L'IMPERATORE DI CAPRI

1949



Incasso Lire 436.500.000 - Spettatori 4.546.875

Detti & contraddetti

C'era un attore che aveva cento paia di scarpe, tante gliene avevano tirate.

Elena di Troia... Troia... Troia: questo nome non mi è nuovo.

L'imperatore Tiberio quando era in lutto stretto andava solo con le schiave negre. Per delicatezza.

Antonio De Fazio

Scheda del film

Titolo originale L'imperatore di Capri
Paese Italia - Anno 1949 - Durata 90 min - B/N -Audio sonoro - Genere comico/commedia - Regia Luigi Comencini, Soggetto Teresa Ricci Bartolini, Gino De Santis - Sceneggiatura Vittorio Metz, Marcello Marchesi, Luigi Comencini - Produttore Carlo Ponti, Fotografia Giuseppe Caracciolo - Montaggio Otello Colangeli - Musiche Felice Montagnini - Scenografia Carlo Egidi - Costumi Anna Maria Fea


Totò: Antonio De Fazio - Laura Gore: Lucia, la moglie - Pina Gallini: la suocera di Antonio - Yvonne Sanson: Sonia Bulgarov - Marisa Merlini: la baronessa von Krapfen - Alda Mangini: Emanuela - Piero Tordi: il marito di Emanuela - Mario Castellani: Asdrubale Stinchi - Nerio Bernardi: Osvaldo - Galeazzo Benti: Dodo della Baggina - Lino Robi: Basilio, il piccolo cognato di Antonio - Nino Marchetti: il profeta Geremia - Enrico Gori: il maggiordomo - Aldo Giuffrè: Omar Bey Khan di Agapur - Toni Ucci: Pupetto Turacciolo - Gianni Appelius: Bubi di Primaporta - Giovanni Onorato: il centurione - Maria D'Ayala - Maria Teresa Cesari - Lilo Weibel

Soggetto, Critica & Curiosità

1949 - imperatoredicapriSoggetto

Antonio De Fazio lavora come cameriere in un albergo napoletano. Un'ospite dell'hotel, Sonia Bulgarov, scambiandolo per il Bey Khan di Agapur, l'uomo più ricco del mondo, gli dà un appuntamento. Viene così invitato, insieme a un suo amico anche lui residente dell'hotel, a Capri, dove, creduto anche qui il Bey, riceve le attenzioni della gente più chic dell'isola che fa di tutto per imitarlo e "aggiudicarselo": oltre a Sonia, le cui scelte sono decise dal suo losco marito Osvaldo che la ipnotizza, ci sono la baronessa tedesca necrofila Von Krapfen e la sensuale chitarrista Emanuela. Totò dovrà affrontare varie peripezie sull'isola e a minacciare di rovinare ogni cosa sarà l'arrivo di sua moglie e sua suocera, ma il lieto fine è assicurato.

Critica e curiosità

Il film, secondo il produttore Ponti, doveva essere girato in sei settimane, ma se ne impiegarono solo tre. Con il tempo restante, a Totò fu fatto girare anche un altro film, "Totò cerca casa". Le riprese si svolsero realmente a Capri in piena estate: la produzione avrebbe voluto usare i turisti come comparse, perché non avrebbero dovuto pagarli, invece i generici dell'isola, vale a dire quelli che erano iscritti all'ordine professionale degli attori come comparse, imposero che fossero scritturati loro e regolarmente pagati. In una scena Totò ha a che fare con un pitone. All'inizio venne usato un pitone vero, che però morì perché sul set faceva troppo caldo. Ne fu preso un altro, che però morì a sua volta. Alla fine si fece ricorso ad un serpente di gomma.  L'imperatore di Capri è il dodicesimo film della vastissima filmografia di Totò, il quale aveva cominciato esibendosi in teatro e solo successivamente era passato alla celluloide. I suoi film non furono mai molto apprezzati della critica, e anche questo venne stroncato sui giornali dell'epoca. Solo in tempi più recenti la comicità di Totò è stata rivalutata, e oggi è considerato uno degli attori comici più bravi della storia del cinema italiano.Il regista Luigi Comencini ha collaborato con Totò e con moltissimi altri grandi attori dell'epica. Ha girato Pane, amore e fantasia (1953) con Gina Lollobrigida e Vittorio De Sica; Il Compagno don Camillo (1965) con Gino Cervi e Fernandel; inoltre ha diretto due note miniserie televisive, Le avventure di Pinocchio e Cuore. Mario Castellani, che interpreta l'amico di Antonio Asdrubale, è una delle spalle storiche di Totò, insieme a Peppino de Filippo e Macario.

«[..] il succo del film sta nella sghignazzata di Totò, con esposizione di lunghissimi denti. A me non piace quella sghignazzata; sa di sconcio».

E Eduardo Bruno per non essere da meno: «Ma via, come si fa a fare lavori di questo genere? Cosa c'entra l'umorismo con questa roba?»

Arturo Lanocita

«[...] Quando Totò si ricorda di essere mimo, il suo giucco diventa leggero e arabescato, ma quando si ricorda di essere attore comico di rivista, comincia con i doppi sensi e diventa fastidioso. La sua faccia può esprimere la disinteressata intelligenza del clown e la grossolana, impudica sensualità del servo sciocco: ed è un vero peccato che egli preferisca insistere su questo rovescio della sua medaglia. Quanto alla comicità che ormai ci aspettiamo dai film italiani, non è certo quella che gioca sui contrasti umani, sulla incompatibilità tra indivìduo e società, non è la comicità di Charlot, di Rene Clair e nemmeno di Buster Keaton, l'impassibile [...]»

Ennio Flaiano, «II Mondo», Roma, 4 febbraio 1950

L'esperienza nel drammatico Yvonne La Nuit non influisce sulle quotazioni di Totò. Il successo dei film girati con Mattoli è invece determinante. L'attore comincia a ricevere più richieste di quante ne possa soddisfare: gli propongono tre parodie, una letteraria (I tre moschettieri) e due cinematografiche (Duello nel sale e Via col mento!, ma scegli infine un progetto diverso, L'imperatore di Capri, forse solo perché la lavorazione si svolgerà quasi tutta sulla sua isola preferita.
Il regista è Luigi Comencini che, uscito con le ossa rotte dall'esordio Proibito rubare, viene praticamente costretto dal produttore Ponti a girare la «totoata». [...]

di Alberto Anile

«I film comici italiani affascinano per il ritratto involontario che offrono della società che li esprime e li applaude. Dopo aver riso ci si accorge che non c’era niente da ridere, e si resta come chi per noia ha sfogliato una vecchia annata di giornale umoristico: sorpresi di constatare che un certo pubblico si diverte ostinatamente con gli stessi motivi. Nell’Imperatore di Capri (film interpretato da Totò e diretto da Luigi Comencini e che possiamo prendere ad esempio perché sta ottenendo molto successo) non c’è nulla di comico che non abbia avuto un collaudo secolare nelle farse, e nemmeno una battuta che non circoli da tempo nei licei e nelle caserme: si equivoca su Elena di Troja e ci si ammazza di risate con le smorfie dell’invertito. [...]»

di Ennio Flaiano - febbraio 1950

«Luigi Comencini, come Alberto Lattuada e Giuseppe De Santis, è arrivato alla regia dalla critica: e da una critica attenta volta a creare una seria coscienza del problema filmico, un movimento culturale e artistico: il suo nome è peraltro legato alla Cineteca Italiana e alla Mostra del Cinema organizzata, nel 1940, dalla Triennale di Milano. Tutta una attività, questa, che non si può conciliare con l'indirizzo e i risultati di L'imperatore di Capri (1949). Le ragioni che hanno condotto Comencini ad una simile esperienza pratica, sono soprattutto da ricercarsi sul piano di una organizzazione produttiva, la quale in genere "controlla", più o meno opportunamente, i registi e in particolar modo coloro i quali sono ai primi contatti diretti con la macchina da presa. Tali "controlli" che, si intende, riguardano i film a soggetto e non i cortometraggi, nel caso di L’imperatore di Capri sono stati probabilmente più rigorosi che non per Proibito rubare (1948); e, certo, in seguito all'insuccesso commerciale di questa prima opera diretta da Comencini. La quale, invero neppure artisticamente notevole, parte comunque da un nobile assunto e, presa nel suo insieme e con tutti i suoi difetti, ha un suo valore, è indicativa di certe possibilità riscontrabili, ad esempio, nella sequenza degli "scugnizzi” che rubano la borsa degli orologi: i ragazzi sono visti con occhio attento e sensibile, come nel poetico documentario Bambini in città, realizzato dallo stesso regista nel 1946, prima di sceneggiare il Daniele Cortis di Mario Soldati (1947).

Nessuna orma di valori umani ed espressivi lascia invece intravedere L'imperatore di Capri. Sembra quasi che, al suo secondo film a soggetto, Comencini abbia già alzato le braccia; ma forse è più giusto pensare che egli, piuttosto che rimanere inattivo, abbia accettato di dirigere un’opera non rispondente alle sue possibilità e al suo gusto, e il cui probabile successo commerciale gli potesse permettere però un’ulteriore attività di ben altro livello e natura. E del resto i sintomi del suo stato d’animo trovano una documentazione abbastanza chiara in una intervista, pubblicata proprio da Cinema, nella quale egli metteva in evidenza come il film comico italiano, nato sulla base di una macchina per far quattrini, trovi la sua origine nel successo delle riviste, e come l'esperienza neorealistica non abbia àncora in fluito su questo genere in quanto i produttori preferiscono battere la vecchia strada. Egli concludeva, pertanto, che il suo film sarebbe stato "falso" nel senso che, sulle tracce della vecchia maniera, non avrebbe ammesso né personaggi, né situazioni, né ambienti "veri”, ma soltanto parodie (Cinema, anno II, numero 19, 31 luglio 1949). In queste dichiarazioni sono già 1 limiti entro i quali L'imperatore di Capri si muove, e, nello stesso tempo, la condanna del film. Il povero cameriere napoletano e la moglie, la suocera oppressiva e il cognato sfruttatore, il Bey di Agapur e la fatalissima Sonia, la contessa tenebrosa, il maggiordomo geloso e gli ambienti stravaganti di Capri, cosi come vengono presentati, appartengono infatti al teatro cosiddetto minore; cioè alla rivista e non al vero cinema comico, alla parodia da avanspettacolo o da vignetta umoristica e non alla satira critica.

Del resto qualcosa di simile a L’imperatore di Capri era stato precedentemente portato sul palcoscenico di varietà, proprio da Totò: il quale, osservava sempre Comencini nell'intervista accennata, non è logico, ma illogico, rompe la battuta, non è mai un personaggio: comunque sia, ci sembra affatto discutibile che una «vicenda la quale abbia protagonista questo attore non possa essere che la storia di Totò in rapporto a qualcosa ». Questo accade, come appunto in L’imperatore di Capri e in tutte le altre pellicole interpretate da Totò, quando il regista rinuncia ad ogni sua personalità, e non si adopera a contenere l'esuberanza degli attori in rapporto diretto all’economia artistica dell’opera che intende creare.»

Guido Aristarco - Cinema n.31 del 30 gennaio 1950

L'imperatore di Capri (1950) di Luigi Comencini è uno dei molti film di Totò girati sull’ordito di una grossa farsa imperniata sul consueto espediente dello scambio di persona (Totò, cameriere d'albergo, viene scambiato per il Bey di Agapur, dando la stura a una sequela di quiproquo e di equivoci a lieto fine) e condita con il solito contorno di lazzi e di freddure che affidano la loro efficacia esclusivamente alla forza mimica del protagonista. Una leggera ed epidermica possibilità di satira — l’influenza di Totò sui villeggianti snob di Capri che ne imitano le stramberie e lo proclamano ‘uomo più chic deH’isola’ — resta confinata nelle intenzioni, senza che la regia di Comencini riesca a conferirle un minimo di consistenza. All’inizio delle riprese del film Comencini aveva annunciato di voler fare la satira di una certa immagine illusoria di Capri, dichiarando: «Il film comico italiano è nato come una macchina per far quattrini, trova la sua origine nel successo delle riviste», ma il film così come realizzato non corrispose a queste sue ambizioni iniziali.

« Nell'Imperatore di Capri — rileva Ennio Flaiano nella sua critica al film —, che possiamo prendere ad esempio perché sta ottenendo molto successo, non c’è nulla di comico che non abbia avuto un collaudo secolare nelle farse, e nemmeno una battuta che non circoli da tempo nei licei e nelle caserme. C’è l’errore di persona, l'uomo che va in giro in mutande, la torta in faccia, il bagno collettivo, il sogno antico-romano. (...) Il film serve all’attore Totò per ripassarsi il suo catalogo, che è misto di lazzi piacevoli e di piccole volgarità gastro-sessuali. Quando Totò si ricorda di essere mimo, il suo gioco diventa leggero e arabescato, ma quando si ricorda di essere attore comico di rivista comincia coi doppisensi e diventa fastidioso».

Il manifesto, come il film, è interamente imperniato sulla figura di Totò, ritratto in abbigliamento da antico romano con il capo cinto di alloro (con evidente richiamo al sogno antico-romano del film e al fatto che i villeggianti lo vogliono proclamare imperatore di Capri). Lo sfondo è tipicamente caprese: una scalinata a picco sul mare dalla quale si scorgono i faraglioni e il mare blu. L'unico tenue richiamo all’intenzione satirica del film è l’atteggiamento altezzoso di Totò e il fatto ch’egli tiene al guinzaglio una gallina.

Il Cinema, 1982


Spero di riuscire a divertire il pubblico e di fare, come regista, un'utile esperienza. Il film comico italiano è nato come una macchina per far quattrini. trova la sua origine nel successo delle riviste. Non c'è da stupirsene. In tutto il mondo c'è oggi crisi del film comico. L'esperienza neorealista non ha ancora influito su questo genere. I produttori preferiscono battere la vecchia strada: ed è così che i nostri film comici raramente sfociano all'estero.
L'insicurezza del mercato straniero porta come conseguenza la tendenza a limitare le spese di costo, mentre un film comico dovrebbe invece costare almeno quanto un altro qualsiasi film di normale impiego. Basta considerare che per un film comico bisogna girare, grosso modo, il doppio di inquadratuure di un film drammatico se si vogliono ottenere e sfruttare effetti, movimento. eccetera. Naturalmente, queste osservazioni sono di carattere generale, poiché, per mia fortuna, la casa produttrice de "L'imperatore di Capri" non vuoI fare la politica della lesina ad ogni costo.
Il mio è un film con Totò; e Totò non è mai logico. È illogico. Rompe la batttuta. E non è mai un personaggio. Comunque lo si voglia rigirare. Totò rimane sempre se stesso, come ai loro tempi Ridolini o Buster Keaton. Una vicenda che abbia come protagonista Totò non può essere che la storia di Totò in rapporto a qualche cosa. Per questo preferirei che il mio film si chiamasse "Totò a Capri", come ieri ci fu "Totò al Giro d'Italia" e domani, poniamo, ci sarà "Totò palombaro".

Luigi Comencini

Documento revisione censura n.6912del 12 dicembre 1949


Così la stampa dell'epoca


L imperatore di Capri

L Imperatore di capri set

Sul set durante le riprese del film

LE INCONGRUENZE

  1. Quando Totò arriva a Capri col motoscafo del Bhey, fate attenzione alla scena in cui si trova in mare aperto e per poco non investe una canoa... Bene, se fate attenzione si vede che dalla poppa della canoa parte una corda, che è tesa: quindi la canoa è legata a un porto e non ha corso alcun pericolo, e la scena non è stata girata al largo, ma presso un porto!
  2. Durante la colazione a casa sua Totò ha all'occhiello della giacca un fiore. Esso cambia più volte posizione: una volta si vede lo stelo che sporge sotto il bavero, una volta è sporgente il fiore.
  3. Totò chiama a casa e appena ha finito di comporre il numero dice "pronto", senza aspettare il tempo necessario per gli squilli.
  4. Totò al telefono con il cognato gli spruzza dell'acqua attraverso il telefono. Ammesso che ciò sia volutamente irreale, seguendo la logica del film c'è da dire che immettendo l'acqua dalla parte del telefono dove lui parla dovrebbe arrivare nella parte auricolare del cognato, viceversa arriva nella parte dove parla il cognato.
  5. Durante il viaggio in motoscafo il volante si stacca e rimane nelle mani di Totò, ma poco dopo torna misteriosamente a posto.
  6. Quando il facchino fa cadere la borsetta con il serpente ci sono due elementi discordanti: 1) benché sia caduta essa rimane in piedi per terra; 2) benché si sia aperta, facendo fare capolino al serpente, quando il facchino la raccoglie essa è già tappata ed egli si limita a chiudere solo la cinghia.
  7. L'uomo che dovrebbe essere Totò che viene picchiato e catapultato fuori dalla camera di Sonia ha i capelli spettinati, mentre quando Totò si alza in piedi ha i capelli perfettamente allisciati e ingelatinati.
  8. Dopo che Totò è stato picchiato da Sonia, rientra in camera con Asdrubale. I due entrano, superando interamente la porta già nell'inquadratura da fuori, ma ripetono la stessa operazione anche nell'inquadratura interna.
  9. Appena il serpente esce dalla borsetta lo si vede già entrare nella sala da bagno. Tuttavia la sala da bagno non è vicina affatto alla posizione della borsetta, quindi il rettile avrebbe impiegato più tempo per fare quel tragitto e per altro sarebbe stato visto da Asdrubale che era davanti al tragitto che il serpente avrebbe dovuto fare.
  10. Il serpente che Totò scambia per il tubo nella vasca è palesemente un pezzo di plastica.
  11. Totò, urlante, esce dalla vasca ed indica il bagno come luogo dove c'è il serpente. Asdrubale si accerta, entrando nel bagno, ma ne riesce facendo notare l'assenza del rettile. In questo momento Totò risponde allora che il serpente non è più lì perché lo aveva lanciato verso il letto (fa il gesto con la mano). Allora perché prima aveva indicato il bagno, se già sapeva che lì il serpente non c'era più?
  12. Ad un cero punto il serpente (vero) si arrotola sulla ruota dei numeri del telefono, ma un attimo dopo il serpente (finto) è allungato sulla cornetta.
  13. Quando Dodo si presenta a Totò tiene per le zampe una gallina nei campi lunghi, mentre la tiene per il collo nel primo piano dell'animale.
  14. Per tutto il tempo (una diecina di minuti) in cui Totò tiene il serpente sul cappello, esso non si muove nemmeno di un millimetro, svelando la falsità dell'animale.
  15. Totò racconta ad Asdrubale di aver incontrato un pazzo con una gallina "sulle spalle", ma in realtà Dodo la gallina l'aveva in braccio.
  16. Nel prologo si dice che Emanuele è una "brasiliana", ma il suo idioma è un misto italo-spagnolo, poco credibile per una brasiliana.
  17. Emanuela spiega a Totò che il marito non la lascia mai sola, eppure in tutte le scene in cui è stata ripresa fino ad allora era sempre con una amica, il marito non si era mai visto.
  18. Durante la notte Totò ha molte visite. Dopo l'entrata di ciascuno nella stanza, la porta rimane sempre aperta, ma dopo poco la si ritrova sempre chiusa.
  19. Emanuela lancia addosso al marito in sequenza: un libro, un vaso ed un piatto. Quando si vede il marito, esso riceve addosso prima il piatto e poi il libro.
  20. Ad un certo punto sul letto ci sono molte persone che lottano lanciandosi i cuscini, ma spesso i cuscini, che vengono lanciati, provengono da dietro la telecamera, dove non c'è nessun personaggio del film.

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