Daniele Palmesi, Federico Clemente Gen 2014

ANIMALI PAZZI

1939



Detti & contraddetti

  • - Vogliate dirci, signor barone, dove possiamo incontrarci coi vostri secondi per fissare l'ora, il luogo, le armi, per scegliere la sciabola, la spada o la pistola... - Ho scelto. - Che cosa? - Lui la sciabola, io la pistola.
  • Signora, lei è una tigra, una pantera, un puma!

Il barone Tolomeo de' Tolomei

Scheda film

Titolo originale Animali pazzi
Paese Italia - Anno 1939 - Durata 72 min. - B/N - Audio sonoro - Genere Commedia - Regia Carlo Ludovico Bragaglia - Soggetto Achille Campanile - Sceneggiatura Gaetano Campanile, Mancini, Ivo Perilli - Casa di produzione Titanus - Distribuzione (Italia) Odit - Fotografia Piero Pupilli, G. Ruffini - Montaggio Giacinto Solito - Musiche Ezio Carabella, Luigi Colacicchi - Scenografia Nino Macarones, Antonio Valente


Totò: il barone Tolomeo de' Tolomei, Totò - Lilly Hand: Ninetta, la fidanzata - Luisa Ferida: Maria Luisa, l'amante - Calisto Bertrame: Fabrizio, il maggiordomo - Dina Perbellini: la direttrice dell'ospedale - Claudio Ermelli: il notaio - Bianca Stagno Bellincioni: zia Eloisa - Rafaele Giachini: il pretendente - Cesare Polacco: il creditore - Giuseppe Pierozzi: il veterinario - Pina Gallini: proprietaria Cavallo Pazzo - Enrico Gozzo

Soggetto, Critica & Curiosità

1939-animali-pazziSoggetto

Per ereditare la fortuna dello zio il barone de' Tolomei deve sposare la cugina. In caso contrario il patrimonio andrà ad una clinica per animali pazzi. A complicare la cosa vi è il fatto che egli è già fidanzato. Dopo svariate peripezie, grazie ad un sosia, riesce a sposare la cugina e ad ereditare.

Critica e curiosità

Produzione caratterizzata da problemi di budget, il film prevedeva numerosi effetti speciali ma alcune scene vengono soppresse altre ridotte a scapito del risultato finale. Tra gli "effetti speciali" il doppio Totò, il cavallo sul tetto, la pellicola all'indietro. Anche per il titolo ci furono problemi; inizialmente doveva chiamarsi "Totò n.2" poi "Fiori d'arancio", "Io muoio disperato", "Il neo col pelo", "Vicino a te col cuore", poi si decise per "Animali pazzi" in riferimento alla clinica veterinaria ma anche ai suoi folli protagonisti. Ma quando si opta per questo titolo le riprese sono ormai terminate da tempo, allora in fase di montaggio viene aggiunta la scritta "Sanatorio Animali Pazzi" ad indicare il nome della clinica, ma è evidente che si tratta di una inquadratura posticcia.

«[...]Su questo matto spunto farsesco Campanile, dando libero corso alla fantasia, ha intessuto una girandola di umoristiche trovate che potevano raggiungere un effetto se produzione, interpretazione e regia le avessero concretate sempre con quello stile veloce, funanbolico e grottesco che l'azione richiedeva. Tutte le scene del principio con l'incontro dei due Totò, la prìma metà dell'episodio in cui Totò monta il cavallo pazzo, possono più meno servire come esempi di quello stile; la descrizione della clinica zoofila, il trattamento terapeutico di Totò o l'episodio del sicario, possono servire come esempi del contrario. Totò prodiga tutte le risorse della sua acidula e marionettistica buffoneria, però, con questo secondo saggio, mi pare ch'egli abba confermato i limiti delle sue possibilà cinematografiche [...]».

f.s. [Filippo Sacchi], Corriere della Sera, Milano, 18 aprile 1939

«L'esperimento di portar di peso sullo schermo gli attori di teatro ha dato innegabilmente buoni frutti, e 1non è qui il caso di discuterlo. Si potrebbe, se mai, rimproverare ai registi la passività con cui essi si adattano all'esperimento stesso rinunciando in anticipo a render cinematografica l'interpretazione dei "divi" teatrali e lasciando il campo aperto alla più assoluta teatralità. Di questa passività Animali pazzi è un esempio; ma aggravato dal fatto che Totò non è un Gandusio o un Tofano e non è - ci perdonino i suoi molti ammiratori - nemmeno un artista nel vero senso della parola: è semplicemente un macchiettista bravo e capace fin che si vuole, limitatissimo nelle sue trovate e espressioni. Le conosciamo tutte a mente, ci possono magari divertire se ci vengono ammannite tra uno spettacolo e l'altro, in quel quarto d'ora nel quale, dopo l'attenzione cui ci ha costretti il film, si riposa volentieri la mente nelle quattro scempiaggini del varietà; ma un ora e mezzo di Totò, francamente è troppo! E danneggia lo stesso Totò, che sullo schermo non si trova assolutamente al suo posto. Il film è stato fischiato».

Vice Il Tevere, Roma, 21-22 agosto 1939

«Qualche anno fa, coi suoi giuochi di palcoscenico, il comico Totò aveva suscitato l’interesse di buon numero di artisti e letterati, e al Teatro Principe andavano a sentirlo (oltre al suo vero pubblico, quello della periferia) i raffinati e gli intenditori. Il genere di comicità del nobile Antonio de Curtis (così, se non erriamo, si chiama il nostro eroe) si basava, e si basa tuttora, su una mimica quasi acrobatica, su battute sciocche e più ancora sulla facilità di intendersi col pubblico ai danni di ogni cosa. [...]»

di Ennio Flaiano 26 agosto 1939

«(...) Gli autori non hanno avuto rimorsi e parsimonie sul dar mano ad un patrimonio stilistico trafugato dalle migliori casseforti. Ma come il denaro rubato viene di solito speso senza criterio né effettivi vantaggi, così le varie maniere di Charlot, di Ridolini, dei Marx, di Clair e magari del più remoto Cretinetti, alle quali si è chiesto aiuto e sostegno per questi "Animali pazzi" finiscono con l’essere adottate a sproposito e messe al servizio della comodità più illecita e sfacciata purché utile a mandare avanti una vicenda che voleva apparire comica e satirica ad ogni costo. Sicché di veramente comiche, nel film, non rimangono che le illusioni dei loro autori, pur tanto fiduciose nelle estetiche più intelligenti. Quasi che Achille Campanile e C.L. Bragaglia, tanto per citare i nomi degli autori, non ci avessero dato sempre, nella letteratura o nel cinema, prove assai ordinarie, melanconiche quando non addirittura sbagliate, ci recammo a vedere il film con una improvvisa speranza (...). Senza contare che il funanbolismo di Totò, che sullo schermo si prodigava senza risparmio, con l’infaticabile cocciutaggine degli attori del varietà, sembrava pigliarsi gioco della nostra debolezza. Questo Charlot per i poveri voleva farci fare una pessima figura».

Gino Visentini, Cinema, IV, 76, Roma, 25 agosto 1939, p. 141

«Il film, tratto da un soggetto di Achille Campanile, in cui Totò interpreta due ruoli, quello del barone Tolomeo dei Tolomei e del suo sosia Totò, è imperniato su un'eredità contesa. Da un lato c'è il barone che potrà entrarne in possesso solo dopo le nozze, dall'altra incombono i proprietari di un improbabile manicomio veterinario, ai quali toccherebbe l'eredità se Tolomeo restasse scapolo. [...]»

Matilde Amorosi


Così la stampa dell'epoca

Le Locandine


LA VIDEOTECA

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