TOTÓ A COLORI

Inizio riprese: gennaio 1952 - Autorizzazione censura e distribuzione: - 17 marzo 1952 - Incasso lire 775.000.000 - Spettatori 6.387.539



Incasso lire 775.000.000 - Spettatori 6.387.539

Detti & contraddetti

-E basta perbacco, ha capito, stia a posto con le mani! Ogni limite ha una pazienza, lo sa lei o non lo sa?
- Cosa?
- Si informi se non lo sa.
- Oh ma sentite, ma ha una faccia tosta terribile!
- Io ho?…Io ho? Parli come badi sa! Non offenda, oh...
- Mi presento, sono l' onorevole Cosimo Trombetta.
- Trombetta? Oh perbacco! Questo nome non mi giunge nuovo!
- Beh, modestamente io sono molto conosciuto...
- Eccome! Io ho conosciuto anche suo padre, sa? E chi non lo conosce quel trombone di suo padre!
- Scusate, c'è un errore... avete detto trombone... Se io faccio Trombetta di cognome, è evidente e logico che anche mio padre faccia Trombetta...
- Ohibò, non si sa mai. A volte c'è la magagna... lasci che glielo dica io... sono uomo di mondo, ho fatto tre anni di militare a Cuneo...
- Ma che magagna e magagna! Trombetta è padre, Trombetta è figlio... Viceversa mia sorella...
- Fa trombone.... - Come trombone! Mia sorella fa Trombetta, come me! Anzi, meglio dire faceva Trombetta, da signorina. Adesso è sposata con un Bocca e fa Trombetta in Bocca...
- Per forza, la trombetta si mette in bocca!
- Ma che trombetta in bocca! Mia sorella non si mette la trombetta in bocca...
- Se la mette! - Non se la mette... Se la mette, se lo faccia dire da me, io sono uomo di mondo. Lei esce da casa e sua sorella si mette la trombetta in bocca...


Le spie, a volte, per non fare scoprire i loro segreti, mangiano le carte: sono cartivore.


- Ma è mezz'ora che stiamo parlando, e non avete ancora capito con chi state parlando. Io sono l'onorevole Cosimo Trombetta. Lo volete capire sì o no?
- Chi siete voi?
- L'onorevole!
- Ma chi?
- Io!
- (Gli da uno spintone e scoppia a ridere) Ma mi faccia il piacere!
- Sentite, questo passa ogni limite...
- Onorevole? (Non ne può più dal ridere) Sì, sì, onorevole!
- Onorevole!?!
- Eh, c'è poco da ridere, sa... Ma guarda che maniera!
- Onorevole? (Gli fa un gestaccio). Dranghete!


Io nascio come nasciono gli altri.


Perdindi e rindina!


La serva serve, soprattutto se è bona, serve, eccome!


Non è che la barba se la facciano solo gli uomini... Qualche signora la barba se la fa. E corno!


Parli come badi.


Ho la mano leggera come una piuma, non per niente mio nonno faceva il bersagliere.


Gli ostetrici se la passano male perché con le ostriche si guadagna poco e niente.


Parli come badi.


Io tocco, ma lei perché mi fa il ritocco?


Ogni limite ha la sua pazienza.


Milan ghe s'è la nebbia, è periculù currèr.


Si capisce, si supercapisce.


Antonio Scannagatti

Scheda del film

Titolo originale Totò a colori
Paese Italia - Anno 1952 - Durata 95 min - Colore Ferraniacolor - Audio sonoro - Genere Comico - Regia Steno - Soggetto Steno da "Sketches" da "riviste" di Michele Galdieri e Totò - Sceneggiatura Steno, Age & Scarpelli - Produttore Ponti, De Laurentis per la Golden-Humanitas, Roma - Fotografia Tonino Delli Colli - Montaggio Mario Bonotti - Musiche Felice Montagnini - Scenografia Piero Filippone - Costumi Giulio Coltellacci


Totò: Antonio Scannagatti - Rocco D'Assunta: il cognato siciliano - Rosita Pisano: sorella di Antonio - Virgilio Riento: maestro Tiburzi - Luigi Pavese: editore Tiscordi - Franca Valeri: Giulia Sofia - Carlo Mazzarella: il suo fidanzato - Galeazzo Benti: Poldo di Roccarasata - Fulvia Franco: Poppy, la fidanzata - Anna Vita: un'esistenzialista - Lily Cerasoli: Patrizia - Vittorio Caprioli: tenore balbuziente - Bruno Corelli: Joe Pellecchia - Alberto Bonucci: regista sovietico - Armando Migliari: sindaco di Caianello - Isa Barzizza: la signora del vagone letto - Mario Castellani: on.Cosimo Trombetta - Guglielmo Inglese: giardiniere - Michele Malaspina: il sindaco - Primarosa Battistella: Cristina, la cameriera - Ugo D'Alessio

Soggetto, Critica & Curiosità

1952-toto-a-coloriSoggetto

Antonio Scannagatti è un musicista squattrinato e inconcludente che abita con la famiglia della sorella nel paesino di Caianello, ma sogna una chiamata da Milano dagli editori musicali Tiscordi o Zozzogno (parodie di Ricordi e Sonzogno), che gli garantisca la gloria: è infatti convinto di essere un "genio della moseca (musica)".

Il sindaco del paese intanto tenta di convincerlo a dirigere la banda paesana, a causa dell'improvvisa inabilità del maestro, nel giorno della festa per il ritorno a casa del gangster italoamericano Joe Pellecchia, originario per l'appunto di Caianiello: Scannagatti, inizialmente indignato dalla proposta, accetta solo quando il nipote del primo cittadino, mentendo, gli promette una raccomandazione presso l'editore Tiscordi, spacciando la sua fidanzata americana Poppy per sua segretaria.

La giornata di festa si rivela un fallimento: Pellecchia vorrebbe parlare dal balcone del municipio, ma il maestro Scannagatti glielo impedisce, facendo suonare in continuazione la banda, finché l'italoamericano si infuria e va via. Il "Cigno di Caianiello" (altra auto-definizione di Scannagatti) va comunque a incassare il "premio" e raggiunge il nipote del sindaco e la sua compagna, che hanno lasciato Caianiello e sono ospiti di una bizzarra compagnia a Capri. Lì il maestro viene spacciato per un eccentrico, "Pupetto Montmartre dagli Champs-Élysées", e tra una sequela di gag ed equivoci con la padrona di casa Giulia Sofia crede di riuscire a ottenere un appuntamento con l'editore Tiscordi.

Scannagatti parte dunque per Milano. Il viaggio in treno è vivacizzato da una serie di siparietti con l'altro occupante del suo scompartimento, il deputato Cosimo Trombetta, e una signora piombata nella cabina che poi si scopre essere un'astuta ladra, che lascia entrambi i contendenti senza quattrini.

Giunto nella città meneghina, Scannagatti incontra Tiscordi in persona, a causa di un equivoco: è stato scambiato per un infermiere bravissimo in grado di fare iniezioni indolori all'editore, che ha già licenziato numerose infermiere. L'equivoco sfocia in uno spassoso alterco tra i due, finché il "Cigno" se ne va lasciando l'editore aggrappato a una libreria che poi crolla miseramente (lei non è Tiscordi, lei è Zozzogno!.. In quanto l'editore si fa trovare in mutande per l'iniezione).

Le disavventure non sono finite: Scannagatti viene intercettato dal cognato, cui ha rubato i soldi per il viaggio a Milano, il quale minaccia di ucciderlo; per placarlo, il maestro finge di aver ottenuto un contratto da Tiscordi e lo porta sì in palcoscenico, ma in un teatro di burattini. All'inizio Scannagatti riesce a ingannare il furibondo parente fingendosi una marionetta e interpretando uno spettacolo, in cui si esibisce ballando sul tema di Parade of the Wooden Soldiers. Ma il cognato lo riconosce e lo incalza con il coltello, pronto a "sbucciarlo come un mandarino". Sembra finita ma a sorpresa tutto va per il meglio: Tiscordi per caso legge e gradisce uno spartito di Scannagatti e il paese di Caianiello rende il giusto omaggio al suo "Cigno". Ma a celebrare il compositore viene mandata una sua vecchia conoscenza, l'onorevole Trombetta...

Critica & Curiosità

Totò a colori fu il primo film lungometraggio italiano a colori, girato col sistema Ferraniacolor, pellicola prodotta a partire dal 1948, negli stabilimenti di Ferrania a Cairo Montenotte, vicino Savona. Fino a quel momento la cinematografia italiana a colori aveva prodotto solo un documentario, la biografia mariana Mater Dei e il cartone La Rosa di Bagdad. Il primo lungometraggio italiano di finzione a colori dovrebbe essere La carrozza d’oro, in preparazione da tempo prima con Visconti poi con Renoir. La coppia Ponti e De Laurentiis vorrebbe batterlo sul tempo.

Il film è un'antologia dei più noti sketch di rivista del grande comico: Il vagone letto (C'era una volta il mondo), la marcia dei bersaglieri, e soprattutto delle sue invenzioni marionettistiche più geniali: Il Pinocchio (Volumineide) e il direttore d'Orchestra fuoco d'artificio, che si era già visto in Fermo con le mani! (1937) e in I pompieri di Viggiù (1949).

L'uso di una pellicola a colori per quei tempi necessitava pero' l'impiego di luci molto forti, a scapito naturalmente della vista infatti era già cieco ad un occhio, pare che ad un certo punto la parrucca di Totò fumasse tanto era il caldo e che nel bel mezzo di una scena addirittura svenne. Il flm ebbe un successo incredibile, registrò infatti il record assoluto di incassi per un film italiano ma come spesso accadeva per i film il cui interprete era Totò, la critica non ebbe giudizi positivi.

Stretti dalle difficoltà tecniche e da qualche appunto della censura preventiva, il film perde per strada un episodio ambientato in un albergo diurno affollato di clienti seminudi; edulcora anche il finale del wagon-lit, evitando che l’onorevole Trombetta finisca fuori dal finestrino e Totò concluda la notte con la Barzizza, come invece succedeva a teatro. A metà febbraio le riprese sono finite, Totò a colori approda in sala in aprile, abbinato a Fanciulle in fiore, un documentario sui quadri di Boldini. Film antineorealista per eccellenza, ha il torto di arrivare subito dopo Guardie e ladri e raccoglie naturalmente recensioni sdegnate.


I documenti

Lo sketch dell'esistenzialista caprese, è ripresa dalla rivista "C'era una volta il mondo" (1946-1947), all'interno della quale veniva interpretato lo sketch "Un salotto a Capri"

Tonino Delli Colli, direttore della fotografia, litiga con i tecnici della Ferrania che impongono luci fortissime diffuse in modo omogeneo; arrivato sul set senza neanche una prova tecnica di sviluppo, teme che l’esperimento non vada a buon fine. De Laurentiis, ad ogni buon conto, gli ha già detto che se dovesse andar male il film verrebbe stampato in bianco e nero, ovviamente con un titolo diverso. Per impressionare il Ferraniacolor ci vogliono luci su luci, che rendono bollente il teatro di posa. I vestiti scottano, le parrucche fumano per la condensa, l’orso che Franca Valeri si è portato dietro per lo sketch caprese s’incattivisce, si parla anche di uno svenimento del protagonista. “Appena finita una scena”, ricorderà Delli Colli, “Totò cercava di scapparsene dal teatro, mi sembrava una farfalla accecata e sbruciacchiata dalla lampada. Una sera si sentì male, aveva la parrucca arroventata perché, oltre ai riflettori, attorno alla macchina da presa si accendeva, al ciak, una corona di lampade che era stata ribattezzata ‘il mostro’. Così gli dovettero mettere una borsa di ghiaccio in testa, perché gli era venuto una specie di colpo di calore”


Così la stampa dell'epoca


«[..] Questo comico che pure avrebbe possibilità e capacità di rinnovarsi, non esita davanti al fastidio della ripetizione. E continua a compiacersi della sboccata platealità. Se si ride? Certamente, ma a condizione di vergognarsi, talvolta, di aver riso.[...] In complesso il Totò usuale della farse. L'esperimento del colore, come procedimanto italiano, ha la discontinuità e le incertezze di tutti gli esperimenti.[...]»

Arturo Lanocita

«Per tentare le vie del colore il cinema italiano ha fatto ricorso a Totò e dal suo repertorio di rivista ha tratto alcune macchiette che, affidate ad un unico filo conduttore, potessero dar luogo a un film spensierato. L'interesse del film, perciò, è tutto nelle virtù comiche di Totò.»

Arturo Lanocita, «II Nuovo Corriere della Sera», Milano, 9 aprile 1952

«Il primo lungometraggio italiano a colori avrebbe meritato cure maggiori, sia nel soggetto che nella realizzazione. E invece la trama soffre di lungaggini e in alcune situazioni di scarsa originalità e la regia punta più spesso sullo sketch che sull'azione. Tuttavia lo spettacolo c'è e richiama il pubblico, specialmente per merito dell'inimitabile e sempre bravo Totò.»

Gian Luigi Rondi, «II Tempo», Roma, 13 aprile 1952.

Totò a colori


Breve analisi del film

Pensando a Totò a colori la prima cosa che viene in mente è il Ferraniacolor ed il primo esperimento di film italiano a colori, le difficoltà di ripresa con una pellicola di soli 6 asa e le imprese sul set per resistere al terribile calore delle numerosissime lampade necessarie all’illuminazione, l’ardire del progetto produttivo di De Laurentiis e Ponti e la sua riuscita economica. Nelle storie di cinema vi si accenna a proposito di questo, anche il titolo non aiuta a ricordarlo per altro. Infine è un “film di Totò” e come tale viene con facilità relegato in un unico calderone assieme a tutti gli altri, da cui è difficile estrarre o distinguere scene, segni di coerenza o indicazioni per un’analisi più approfondita.
Bazin a proposito dei primi film di Chaplin (credo intendesse tutti i cortometraggi con Keystone, Essanay e Mutal) scrisse che è difficile assegnare una gag che ricordiamo ad uno specifico film. Queste avevano una loro autonomia, un potere singolare così forte da poter stare ovunque, come se la trama fosse un accessorio, un’aggiunta necessaria ma irrilevante.

In Totò a colori accade una cosa simile. Il proposito era quello di proporre un collage di sketch, nuovi o già presentati da Totò in teatro e dar loro un filo logico, una trama accessoria appunto. A ripensare il film infatti non si saprebbe ben dire se venga prima la scena di Capri o quella del vagone-letto, il giardiniere o Joe Pellecchia. Ma ciò non toglie nulla al risultato, non è la sequenza che conta, e neppure il preciso contenuto delle scene. Sono ben note le enormi capacità improvvisative di Totò e la sua libertà sul set, testimonianze di Steno e Delli Colli (il direttore della fotografia) riportano quanto alcune scene o alcune battute siano state modificate proprio durante le riprese. La bellezza, la forza di Totò a colori sta nel ritmo incessante e in una sottile e costante accezione satirica.

Nel 1952 la guerra era finita da soli sette anni, da sei l’Italia era una repubblica. Il paese era una fucina di contrasti, modi di vivere, mitologie, fermenti, speranze. Antonio Scannagatti poteva essere un uomo dei tanti, che ha passato la vita in un “paesucolo” come Caianiello e che solo per aver fatto tre anni di militare a Cuneo poteva sentirsi uomo di mondo tanto da vantarsene. Le sue velleitarie ambizioni musicali sono messe in discussione per quasi l’intero film, costituendo di fatto la base comica su cui costruire gli sketch. In una delle prime scene il “Maestro” compone di primo mattino tra le ire del palazzo, si lascia ispirare dagli uccelli per melodie suonate su un pianoforte scordatissimo o su un contrabasso decorato con seni femminili che funzionano da clacson a tromba. In un’altra il litigio con il locale maestro di banda porta i musicisti a suonare un finale imbizzarrito in cui il suonatore di bassotuba resta così senza fiato che il suo viso si colora di rosso, un riuscitissimo effetto ottenuto in laboratorio quasi a divertirsi con la novità del colore. Ma le sue velleità musicali sono davvero tali?

Alla fine del film la sua opera è stata scoperta e riconosciuta come un capolavoro dall’editore Tiscordi (ovvia ironia sul nome Ricordi come l’altro Sonzogno, cambiata in Sozzogno) e si parla nel discorso di benvenuto che fa il sindaco di musica dodecafonica. Cosa c’è sotto questo “riconoscimento”?
Si parlava prima di accezione satirica: per tutto il film si sottolinea quasi ad ogni scena un contrasto, un’opposizione, tra mondo nuovo, alla ricerca di senso e legittimazione, e umile mondo antico, popolare e chiuso in sé. Il giardiniere col suo dialetto che a cambiare neppure ci prova, le autorità per nulla autorevoli nelle stesse stanze del sindaco che implorano Scannagatti di dirigere la banda e non si fanno scrupoli di fronte a inganni e raggiri, le buone maniere messe alla berlina quando l’onorevole vorrebbe procedere alla consueta cerimonia delle presentazioni e gli vien risposto con l’offerta di un mignolo, Rossini suonato in una stalla tra i versi degli animali e musicisti che non sanno leggere la musica, il Picasso che desta spavento agli occhi di un uomo di paese come è Antonio. Il divario tra cultura e popolo, tra nuove autorità e individui distanti dal potere, di questo, in secondo piano, dietro le contagiosissime risate, dietro la comicità più superficiale (vagon-lits contro vagon qui), parla il film. E Antonio è il polo di tale ambivalenza: cittadino che esige i suoi diritti da una parte e opportunista libertario dall’altro.

Isoliamo due episodi. Il primo, Antonio Scannagatti sta dirigendo la banda di Caianiello per l’arrivo del suo emigrato più illustre, Joe Pellecchia, arricchitosi da gangster in America ma accolto coi massimi onori grazie alle promesse di forti aiuti economici. Joe vorrebbe fare un discorso dal balcone del municipio, ma ogni qual volta tenta di cominciare la banda riprende a suonare, mandandolo in bestia tanto da farlo scappare a pistole spiegate come in un western. Dietro questo semplice scherzo musicale c’è un personaggio che sta costruendo il suo mito ed ha per la prima volta l’occasione di un riconoscimento pubblico, Antonio Scannagatti, contro un personaggio il cui mito è già costruito e inciso nelle coscienze dei cittadini e anche degli spettatori, l’italo-americano Joe, gangster goffo e con alcuni sospettabili tratti ripresi da Stanlio e Onlio (da Oliver Hardy in particolare). È quindi il confronto tra una mitologia tutta italiana dell’approfittatore e una tutta cinematografica da importazione ma anche proveniente dalla storia recente: un americano che passa tra due ali di folla italiane le quali si aspettano qualcosa da lui. Antonio con la sua musica ne sta impedendo la parola, quindi l’idea, quindi l’influenza, smascherandolo e mostrandolo per quello che è, un individuo violento e burbero che non ha nessun reale affetto per il suo paese.

Il secondo episodio. Scannagatti è a Capri in cerca di una signorina che afferma, mentendo, di essere in buoni rapporti con l’editore Tiscordi. La trova in una casa alla moda, abitata da esistenzialisti, alternativi, individui bizzarri e, si sospetta, molto superficiali. Introdotto nella casa dal viziatissimo figlio del sindaco (che la prima volta che appare sta giocando a terra come un bambino nonostante i baffi e l’aspetto non più giovanissimo) Antonio deve necessariamente camuffarsi. Si cambia d’abito ma soprattutto deve seguire tre precise istruzioni: camminata internazionale, stanchezza congenita e al posto della “erre” la “evve”. Antonio vi riesce benissimo diventando subito il centro dell’attenzione e inventando quel surreale momento in cui gli inquilini cantano Cab Calloway marciando e dandosi a lamentazioni con tanto di campana, tanto da sembrare una processione funebre. Ma anche in questo caso Antonio non cede al senso comune, invece delle chiccosissime ragazze, cede all’attrazione per la formosa servetta. Ribalta le posizioni, i ruoli, di tutto ciò che c’è svela l’inganno, il falso, il comico. Sembra dirci che senza camuffamento non sarebbe possibile il dialogo, ma chi resta per troppo camuffato invalida il dialogo stesso.

La comicità di Totò a colori è tutta giocata su scambi, di persona, di luogo ma innanzitutto su scambi linguistici, invenzioni, idiomi improvvisati, latinismi più maccheronici che mai. Quella che viene a crearsi è una vera e propria confusione, un mischiarsi di livelli, di mondi, una piccola babele brillante che ha il suo momento culminante nella celeberrima scena del vagone-letto in compagnia di Mario Castellani, certo uno dei vertici della comicità nostrana, con quello starnuto continuamente rimandato capace di scandire le fasi della scena proprio come se si fosse su un palco di teatro.
La metamorfosi in marionetta è invece una delle scene più rivelative dell’attore Totò, tutta la sua capacità mimica è messa in mostra. Il cognato che lo sta inseguendo, coltello alla mano, è ingannato dalla sua verosimiglianza e noi vorremmo esserlo quanto lui, quanto quei bambini che guardano lo spettacolo, cedere all’incanto. Ma noi sappiamo dell’uomo e sappiamo del coltello e Steno ce lo ricorda. Dopo l’abbandono sulla parete della marionetta-Pinocchio-Antonio Scannagatti-Totò, come fossero stati allentati, esausti, i fili dall’alto, vi sono due brevissime inquadrature della mano armata in primissimo piano e della paura sul viso di Antonio: due inquadrature atipiche, frontali, quasi da noir, fuori posto anche loro in questo poliedrico universo-collage.

Il “Cigno di Caianiello”, così si fa chiamare Antonio, nel finale viene accolto in un paese festante. È un paese reale, i ragazzi sono veri ragazzi accorsi lì per ammirare lo spettacolo cinema ed uno dei suoi beniamini, Totò. Lo si vede da un ragazzo che in una inquadratura sale una finestra per vedere più lontano di quanto potesse, per vedere Totò mentre l’occhio cinematografico ne riprende le bizzarrie.
Tanta gente dovrebbe star lì a festeggiare il successo, improbabile, di un maestro di musica dodecafonica. Quando gli vien chiesto di suonare un suo pezzo è però tradizionale musica da banda quella che si sente e nel momento in cui Scannagatti se la dà a gambe l’orchestra intona un altro motivo tipico. Quel motivo era, a quei tempi, uno dei più suonati agli spettacoli di marionette, soprattutto quando cristiani e infedeli arrivavano alle armi. Chi è il cristiano qui? E l’infedele? Totò a colori sembra l’inno a quell’Italia, un po’ cristiana, un po’ infedele, che tutti ci portiamo dentro.

Tre curiosità. Il giardiniere, interpretato da Guglielmo Inglese, quando Totò sta entrando in scena sta cantando tra sé Malafemmena, scritta l’anno precedente, cambiandone alcune parole, facendone quasi una caricatura. La Totò-marionetta sarà riutilizzata da Pasolini in Che cosa sono le nuvole? (1967). Il direttore di banda che mima i fuochi d’artificio era già apparso in Fermo con le mani (1937) e I pompieri di Viggiù (1949)


La censura



Foto di scena e immagini dal set


Le incongruenze

 

  1. Verso la fine Totò sale in macchina per essere festeggiato e notate che le sue parole sono dette pari pari dall'autista dell'auto (autista sulla sinistra e Totò sulla destra dello schermo).
  2. All'inizio della scenetta del treno il controllore, rispondendo all'on. Trombetta, gli comunica che l'altra cuccetta (quella che poi si scoprirà essere di Totò), è stata prenotata fin dalla sera precedente. Impossibile: il maestro Scannagatti (Totò) aveva deciso nel pomeriggio dello stesso giorno di partire per Milano.
  3. Il treno che si vede correre sui binari è un comune trenino giocattolo per bambini.
  4. Secondo quello che Totò dice all'onorevole Trombetta, il treno arriverà a Milano alle 10:00. Eppure Totò si presenta dall'editore Tiscordi a Milano un attimo dopo che l'orologio dell'ufficio del suddetto editore indicava le ore 8:25.
  5. Quando Totò è a Capri, intrattiene la padrona di casa (Valeri) con delle trovate. Tra queste ci sarebbe pure una battuta che probabilmente è stata tagliata, perché vediamo la gente ridere e la stessa padrona di casa congratularsi per una battuta, che però non si vede e non si sente.
  6. All'inizio del film, la cameriera porta al Maestro Scannagatti il caffè; lui beve dalla tazzina, fa due lunghe sorsate e alza il gomito e inclina la tazzina come per vuotarne le ultime gocce, facendo anche un leggero risucchio. Insomma, si vede che ha finito di bere il caffè; c'è uno stacco, primo piano del maestro poi la telecamera si sposta sul fondoschiena della cameriera chinata, che ha distratto il Maestro...nuovo stacco e Totò sta di nuovo girando col cucchiaino il caffè che in realtà aveva finito poco prima.
  7. La segretaria del commendator Tiscordi appoggia la penna sul tavolo per andare a presentare Totò che è appena arrivato. La penna inizialmente è al centro del foglio, poi è sul bordo.
  8. All'inizio del film, durante le prove della banda diretta dal maestro antagonista di Totò, ad un certo punto i musicisti cominciano a sbagliare e a suonare male. Quando viene inquadrato il trombettista, si vede che questi fa uno sforzo notevole per suonare una nota bassissima, e per simulare lo sforzo gli viene acceso un bel faro rosso in pieno viso per farlo arrossire. Il trucco si nota benissimo, anche perché viene illuminato di rosso anche ciò che è vicino al viso dell'attore.
  9. All'arrivo dell'americano campeggia lo striscione "Benvenuto a CAIANIELLO", invece quando è Scannagatta ad essere festeggiato, alla fine, uno striscione "Viva il cigno di CAIANELLO"... E' cambiato il nome del paese!
  10. Nella famosa scena del vagon lits quando Totò e Castellani vengono inquadrati all'opposto dei letti ci sono due evidenti errori: 1) Si nota fin troppo l'accecante luce dei riflettori di scena sul muro dato che per un film a colori ne servivano moltissimi all'epoca 2) Nella precedente inquadratura controcampo lo spazio della camera era molto più piccolo e si nota anche che per far spazio al campo visivo il letto superiore è stato eliminato.

www.bloopers.it

Le Locandine


Riferimenti e bibliografie:

"Totalmente Totò, vita e opere di un comico assoluto" (Alberto Anile), Cineteca di Bologna, 2017
"L’avventurosa storia del cinema italiano, vol. 1", (Franca Faldini - Goffredo Fofi), Edizioni Cineteca di Bologna, Bologna 2009
"Totò" (Orio Caldiron) - Gremese , 1983
grandebellezza.wordpress.com