfia comica, sul retrocopertina della rivista 'Film'. Il fotografo è il tedesco Eugenio Hass, che la rivista 'Film' qualificherà un anno dopo come 'ufficiale delle SS' e 'spia della Gestapo'''.
''Secondo alcune testimonianze, Antonio De Curtis finanzierebbe nascostamente la Resistenza. Ma l'impressione che si vuole dare mostrando Totò con la cimice fascista è altrettanto falsa di quella che lo vorrebbe un ardente partigiano in borghese. Anche se con i fascisti e i tedeschi passerà non pochi guai -spiega Anile- il marchese Antonio de Curtis, come prescrive il blasone, è un conservatore e tale rimarrà fino ai suoi ultimi giorni, esercitando con fervore il proprio credo monarchico".

(Car/Pn/Adnkronos)

Totò, 1943

LA 'CIMICE' DI TOTO'

ROMA - Totò fascista? 'Ma mi faccia il piacere...' , avrebbe risposto il principe. L' ipotesi nasce dalla fotografia pubblicata nel libro di Alberto Anile Il cinema di Totò, editore Le Mani: all' occhiello della giacca di Totò c' è la 'cimice' del regime. E' vero che in anni recenti la cultura di destra tenta ogni tanto di attribuire a Totò simpatie 'nere' , nell' intenzione di strapparlo alla cultura di sinistra, che in qualche modo si appropriò di lui soprattutto dopo il passaggio nel cinema di Pasolini. "Non riesco a pensare a Totò come a un fascista. E' stato anche definito monarchico, ma non credo neanche questo. Totò ha interpretato tantissimi personaggi antifascisti e antimonarchici, non li avrebbe fatti se avesse avuto quel tipo di ideologia, era troppo sincero ed onesto con se stesso", dice Ennio De Concini che ha sceneggiato film come Totò e i re di Roma e Operazione san Gennaro.

Del resto Alberto Anile nel libro, che racconta Totò dal 1930 al 1945, 15 anni durante i quali girò solo sei film, un'inezia rispetto ai 91 del dopoguerra, spiega la circostanza della foto, scattata nel 1943, al teatro 10 di Cinecittà trasformato in una giungla per le riprese di Due cuori fra le belve di Giorgio Simonelli, una commedia sconclusionata nella quale Totò, contemporaneamente impegnato al Valle con la rivista Orlando curioso, si barcamenava tra due pericoli mortali, forzuti cannibali (nel cast fu coinvolto Primo Carnera) e belve feroci (serpenti, iene, leoni autentici, tenuti a bada da Angelo Lombardi). L' Italia era oppressa da una guerra ormai perduta, ma a Cinecittà il regime si sentiva.

Anile racconta la visita negli studi di un eroe di guerra, esaltata con retorica fascista, e, 'se sul palcoscenico della rivista Totò non esita a lanciarsi in qualche temerario sfottò all' indirizzo di fascisti e tedeschi, il contesto di Cinecittà annulla decisamente ogni velleità di ribellione. Totò è costretto a farsi fotografare con la 'cimice' fascista all' occhiello, per essere così eternato, nel mezzo di un' impacciata smorfia comica, sul retrocopertina della rivista Film' . Il fotografo si chiamava Eugenio Haas, che in seguito sarà definito 'ufficiale delle SS' e 'spia della Gestapo' . "Mettersi un distintivo all' occhiello poteva essere questione di sopravvivenza in certi momenti", dice De Concini. "E Totò non fu certo il solo artista costretto a posare per il regime. Ma non c' è bisogno di difenderlo dal sospetto di simpatie fasciste, chiunque lo abbia incontrato sa che non aveva nulla della volgarità dei fascisti, anzi tutta la sua satira era contro l' arroganza e la prepotenza, contro ogni ostentazione di potere. Era gentile, mite ed elegante, basta pensare all' eleganza con cui ha sopportato il progredire della cecità negli ultimi anni di vita. E qualunque sia la verità sulla sua origine, era un aristocratico, un vero principe".

Tra i tanti episodi che racconta Anile c' è anche quello del primo contatto di Totò con la censura del regime. Fu per il film Fermo con le mani, in cui l' attore, interprete di un vagabondo che trova lavoro in un istituto di bellezza, è chiamato dalla direttrice per servire d' urgenza un cliente importante, un uomo calvo, sempre inquadrato di spalle, vestito di nero, che chiede bruscamente il pedicure. Totò gli toglie le scarpe e sulla sua faccia c' è un' espressione di schifo, poi apre la finestra e si mette una maschera antigas prima di togliergli i calzini. Una sequenza oltraggiosa nel 1937, quando un uomo calvo e vestito di nero non poteva che far pensare a Mussolini.

Maria Pia Fusco (Repubblica, 29 marzo 1997)