Daniele Palmesi, Federico Clemente Apr 2016

Totò e... Eduardo De Filippo

Egli deve aprire e chiudere più volte le palpebre e sbatterle per liberarle dalle gocce di sudore che gli scorrono giù dalla fronte per potermi vedere e riconoscere, e finalmente dirmi: «Edua', stai ccà! » E un abbraccio fraterno che nel tenerci per un attimo avvinti ci dava la certezza di sentire reciprocamente un contatto di razza. E le quattro chiacchiere, quelle riguardavano noi due, le abbiamo fatte ancora per anni, fino a pochi giorni fa.

Hanno diviso il palco, il set cinematografico e oltre all'affetto del pubblico anche lunghi pezzi di vita. Totò e Eduardo De Filippo sono stati molto più che colleghi, hanno condiviso una amicizia profonda. Ne sono prova alcuni carteggi tra i due artisti e una meravigliosa foto che li ritrae insieme e testimonia l'intimità tra gli artisti che condivisero anche vicissitudini personali simili. Entrambi erano figli illegittimi di due padri con nomi altisonanti: figlio del drammaturgo Eduardo Scarpetta il primo e della nipote della moglie, Luisa De Filippo il primo e di Anna Clemente, e del Marchese Giuseppe De Curtis, il secondo, si erano legati anche in virtù di un'affinità caratteriale. Nel film "Napoli milionaria" attore coprotagonista fu Antonio de Curtis,"Totò", nei panni di Pasqualino Miele, un povero disgraziato che per denaro sostituiva chi avendo commesso un reato rischiava il carcere: come dice il personaggio interpretato da Totò in una scena del film: «... sono diventato un cavallo che si affitta»". Nel film interpreta la scena del finto morto per ingannare il delegato di polizia venuto per arrestarlo. Questo personaggio nel canovaccio originale della commedia non esisteva, fu creato appositamente per la trasposizione cinematografica.

Per la sua partecipazione al film Totò, che stimava moltissimo Eduardo, non volle essere pagato poiché si riteneva ricompensato dall'aver lavorato insieme al commediografo napoletano. Eduardo comunque volle sdebitarsi con Totò regalandogli un prezioso gioiello, accompagnato dalla seguente missiva:

lettera eduardo

 

Caro Antonio,

A parte qualunque interesse, questa collaborazione che io ti ho chiesto, ci riporterà, sia pur pochi giorni, ai tempi felici e squallidi della nostra giovinezza.
Ogni qualvolta penso a te, Amico, te l’ho detto a voce, e voglio ripeterlo per iscritto, ho l’impressione di non essere più solo nella vita. Questa benefica certezza mi viene senza dubbio dalle infinite dimostrazioni pratiche di affetto che tu, in qualsiasi momento, mi dai.


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Il senso di fratellanza è qui espressione diretta di due animi nobili, effettivamente “diversi” perché elevano i due grandi Artisti soprattutto rispetto a chi, faziosamente, li ha etichettati per anni come uomini «intrattabili», «burberi», «inavvicinabili». Verrebbe quasi da chiedere se era la stessa intrattabilità a spingere Totò alla donazione, frequente e silenziosa, di buste piene di diecimila lire ai capifamiglia del malfamato Rione Sanità; oppure se era la cosiddetta inavvicinabilità dell’ultraottantenne Eduardo a indurlo a combattere, da senatore a vita e fino alla fine dei suo giorni, la miserevole condizione del carcere minorile Filangieri, fino all’emanazione della cosiddetta Legge Eduardo che tentava di lenire il problema.

Toto 484 Eduardo De Filippo Luca De Filippo

28 dicembre 1963 - Funerali di Titina De Filippo nella chiesa del Sacro Cuore dell' Immacolata a piazza Euclide - Eduardo De Filippo, Luca e Totò in chiesa (Foto Archivio Istituto Luce)

La valutazione soggettiva di certi ambienti e soloni intellettuali non può minimamente scalfire la testimonianza di vita e d’Arte che questi due grandi Napoletani hanno lasciato a noi delle generazioni successive: dalla miseria può nascere l’Arte; «dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior». De Andrè aveva ragione...


1957, Teatro San Ferdinando


Cinema, 15 aprile 1952 - Eduardo De Filippo: portare l'attore dall'uomo della strada


Il saluto di Eduardo a Totò, in occasione della sua morte, attraverso le colonne del quotidiano "Paese Sera", aprile 1967

«Erano più colorate le strade di Napoli, più ricche di bancarelle improvvisate di chioschi di acquaioli, più affollate di gente aperta al sorriso allora, quando alle dieci di mattina le attraversavo a passo lesto - avevo quattordici anni - per trovarmi puntuale al teatro Orfeo, un piccolo, tetro, e lurido locale periferico, dove, in un bugigattolo di camerino dalle pareti gonfie di umidità, per fare quattro chiacchiere tra uno spettacolo e l'altro, mi aspettava un mio compagno sedicenne che lavorava là.
Oggi è morto Totò. E io, quattordicenne di nuovo, a passo lento risalgo la via Chiaia, e giù per il Rettifilo, attraverso piazza Ferrovia... Entro per la porta del palcoscenico di quello sporco locale che a me pare bello e sontuoso, raggiungo il camerino, mi siedo e mentre aspetto ascolto a distanza la sua voce, le note della misera orchestrina che lo accompagna e l'uragano di applausi che parte da quella platea esigente e implacabile a ogni gesto, ogni salto, ogni contorsione, ogni ammiccamento del « guitto ». Do un'occhiata attorno; il fracchettino verde, striminzito, è lì appeso a un chiodo: accanto c'è quello nero. Quello rosso, glielo vedrò indosso tra poco, quando avrà terminato il suo numero. I ridicoli cappellini... A bacchetta, a tondino... e nero, marrone, e grigio... sono tutti allineati sulla parete di fronte... Manca il tubino: lo vedrò tra poco. Il bastoncino di bambù non c'è: lo avrà portato in scena. E lì, sulla tavoletta del trucco? Cosa c'è in quel pacchetto fatto con la carta di giornale? È la merenda, pane e frittata.
E la miserabile musica continua, e la sua voce diventa via via ansiosa di trasportare altrove quella orchestrina di moltiplicarla. Dal bugigattolo dove mi trovo non mi è dato vederlo lavorare, ma di sentirlo e immaginarlo com'è, come io lo vedo come vorrei che lo vedessero gli altri. Non come una curiosità da teatro, ma come una luce che miracolosamente assume le fattezze di una creatura irreale che ha facoltà di rompere, spezzettare e far cadere a terra i suoi gesti e raccoglierli poi per ricomporli di nuovo, e assomigliare a tutti noi, e che va e viene, viene e va, e poi torna sulla Luna da dove è disceso.

Ora sono travolgenti gli applausi e le grida di entusiasmo di quel pubblico: il numero è finito. Un rumore di passi lenti e stanchi si avvicina, la porticina del bugigattolo viene spinta dall'esterno.

Egli deve aprire e chiudere più volte le palpebre e sbatterle per liberarle dalle gocce di sudore che gli scorrono giù dalla fronte per potermi vedere e riconoscere, e finalmente dirmi: «Edua', stai cca'! » E un abbraccio fraterno che nel tenerci per un attimo avvinti ci dava la certezza di sentire reciprocamente un contatto di razza. E le quattro chiacchiere, quelle riguardavano noi due, le abbiamo fatte ancora per anni, fino a pochi giorni fa.» - Eduardo De Filippo


Le opere

1949 - Yvonne la nuit

1950 - Napoli milionaria

1954 - L'oro di Napoli

1962 - Il giorno più corto