GUARDIE E LADRI

1951



Incasso lire 653.790.000 - Spettatori 5.820.262

Detti & contraddetti

  • Te sparo sai. - Non puoi. - E perché? - Puoi sparare solo per legittima difesa: io non offendo. - Va bè, allora sparo in aria a scopo intimidatorio. - E va bè, io non mi intimido e resto qua.
  • - Caro commendatore... - Come? Commendatore? - Non è commendatore lei? - Ma perché dovrei essere commendatore? - Oh perbacco! Non lo hanno fatto commendatore? Ma perché dovrei essere commendatore? Ma come, un uomo così grosso... - Ma perchè, i commendatori vanno a peso?
  • Dialogo originale
    Fabrizi: «Perché io non ci ho famiglia? Perché i miei figli non portano le scarpe?... Perché io... non ci ho una casa che pago la pigione?... Perché... le stesse cose che occorrono alla famiglia mia
    non... non è uguale come la famiglia tua?... La stessa cosa... Tu vuoiche te faccia scappa'...»
    Totò: «Eh!»
    Fabrizi: «Eh!... Uh!... Sai, se te faccio scappa'... che me succede?... Tu non lo sai... Eh, già !... Se io... entro oggi... non ti riporto in questura... dopo trent'anni di servizio... e di sacrifici... e di fatiche... il minimo che me capita... me cacciano via?»
    Totò: «Per me?»
    Fabrizi: «Eh! ... E allora chi ci pensa alla famiglia mia?... Vedi?... Ognuno pensa alla famiglia sua... Tu pensi alla tua e io penso alla mia... Se mi salvo io, ci devi andar di mezzo tu... e se te salvi te, me tocca andarci di mezzo me!... Eh!»

    Dialogo modificato
    Fabrizi: «Perché io non ci ho famiglia? Perché i miei figli non portano le scarpe?... Perché io... non ci ho una casa che pago la pigione?... Perché le stesse cose che occorrono alla famiglia tua non occorrono alla famiglia mia? È mio dovere!... Tu vuoi che te faccia scappa'... E che non lo sai che non posso, che non devo? Che non lo sai? E poi... se io non te riporto in questura, dopo trent'anni di servizio, sempre facendo il mio dovere, il minimo che me capita me cacciano via?»
    Totò: «Veramente?»
    Fabrizi: «Eh! ... E se me cacciano via fanno bene. Vedi, tu lo sai perché porto la divisa, perché devo fa' rispettare la legge. Tu me fai pena ma io te devo fa' arresta'... Perché se non t'acchiappo divento il complice di un ladro, capisci?»

Brigadiere Bottoni e Totò

Scheda del film

Titolo originale Guardie e ladri
Paese Italia - Anno 1951 - Durata 106 min - B/N - Audio sonoro - Genere commedia - Regia Mario Monicelli, Steno - Soggetto Piero Tellini - Sceneggiatura Vitaliano Brancati, Ennio Flaiano, Aldo Fabrizi, Ruggero Maccari ,Steno, Mario Monicelli - Produttore Ponti-De Laurentis-Golden Film, Roma - Fotografia Mario Bava - Montaggio Franco Fraticelli - Musiche Alessandro Cicognini - Scenografia Flavio Mogherini


Totò: Ferdinando Esposito - Pina Piovani: la moglie, Donata - Carlo Delle Piane: il figlio, Libero - Ernesto Almirante: il padre di Ferdinando, Carlo - Gino Leurini: il cognato di Ferdinando, Alfredo - Aldo Fabrizi: Lorenzo Bottoni, il brigadiere - Ave Ninchi: la moglie, Giovanna - Rossana Podestà: Liliana Bottoni - Paolo Modugno: Paolo Bottoni - Mario Castellani: il tassista - Pietro Carloni: il commissario - Gino Scotti: il vice commissario - Williams Tubbs: mr. Locuzzo - Aldo Giuffrè: il professore, Amilcare - Armando Guarnieri: il barbiere - Luciano Bonanni - Il secondo barbiere - Giulio Calì: il mendicante - Ciro Berardi: l'oste - Aldo Alimonti - Riccardo Antolini - Alida Cappellini - Rocco D'Assunta - Ettore Jannetti

«Se mai si potrebbe evitare che il vicebrigadiere compaia in divisa (dalle scene del teatro, all'inseguimento fra i campi, fino alle scene del commissariato si vorrebbe fare apparire, nel film, il Bottoni in «alta uniforme») onde evitare che certi riflessi umoristici, inerenti all'inseguimento farsesco e alla fuga comica del ladro dal WC, possano ricadere su di un agente in regolamentare divisa.»

Dal giudizio di revisione cinematografica preventiva alla sceneggiatura di "Guardia e ladro", 9 febbraio 1951.

Tratto dal libro "Totò proibito" di Alberto Anile - Edizioni Lindau

Soggetto, Critica & Curiosità

1951-guardie-e-ladri2Soggetto

Ferdinando Esposito è un piccolo truffatore che cerca di mantenere la famiglia con i suoi espedienti. Travestito da guida turistica, e con il suo socio d'affari Amilcare, finge di aver trovato una moneta antica nel Foro Romano e la vende per 50 dollari a un turista americano, il quale si accorge troppo tardi della truffa. Quella stessa mattina i due organizzano una seconda truffa al Teatro Quirino, dove sta avvenendo la distribuzione di alcuni pacchi-dono, destinati alle famiglie. L'idea è di ingaggiare un gruppo di bambini, che dovranno recitare la parte dei loro figli, ma Esposito è senza biglietto. All'entrata del teatro si imbatte con un grasso agente di polizia, il brigadiere Lorenzo Bottoni, così comincia una discussione tra i due e, per non avere problemi e per non bloccare la fila, la guardia gli permette di entrare. La truffa non finisce bene, il presidente del comitato di beneficenza è Mr. Locuzzo, il turista americano truffato, e durante la distribuzione dei pacchi lo riconosce e lo denuncia seduta stante.
Comincia così un lungo inseguimento da parte dell'agente di polizia Bottoni. Esposito riesce a prendere un taxi mentre il brigadiere sale nella macchina dell'americano, con lui al volante. Il taxi di Esposito finisce in una strada bloccata in aperta campagna e l'uomo è costretto a scendere. L'inseguimento si trasforma in una vera a propria caccia all'uomo, il ladruncolo non è inseguito solo dalla guardia e dal turista americano, ma anche dal tassista. Dopo una lunghissima ed estenuante corsa attraverso il fango e la campagna, Esposito è costretto a fermarsi - poiché sofferente di fegato - seguito immediatamente dal brigadiere, anch'egli stremato.
Dopo alcuni diverbi inizia un umano dialogo tra i due, nel quale Bottoni consiglierà ad Esposito una cura per il fegato. Giunti Mr. Locuzzo e il tassista, che erano rimasti indietro, inizia una litigata di gruppo, intanto l'agente Bottoni ammanetta (con una catenella) Esposito, il quale confessa all'autista di non avere denaro per pagarlo. Poiché Esposito non ha più la forza di camminare, l'americano è costretto a tornare indietro a recuperare l'auto, seguito dall'autista, che attende ancora che qualcuno lo paghi. Il ladro e il brigadiere si fermano ad un'osteria lì vicino, si siedono e aspettano. Dopo alcuni minuti, Esposito finge un improvviso attacco di colite, e il brigadiere è costretto a scortarlo in bagno, tenendolo legato, però, con la catenella attraverso la porta. Mr. Locuzzo è di ritorno insieme al tassista, Bottoni avverte Esposito, ma questi non risponde; allora il brigadiere tira la catena. Si sente il rumore dello scarico, l'agente si accorge che Esposito si è sfilato la catenella, l'ha legata a quella dello sciacquone ed è scappato dalla finestra. Mr. Locuzzo è furioso con Bottoni e dice che protesterà ai suoi superiori.
Più tardi, al commissariato, Locuzzo espone i fatti al commissario ed esige che Bottoni venga punito. Spunta fuori anche l'autista, ancora in attesa di esser pagato, ma niente da fare. Rimasto solo con il brigadiere, il commissario gli dice di non preoccuparsi, ma arrivate le telefonate dei superiori la situazione si capovolge: Bottoni è momentaneamente sospeso dal servizio e rischia di finire sotto processo se non addirittura di perdere il posto. Il commissario, cercando di venire incontro all'agente, lo informa di una possibile ipotesi: se riuscirà ad acciuffare il ladro entro la data prestabilita dal tribunale (3 mesi), contando solo su se stesso e senza l'aiuto di altri membri della polizia, potrà essere riammesso al servizio.
Sconfortato, il brigadiere ritorna a casa e decide di tenere nascosto l'accaduto alla famiglia. Come primo passo per trovare Esposito decide di controllare tra i cassetti degli schedati. Una volta trovate le informazioni si avvia, vestito di abiti borghesi, verso l'abitazione di Esposito: chiede informazioni al portiere e si informa sui membri della famiglia, e per non dare troppo nell'occhio entra in una bottega di barbiere lì vicino, inizia così il suo primo appostamento. Bottoni riesce ad avvicinare il figlio di Esposito, Libero, e cerca di guadagnarsi la sua fiducia, facendolo diventare amico di suo figlio Paolo, invitandolo a casa e regalandogli un maglione.
Passano giorni, e di Esposito, tuttavia, nessuna traccia. Bottoni, dopo l'ennesima attesa di fronte l'abitazione del ladruncolo, torna a casa e la moglie lo informa della presenza della famiglia Esposito (composta da moglie, figli, padre e cognato), che sono venuti per ringraziarlo per le gentilezze che ha fatto al ragazzino, ma non c'è traccia di Ferdinando. Le due famiglie si conoscono e tra il cognato del ladro e la figlia della guardia nasce una simpatia. Quella stessa sera, la famiglia di Esposito, rincasando, trova il capo di casa che attendeva il loro arrivo, che si lamenta per il motivo che all'abitazione ci deve essere sempre qualcuno in caso avesse bisogno di qualcosa. Dopo essersi fatto sentire, l'uomo racconta al padre l'episodio accadutogli e quindi il motivo per cui ha preferito passare dei giorni lontano da casa, poi controlla i compiti dei figli e rimedia la cena.
La moglie Donata gli parla dei Bottoni, spiegandogli che sono persone per bene, e gli chiede di portargli dei fiori per ricambiare le loro cortesie. La mattina dopo, Bottoni, entrato nuovamente nel salone del barbiere, si accorge troppo tardi della presenza di Esposito, proprio accanto a lui, e se lo lascia scappare. Quella stessa mattina, l'uomo, ignaro dell'identità del brigadiere, decide di portare i fiori alla signora Bottoni, proprio mentre il marito è andato a casa di Esposito con la scusa di portare pasta e farina alla famiglia. Ha inizio una comica scena in cui i due si ritrovano a parlare al telefono fra di loro e Bottoni cerca di convincere Esposito a trattenersi a casa sua, dicendo che verrà subito perché ha desiderio di conoscerlo e deve proporgli un affare di molti quattrini, però l'uomo non si trattiene poiché deve partire per alcuni giorni... dopodiché la signora Esposito chiama il fratello Alfredo dicendogli che deve portare il solito pacco al marito. Bottoni decide così di seguire il cognato, sperando di acciuffare il ladro, scopre però che il giovane aveva un appuntamento con sua figlia Liliana.
Verso l'ora di pranzo, il signor Bottoni, dopo aver espressamente raccomandato alla figlia di non frequentare "quel tipo", viene informato dalla moglie che la signora Esposito li ha invitati a pranzo per domenica (l'ultimo giorno prima della scadenza dei 3 mesi), ed è data quasi per certa la presenza del marito - ancora ignaro dell'identità di Bottoni. Come altra possibilità di incontrare Esposito prima del tempo, decide di assegnare un posto come magazziniere al cognato Alfredo (disoccupato), sperando che Ferdinando venga a casa sua per ringraziarlo.
Giunge il giorno del pranzo. Ferdinando ritorna dal suo breve viaggio "d'affari" e si accorda col suo socio Amilcare, perché devono ripartire per Napoli. Entra in casa dove fervono i preparativi, e la moglie gli dice che aspettano gente a pranzo. L'uomo, dopo aver sentito che si tratta dei Bottoni, sbotta di colpo dicendo di essere stufo di "vedere questi bottoni per casa", fa presente di dover ripartire, prepara la sua roba e si appresta a uscire di casa. Per le scale incontra la signora Bottoni e la figlia, seguite dal signor Bottoni. I due si ritrovano da soli, faccia a faccia. Ed è allora che Ferdinando lo rimprovera per aver carpito la buona fede dei suoi familiari, mentre Bottoni gli confida il suo dramma. Una sorta di umana complicità nasce tra i due. Esposito comprende la situazione dell'agente e decide di lasciarsi arrestare.
I due decidono di tenere nascosta la verità alle proprie famiglie, si fermano a mangiare e decidono di avviarsi più tardi verso la questura. Ma durante il pranzo Ferdinando sceglie di andare prima del previsto; i due lasciano credere che abbiano affari comuni, che Ferdinando parta per un viaggio di lavoro e che Lorenzo lo accompagni alla stazione. L'uomo firma le pagelle dei figli, saluta le due famiglie e si avvia, accompagnato dal brigadiere. Si capovolgono i ruoli ed è lo stesso Esposito a convincere Bottoni a condurlo in prigione, nonostante la guardia ne sia ormai riluttante. Durante la sua assenza, sarà Bottoni a pensare anche alla famiglia di Ferdinando.
 
Critica e curiosità

Il soggetto iniziale di Guardie e ladri nacque da Piero Tellini, che fu ispirato da un'idea originaria avuta da Federico Fellini. In un primo momento lo sceneggiatore propose il film alla Magnani, che avrebbe dovuto interpretare la parte della ladra. Il compito di dirigere la pellicola andò al regista Luigi Zampa, il quale si impegnò subito nella sceneggiatura con Brancati e Flaiano,[23] e all'inizio del 1949 annunciò l'uscita del film: dichiarò il 28 febbraio alla rivista Cinema che aveva intenzione di assegnare il ruolo del brigadiere a Peppino De Filippo e quello di sua moglie ad Anna Magnani. Peppino De Filippo era chiaramente considerato un interprete farsesco ma, per Guardie e ladri, il regista non voleva un personaggio con tali caratteristiche; ambiva invece a una nuova figura distaccata dal farsesco, intendeva pertanto sfruttare le capacità dell'attore per creare un personaggio vero e solo con sfumature satiriche e comiche.
Tuttavia per vari motivi la lavorazione non andò avanti, da una parte c'era l'impossibilità di Peppino di dedicarsi al film, poiché impegnato con il teatro, dall'altra c'era il timore del regista a procedere, condizionato dal fatto che era stato spesso criticato in passato e alcune sue pellicole suscitarono numerose controversie e subirono tagli dalla censura; in particolare L'onorevole Angelina (con protagonista la Magnani), dove il regista dovette eliminare alcune battute importanti e tagliare intere scene, per il fatto che nel film appariva Nando Bruno nel ruolo di co-protagonista nei panni di un agente di Pubblica Sicurezza, e secondo il ragionamento della commissione di censura il pubblico avrebbe identificato in quell'agente, che veniva leggermente ironizzato, tutti gli agenti di polizia, e se avesse riso di lui avrebbe riso dell'intero corpo di polizia "danneggiandone il prestigio". Così onde evitare problemi anche con questo suo nuovo progetto ed essendo lui stesso consapevole dei rischi a cui il film sarebbe andato incontro, decise dopo qualche mese, di rinunciarvi: «... Da quel momento - affermò Zampa - è rimasta in me una vera fobia per tutti gli argomenti in cui entrassero agenti o guardie: tanto che dopo aver portato a termine il trattamento di Guardie e ladri, rinunciai... pensando ai limiti di varia natura che, durante la realizzazione del film, mi sarei dovuto imporre.»
Il film passò dunque nelle mani di Mario Monicelli e Steno, i quali si erano già impegnati precedentemente, con Totò cerca casa (1949), nella sperimentazione di una sorta di "parodia del neorealismo". Il titolo del film è particolarmente simbolico, è un puro riferimento all'omonimo e antichissimo gioco da bambini. I due protagonisti si rincorrono per tutta la storia, "tutto il film è un inseguimento, una partita a scacchi - anzi, a nascondino - fra ladro e guardia".
Il film inizialmente doveva essere girato da Luigi Zampa che infatti ne diede annuncio nel '49, il regista voleva assegnare la parte della guardia a Peppino De Filippo e quella di sua moglie ad Anna Magnani, ma dovette rinunciare al film perchè in precedenza alcuni sue pellicole suscitarono proteste e numerosi tagli dalla censura e temendo che anche questo suo nuovo progetto subisse la stessa sorte rinunciò al film. In realtà i timori di Zampa erano fondati, infatti sebbene le riprese dei registi Steno e Monicelli iniziarono il 3 febbraio 1951 il film a causa dei guai della censura uscì nela sale quasi alla fine dell'anno. La commissione censura infatti mal tollerava che un agente di pubblica sicurezza familiarizzasse con un delinquente, e che un ladro si facesse mettere in prigione per aiutare una guardia. Alla fine la commissione ottenuti alcuni tagli e modifiche diede il via libera. Una curiosità: nella scena dell'inseguimento all'Acqua Cetosa dove Fabrizi insegue Totò, capita che vi si trovini di passaggio due carabinieri che al grido di Fabrizi " Al ladro! Fermatelo ! " estraggono le pistole e sparano in aria alcuni colpi nel tentativo di intimidire il fuorilegge. Totò tremante di paura si ferma di colpo aspettando l'arrivo dei militi che resosi conto della finzione scenica accampano scuse e giustificazioni, alla fine se ne vanno con l'autografo dei due attori. Il successo del film fu immediato e strepitoso: Totò per la sua interpretazione ottiene il Nastro d'Argento e a Cannes il film viene premiato come migliore sceneggiatura. "Guardie e ladri" viene presentato in Uruguay, poi in Francia e in Belgio, in Egitto, in Gran Bretagna e Turchia e persino a Pechino. Anche la critica, quella che da sempre avversava Totò, dovette arrendersi: e per la prima volta un film di Totò ottenne solo critiche positive.
È una storia piena di umanità in cui entrambi i protagonisti emergono per quei mostri sacri del cinema che sono e per la loro capacità evocativa di attori, dando vita ad una piccola commedia umana.
Se il Neorealismo si era accostato con uno sguardo triste e problematico al mondo che rappresentava, qui la riflessione scaturisce invece nello spettatore dal contrasto tra commedia e sguardo amaro. Un pover'uomo, un ladruncolo, che cerca di dar da vivere alla sua famiglia incontra un poliziotto, un pover'uomo come lui che cerca di fare lo stesso con la propria. Le due famiglie ed i due mondi entrano in contatto e si scoprono tremendamente simili e vicini nell'Italia post bellica degli anni cinquanta.
Una storia di figli dei poveri, messa in scena con ironia e la comicità di questi due grandi attori. Totò mostra un nuovo volto, non più solo comico, ma alternato al ruolo drammatico, di una pensosità malinconica. Memorabili ed innumerevoli, anche in questo film, sono le battute ed i giochi di parole della sua comicità.
Guardie e Ladri può essere considerato simbolicamente il film che segna l'addio di Totò al varietà e alla rivista. In effetti nella scena finale in cui Fabrizi accompagna Totò al carcere da sottofondo vi è proprio la musica della rivista dell'epoca. Totò, si ferma ad ascoltarla davanti ad un'osteria ma se ne va con visibile commozione.

In una intervista rilasciata dal figlio, presente nei contenuti straordinari del film in dvd, Aldo Fabrizi e Totò, non riuscivano a portare a termine la celebre scena in cui sono seduti all'osteria, dove il primo cerca di prendere un caffè e viene continuamente interrotto dalle lamentele di Totò. La causa erano le risate che i due grandi attori non riuscivano a trattenere durante lo svolgimento della sequenza. In più di una occasione Fabrizi innaffiò il viso di Totò con il caffè che aveva appena assunto, perché improvvisamente scoppiato a ridere.
La colonna sonora venne composta da Alessandro Cicognini, Cicognini aveva già acquisito notorietà all'epoca per aver composto le colonne sonore di importanti film: tra cui quelle di Quattro passi fra le nuvole (1942) e Prima comunione (1950), entrambi diretti da Alessandro Blasetti. Si era poi già misurato in opere neorealiste, firmando le musiche dei capolavori di Vittorio De Sica, quali Sciuscià (1946) e Ladri di biciclette (1948).

L'incidente

«Di uno spiacevole incidente, che poteva costargli la vita, è stato vittima Totò, il comico numero uno del nostro schermo, noto negli ambienti mondani come il principe De Curtis, Gagliardi, Griffo, Focas, ovvero l'aristocratico dai cinque o sei cognomi. Mentre si girava nei dintorni di Roma una scena del film Guardia e ladro, Totò (il ladro) veniva inseguito per i campi da Aldo Fabrizi (la guardia). In quel momento si trovavano a passare nei pressi due carabinieri che - ignorando la finzione scenica, e richiamati dal fatto che Fabrizi gesticolava e gridava «Al ladro!», «Fermatelo!», «Arrestatelo» e altre frasi d'occasione -, non esitavano a estrarre le pistole per fare fuoco in aria allo scopo di intimidire il fuorilegge. Al primo colpo di pistola, il buon Totò, tremante di paura, si fermava, alzava le mani e aspettava calmissimo l'arrivo dei militi della Benemerita, i quali, avviliti e contriti, si rendevano subito conto di non aver a che fare con un volgare delinquente, ma con un asso della comicità. Scuse, giustificazioni, strette di mano e abbracci concludevano la tragicomica scena, mentre i due carabinieri approfittavano dell'occasione per farsi rilasciare un autografo dai due attori.»

Italo Dragosei, "Totò salvo per miracolo", «Hollywood», n. 283,17 febbraio 1951.

Tratto dal libro "Totò proibito" di Alberto Anile - Edizioni Lindau

I ricordi di chi lo ha diretto

Quando gli facemmo leggere la sceneggiatura di Guardie e ladri ci disse: "E' bellissima, ma io cosa c'entro, questo è un film per Fabrizi". Gli dicemmo: "Ma guarda che puoi fare una cosa formidabile". E' stato un film diverso, è stata una delle prime volte che Totò ha lavorato con un altro attore importante [...] Totò diceva che alla mattina non si può far ridere, per contratto la mattina non lavorava. Così non riuscivamo a fare gli esterni. Il pezzo dell'inseguimento di "Guardie e ladri" ci abbiamo messo quindici giorni a farlo, non arrivavano mai né lui né Fabrizi. Alla fine capì che doveva venire alla mattina e doveva correre, anche se di solito non correva mai. Era mezzo assonnato ma venne la mattina e si mise a correre. Steno - Totò (Orio Caldiron, Gremese ed.)

Uno dei rari film di Totò che fu elogiato quasi all'unanimità dalla critica dell'epoca (Nastro d'argento a Totò e a Cannes premio alla sceneggiatura di V. Brancati, A. Fabrizi, E. Flaiano, R. Maccari, Steno e Piero Tellini) anche perché s'innestava nel filone neorealistico. “Ho favorito il passaggio di Totò al neorealismo, limitando le sue caratteristiche di comicità surreale che lo aveva caratterizzato in precedenza. Sarà poi Pasolini a orientarlo più sul misterioso o sul magico, forse lo ha capito meglio di me” (M. Monicelli). Ebbe noie dalla censura. Verrebbe la voglia di non amarlo, Guardie e ladri. È uno dei pochi film, infatti, per i quali Totò fu celebrato da vivo. Gli diedero la Palma d’oro a Cannes e il Nastro d’argento, addirittura. Totò, infatti, era buono e bravo solo se qualcuno, scrivendo o dirigendo, aveva messo nel film il «proprio» talento. Solo così si poteva spiegare perché quel comico con la faccia oblunga fosse, quella volta, «stato bravo». Verrebbe voglia di dire che per parlare di Totò bisognerebbe mettere da parte Pasolini e Uccellacci e uccellini e considerare solo i film di Mattoli e di Mastrocinque. Totò era «bravo» a prescindere. Verrebbe voglia di dire tutto questo. Ma è invece impossibile non amare Frate Ciccillo del film pasoliniano o Ferdinando Esposito, il ladro poveraccio di Guardie e ladri. E non provare tenerezza e commozione per la corsa a perdifiato di una guardia e un ladro che sembrano più fuggire che inseguirsi. L’Italia della ricostruzione era ancora debitrice verso tutti e due, anche se era difficile riconoscerlo. Il film, che fu scritto anche da Ennio Flaiano e Vitaliano Brancati, è veramente coraggioso, per quel tempo. Il bene e il male, il lecito e l’illecito si confondono, si incontrano, si confrontano. E tutto è nella poesia degli sguardi, dei dialetti di Fabrizi e Totò. - Walter Veltroni

Da Sperdute nel buio. 77 critiche cinematografiche di Mario Luzi, Trecazzano, Milano, 1995:

«
Totò imbroglione e Fabrizi brigadiere dei carabinieri sulla sua traccia. Peripezie e trovate del genere che chiunque conosca i due comici - e chi non li conosce ormai? se ne fa un abuso vero e proprio - può agevolmente immaginare. Questo film non sposta di un sette il discorso allarmato che ormai tutti i critici un pò responsabili hanno cominciato a fare a proposito della sconfortante povertà della farsa cinematografica italiana.»
«Due dei più rilevanti attori comici del nostro cinema, due grandi beniamini del pubblico, Aldo Fabrizi e Totò saranno a fianco a fianco nel film Guardie e ladri...»

Stampa Sera, 16 giugno 1951

«Monicelli e Steno, registi anche troppo pronti ai facili film comici del più mediocre livello, ci danno qui, con un'opera d'ispirazione popolare e leggermente satirica, un esempio dei migliori risultati a cui, con un minimo d'impegno, potrebbe giungere il cinema comico italiano.»

l'Unità, 27 dicembre 1951

«Il film riesce interessante per l'interpretazione di Fabrizi e Totò.»

Segnalazioni cinematografiche

«Il film riguardava temi e cose molto attuali: il dopoguerra, gli americani che venivano, i ladruncoli che rubavano i pacchi dell'Unrra, tutte cose che riguardavano il momento e la generazione che ci apparteneva. Il soggetto era molto carino, molto preciso, così ci mettemmo a sceneggiare con Brancati e Flaiano e la cosa ebbe già sulla carta un tono e un impegno che si trasferì sulla realizzazione. Totò cerca casa era stato fatto proprio al risparmio, invece per Guardie e ladri da parte di Ponti ci fu un impegno maggiore, anche di lancio.»

Mario Monicelli

«La gara fra guardia e ladro si è risolta con la sconfitta del primo.»
Lamberto Sechi

Ne "La Settimana Incom Illustrata", Lamberto Sechi valutò positivamente il film, elogiando in particolar modo l'interpretazione di Totò, che "ha dato estrema dignità a un personaggio che poteva invece riuscire tutt'al più degno di commiserazione"... Rammentò il vecchio Totò, il "prodigioso pupazzo meccanico, l'eccezionale mimo", che "per anni ha dovuto sottostare alle leggi del mercato, rispondere alla domanda con prestazioni quantitativamente adeguate, essere sempre e invariabilmente se stesso, quello del primo applauso, ritagliare ogni personaggio sullo stesso modello; cambiarsi, frenarsi...", e che però ora in Guardie e ladri cambia radicalmente, e "con una recitazione semplice e al tempo stesso piena di fantasia l'attore regge da maestro un personaggio tipico delle cronache italiane, dei banconi di pretura, con gli abiti lisi e la barba i tre giorni." Infine apprezzò la riuscita recitazione di Fabrizi, conforme a quella di Totò, con la sola differenza fondamentale che "Totò è un attore, mentre Fabrizi è un attore romano."

Nel quotidiano Milano Sera, Oreste del Buono apprezzò la pellicola, affermando che le sue trovate e la recitazione dei suoi interpreti la rendono divertente, anche se in verità non è un film comico, ma "un film senza etichetta, senza limiti di sorta."

Lo scrittore Corrado Alvaro, nel settimanale Il Mondo, oltre a gradire la recitazione dei due protagonisti, "in vena come in pochi altri lavori", illustrò un altro lato dell'opera - che il pubblico "carpisce e ride amaro", quello della scenografia e quindi della "difficile atmosfera" della capitale italiana nel dopoguerra, in cui "la società è vista come un profondo regno animale dove gli eventi si svolgono con la cecità del caso", della quale il film offre un buon esempio: "i quartieri romani delle borgate, con le misere casupole fradice di pioggia, le strade senza selciato che si trasformano in pozzanghere, e in alto la sommità dei monumenti lontani e dominanti, le cupole delle basiliche, un paesaggio che non ha nulla da spartire con l'umanità che vi si agita e vive e cerca ragioni di vita, un paesaggio di città astratta che ha finito di vivere nel tempo..." Scrisse che la prima e determinante impressione di questa "durezza di vita" è la scena iniziale nel Foro Romano, che appare "un gruppo di rovine e di colonne ridotte in pietrame, sotto un cielo grigio", dove "non v'è retorica, non v'è grandezza né memoria né storia... C'è un rifiuto dell'estetismo, una noncuranza verso i pretesti del bel quadro e della bella illuminazione..."

La pellicola ricevette anche dei buoni giudizi da parte della critica francese, in particolare Georges Sadoul sottolineò il salto di qualità di Totò ad un genere cinematografico maggiore, André Bazin evidenziò la buona sceneggiatura e l'ottimo lavoro svolto dai due registi, che "hanno saputo dirigere con una discrezione senza cedimenti due attori comici molto talentuosi ma anche molto impegnativi da gestire."
Guardie e ladri continuò a ricevere critiche e recensioni positive anche anni dopo la sua uscita, e viene considerato tuttora un classico della commedia, "per il gusto del tratteggio sociale e di costume."

Molti pareri critici sono stati riportati anche nei libri: Masolino D'Amico nel suo libro dedicato alla commedia all'italiana ha descritto Guardie e ladri come una "pietra miliare dell'evoluzione del neorealismo in satira sociale sotto il riparo della comicità."

Enrico Giacovelli nel libro "Poi dice che uno si butta a sinistra!" ha etichettato il film come "l'unico vero esempio di commedia neorealista riuscita... il film dell'equilibrio massimo, quasi chapliniano, fra comico e tragico." Nel libro "La commedia all'italiana, la storia, i luoghi, gli autori, gli attori, i film" ha puntualizzato anche che i duetti di Fabrizi e Totò "restano fra i migliori del cinema italiano."[96] Commento poi riformulato anche da Roberto Poppi in "I registi: dal 1930 ai giorni nostri", ove ha quotato il film un capolavoro, scrivendo che il duettare di Fabrizi con Totò "è uno degli insuperati esempi di creazione estemporanea di arte recitativa."
Ennio Bispuri nei suoi libri "Vita di Totò" e "Totò: principe clown" ha reputato il film un capolavoro assoluto, considerandolo come il migliore tra tutti quelli interpretati da Totò.

Mario Luzi in "Sperdute nel buio: 77 critiche cinematografiche" ha scritto invece: «Totò imbroglione e Fabrizi brigadiere dei carabinieri sulla sua traccia. Peripezie e trovate del genere che chiunque conosca i due comici - e chi non li conosce ormai? Se ne fa un abuso vero e proprio - può agevolmente immaginare. Questo film non sposta di un ette il discorso allarmato che ormai tutti i critici un po’ responsabili hanno cominciato a fare a proposito della sconfortante povertà della farsa cinematografica italiana.»

«Il bene e il male, il lecito e l’illecito si confondono, si incontrano, si confrontano. E tutto è nella poesia degli sguardi, dei dialetti di Fabrizi e Totò.»

Anche Walter Veltroni ha commentato la pellicola, dichiarandola veramente coraggiosa per quel tempo, ed esponendo la sua importanza nella carriera di Totò, che difatti fu uno dei pochi film per i quali il comico fu celebrato da vivo. Ha poi descritto il talento dell'attore, che era "bravo" a prescindere, indipendentemente dal film interpretato, che fosse di Mattòli o di Pasolini.
Morando Morandini ha ribadito l'interpretazione di Totò, "di buona annata, con numerosi risvolti satirici graffianti", ha considerato ottima la recitazione di Fabrizi e ha puntualizzato il gran merito del successo della pellicola grazie agli "arguti dialoghi" degli sceneggiatori. Ha assegnato al film quattro stelle su cinque.
Sul sito Rotten Tomatoes il film detiene il 95% di giudizi positivi da parte del pubblico, con una valutazione media di 3.9 / 5. Mentre su IMDb possiede una media di 7,2 / 10.

Carlo Delle Piane, raccontando di Totò e Aldo Fabrizi sul set di Guardie e ladri: « Erano attori eccezionali, con loro non c'era la sicurezza del copione tutto previsto, bisognava stargli dietro, perché le gag non venivano mai uguali, da una ripresa all'altra. Questo, per la mia età, mi divertiva e mi preoccupava. Si provava quello che era scritto, si girava ed era diverso, si ripeteva ed era ancora diverso. Finiva che non capivo niente. Ero dentro, e dovevo istintivamente comportarmi a seconda del momento, non era mai una cosa meccanica. »

Così la stampa dell'epoca

Vie Nuove, 6 gennaio 1952- Guardie e Ladri
 
Cast
Guardie e ladri fu uno dei primi film ad essere prodotto dalla casa di produzione "Ponti-De Laurentiis", fondata dai due produttori dopo aver abbandonato la Lux; sembra che fu proprio Carlo Ponti ad avere l'idea di far lavorare insieme due attori di grosso calibro come Totò e Aldo Fabrizi, che in quel periodo godevano di grande popolarità,] e che oltretutto erano notoriamente amici affezionati, tanto che Fabrizi era l'unico attore che Totò frequentava fuori dalle scene. Fabrizi dimostrò subito grande interesse per il progetto, mentre da parte di Totò restava qualche esitazione, perché il ruolo offertogli era decisamente diverso rispetto ai personaggi che aveva interpretato in precedenza ("personaggi sopra le righe", come li definì Monicelli), e lui stesso non conosceva i suoi limiti ed era insicuro delle sue capacità, c'erano quindi dei dubbi ad entrare in un film totalmente nuovo e apparentemente concepito solo per Fabrizi. Infatti quando Steno e Monicelli gli fecero leggere la sceneggiatura del film l'attore affermò: «È bellissima, ma io cosa c'entro, io non posso farlo, questo è un film per Fabrizi.» L'attore romano aveva già dimostrato qualità nel raffigurare personaggi a sfondo drammatico, per Totò invece il film fu una vera e propria scommessa, anche perché era la prima volta che si misurava con un interprete di pari fama e abilità, c'era comunque da parte sua la voglia di sperimentare qualcosa di nuovo, e fu anche spronato dai due registi, convinti che avrebbe potuto "fare qualcosa di formidabile". Per evitare eventuali difficoltà sul set derivate dall'antagonismo Totò/Fabrizi ai due furono date delle garanzie, in primis il fatto di non concedere né all'uno né all'altro la priorità nei titoli di testa della pellicola, mettendo nei titoli i loro nomi incrociati, scritti due volte ciascuno, in modo che il nome di Fabrizi apparisse in alto e in basso e quello di Totò contemporaneamente a sinistra e a destra.
Il ruolo della moglie della guardia, inizialmente pensato per la Magnani, venne affidato ad Ave Ninchi, che aveva già lavorato in precedenza sia con Fabrizi che con Totò, inoltre serviva un'attrice in grado di reggere la recitazione dei due protagonisti. Il ruolo era complementare e sembrò poco adatto alla Magnani, che avrebbe sicuramente preso troppo spazio tenendo testa ai due attori. Per interpretare invece la moglie del ladro fu scelta Pina Piovani, altra attrice proveniente dal teatro di rivista, la quale aveva già recitato una piccola parte in un precedente film di Steno e Monicelli (Vita da cani), l'attrice si dimostrò subito all'altezza: possedeva scioltezza ed elasticità, aveva la capacità di adattarsi, di rispondere alla battuta improvvisata. Non ebbe problemi ad armonizzarsi con gli altri attori. Monicelli la ricordò come un'attrice abituata all'artigianato, a fare la parte come va fatta senza "psicologizzare".
Tra gli interpreti secondari figuravano Carlo Delle Piane, Ernesto Almirante, Gino Leurini, Rossana Podestà, Mario Castellani e Aldo Giuffré (quest'ultimo fino ad allora fu sottovalutato dalla critica, ma inaspettatamente apprezzato per questo ruolo). Oltre a Pietro Carloni, che impersonò il commissario, furono scritturati vari caratteristi per riempire ruoli di contorno, tra cui Luciano Bonanni (fu il suo esordio cinematografico), Giulio Calì e, in un ruolo più rilevante, l'attore statunitense William Tubbs (erroneamente accreditato come William Thubbs), che interpretò in modo efficiente il turista americano truffato.

Riprese

Le riprese del film iniziarono il 3 febbraio del 1951. Non ci furono complicazioni particolari, a parte qualche difficoltà con la sequenza dell'inseguimento, perché non era cosa facile convocare Totò sul set il mattino, l'attore era abituato agli orari teatrali e non era mai attivo prima di mezzogiorno, d'altronde soffriva di pressione bassa ed era più notturno che mattiniero, era poi un assertore della teoria che "al mattino non si può far ridere"; girava nel cosiddetto orario francese, dalle 13 alle 21. A ciò andava ad aggiungersi la fatica dei quattro attori, Totò, Fabrizi, Castellani e Tubbs durante la corsa, che per alcune sequenze poteva risultare molto stancante - soprattutto per Fabrizi; motivo per cui vennero sostituiti da controfigure per un paio di scene (come la traversata nel fango). La parte della corsa costò quindi tempo e fatica, ai registi e agli attori, difatti Steno dichiarò che impiegarono addirittura quindici giorni.
Un piccolo episodio "tragicomico" accadde mentre si giravano alcune sequenze dell'inseguimento all'Acqua Acetosa, è capitato che si trovò di passaggio una vettura con a bordo due carabinieri che al grido di Fabrizi «Al ladro! Fermatelo!» saltarono giù ed estrassero le pistole. Si misero a rincorrere Totò che si spaventò e disse: «Fermi, fermi!». L'attore si fermò aspettando l'arrivo dei militi che appena si resero conto della finzione scenica si scusarono con la troupe, e approfittarono dell'occasione per farsi rilasciare un autografo dai due attori.
Raccontò Monicelli: «Totò era un vero uomo di teatro, abituato a orari diversi, spazi ristretti. Si sentiva a disagio all'aperto dove si girava. Si stancava e infastidiva per le lunghe pause, sotto il sole o la pioggia, nelle attese che il cinema comporta. In realtà amava il teatro e riteneva che quello fosse il luogo in cui vale la pena esprimersi. Del cinema non gliene importava molto. Aveva un modo distaccato di comportarsi: era come su un palcoscenico d'avanspettacolo, quando le luci si spegnevano tutto finiva lì. Ma, insieme con Aldo Fabrizi, mi diede la prima grande lezione di uomo di spettacolo. Erano due mostri sacri. Fabrizi aveva fatto il regista, aveva lavorato con la Magnani, era un uomo scontroso e irritabile. Sembrava un'impresa impossibile farli lavorare insieme. Tutti erano preoccupati...»
Sebbene come sottolineato da Monicelli, il carattere di Fabrizi non fosse facile, e sebbene ci fossero dubbi e angosce (soprattutto da parte di Ponti) sul risultato che questi due attori messi insieme avrebbero potuto dare, tra i due comici non ci furono problemi. A testimonianza del regista toscano il loro "fu un rapporto stupendo. Si trattavano con grande civiltà, con molto rispetto reciproco", si rivelarono molto cooperativi e fra loro c'era una sorta di gara a dimostrare la massima gentilezza e disponibilità sul set, anche verso i registi - con i quali Totò era già particolarmente affiatato; oltre a ciò i due comici non persero occasione per divertirsi durante le riprese, raccontava Steno che per più volte dovettero interrompere alcune scene, perché i due attori scoppiavano improvvisamente a ridere - spesso anche prima del ciak, a volte Monicelli si infastidiva, mentre Steno la prendeva più alla leggera: «Erano duetti di due leoni. Ogni tanto, quando uno si sentiva sopraffatto dall'altro, cavava fuori le sue astuzie di grande attore. Così Totò fregava Fabrizi con una battuta imprevista e Fabrizi fregava Totò mettendosi a ridere e interrompendogli la scena.» La scena che sembrava infinita era quella dell'osteria, stando a quanto detto dal nipote di Fabrizi in un'intervista e a fonti ormai accertate, i due non riuscivano a portare a termine la sequenza: in più di un'occasione Fabrizi innaffiò il viso di Totò con il caffè che aveva appena assunto, perché improvvisamente scoppiato a ridere.
Sul set Totò approvava sempre le decisioni registiche, non discuteva mai. Solo in principio, durante le riprese, dava dei consigli di natura "surreale, astratta" ai due registi, anche se non veniva molto ascoltato. Ad ogni modo, come di consuetudine, l'attore improvvisava alcune sue scene/battute, e condizionato anche dalla presenza di Fabrizi uscivano fuori gag del tutto impreviste, come raccontato da Carlo Delle Piane, all'epoca quindicenne: «Erano attori eccezionali, con loro non c'era la sicurezza del copione tutto previsto, bisognava stargli dietro, perché le gag non venivano mai uguali, da una ripresa all'altra. Questo, per la mia età, mi divertiva e mi preoccupava. Si provava quello che era scritto, si girava ed era diverso, si ripeteva ed era ancora diverso. Finiva che non capivo niente. Ero dentro, e dovevo istintivamente comportarmi a seconda del momento, non era mai una cosa meccanica.» Per il giovane attore c'erano quindi delle piccole difficoltà, ciononostante Totò era molto disponibile verso di lui: cercava di aiutarlo, di dargli tranquillità; mentre da parte di Aldo Fabrizi c'era, almeno inizialmente, una certa freddezza.
L'idea di accoppiare Fabrizi e Totò andò quindi a buon fine, e già nel corso delle riprese della pellicola si pensò subito di bissare, si parlò di un Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno, che prevedeva nel cast anche Renato Rascel. L'idea poi sfumò e il film fu girato da Mario Amendola e Ruggero Maccari con altri interpreti. Si pensò anche a un eventuale Cani e gatti per la regia di Steno, che poi diventò una commedia con Titina De Filippo.
Le riprese del film vennero interamente effettuate a Roma. La parte iniziale, della truffa al turista, fu chiaramente girata al Foro Romano. Il luogo dell'origine dell'inseguimento, al Teatro Quirino, è all'incrocio tra Via delle Vergini e Via dell'Umiltà. Il primo stop, durante l'inseguimento in strada, venne girato invece all'incrocio tra Via del Tritone, Via del Traforo e Via Crispi. Quando Totò scende dal taxi è in Via dei Campi Sportivi. La sequenza successiva fu invece girata da tutt'altra parte, ovvero lungo quella che oggi è la Circonvallazione Salaria, dove venne girata gran parte dell'inseguimento.

La casa di Esposito, apparentemente posta in un terreno semi-abbandonato tra fango e terra, si trova vicino la cupola di San Pietro (palesemente visibile nel film), infatti l'abitazione non è in Via Roseto (come ci dice la pellicola), ma in Via Gregorio VII, all'angolo con Via dell’Argilla. Oggi la casa è ancora intatta, invece il salone del barbiere e le casupole a sinistra dell'uscita non esistono più.[60] La scena in cui Ferdinando intercetta il brigadiere Bottoni sulla porta d'ingresso (nella parte finale del film), non fu girata nell'abitazione in Via Gregorio VII, ma in altra zona, precisamente davanti alla Farnesina. La sequenza quando il Brigadiere pedina il cognato di Ferdinando fu girata nella strada Borgo Sant'Angelo e successivamente in Via del Portico d'Ottavia. La scena dell'incontro tra i due giovani (Liliana Bottoni e Alfredo) venne girata in piazza delle Cinque Scole.

Fotografia

La fotografia del film fu curata da Mario Bava, che divenne in seguito un noto e importante regista del cinema horror italiano. Aveva già lavorato un anno prima con Monicelli e Steno, curando la fotografia di Vita da cani (1950), altro film dai tratti comici-drammatici, in cui appariva come protagonista Aldo Fabrizi.
Bava era un operatore molto veloce, professionale, disponibile e molto affabile, anche fuori dal set, i due registi si trovarono molto bene con lui. Rimase in buoni rapporti soprattutto con Monicelli, e fu uno dei pochi collaboratori con cui il regista si intese veramente bene, che lo descrisse come "un uomo simpaticissimo e molto spiritoso... un operatore velocissimo, che non creava mai problemi... sempre molto distaccato e cosciente del tipo di film che faceva come regista." Durante le riprese del film era molto importante essere rapidi, soprattutto per le sequenze dell'inseguimento. Fabrizi e Totò, pur essendo molto bendisposti, avevano le loro seccature: il primo era insofferente mentre l'altro aveva guai con la vista e altri problemi di salute. Quindi la regia aveva bisogno di un direttore della luce molto svelto, quasi sbrigativo, che approfittasse di ogni momento della disponibilità dei due attori. Su questo piano Bava fece un ottimo lavoro, si dimostrò molto capace e collaborativo, e fu molto utile e d'aiuto ai due registi.
L'atmosfera del film muta notevolmente durante la storia, dovuta naturalmente all'ambientazione. Si nota soprattutto nella parte finale, quando il ladro/Totò scopre la vera identità del brigadiere/Fabrizi; Bava riuscì a dare alla scena un'atmosfera particolarmente drammatica, che si denota dallo spazio cupo e dal cambiamento della luce, con le ombre proiettate sulle pareti, un'atmosfera che in qualche modo accoglie entrambi i personaggi.

La pellicola, che arrivò a 2.900 metri di lunghezza, venne girata con un aspect ratio di 1,37:1 in formato 35 millimetri, con il processo cinematografico Spherical.


Quaderno promozionale stampato in occasione dell'uscita del film

 

Censura

Il film venne iscritto al Pubblico Registro Cinematografico della S.I.A.E. con il numero 970.[64] I timori iniziali avuti da Zampa, riguardanti gli eventuali tagli censori, erano in realtà fondati. Difatti, una volta terminate le riprese, la pellicola ebbe alcuni problemi con la censura e l'uscita nelle sale fu rimandata verso la fine dell'anno.[24] I due registi ebbero uno scontro con Annibale Scicluna Sorge, che presiedeva la commissione, il quale li aveva mirati già dai tempi di Totò cerca casa, e dava consigli ai produttori sulle scene da girare o da non girare.[35] Scicluna Sorge avversò fortemente l'opera, ebbe una reazione assolutamente sfavorevole nei confronti di Guardie e ladri, tanto che urlò: «Ma come! Una guardia, un rappresentante dello stato, messo sullo stesso piano di un ladruncolo!»
Non tollerava, e non era altrettanto tollerabile dal resto della commissione - la quale aveva il compito di salvaguardare il rispetto della morale e del buon costume - che un agente di pubblica sicurezza stringesse legami con un delinquente o con la famiglia dello stesso, che un ladro si facesse mettere in prigione per aiutare una guardia e, soprattutto, il fatto di mostrare un membro della polizia in un atteggiamento non ortodosso; così si scatenò una gran polemica. Nel film si mettevano quasi sullo stesso piano sia la guardia che il ladro, e il fatto di equivalere questi due ruoli completamente opposti sembrava in qualche modo rivoluzionario. Ci furono quindi una sequela di sedute al Ministero dello spettacolo per convincere Scicluna Sorge che l'intento del film non era affatto quello di minare alla società italiana. Ma questa fraternizzazione fra guardia e ladro corrispondeva a una bomba posta sotto le istituzioni, che non si potevano neanche lontanamente toccare. I due registi furono così costretti a modificare e tagliare alcune scene e battute che sembravano particolarmente "sovversive" ma, come dichiarò anche Monicelli, nel film "non c'era niente di censurabile, se non l'idea in sé". Dopo aver comunque accontentato la commissione apportando alcuni tagli e modifiche di poco conto, i registi riuscirono ad avere finalmente via libera. Il film, presentato alla Commissione di Revisione Cinematografica presieduta da Giulio Andreotti il 19 luglio 1951, venne infatti respinto il 2 agosto dello stesso anno; ottenne poi il visto di censura n. 10.313 del 23 ottobre 1951.

I rappresentanti della Giustizia e dell'Interno manifestano parere contrario alla proiezione in pubblico del film in quanto il soggetto, tutto il primo tempo nonché alcune scene in particolare quale: «La telefonata dell'Eccellenza al Commissario, l'atteggiamento del Commissario stesso, il colloquio tra l'agente e il ladro nell'atrio del palazzo di quest'ultimo e l'invito finale fatto dal ladro all'agente di seguirlo in Questura, sia per il tono umoristico e per la stessa intonazione del film, possono dar luogo ad apprezzamenti lesivi al decoro e al prestigio dei funzionari della Forza Pubblica, tanto più che
il protagonista veste la divisa del plotone d'onore del Corpo degli Agenti di PS». Il Presidente si esprime favorevolmente alla proiezione in pubblico del film, a condizione che siano tolte alcune scene, ma, a maggioranza, viene espresso parere contrario.

Annibale Scicluna, appunto con modifiche a mano, presumibilmente 2 agosto 1951.

«Caro Scicluna, a proposito del film Guardie e ladri: Il rappresentante del ministero dell'Interno eccepisce la illiceità dell'ultima parte dove l'agente a chiare note motiva l'esercizio del suo dovere con il fine personalistico di evitare le grane e il licenziamento e non per un ossequio alle leggi. E si pongono guardie e ladri sullo stesso piano, con diseducazione grave per i valori costitutivi dell'ordine civile e morale. Occorre quindi ritoccare il parlato a partire da p. 111. Nulla vieta naturalmente che la guardia abbia pietà della famiglia del ladro e consenta il pietoso trucco del trattenersi a desinare e del fingere di accompagnare il ladro alla stazione. Salvi i ritocchi suddetti al parlato. Desidererei rivedere il nuovo testo.»

Nicola De Pirro, 13 settembre 1951.

Tratto dal libro "Totò proibito" di Alberto Anile - Edizioni Lindau

 
Distribuzione
 
Il film uscì nelle sale cinematografiche italiane il 29 novembre del '51.
Fu uno dei pochissimi lungometraggi italiani ad essere esportato. Venne presentato nei seguenti paesi, con i seguenti titoli:

Francia: Gendarmes et voleurs, 10 ottobre 1952 - 23 ottobre 1981 (riedizione)
Portogallo: Polícia e Ladrão, 21 novembre 1952
Danimarca: Betjenten og tyven, 11 maggio 1953
Regno Unito: Cops and Robbers, 1953
Finlandia: Ikuisen kaupungin varas, 24 settembre 1954
Germania Ovest: Räuber und Gendarm, 1957
Belgio: Gendarmes et voleurs (titolo francese)
Spagna: Guardias y ladrones[70]
Argentina: Policías y ladrones
Ungheria: Rendőrök és tolvajok
Polonia: Zlodzieje i policjanci
Venne poi presentato anche in Egitto, in Uruguay, in Turchia, in Russia e in Cina.

Alla sua distribuzione in Italia, il film ottenne subito un enorme successo di pubblico e un inaspettato gradimento dalla critica cinematografica; Guardie e ladri rappresentò una vera e propria svolta nella carriera di Totò, tanto che per la prima volta un suo film ricevette solo ed esclusivamente giudizi positivi ed elogi, e fu unanimemente considerato come un archetipo della commedia all'italiana. Inoltre acquisì una risonanza internazionale: nell'aprile del 1952 venne presentato in concorso a Cannes, subentrando all'ultimo momento al posto de Lo sceicco bianco di Fellini, e aggiudicandosi il premio per la migliore sceneggiatura, che poi nessuno andò a ritirare. Nello stesso anno il film partecipò anche al Festival Internazionale del Cinema di Punta del Este, in Uruguay.
Il passaggio di Totò ad un nuovo personaggio, che mostra un volto non più solo comico ma alternato al drammatico, fu particolarmente apprezzato, e il 27 novembre del '52 l'attore venne premiato con il suo primo Nastro d'argento (il secondo ed ultimo gli fu poi conferito nel 1967 per il film Uccellacci e uccellini, di Pasolini), assegnatogli dal Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici. L'interpretazione di Totò colpì anche Roberto Rossellini, che decise di cogliere il momento e di volerlo come protagonista nel film Dov'è la libertà?. Totò stesso si rivelò molto compiaciuto; difatti manifestò in seguito, in più occasioni, il suo attaccamento alla pellicola, affermandola come uno dei suoi film più riusciti e uno dei pochi di cui era pienamente soddisfatto.

L'unico che forse sembrò non molto convinto della "trasformazione" dell'attore fu proprio Monicelli: il regista dichiarò apertamente di aver favorito il passaggio di Totò al neorealismo, "limitando le sue caratteristiche di comicità surreale che lo avevano caratterizzato in precedenza", ma di non aver afferrato il vero spirito dell'attore. Era certo consapevole di essere stato, insieme a Steno, l'artefice principale del repentino cambiamento di Totò, di aver tirato fuori da un grande comico un grande attore. Tuttavia rimase dell'idea che forse sarebbe stato meglio lasciar fare il film come voleva Totò, visto che il comico dava alcuni suggerimenti a carattere un po' surreale durante le riprese, quindi il regista pensò che lui e Steno lo avessero in qualche modo contrastato ed "umanizzato".

La distribuzione affidò al pittore, caricaturista e scenografo Michele Majorana la realizzazione delle locandine e dei manifesti in vari formati.
Nelle locandine inoltre furono inseriti vari slogan pubblicitari, tra i più noti:

«La più celebre coppia dello schermo nel più divertente film della stagione»
«Il film che ha dato a Totò il Nastro d'argento e la Palma d'oro al Festival di Cannes»
(Slogan della locandina spagnola) «Por mucho que se las de Vd de triste y preocupado no podrà contener las carcajadas con esta pelicula»

Citazioni di altre opere

La sequenza finale
La scenetta in cui Totò "pesca" dalla salumeria era già stata usata nel suo primo film Fermo con le mani! (1937), dove pesca dal bancone del pescivendolo. Scena ripresa successivamente anche in Totò a Parigi, del 1958.
La scena della locanda ricorda quella di Totò e Carolina (1955), di Mario Monicelli. Con la sola differenza che Totò interpreta la guardia anziché il ladro.
I tartassati (il terzo film girato in coppia dai due attori, del 1959) di Steno, può essere considerato in senso figurato un seguito di Guardie e ladri "in versione medio-borghese", difatti i due attori si ritrovano negli stessi ruoli di "ladro" e "guardia". Inoltre le scene finali di entrambi i film sono molto simili fra loro, con i due protagonisti che danno le spalle alla telecamera e si allontanano mentre cresce la musica.
La sequenza in cui Fabrizi, al termine dell'inseguimento, consiglia a Totò una cura per il fegato, è stata in seguito esplicitamente citata nel film L'armata Brancaleone (di Monicelli), nella scena in cui Teofilatto (Gian Maria Volonté) dialoga con Brancaleone (Vittorio Gassman) alla fine del duello.
La scena dell'inseguimento di Totò e della sua fuga nel bar è stata citata in una parte del film A spasso nel tempo - L'avventura continua (1997) con Christian De Sica che, imitando suo padre Vittorio nel film Pane, amore e..., fa il maresciallo mentre Boldi, che imita Totò, fa il delinquente.

Opere ispirate al film

Il film La legge è legge (1958) è in qualche modo una "riedizione corretta, più moderna e più leggera" di Guardie e ladri, dove Totò si ritrova nuovamente nella parte del ladruncolo. Commedia giudicata come una "timida rimasticatura in salsa francese di Guardie e ladri" e "una sorta di Guardie e ladri con complicazioni burocratiche."
Il film per la televisione Un Natale con i Fiocchi (2012) è ispirato a Guardie e ladri.

Parodie

Nel 1969 è uscita una sorta di farsa parodia della pellicola, con protagonisti Franco e Ciccio, intitolata, appunto, Franco e Ciccio... ladro e guardia.
 
Remake

Nel 1997 il cinema russo ha realizzato un remake del film, dal titolo omonimo (Полицейские и воры in russo), "una rivisitazione della pellicola italiana in chiave anti-americana". La prima proiezione è avvenuta nel cinema Pushkin di Mosca. Il film, ambientato nella regione di Novgorod nel profondo nord della Russia, è stato prodotto dalla Etalon Film e girato negli studi della Mosfil'm. La pellicola è stata diretta dal regista Nikolai Dostal ed interpretata da Gennady Khazanov e Vyacheslav Nevinny, nei rispettivi ruoli di ladro e guardia. Ricevette due nomination ai premi Nika nel 1998, uno per il miglior attore protagonista (Vyacheslav Nevinny) e uno per il miglior attore non protagonista (Vladimir Zeldin, che interpretava il padre del ladro). Incassò in Russia l'equivalente somma di 35.000 dollari.
 
Retrospettive

Guardie e ladri è stato riproposto più volte in varie situazioni: nel 1972, in occasione del quinto anniversario della morte di Totò, il film venne proiettato al Palazzo Chiablese insieme ad altre tre pellicole dell'attore. Nel 2010 è stato presentato nella sezione retrospettiva "La situazione comica (1937-1988)" della 67ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia. Nel gennaio 2011 la Cineteca di Bologna rese omaggio a Monicelli, proiettando nel cinema Lumière sette dei suoi lavori, tra cui Guardie e ladri. Il film venne inoltre presentato nelle varie retrospettive dedicate al regista: organizzate dal Circolo del Cinema di Adria, dal Museo Nazionale del Cinema di Torino e dalla casa delle Culture di Cosenza. Fu proiettato anche nel cinema Orokmozgò di Budapest.


Premi:
Nastro d'argento
Festival di Cannes 1952: premio per la sceneggiatura

 


LE INCONGRUENZE

 

  1. La seconda volta che Bottoni entra nel salone, Totò ha finito di farsi fare la barba, tant'é che il barbiere lo sta finendo di pulire e gli dice "servito". Tuttavia nelle scene successive Totò ha ancora la schiuma addosso e il barbiere è impegnato con il rasoio.
  2. Totò, mentre è dal barbiere, fa finta di leggere un giornale illustrato, che Bottoni gli sottrae dalle mani. A questo punto Totò prende un'altra rivista, ma nelle inquadrature da lontano essa è a rovescio, in quelle da vicino è al dritto.
  3. Per rincorrere Totò, Bottoni esce velocemente dal salone. All'interno del locale ha ancora la schiuma addosso, mentre fuori, benché non si sia pulito, nella parte sinistra la schiuma non c'è quasi più.
  4. A casa Esposito è arrivato il ladro vestito da prete, che parla con Totò. Bottoni è intento ad ascoltare la conversazione. Nell'inquadratura allargata in mano non ha nulla, nel primo piano nella mano sinistra ha una forchetta.
  5. Totò Esposito è a casa di Bottoni per portare un mazzo di fiori alla moglie; al telefono scopre che Bottoni invece è a casa Esposito con la moglie di Totò. Nella conversazione tra i due non viene detto che Totò ha portato dei fiori alla signora Bottoni, eppure Bottoni giustifica l'amicizia che si è istaurata tra i due mariti, proprio dal fatto che Totò abbia portato quei fiori.
  6. Il Commissario legge il regolamento a Bottoni / Fabrizi, che si è lasciato sfuggire il malvivente Totò / Esposito. Mentre legge il regolamento ha gli occhiali, inquadrato sia davanti che da dietro (Con Fabrizi rivolto allam.d.p.). Tuttavia in una inquadratura (inquadrato da dietro) non ha gli occhiali, mentre nella successiva e seguente inquadratura li porta.
  7. Fabrizi / Bottoni cerca in archivio la scheda di Totò / Esposito. Quando la trova legge ad alta voce: «Ferdinando Esposito di Gennaro. via...» ma nella scheda c'è scritto "fu Gennaro"
  8. Quando gli Esposito si presentano a casa Bottoni, riconoscenti del fatto che il capofamiglia / Fabrizi abbia fatto un regalato al loro figlio minore (Delle Piane), la moglie di Totò / Esposito dice: «Permette? mio suocero». Ed il suocero si presenta: «Carlo Esposito». Ma nella scheda di riconoscimento era Gennaro (o fu Gennaro).
  9. Gli Esposito sono appena tornati dall'aver fatto la prima visita ai Bottoni. A casa c'è il capofamiglia (Totò), reduce da una latitanza. Egli, mentre parla, passa dalla stanza da pranzo in cucina (dove c'è la moglie), ed ha la sciarpa dentro la giacca abbottonata, poi fuori dalla giacca, quindi di nuovo dentro la giacca abbottonata.
  10. All'inizio del fiilm c'è una lunga scena d'inseguimento che coinvolge Totò/Esposito, Fabrizi/Bottoni, l'americano truffato da Totò, e l'autista del taxi. Tutti si ritrovano in piena campagna, e li vediamo attraversare un campo ridotto ad un pantano. Tuttavia, subito dopo, si rincorrono lungo una strada, ma hanno tutti i pantaloni puliti.
  11. Quando Fabrizi la prima volta scappa dal salone, nell'uscire gli cade l'asciugamani ma nell'inquadratura successiva la tiene ben aggrappata al collo.
  12. Quando Totò Esposito cala la lenza per prelevare il salume esposto fuori il negozio, è logico che l'azione venga svolta da un primo piano, ma com'è che allora nel resto del film l'appartamento si trova all'ultimo piano?
  13. Quando Totò e Giuffrè vengono scoperti dall'americano, Totò scappa con in mano il soprabito. Alla scena successiva chiede aiuto al tassista con il soprabito indossato e abbottonato ben bene. Dove ha trovato il tempo per farlo?
  14. Bottoni ha appena arrestato Esposito e discute con l'americano, che protesta per il fatto che Esposito non vuole seguire il brigadiere. Quest'ultimo cerca di spiegarsi: in uno stacco tiene il braccio sinistro appoggiato alla gamba, nel successivo entrambe le braccia sono sollevate.
  15. Bottoni cerca nello schedario la scheda di Esposito: quando la trova tiene la fotografia nell'angolo in alto a sinistra, mentre nello stacco successivo la tiene poco più in basso.
  16. Bottoni, dopo essere uscito malamente dalla bottega del barbiere, osserva alcuni ragazzini che giocano. Ad un tratto solleva l'ombrello e indica un sasso lanciato dal gruppo. Nello stacco successivo tuttavia l'ombrello è in posizione verticale.
  17. Nella primissima scena del film, Totò e Giuffré fanno le prove della truffa della moneta. Giuffré nell'inquadratura larga agita la mano destra, in quella ravvicinata immediatamente successiva tiene la moneta con entrambe le mani.
  18. All'osteria, Totò tenta di giustificarsi con Fabrizi: "Quello lì è un americano!" In una inquadratura Fabrizi beve il bicchiere d'acqua d'un fiato, poi appoggia il bicchiere vicino a sé e ci tiene la mano sopra; in quella immediatamente successiva il bicchiere è lontano da Fabrizi, che non ci sta tenendo sopra nessuna mano.
  19. All'osteria, Totò dice "Non ho mai truffato un italiano". Prima la tazzina di caffé è vicina a Fabrizi, poi vicina a Totò.

www.bloopers.it

Le location del film, ieri e oggi

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Tutte le immagini e i testi presenti qui di seguito ci sono stati gentilmente concessi a titolo gratuito dal sito www.davinotti.com e sono presenti a questo indirizzo

  LE LOCATION ESATTE DEL FILM "GUARDIE E LADRI"

Ricerche, testi e tavole di ZENDER e ELLERRE dal sito www.davinotti.com

guardieLa situazione al via delle ricerche: Nonostante il film sia importante e molto amato, online la ricerca delle location si è finora limitata alla casa di Totò (che tempo fa aveva scoperto sul nostro forum tale Giovy) e a un vago “fosso di Sant’Agnese” per l’inseguimento. Tutto quello che troverete di seguito (soprattutto la ricostruzione minuziosa dell’inseguimento) compare qui per la prima volta (Wiki e imdb non dicono una sola parola in tema location del film, al momento)

Parlare di Guardie e ladri significa parlare di una delle più importanti commedie italiane degli Anni Cinquanta, in cui Totò venne finalmente apprezzato per le sue qualità non solo da comico puro ma da attore a tutto tondo (non a caso vinse il Nastro d’argento, per la sua interpretazione). Guardie e ladri si portò a casa anche il premio come miglior sceneggiatura a Cannes 1952, a conferma del suo straordinario spessore. Dal punto di vista delle location, non sono poi molte quelle che si vedono nell’arco del film, molto spesso rinchiuso in interni, ma quelle poche sono una importantissima testimonianza della Roma che fu, con Via Gregorio VII ridotta al tempo a una stradella sterrata e infangata, ad esempio. Quello che abbiamo fatto è stato, come sempre, cercare di individuare tutto ciò che viene mostrato nel film scoprendo cose anche molto interessanti. Cominciamo quindi dalle prime scene, quelle al foro, con la famosa truffa della patacca...

01. AL FORO (Ellerre, Zender)

Il film si apre sulla celebre truffa del sesterzo romano (in realtà una patacca). Fedinando Esposito (Totò) e il suo socio (Aldo Giuffrè) fanno prima una prova tra loro per vedere se la truffa è organizzata al meglio e attendono poi l’arrivo di un turista (pollo) da raggirare. Image Questi si materializza quasi subito e comincia la truffa, ma la moneta sistemata sotto le rovine per essere scoperta viene a sorpresa trovata da un tizio che passa di lì e il socio è costretto a sistemarne un’altra sotto una seconda colonna. La truffa (corretta in corsa) funziona alla grande, ma qualcosa, alla fine, andrà storto… Le scene sono state chiaramente girate al foro romano, ma come sempre quello che interessava noi era trovare il punto esatto in cui vennero nascosti i finti sesterzi, e infine l’obiettivo è stato raggiunto e i luoghi fotografati (da Andygx).

 
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02. AL TEATRO PER LA DISTRIBUZIONE DEI PACCHI (Ellerre)

La seconda truffa organizzata dai due prevede che si assoldi un gruppo di bambini che dovranno fingersi loro figli per ritirare i pacchi dono promessi ai “bambini europei” durante una cerimonia organizzata al teatro Qvirino. Ferdinando (Totò) e il socio trovano i bambini in un vicolo lì vicino e con loro entrano a teatro, dove partirà la truffa. Stavolta però è alla cerimonia anche il brigadiere Bottoni (Aldo Fabrizi), il quale si accorgerà della truffa dando il via a uno storico, interminabile inseguimento. Il teatro Qvirino che si vede chiaramente inquadrato dall’esterno nel film è oggi chiuso e si trova all’incrocio tra Via delle Vergini e Via dell’Umiltà a Roma. Ed è proprio lungo questa via che vedremo Ferdinando correre e prendere un taxi (guidato da Mario Castellani). Bottoni sale sull’auto dell’americano truffato al foro (che non vede l'ora di mettere le mani su Ferdinando) e l’inseguimento in auto ha inizio...

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03. L’INSEGUIMENTO: IN AUTO, CON SOSTA AL SEMAFORO (Ellerre, Travis)

Ferdinando e il brigadiere Bottoni cominciano a sfrecciare per le strade di Roma, finchè sono costretti a fermarsi davanti a un semaforo diventato improvvisamente rosso. Bottoni, inferocito, salta fuori dall’auto alla ricerca di Ferdinando tra le auto in coda, ma questi furbescamente si accovaccia sul sedile sfuggendo ai controlli di Bottoni. L’incrocio col semaforo è quello tra Via del Tritone, Via dei Due Macelli, via del Traforo e via Crispi, a Roma. Quando torna il verde Bottoni capisce bene qual è l’auto in cui sta Ferdinando e l’inseguimento a quattro ruote continua. “Per due Macelli”, ordina Fabrizi al conducente dell’auto inseguitrice. E difatti è in quella direzione che l’auto parte, imboccando per l’appunto Via dei Due Macelli. La scena successiva vediamo le due auto passare per una piazza, che Ellerre ha identificato correttamente con Piazzale Manila, sempre a Roma naturalmente. E’ curioso però notare in questo caso che la statua equestre che vediamo al centro della piazza nel film oggi non c’è più. L’abbiamo ritrovata nel non così vicino Piazzale Simon Bolivar, dove fa bella mostra di sè.

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04. L’INSEGUIMENTO: A PIEDI PER LE CAMPAGNE (Ellerre, Zender)
Dopo il passaggio per Piazzale Manila le due auto continuano la loro corsa fino a raggiungere una via dove vi sono dei lavori in corso che sbarrano la strada. L’inseguimento in auto non può che terminare qui. Ferdinando scende dal taxi e si avvia verso le colline, seguito a questo punto non solo da Bottoni e dall’americano ma pure dal tassista, cui ovviamente il nostro non ha pagato la corsa. Si tratta della più celebre sequenza del film, quella in cui la guardia insegue il ladro a piedi. I due cominciano a correre percorrendo sterrati che mostrano sullo sfondo alti palazzoni non facilmente identificabili, passano vicino a un ponte, a un campo da calcio, infine si fermano in un’osteria dove Ferdinando chiede di andare al bagno e, chiusosi dentro, fuggirà dalla finestra.

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Tutto ha inizio come detto dalla via coi lavori in corso, che si è riusciti a identificare con Via dei Campi Sportivi a Roma. Lo sbarramento è stato posto davanti al piazzale della stazione dell’Acqua Acetosa. E’ qui che Ferdinando scende dall’auto e si dirige verso la collinetta dietro la quale oggi sta il circolo sportivo dove si allenava a tennis Gassman in Il tigre. La scena immediatamente successiva è tuttavia già da tutt’altra parte, ovvero lungo quella che oggi è la Circonvallazione Salaria e dove è girato gran parte dell’inseguimento. Non è stato facile capirlo, ma sullo sfondo si è riconosciuto lo stesso palazzo che si vede in un altro momento dell’inseguimento e che fa parte dei palazzi di Via del Casale Giuliani.
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Al tempo lì era più o meno l’unico, grosso e diviso in due ampie ali riconoscibili sulla facciata sud (quella visibile nel film), oggi è quasi seppellito da un intero isolato. Siamo a due passi dalla casupola in cui Ferdinando andrà alla toilette a fine inseguimento. Successivamente il gruppo passerà tra baracche presidiate da un cane, oggi con tutta probabilità abbattute. La scena dopo siamo ancora sulla Salaria, riconoscibile perché sullo sfondo compare un palazzo che abbiamo ritrovato (dopo affannosissime ricerche) in Viale Arrigo Boito. Poi ecco Ferdinando scendere su un declivio che si è capito essere Via di Ponte Salario (ed è probabile che pure sul cartello illeggibile del film sia scritto proprio così). Nuova tappa in un casolare con pozzo non identificabile quindi ancora lungo la Circonvallazione Salaria.
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Un attimo dopo ecco lì Ferdinando che si ferma giusto il tempo di mostrare alle sue spalle Ponte Salario, il Ponte sull’Aniene che oggi da lì non si potrebbe vedere mai e poi mai (la fila di alberi ne occlude la vista) e scendere verso un campetto da calcio lì dove oggi c’è un circolo di tennis, lungo via del Foro Italico, lo stesso in cui giocava Sordi in Il boom. Quindi ancora un casale semiabbandonato irrintracciabile dove Ferdinando si fa strada tra le galline e si ferma a bere a un fontanile (imitato dagli inseguitori). La scena successiva siamo di nuovo sulla Circonvallazione Salaria. Il punto è lo stesso visto poco prima, in cui sullo sfondo si staglia la fila di palazzi di Viale Arrigo Boito (che oggi sarebbero da lì invisibili, coperti come sono da altre file di palazzi sorti in un imprecisato secondo tempo): un gioco di continui campi e controcampi “truccati” non fa spostare di un metro i protagonisti, che se ne corrono avanti e indietro nelle due direzioni. “Ma la vuoi finì de core?” grida il brigadiere al ladro. Questi, che effettivamente è al limite della resistenza, fa ancora pochi passi lungo la Circonvallazione e infine si ferma su un masso a pochi metri dal casolare dal quale sfuggirà dalla finestra. Un breve botta e risposta passato alla storia (“Te sparo sa”. “Non puoi”. “Perchè?”. “Puoi sparare solo per legittima difesa; io non offendo...”. “Vabbè, allora sparo in aria a scopo intimidatorio”. “E vabbè, io no mi intimido, e sto qua”) e la strada assieme fino al bar della toilette, che rappresenta uno dei pochi edifici ancora in piedi da allora. E’ un casolare che oggi sta sotto alla Circonvallazione e che è ancora riconoscibile perché praticamente identico. Giusto qualche ristrutturazione...
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05. LA CASA DI FERDINANDO ESPOSITO (Giovy, Ellerre)

Una delle location chiave del film è quella che ci mostra la casa in cui abita Ferdinando con la famiglia e dove più volte il brigadiere Bottoni andrà a trovarlo. A vederla sembra una casa posta in un terreno semiabbandonato, tra fango e terra. Ma poi sul fondo si vede il cupolone di San Pietro e capiamo che non dovremmo essere così distanti dal centro... Infatti non siamo in Via Roseto come si dice nel film ma in Via Gregorio VII all’angolo con Via dell’Argilla, luogo che oggi è clamorosamente cambiato rispetto a quella strada sterrata che si vedeva nel 1951. La prima cosa che colpisce è come la casa di Ferdinando sia l’ultimo palazzo di una fila che ai lati non ha nulla o quasi.

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Oggi non è proprio così, visto che proprio al fianco della casa ne è stata attaccata un’altra, prima di arrivare alla svolta di San Silverio. E quella che era una stradaccia di terra e fango è proprio Via Gregorio VII, al centro della quale stava allora il barbiere. Il barbiere, come le catapecchie a sinistra dell’uscita, oggi non esistono proprio più, mentre ha resistito come detto la casa di Totò, anche se inglobata in un complesso ben maggiore di allora. E’ però da considerare un’altra cosa: quando vediamo Ferdinando intercettare Bottoni sulla porta d’ingresso scopriamo che i due non sono affatto nella casa di via Gregorio VII come dovrebbero ma da tutt’altra parte, e precisamente davanti alla Farnesina, di cui scorgiamo l’inconfondibile sagoma sullo sfondo! Un trucco bello e buono! Oggi la “seconda casa” di Totò, ovvero quella di cui si vede solo l'interno, è stata anch’essa abbattuta per lasciare spazio a un ampio parcheggio o (se era appena più indietro) a un moderno complesso
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06. BOTTONI PEDINA IL FIGLIO DI FERDINANDO (Ellerre)

Uscendo da casa di Ferdinando, Bottoni decide di seguirne il figlio maggiore per vedere dove va. Lo vedremo percorrere dapprima Borgo Sant'Angelo (siamo sempre a Roma naturalmente) quindi Via del Portico d'Ottavia. L'appuntamento sarà invece in piazza delle Cinque Scole, dove si accorge che il ragazzo ha un appuntamento. E non sta aspettando una persona qualsiasi bensì proprio la figlia di Bottoni, la quale arriva all’appuntamento dopo qualche minuto. A Bottoni cadono le braccia... Si trata dell'ultima location visibile del film prima di tornare a rivedere quelle già studiate nella prima parte.

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Le Locandine


LA VIDEOTECA

Mario Monicelli - Guardie e ladri Mario Monicelli - Guardie e ladri

Durata: 00:01:35

Estratti dalle serie televisive prodotte dalla RAI "Il Pianeta Totò", ideata e condotta da Giancarlo Governi, trasmessa in tre edizioni diverse - riviste e corrette - a partire dal 1988 e "Totò un altro pianeta" speciale in 15 puntate trasmesso nel 1993 su Rai Uno e curato da Giancarlo Governi.