Totò e... Peppino De Filippo

Non c'era il copione

Ho fatto film con Totò fin dal '56. Venne nel mio camerino al Teatro delle Arti, mi pregò di fare un film con lui, c'era solo una traccia, non c'era neppure il titolo, bisognava inventare tutto. Il titolo lo trovai poi io e il film si chiamò "Totò, Peppino e ... la malafemmina", andavamo avanti a braccio, ero soprattutto io che trovavo degli spunti, tiravo fuori delle cose. Certo, Totò era un ottimo attore di rivista, aveva una bella faccia espressiva, lo rispettavo nel suo genere e sentivo che mi rispettava come attore di prosa.

Il guaio era che non c'era un vero e proprio copione, e dovevamo per forza andare a braccio, una cosa del genere la potevamo fare solo noi, io e lui. Il film incassò un miliardo e mezzo. Ne abbiamo fatti poi molti altri, io lavoravo molto per pagare il fisco, una vecchia storia di tasse arretrate: Totò, Peppino e questo, Totò, Peppino e quello, hanno reso tutti molto bene. Stavo sempre attento che non ci facessero fare le stesse cose, dovevamo differenziarci, contrapporci.

Quando mi hanno fatto leggere il soggetto di Totò, Peppino e la dolce vita, in cui eravamo due fratelli che andavano assieme a Roma, non ne volevo sapere; lo modificammo radicalmente proprio per differenziare i nostri personaggi. Lui non amava la gag pura, metteva in tutto quello che faceva un fondo di umanità, un fondo di bontà. Totò era un uomo molto simpatico, molto alla mano, ci divertivamo a lavorare assieme, anche la troupe si faceva un sacco di risate. - Peppino De Filippo

(Tratto dal libro "Totò" di Orio Caldiron)


La galleria fotografica




Era monarchico, eh sì, eccessivamente. Infatti una volta, durante un'elezione, cercò di convincermi a votare per Stella e Corona. La monarchia andò piuttosto male e, a elezioni compiute, mi chiese a chi avessi dato il voto. «Ho votato comunista» gli dissi. Stavamo mangiando sul set, lo ricordo bene. Buttò via tutto, cartocci e bicchieri, gridandomi addosso: «Questo proprio non me lo dovevi fare».Un giorno mi disse: «Ma tu lo sai che se la Regina d'Inghilterra m'invita a pranzo a me m’ha da mettere vicino ad essa?». Gli piaceva nominare cavalieri e commendatori, ma a me mi disse: «A te non ti faccio, pecché mi sfotti».



Il povero Totò quasi non vedeva più e io ero costretto (Dio sa con quanta tenerezza e amicizia) a girare le nostre scene portandomelo sottobraccio, accompagnandolo così... naturalmente, senza dare a capire, e lui recitando, mi seguiva fiducioso, tranquillamente nello spazio stabilito nel quale si svolgeva la vicenda.

Ho fatto da spalla a Totò e con piacere. Solo una cosa mi dispiace: i film sono stati realizzati sempre male. Per i produttori italiani il film comico è una cosa poco seria. [...] Io sto facendo il comico da 50 anni e non ho mai detto nessuna volgarità, e modestamente ho una posizione artistica in Italia quasi invidiabile. Ho partecipato ai film a cui lei allude, ma non mi sono spogliato io! Non ho detto io la parolaccia! Ho sempre tagliato le battute che prevedevano una cosa del genere... [...] Per fare un film comico non è necessaria la battuta facile. Basta un poco di serietà.

Curiosità

 

I rapporti tra Totò e Peppino furono quasi sempre abbastanza freddi. Peppino, che amava il teatro e si era dedicato al cinema con l'intenzione di fare prodotti "nobili", tendeva a minimizzare il lavoro fatto con Totò, esaltando a dismisura il suo ruolo: «Ho fatto tanti film con Totò fin dal 1956» racconta Peppino De Filippo a Orio Carldiron (nel libro "Totò") «venne nel mio camerino al Teatro delle Arti, mi pregò di fare un film con lui, c'era solo una traccia, non c'era neppure il titolo, bisognava inventare tutto. Il titolo lo trovai poi io e il film si chiamò "Totò, Peppino e la malafemmina", andavamo a braccio, ero soprattutto io che trovavo degli spunti, tiravo fuori delle cose. Certo, Totò era un ottimo attore di rivista [...] e sentivo che mi rispettava come attore di prosa [...]» Ritroviamo tante "cattiverie" postume nella testimonianza di Peppino, quasi una "vendetta" per le angherie subìte e per aver dovuto lavorare in subordine: «trovai poi io il titolo...», «ero soprattutto io che trovavo gli spunti», «Totò era un ottimo attore di rivista...» (mentre lui esercitava il genere più "nobile della prosa"), «ne abbiamo fatti tanti di questi film. Io lavoravo per pagare il fisco...», ecc, ecc. Piccole cattiverie di antichi compagni di lavoro che hanno giocato sempre a prevaricarsi, a disputarsi il favore del pubblico. Ruggiti di "vecchi leoni" che non accettano mai di essere sconfitti.
(Giancarlo Governi - Il pianeta Totò - Gremese Ed.)



 

Alla battuta della medium: «Le cose vere le mettiamo da parte, ma le supposte, le supposte dove le mettiamo?» Totò e Peppino rispondevano così: Totò: Peppino, le supposte dove...?» Peppino: «Ehm, non so... io...» Castellani: «Silenzio!» Totò: «Oddio, se servono...» Peppino: «E va bene, si comprano.» Lo scambio di battute viene eliminato; sul taglio Totò ha aggiunto in doppiaggio una nuova battuta fuori campo per chiudere la situazione: «Direi che per il momento accantoniamo le supposte». Le forbici della censura sul film "Totò, Peppino e la dolce vita" - 1961


 

«Tutti i films che abbiamo girato assieme, spesso li abbiamo recitati 'a soggetto'. Creati lì per lì, scena per scena, al momento di 'girare'». In "Letto a tre piazze", per esempio, Peppino cerca di prender sonno accanto a Totò che, secondo il copione, dovrebbe guardarlo per qualche istante. Poi, ricorda Steno, si dovrebbe dare lo stop. Ma Totò lo guarda con insistenza e con un sorriso strano, sempre più "interessato". Alla fine, non sentendo lo stop Peppino apre gli occhi. Allora Totò crea: "Ma sa che io più la guardo e più mi convinco che non è affatto brutto?"

La dettatura della lettera alla malafemmena

La lettera di Totò e Peppino: il ruolo di Peppino e un consiglio per una diversa visione

LetteraLa scena della lettera di Totò e Peppino è dominata dal grande Totò. Sarà per il tono con il quale detta la lettera e impartisce disposizioni varie al fratello Peppino, sarà per le lezioni di sintassi, grammatica e punteggiatura che elargisce, sarà per la sua sicumera, con le dita nel taschino del panciotto e il suo cipiglio, ma Totò monopolizza la scena e attrae l’attenzione dello spettatore. Peppino svolge nella scena della lettera, in apparenza, il classico ruolo della spalla, sia pure di alto livello.
Nella realtà l'importanza del ruolo di Peppino nella scena della lettera è paritaria a quello di Totò: è eccezionale la sua interpretazione del contadino poco avvezzo all'uso della penna e messo quindi in gravissima difficoltà dal dover scrivere anche poche righe. Ecco quindi un consiglio per chi ha la possibilità di rivedere la famosa scena della lettera del film Totò, Peppino e la Malafemmina: concentrate la vostra attenzione su Peppino e non guardate Totò!
Osservate come "fatica" a scrivere la lettera, arrivando a sudare abbondantemente.
Osservate ancora come all'inizio scriva in maniera "larga", poi si accorge che lo spazio sta finendo e, non pensando per nulla a prendere un altro foglio, prosegue a scrivere sempre più piccolo, sempre più piccolo e sempre più storto.
Da tenere presente che la scena della Lettera di Totò e Peppino sembrerebbe che sia stata girata "all'impronta"; così almeno ha riferito il testimone Teddy Reno, che in quel film interpretava il nipote dei fratelli Caponi.
Notate quindi come Peppino "regga la botta" perfettamente a Totò e alle sue improvvisazioni, inserendosi con qualche battuta di sua creazione; ricordiamo, ad esempio, l'equivoco della "insalata" (confonde "vi consoliate" con "con l'insalata"), il commento "troppa roba!" all'abbondanza di punteggiatura proposta da Totò, il "senza nulla a pretendere" finale.
 

La lettera di Totò e Peppino: un’interpretazione “malevola”

Esaminate la frase della lettera:
“Scusate se sono poche, ma settecentomila lire ci fanno specie che quest'anno, una parola, c'è stato una grande moria delle vacche come voi ben sapete.”

Ragioniamo prima sull'utilizzo del termine "specie"; Totò usa questa parola con una doppia valenza: in primo luogo "specie" è collegato a "ci fanno"; sta in effetti utilizzando l'espressione molto comune: "un fatto ci fa specie" e quindi "settecentomila lire ci fanno specie".
Contemporaneamente però "specie" si collega al periodo seguente, come avverbio: "specie che quest'anno c'è stata la moria delle vacche".
Totò quindi pronunciando una sola volta la parola "specie" se ne avvale in due periodi diversi.

Proviamo ad ipotizzare che la stessa "tecnica" venga utilizzata per l'espressione "come voi" nel periodo successivo.
Ebbene avremmo che "come voi" non solo si collega al successivo "ben sapete" per formare la frase "come voi ben sapete", ma si collegherebbe anche alla frase precedente "C'è stata una moria della vacche" determinando l'espressione offensiva "C'è stata una moria delle vacche come voi".
La frase sarebbe in linea con la tendenza di Totò alle battute a doppio senso ed alla considerazione che, almeno in quel momento della storia, gli zii Caponi avevano della fidanzata del nipote, per l'appunto una "malafemmina".

Principe5 Lettera

Antonio Caponi: Giovanotto, carta, calamaio e penna, su! Scriviamo!...dunque, hai scritto?
Peppino Caponi: Eh, un momento, no?
Antonio Caponi: E comincia, su!
Peppino Caponi: [Fra sé e sé] Carta, calamari e penna...
Antonio Caponi: OOOHHHH.... [Inizia a dettare] Signorina!...Signorina!
Peppino Caponi: [Si gira verso la porta] Dove sta?
Antonio Caponi: Chi è?
Peppino Caponi: La signorina.
Antonio Caponi: Quale signorina?
Peppino Caponi: Hai detto "Signorina?".
Antonio Caponi: È entrata la signorina?!?
Peppino Caponi: [Di nuovo verso la porta] Avanti!
Antonio Caponi: ...Animale! "Signorina" è l'intestazione autonoma... della lettera... oh! Signorina! [Peppino cambia il foglio] Non era buona quella signorina là?
Peppino Caponi: è macchiata...
Antonio Caponi: Signorina!...veniamo... veniamo... [Peppino nel frattempo fa' da coro continuando a dettare a se stesso, per le prossime battute]...veniamo noi con questa mia addirvi.
Peppino Caponi: Addirvi...
Antonio Caponi: Addirvi, una parola: addirvi!
Peppino Caponi: Addirvi una parola...
Antonio Caponi: [Alzando la voce] Che!
Peppino Caponi: Che!
Antonio Caponi: Che è?
Peppino Caponi: Che è?
Antonio Caponi: Che è?
Peppino Caponi: Uno, quanti?
Antonio Caponi: Che è...
Peppino Caponi: Uno che!
Antonio Caponi: Uno che! Che è...
Peppino Caponi: Che è! eh..
Antonio Caponi: Scusate se sono poche...
Peppino Caponi: Che.
Antonio Caponi: Che è? Scusate se sono poche, ma SETTECENTOMILA [scandendo la cifra] lire, punto e virgola, noi.
Peppino Caponi: Noi...
Antonio Caponi: Ci fanno... specie che quest'anno, una parola, questanno... c'è stato una grande moria delle vacche [Peppino ripete, scrivendo], come voi ben sapete! Punto! Due punti!...ma sì, fai vedere che abbondiamo... abbondandis'id abbondandum... questa moneta servono, questa moneta servono... questa moneta servono acchè voi vi consolate... aho, scrivi presto!
Peppino Caponi: Conninsalate...
Antonio Caponi: Che voi vi consolate...
Peppino Caponi: Ah, avevo capito con l'insalata.
Antonio Caponi: Voi vi consolate, non mi fa' perdere il filo che ce l'ho tutta qui!
Peppino Caponi: Avevo capito coll'insalata!
Antonio Caponi: Dai dispiacere, dai dispiacere che avreta... che avreta... che avreta. Eh già, è femmina, è femminile. Che avreta perché... perché? io non so...
Peppino Caponi: Perché che cosa?
Antonio Caponi: Perché che? ohhhh, perché! Dai dispiacere che avreta perché! è aggettivo qualificativo, no?
Peppino Caponi: [Sottovoce] Io scrivo...
Antonio Caponi: Perché! Dovete lasciare... nostro nipote... che gli zii, che siamo noi medesimo di persona... [Peppino si tampona la fronte]...ma che stai facendo 'na faticata, si asciuga il sudore... [Peppino sospira]...Che siamo noi medesimo di persona, vi mandano questo. [Mostrando la scatola contenente i soldi]
Peppino Caponi: Questo.
Antonio Caponi: Perché il giovanotto è studente che studia, che si deve prendere una laura...
Peppino Caponi: Laura.
Antonio Caponi: Laura... che deve tenere la testa al solito posto, cioè... sul collo. Punto, punto e virgola. Punto e un punto e virgola.
Peppino Caponi: Troppa roba..
Antonio Caponi: Salutà..lascia fare..dicono che noi siamo provinciali, siamo tirati. Salutandovi indistintamente. Salutandovi indistintamente... sbrigati!...salutandovi indistintamente, i fratelli Caponi, che siamo noi... questa, apri una parente... apri una parente, dici: che siamo noi, i fratelli Caponi.
Peppino Caponi: Caponi...
Antonio Caponi: Hai aperto la parente? [Peppino annuisce] Chiudila!
Peppino Caponi: Ecco fatto...
Antonio Caponi: Volevi aggiungere qualcosa?
Peppino Caponi: [Mugugna qualcosa di incomprensibile]...senza nulla a pretendere, non c'è... non c'è bisogno...
Antonio Caponi: In ba... in data odierna.
Peppino Caponi: Beh, quello poi si capisce.
Antonio Caponi: Vabbè, si capisce.

 

 


Le opere