ANIMALI PAZZI

1939


Detti & contraddetti

- Vogliate dirci, signor barone, dove possiamo incontrarci coi vostri secondi per fissare l'ora, il luogo, le armi, per scegliere la sciabola, la spada o la pistola...
- Ho scelto.
- Che cosa?
- Lui la sciabola, io la pistola.


Signora, lei è una tigra, una pantera, un puma!

Il barone Tolomeo de' Tolomei

Scheda film

Titolo originale Animali pazzi
Paese Italia - Anno 1939 - Durata 72 min. - B/N - Audio sonoro - Genere Commedia - Regia Carlo Ludovico Bragaglia - Soggetto Achille Campanile - Sceneggiatura Gaetano Campanile, Mancini, Ivo Perilli - Casa di produzione Titanus - Distribuzione (Italia) Odit - Fotografia Piero Pupilli, G. Ruffini - Montaggio Giacinto Solito - Musiche Ezio Carabella, Luigi Colacicchi - Scenografia Nino Macarones, Antonio Valente


Totò: il barone Tolomeo de' Tolomei, Totò - Lilly Hand: Ninetta, la fidanzata - Luisa Ferida: Maria Luisa, l'amante - Calisto Beltrame: Fabrizio, il maggiordomo - Dina Perbellini: la direttrice dell'ospedale - Claudio Ermelli: il notaio - Bianca Stagno Bellincioni: zia Eloisa - Rafaele Giachini: il pretendente - Cesare Polacco: il creditore - Giuseppe Pierozzi: il veterinario - Pina Gallini: proprietaria Cavallo Pazzo - Enrico Gozzo

Soggetto, Critica & Curiosità

1939-animali-pazziSoggetto

Per ereditare la fortuna dello zio il barone de' Tolomei deve sposare la cugina. In caso contrario il patrimonio andrà ad una clinica per animali pazzi. A complicare la cosa vi è il fatto che egli è già fidanzato. Dopo svariate peripezie, grazie ad un sosia, riesce a sposare la cugina e ad ereditare.

Critica e curiosità

Produzione caratterizzata da problemi di budget, il film prevedeva numerosi effetti speciali ma alcune scene vengono soppresse altre ridotte a scapito del risultato finale. Tra gli "effetti speciali" il doppio Totò, il cavallo sul tetto, la pellicola all'indietro. 

Si comincia a girare intorno a novembre ’37. Nel cast entrano due giovani dive dell’epoca, la bionda Lilia Dale, lanciata come Adonella nel Signor Max, e la mora Luisa Ferida, appena apparsa in Lo smemorato al fianco di Angelo Musco. Antonio de Curtis ce la mette tutta: quando, nel Natale ’37, il Tevere esonda proprio in zona Farnesina, arriva ad affittare una barca pur di arrivare puntuale sul set. Continua, ahilui, a fidarsi. Concluse le riprese principali a fine gennaio 1938, Totò riprende i suoi impegni teatrali. Il film di Bragaglia ristagna nei magazzini della Titanus. Dopo le riprese principali le cronache dell’epoca parlano della necessità di “aggiustare le scene con animali addestrati”. Nel marzo 1939, a un anno dalla fine delle riprese, non solo il film non è pronto ma si chiama ancora Totò N. 2. Come titolo è stato proposto di tutto, Fiori d’arancio, Vicino a te col cuore, Bella faccia il cuor l’allaccia, Io muoio disperato e persino Il neo col pelo (l’unico tratto fisiognomia che distingue Totò da Tolomeo); ad aprile viene finalmente presentato in censura col titolo Animali pazzi. Ma quando si opta per questo titolo le riprese sono ormai terminate da tempo, allora in fase di montaggio viene aggiunta la scritta "Sanatorio Animali Pazzi" ad indicare il nome della clinica, ma è evidente che si tratta di una inquadratura posticcia. Il progetto è nato sotto una cattiva stella. Il film non esce anche perché il suo protagonista dovrebbe ridoppiarsi in alcune scene, e le condizioni dei suoi occhi impediscono per mesi che lui lavori guardandosi continuamente alla moviola; la Titanus prova ad aspettare che Totò si ristabilisca ma poi si risolve a utilizzare un mediocre imitatore. Quando infine, nella primavera del ’39, la pellicola approda in sala i suoi limiti appaiono evidenti. L’assurdità di alcune trovate è neutralizzata da una produzione sparagnina, la surreale commedia dei telefoni bianchi che si attendeva emula i filmetti di Ridolini; le scene di repertorio non sono comiche ma ridicole.

Animali pazzi cadrà lentamente nel dimenticatoio, fino a rischiare di perdersi per sempre. Negli anni Settanta gli organizzatori di una rassegna sul Totò fascista suderanno più di sette camicie per rintracciare una copia, l’unica forse esistente, infine scovata nel magazzino di una piccola agenzia napoletana che noleggia film per le navi.


Così la stampa dell'epoca

«[...]Su questo matto spunto farsesco Campanile, dando libero corso alla fantasia, ha intessuto una girandola di umoristiche trovate che potevano raggiungere un effetto se produzione, interpretazione e regia le avessero concretate sempre con quello stile veloce, funanbolico e grottesco che l'azione richiedeva. Tutte le scene del principio con l'incontro dei due Totò, la prìma metà dell'episodio in cui Totò monta il cavallo pazzo, possono più meno servire come esempi di quello stile; la descrizione della clinica zoofila, il trattamento terapeutico di Totò o l'episodio del sicario, possono servire come esempi del contrario. Totò prodiga tutte le risorse della sua acidula e marionettistica buffoneria, però, con questo secondo saggio, mi pare ch'egli abba confermato i limiti delle sue possibilà cinematografiche [...]».

f.s. [Filippo Sacchi], Corriere della Sera, Milano, 18 aprile 1939

Ad ogni suo apparire il pubblico rideva e la risata nasceva piena e si propagava irresponsabile e contagiosa; [...] bastava un semplice atteggiamento, un’espressione qualsiasi del protagonista a suscitare lo scoppio del più generale e felice ottimismo; la prima rivelazione delle indiscutibili virtù comiche di Totò attore cinematografico.

Silvano Castellani, Comicità di Totò, “Film”, n. 47, 23 novembre 1940

«L'esperimento di portar di peso sullo schermo gli attori di teatro ha dato innegabilmente buoni frutti, e 1non è qui il caso di discuterlo. Si potrebbe, se mai, rimproverare ai registi la passività con cui essi si adattano all'esperimento stesso rinunciando in anticipo a render cinematografica l'interpretazione dei "divi" teatrali e lasciando il campo aperto alla più assoluta teatralità. Di questa passività Animali pazzi è un esempio; ma aggravato dal fatto che Totò non è un Gandusio o un Tofano e non è - ci perdonino i suoi molti ammiratori - nemmeno un artista nel vero senso della parola: è semplicemente un macchiettista bravo e capace fin che si vuole, limitatissimo nelle sue trovate e espressioni. Le conosciamo tutte a mente, ci possono magari divertire se ci vengono ammannite tra uno spettacolo e l'altro, in quel quarto d'ora nel quale, dopo l'attenzione cui ci ha costretti il film, si riposa volentieri la mente nelle quattro scempiaggini del varietà; ma un ora e mezzo di Totò, francamente è troppo! E danneggia lo stesso Totò, che sullo schermo non si trova assolutamente al suo posto. Il film è stato fischiato».

Vice Il Tevere, Roma, 21-22 agosto 1939

«Qualche anno fa, coi suoi giuochi di palcoscenico, il comico Totò aveva suscitato l’interesse di buon numero di artisti e letterati, e al Teatro Principe andavano a sentirlo (oltre al suo vero pubblico, quello della periferia) i raffinati e gli intenditori. Il genere di comicità del nobile Antonio de Curtis (così, se non erriamo, si chiama il nostro eroe) si basava, e si basa tuttora, su una mimica quasi acrobatica, su battute sciocche e più ancora sulla facilità di intendersi col pubblico ai danni di ogni cosa. [...]»

Ennio Flaiano 26 agosto 1939

«(...) Gli autori non hanno avuto rimorsi e parsimonie sul dar mano ad un patrimonio stilistico trafugato dalle migliori casseforti. Ma come il denaro rubato viene di solito speso senza criterio né effettivi vantaggi, così le varie maniere di Charlot, di Ridolini, dei Marx, di Clair e magari del più remoto Cretinetti, alle quali si è chiesto aiuto e sostegno per questi "Animali pazzi" finiscono con l’essere adottate a sproposito e messe al servizio della comodità più illecita e sfacciata purché utile a mandare avanti una vicenda che voleva apparire comica e satirica ad ogni costo. Sicché di veramente comiche, nel film, non rimangono che le illusioni dei loro autori, pur tanto fiduciose nelle estetiche più intelligenti. Quasi che Achille Campanile e C.L. Bragaglia, tanto per citare i nomi degli autori, non ci avessero dato sempre, nella letteratura o nel cinema, prove assai ordinarie, melanconiche quando non addirittura sbagliate, ci recammo a vedere il film con una improvvisa speranza (...). Senza contare che il funanbolismo di Totò, che sullo schermo si prodigava senza risparmio, con l’infaticabile cocciutaggine degli attori del varietà, sembrava pigliarsi gioco della nostra debolezza. Questo Charlot per i poveri voleva farci fare una pessima figura».

Gino Visentini, Cinema, IV, 76, Roma, 25 agosto 1939, p. 141

Animali pazzi riconferma la sua impossibilità di essere attore, di far vivere cioè un personaggio senza cadere nell’abuso di quella sicurezza offensiva, quel narcisismo, quel continuo ammiccare al pubblico che risultano le sue sole capacità.

Ennio Flaiano, “Oggi”, 26 agosto 1939

«Il film, tratto da un soggetto di Achille Campanile, in cui Totò interpreta due ruoli, quello del barone Tolomeo dei Tolomei e del suo sosia Totò, è imperniato su un'eredità contesa. Da un lato c'è il barone che potrà entrarne in possesso solo dopo le nozze, dall'altra incombono i proprietari di un improbabile manicomio veterinario, ai quali toccherebbe l'eredità se Tolomeo restasse scapolo. [...]»

Matilde Amorosi

Le Locandine



 "Totalmente Totò, vita e opere di un comico assoluto" (Alberto Anile), Cineteca di Bologna, 2017