Orio Caldiron, Franca Faldini, Goffredo Fofi Giu 2016

Totò e... Furio Scarpelli

Eravamo totoizzati

Furio Scarpelli
Un'essenza "totoistica" dava una forma naturale ai dialoghi che scrivevamo . Si può dire che noi giovani sceneggiatori eravamo "totoizzati", nel senso che a cena o alle riunioni di lavoro si imitava la sua voce, il suo gesticolare, il suo gusto surreale per il non-sense. Il primo film lo ricordo bene, perché vi lavorai anche da aiutoregista: era Totò le Mokò. Allora lo spirito parodistico andava per la maggiore, era una vera e propria scuola. Si prendeva un titolo di successo, magari rispecchiava culturalmente un'altra società, e lo si rifaceva in forma burlesca. Nel caso specifico, il divertimento consisteva nel parodiare il codice di virilità e rispetto tipico di un Jean Gabin per adattarlo al fisico e allo spirito di Totò.

In lui c'era una forte arte improvvisatoria, ma è anche vero che tutti noi vivevamo una specie di immedesimazione. Per ispirazione futuristica era una marionetta, però dentro aveva un'anima grossa così. La sua comicità era una stratificazione di molti elementi. Totò possedeva un intuito che, per magia o , metafisica o chissà che altro, gli permetteva di percepire cose che non conosceva.

Ricordo un film nel quale interpretava un luminare dell'università che dettava una pagina scientifica. Era impressionante. Forse per spiegare il suo talento ci vorrebbe un psicopatologo. La cosa più interessante era la sua schizofrenia, culturalmente alta. In lui c'erano due o tre persone. C'era Totò, il principe De Curtis e un signore borghese dal pensiero raffinato. E non combaciavano mai. Sarà perché, dietro l'eleganza del tratto e del gesto, si celava una psicologia complessa, dolorosa, attenta. Si aveva l'impressione di avere di fronte un uomo dal pensiero travagliato. Se Totò e il principe erano pubblici, il terzo - quello domestico e intimo - era difficile da scoprire, ma non impossibile.

Credo che Totò in La banda degli onesti abbia colto benissimo che, sotto la crosta comica, c'era qualcos'altro. Diciamo un piccolo impegno civile stemperato in un certo sentimentalismo, un pezzettino d'animo, un intento polemico. Nel raccontare la disavventura del maldestro falsario Antonio Bonocore e dei suoi complici partimmo da una domandina semplice semplice: "Siamo sicuri che tutti coloro che ci danneggiano non siano degni di attenzione?".

Tratto dal libro "Totò" di Orio Caldiron


Scarpelli: I primi film di Totò ai quali collaborammo hanno una componente — che veniva da Totò — favolosa, surreale, ma l’ambiente in cui erano collocati era perfettamente neorealista. Naturalmente i padri del neorealismo non eravamo noi, ma i nomi che tutti conoscono: Rossellini, De Sica, Zavattini, Amidei, che appartengono a una generazione precedente la nostra. Gli sceneggiatori amavano talmente Totò che se ne ispiravano e tagliavano i testi su misura sua, nel modo più perfetto.

C’è stato un lungo periodo di oscurità critica su Totò; i suoi film erano considerati come le cose più insignificanti prodotte dal cinema. Basta leggere le critiche che vennero scritte allora su di lui! Poi c’è stata questa specie di “riscoperta” degli anni recenti in cui non solo Totò è stato rivalutato, ma anche i suoi film, il loro ambiente. Si sono letti anche elogi dei registi dei suoi film, e si che quando questi film erano usciti erano stati lapidati, erano stati fatti a pezzi!

Age: L’apporto di Totò era di natura artistica totale, ma tutto ciò che concerneva la struttura del racconto e la polemica che poteva esserci in queste farse, veniva però dagli autori. Totò aveva il grande istinto dell’uomo di spettacolo, del clown. Se al momento di girare una scena gli si fosse chiesto che scena veniva dopo, avrebbe probabilmente ammesso di non saperlo, come d’altronde la scena stessa che stava girando. Eppure 99 volte su 100 Totò indovinava il tono giusto, la posizione del personaggio, il suo rapporto con gli altri.

Scarpelli: Aveva la sensibilità di certi solisti che hanno la ispirazione, e vanno avanti secondo la loro straordinaria immagine interiore.

Age: Prima di Totò cerca casa assieme a Scarpelli, scrissi I due orfanelli. C'era una produzione italo-francese che girava in due episodi il celebre feuilleton II fiacre n. 13 con la regia di Mattoli. E Mattoli, che era un grande inventore di combinazioni di spettacolo, ebbe l’idea di fare un film comico nelle scenografie costruite per quel film. Così, in maniera assolutamente garibaldina, costruimmo per Totò una parodia dei romanzi francesi dell’Ottocento.

Scarpelli: Era l'epoca in cui nel cinema si mescolavano artigianato e penuria di mezzi, arte di arrangiarsi, gente che faceva due o tre lavori alla volta. Nei film di Totò c’era una componente di ribellione, di satira contro il potere. Questo il pubblico lo coglieva benissimo, vi partecipava totalmente... In quell’epoca abbiamo fatto anche film con altri comici. Tutti avevano un’origine, una matrice, molto popolare. Alcuni venivano dall’avanspettacolo, dal teatro di varietà, che con gli anni si è trasformato in rivista, che c’interessava un po' meno. E nel teatro popolare ci sono sempre stati elementi di satira che al fondo si collegano tutti alla commedia dell’arte, con le sue radici morfologicamente legate alla vita. Uno dei più grandi "maestri" di questo cinema legato al varietà fu per l’appunto Mattoli: ha utilizzato questi attori (Dapporto, Rascel, i De Filippo, Chiari, Tognazzi) e molti altri meno importanti, pescando spesso direttamente dai palcoscenici di provincia. Li ha portati sullo schermo, e a molti di loro ha dato il successo.

Tratto dal libro "Totò, l'uomo e la maschera" (F.Faldini - G.Fofi)"


 

Le opere