DUE CUORI FRA LE BELVE (TOTÓ NELLA FOSSA DEI LEONI)

1943



Detti & contraddetti

L'uomo discende dalla scimmia. Io no, perché sono raccomandato.


Per amore sono diventato un Romeo di passaggio, anzi di sottopassaggio.


È una donna fantastica, divina, paradisiaca, radiomarellica.


Io sono il figlio del sole... mio padre aveva sempre la luna.


Nella giungla ci sono tigri, serpenti, scimmie, rippopotami. I leoni sono soltanto dei mammiferoni.


Tutto il mondo è uguale: quando parli di soldi, nessuno ti capisce.


Ho dimenticato qualcosa, ma non mi ricordo cosa. Eh già, se l'avevo dimenticata...


La teoria di Darwin: la scimmia non è proprio una bestia del regno animale, ma bensì la metamorfosi vulcanica ed umanitaria integerrima, la paratomia dell'uomo sintetico, una sintesi delle cellule umanitarie che, a prescindere dalle cellule umanitarie della corpulenza anatomica maschile, escludendo naturalmente la parte addominale fisiologica, abbiamo il nervo simpatico che soffre di antipatie e di simpatie, così che, calcolando le distanze tecniche tra l'uomo e il gorilla, accediamo al campo specifico della sua perfetta rassomiglianza con lo scimpanzè. È chiaro?


Sono stufo, sono stufo, piuttosto che vivere così mi suicido. Perché non andiamo a prendere una boccata d'aria al cimitero? Conosco parecchi morti, tutti brava gente.


Voglio morire, mi voglio ammazzare, suicidatemi!


Voglio una frittata con tante, tante uova. Possibilmente di struzzo.


Non sono morto, si vede?


Il trasloco: un passaggio di casse, controcasse e valigiotte.


Ma quale paura? Nel mio vocabolario non esiste questo aggettivo, a meno che non si tratti di un errore di stampa.


Ho dimenticato qualcosa, ma non mi ricordo cosa. Eh già, se l'avevo dimenticata!


Totò

Scheda film

Titolo originale Due cuori fra le belve (Totò nella fossa dei leoni)
Paese Italia - Anno 1943 - Durata 83 min - B/N - Audio sonoro - Genere Commedia - Regia Giorgio Simonelli - Soggetto da "Ventimila leghe sopra i mari" di Goffredo D'Andrea - Sceneggiatura Vincenzo Rovi, Akos Tolnay, Steno - Produttore Bassoli-Tirrenia Cin, Roma - Fotografia Ugo Lombardi, Guido Serra - Montaggio Giorgio G. Simonelli - Musiche Ezio Carabella, Mario Ruccione - Scenografia Alberto Boccianti - Costumi Vittorio Nino Savarese


Totò: Totò - Vera Carmi: Laura Berti - Enrico Glori: Mr.Smith - Enzo Biliotti: prof.Lorenzo Berti - Lia Orlandini: Clara Palozzi - Egilda Cecchini: Nalù, regina dei cannibali - Primo Carnera: il gran capo dei cannibali - Claudio Ermelli: Agatino - Giovanni Grasso jr.: il capocuoco - Umberto Spadaro: lo stregone - Arturo Bragaglia: il dottore Paolozzi - Federico Collino: Pietro, il tecnico - Nando Bruno: il piccolo gigante - Guido Morisi: Romero, il complice di Smith - Carlo Cecchi - Vittorio Bartozzi - Lucy D'Albert - Oreste Bilancia - Stefano Daffinà - Tullio Galvani - Alfredo Martinelli - Alfredo Ragusa

Soggetto, Critica & Curiosità

1943-toto-nella-fossa-dei-leoniSoggetto

L'esploratore Smith parte insieme a Laura, bella fanciulla ma ingenua, alla ricerca del professor Berti, misteriosamente scomparso in Africa nel pieno di una delle sue ricerche. In realtà la spedizione è un pretesto per appropriarsi dei soldi di Laura, frutto delle incredibili scoperte del professore, non che suo padre, sulla catena evolutiva dell'uomo lasciatele in eredità. Insieme agli esploratori s'imbarca Totò, un maestro di danza, che è perdutamente innamorato di Laura. Dopo essere stato scoperto e messo in cella, Totò riesce a cavarsela proponendosi come guardia del corpo della ragazza durante il percorso nella giungla. Riusciranno a trovare il professore, completamente rincitrullito, il quale all'inizio non riconosce la figlia, ma che poi riabbraccerà (solo alla fine del film) grazie ad una botta in testa. Nel frattempo Totò viene catturato da un gruppo d'indigeni e offerto in sacrificio, ma all'ultimo momento la regina fa interrompere il rituale, perché s'innamora dello sconosciuto. Dopo mille peripezie Totò riesce a fuggire e ritrova i suoi compagni, ma lo aspetta una brutta sorpresa. Dopo aver vissuto momenti di tensione, il bene trionferà dato che Berti scopre che Totò è "l'anello mancante" della catena evolutiva dell'uomo. Finalmente Totò potrà starsene in pace con la sua amata.

Critica e curiosità

Il film viene girato nel teatro 10 dove viene allestita una finta giungla con animali veri, tenuti a bada da Angelo Lombardi. 
Il film è il quinto interpretato dal comico napoletano (se si esclude il suo intervento nel doppiaggio del film Arcobaleno, uscito nello stesso anno) e oggi, in seguito ad una riedizione, è meglio conosciuto con il titolo Totò nella fossa dei leoni. L’umorismo è spesso infantile, la tecnica è carente, la realizzazione approssimativa.

Per Totò la lavorazione è un massacro: è la prima volta che fa insieme cinema e teatro. La mattina è al lavoro a Cinecittà o nella giungla ricreata sul lago di Fogliano, e la sera è al teatro Valle, sempre impegnato nell 'Orlando curioso. Oltre che stressante la situazione è schizofrenica: a teatro sfotte la censura ministeriale, sul set è costretto a farsi fotografare con la cimice’ fascista all’occhiello; la foto, scattata dal tedesco Eugenio Haas, sarà pubblicata a tutta pagina come quarta di copertina dalla rivista “Film” del 26 giugno 1943, disperato tentativo del regime, ormai a un passo dalla caduta, di annettersi il comico più popolare d’Italia.

Il filmetto è un esperimento interessante, perché recupera almeno un po’ del carattere lunare e tetro smarrito con Palermi; Totò è un “fantasma gentile” reso pallido dal cerone, un cartone animato posseduto da uno spirito folletto, un pupazzetto stralunato che sfugge alle più elementari leggi dell’esistenza, morte compresa.

La pellicola, che nel dopoguerra verrà ridistribuita con il titolo Totò nella fossa dei leoni, fa comunque sperare in una buona tenuta perché il 10 luglio 1943 la rivista “Film” annuncia che tra agosto e settembre Giorgio C. Simonelli dirigerà ancora un film con Totò protagonista. La data del periodico è la stessa scelta dagli alleati per sbarcare in Sicilia; due settimane dopo, Mussolini viene sfiduciato dal Gran Consiglio e il nuovo filmetto di Simonelli viene cancellato insieme a tante altre cose dell’Italia di quei giorni. Salta anche un film musicale nel quale Totò avrebbe dovuto fare una partecipazione, con lo stesso titolo - Arcobaleno — del vecchio progetto totoista di Barbaro; cominciato in contemporanea con Due cuori fra le belve, si trascinerà per due anni tra Italia e Ungheria finendo nel cestino delle pellicole sabotate dall’8 settembre. (Sulle vicissitudini di Arcobaleno - Alberto Anile)

In un plot che capovolge l’avvio della rivista L’ultimo Tarzan, Totò vi interpreta un ardente innamorato che segue la sua bella (Vera Carmi), clandestino su una nave e poi al seguito di una spedizione alla ricerca di un mitico uomo-scimmia africano. Frivolo, leggero, scombiccherato, Due cuori fa le belve propone un Totò fumettistico (Steno e Vincenzo Rovi, cosceneggiatori con AkosTolnay, vengono dal giornale umoristico “Marc’Aurelio”) a contatto con la scemenza patente, i leoni feroci, le botte in testa, i selvaggi cannibali, la parodia dei Tarzan con Weissmuller e dei romanzi di Verne (il soggetto di Goffredo D’Andrea, direttore di produzione del film, s’intitola Ventimila leghe sopra i mari). Le cronache dell’epoca riportano con una certa enfasi un incidente sul set, quando la campionessa di pattinaggio Egilda Cecchini sviene tra le spire di un pitone per la scena di una danza erotica, ed è poi salvata dall’intervento del domatore Angelo Lombardi, consulente del film, e del pugile Primo Camera, scritturato come selvaggio. (Anonimo, Teatro di posa n. 10, “Cinema”, n. 156, 25 dicembre 1942.)


Così la stampa dell'epoca



«Totò in mezzo a tutti questi pericoli con il suo solito atteggiamento e le sue reazioni al cospetto dei cannibali e dei leoni, sono le stesse di quelle che egli prova nelle sue riviste di fronte al pubblico del Valle. Egli danza, salta si abbandona ai suoi taciti fervorini agitando l'indice, fa roteare gli occhi e con la sua comunicativa comicità, con la sua silenziosa e aerea follia costituisce l'unico numero del film, il quale è stato diretto da Simonelli con grande buona volontà. Ma le trovate e le situazioni comiche che non mancano nel copione sono state realizzate un po' fiaccamente senza quel ritmo, quel rilievo e quel mordente che le avrebbero rese veramente divertenti. Molte trovate insomma sono rimaste divertenti sulla carta».

Pat. [Ercole Patti], Il Popolo di Roma, Roma, 27 giugno 1943

«[...] Se gli sgambetti, le piroette, il rotear d'occhi, gli sberleffi, i giochi di parole, gli strafalcioni e i costumi ridicoli - bagaglio frusto di palcoscenico - ci hanno una volta ancora fatto considerare come alle pellicole comiche sia rivolto un impegno editoriale di secondo ordine, un brano, la seconda rapsodia del Liszt suonata al pianoforte, ci ha impressionato. In queste, a parte l'esagerato rullio e beccheggio della nave, il volto di Totò, taluni suoi atteggiamenti, alcuni guizzi del capo, ci hanno illuminato sulle possibilità dell'artista. Fino ad oggi, egli è stato impiegato in scene comiche a lungo metraggio, con una messinscena economica, astrusa, con una regia ossequiente a uno schema antiquato e di maniera; viceversa, s'egli venisse utilizzato con maggiore avvedutezza tecnica e inventiva, forse riuscirebbe a fornire qualche saggio non privo di significato. Il cinema è progredito in ogni settore; il pubblico è smaliziato: è un errore continuare su un piano e con mezzi che riportano ai tempi del muto [...]».

M.M. [Mario Menghini], L'Osservatore Romano, Roma, 28-29 giugno 1943

«Totò è un grande mimo, e varrebbe davvero la pena che un regista intelligente si prendesse la briga di dirigerlo con serietà, cercando anche di trattenere certe sue eccessive baldanze frenetiche. A nessuno più di lui si addice alla perfezione quel famoso dialogo di Heinrich Kleist sulle marionette. Sembra svitabile come Pinocchio, puoi gettarlo in aria e lasciarlo cadere per terra, senza misericordia, tanto fa l'impressione di essere protetto da tutti gli acciacchi. Sorprendente è anche la estrema mobilità del suo viso oblungo, non so se cavallino o conigliesco; ma certo è indiscutibile una sua parentela con certi animali domestici, così come non è lontano dalla struttura fisica di Buster Keaton, del quale, altresì, conserva quella spiccata malinconia nei grandi occhi rotondi con in più una aggraziata aria istrionesca. E se non fosse per l'interesse che possono suscitare alcune sue smorfie, credo che difficilmente perdoneremmo a questo Due cuori far le belve tanta sciatteria e mestierantismo».

Giuseppe De Santis, Cinema, VIII, 169, Roma, 10 luglio 1943


La censura


Foto di scena e immagini dal set


Le incongruenze

  1. 6'39'' In primo piano,di scorcio sulla destra schermo,la vetrina d'un'edicola-chiosco (poligonale) con alcune riviste: da dietro l'edicola,in secondo piano,sbuca Totò (ripreso di 3/4 dalla sua sinistra). Le riviste sono esposte all'altezza del suo torace. Dopo un ciak su altri soggetti, nuova scena a 6'41'', campo medio: Totò sulla sinistra schermo, frontale, al centro l'edicola accanto alla quale è seduto il giornalaio, la cui testa sta all'altezza delle riviste. Se fosse stato lì anche nello shot iniziale,avrebbe impallato la vetrina.
  2. A bordo della nave Venus. Totò sale su una cuccetta ed apre l'oblò (rettangolare...) della cabina,che è incernierato verso la destra dello schermo. Nuovo ciak,ripresa dall'esterno (ponte passeggiata): chiusura dell' "oblò", che è incernierato dalla parte opposta (ovvero, sulla destra schermo per lo spettatore, dato che è un controcampo). Diversa scenografia.

www.bloopers.it

Le Locandine



Riferimenti e bibliografie:

"Totalmente Totò, vita e opere di un comico assoluto" (Alberto Anile), Cineteca di Bologna, 2017
"Totò" (Orio Caldiron) - Gremese , 1983