TOTÓ, PEPPINO E... LA MALAFEMMINA

1956



Incasso lire 678.538.000 - Spettatori 4.543.883

Detti & contraddetti

Ma dico io, adesso che siamo a Milano, vogliamo andare a vedere questo famoso colosseo?
E poi che colpa ne abbiamo noi, se il muro non ha retto all'urto?


Se a Milano, quando c'è la nebbia, non si vede, come fanno i milanesi a vedere se c'è la nebbia? Lei deve essere obbiettivo, a noi queste frasi sotto semaforo non ci convincono!


Bitte, scien noio volevon savuar l'indiriss ja! ?arla italiano? Molto bene! Dunque: noi vogliamo sapere, per andare dove dobbiamo andare, per dove dobbiamo andare. Sa, è una semplice informazione.


Ho un fratello di nome Peppino: io sono il primogenio, lui il secondogenio, ma è un cretino.
Noio volevons savuàr l'idriss.
Intanto io sento caldo. Ma non dire sciocchezze: a Milano fa freddo. Eh... eppure io sento caldo... E sarà un freddo caldo!
Bisogna essere chiari, le parole sotto semaforo non mi convincono.
Milano è la capitale del Nord, noi sudisti stiamo sotto lo stivale.
Non offendiamo i sudisti! La colpa di tutti i guai è di Garibaldi, con quel suo sghiribizzo di unificare l'Italia.
Tutti i confinanti sono antipatici.
A me mi chiamate dottore, al mio vice, vice dottore.
Per andare a Milano ci vogliono quattro giorni di mare, a meno di non andare a piedi.


San'Antonio... Sant'Antonio mio bello. Tu che sei un santo così misericordioso... tu che fai tredici grazie al giorno... Fammene una, fa' che le ragazze non vengano. "Eccoci qua!". Sant'Antò... io ti ringrazio, eh!

Antonio Caponi

Scheda del film

Titolo originale Totò, Peppino e... la malafemmina
Paese Italia - Anno 1956 - Durata 102' - B/N - Audio sonoro - Rapporto 1.37:1 - Genere commedia - Regia Camillo Mastrocinque - Soggetto Nicola Manzari - Sceneggiatura Sandro Continenza, Nicola Manzari, Edoardo Anton, Francesco Thellung - Produttore Isidoro Broggi, Renato Libassi per D.D.L - Fotografia Mario Albertelli, Claudio Cirillo - Montaggio Gisa Radicchi Levi - Musiche Pippo Barzizza - Lelio Luttazzi - Totò - Scenografia Alberto Boccianti


Totò: Antonio Caponi - Peppino De Filippo: Peppino Caponi - Dorian Gray: Marisa Florian - Teddy Reno: Gianni - Vittoria Crispo: Lucia Caponi - Mario Castellani: Mezzacapa - Nino Manfredi: Raffaele - Edoardo Toniolo: Remo - Linda Sini: Gabriella - Emilio Petacci: il nonno con il mal di denti - Lamberto Antinori: un amico - Gino Ravazzini: l'amministratore del teatro - Salvo Libassi: Marassi - Gianni Partanna: il maitre del gran Milan - Corrado Tedeschi: Giannino


Soggetto, Critica & Curiosità

1956-toto-peppino-e-la-malafemmina4Soggetto

Antonio Caponi e suo fratello Peppino vivono nelle campagne di Napoli. Sono proprietari terrieri, campagnoli e di scarsa cultura: Antonio, il primogenito, è spendaccione e donnaiolo, spesso a danno del più giovane, il sottomesso e avaro Peppino. Entrambi sono alle prese con il ben più ricco mezzadro Mezzacapa ai danni del quale combinano, puntualmente, qualche gioco.
Gianni, l'aitante figlio della loro sorella Lucia, nel corso dei suoi studi di medicina a Napoli si innamora di Marisa, prima ballerina di avanspettacolo. Per amore il giovane decide di seguirla a Milano, all'insaputa del resto della famiglia. La giovane figlia del padrone di casa napoletano di Gianni, segretamente infatuatasi dello studente, per ripicca spedisce una lettera a Lucia, informandola della fuga del figlio.
I tre fratelli, temendo che Gianni possa distogliere l'attenzione dagli studi e interpretando la notizia - secondo la loro mentalità - come possibile fonte di scandalo e cattiva reputazione, decidono di raggiungere Milano. Consultano quindi l'odiato Mezzacapa sullo stile di vita di Milano, poiché in giovinezza il vicino visse proprio al nord. Raggiunta la terra milanese, si mettono sulle tracce di Gianni, per persuaderlo a tornare a Napoli, cercando anche di convincere Marisa a lasciarlo. Sarà proprio Lucia ad accorgersi della bontà dei sentimenti dei due giovani, che alla fine avranno la meglio in un lieto fine.
Il filo della trama vede i due giovani protagonisti conoscersi casualmente, una sera in cui Marisa abbandona una festa noiosa: benché parte integrante di un ambiente patinato e benestante, questo suo prenderne le distanze favorisce l'unione con uno studente di campagna. Nonostante alcune incomprensioni tra i due, alla fine trionferà l'amore, che Marisa preferirà alla carriera nel mondo dello spettacolo.


Critica e curiosità

Le peripezie dei due fratelli scorrono parallelamente alla vicenda. Numerose gag sono rimaste celebri: dalle liti e i dispetti con il ricco mezzadro confinante Mezzacapa, alle disavventure in terra milanese.
Oltre alla lettera strampalata (trascritta in seguito), un'altra scena è quella che si svolge di fronte al Duomo di Milano, fra Totò, Peppino e un vigile urbano: i fratelli provano a chiedere informazioni per raggiungere il teatro in cui si esibisce la "malafemmena", inanellando una serie di equivoci.
I due scambiano il vigile per un generale austriaco alleato, e tentano di farsi capire con un bizzarro miscuglio linguistico, che dà origine alla gag "Excuse me... bittescèn, noyo volevàn savuàr l'indiriss... ja?", composto: dall'espressione inglese "excuse me" ("mi scusi"), seguito dal tedesco "bitte schön" ("mi scusi" o "prego"); un improbabile pronome spagnolo "noyo" (misto di "noy" e "yo", "noi" e "io"), un tentativo di verbo al francese (che invece richiama il termine culinario "vol-au-vent"), il verbo francese "savoir" (sapere) e una parola del dialetto meneghino "indiriss" (indirizzo), conclusa con il "sì" tedesco, "ja".
Nonostante i due non abbiano varcato il confine, resta un'incomunicabilità legata a fattori culturali: prima i due scambiano il vigile per tedesco (quando lui chiede in dialetto "m'ha ciapà per un tedesco?"), e lo stesso vigile non riconosce la loro provenienza ("ma dove venite, voi? dalla Val Brembana?"). Le cose non migliorano quando il vigile gli parla poi in italiano, in quanto la frase che ne scaturisce conduce a una sorta di qui pro quo linguistico: "Dunque, noi, vogliamo sapere, per andare dove dobbiamo andare... per dove dobbiamo andare? Sa, è una semplice informazione!". Il tutto in un contesto comico che amplifica la goffaggine dei due personaggi in Alta Italia.
Altra scena è quella dell'arrivo dei tre fratelli alla stazione di Milano, intabarrati come cosacchi (contrappuntata da una marcetta in tono) nonostante il clima primaverile, con surreali richiami a luoghi comuni sul clima lombardo e sulla nebbia "... che c'è e non si vede", già menzionata in un precedente colloquio con Mezzacapa.

Il film arriva nelle sale a settembre ed è un successo clamoroso, successo di pubblico naturalmente perchè la critica come sempre per i film di Totò si impegna stavolta a non considerarlo,la maggior parte delle recensioni del film sono senza firma o anonime, o collocate in rubriche marginali.

Il film venne girato nel giugno del '56 con esterni a Napoli e a Milano. I duetti tra i fratelli Caponi sono tutti esilaranti: dalla lettera che Totò detta a Peppino, al loro arrivo a Milano vestiti di tutto punto, dal "volevon savoir" rivolto al vigile urbano davanti al Duomo, alla scena in cui Mezzacapa infuriato va a casa dei Caponi per chiedere il risarcimento dei danni per il muro rotto e l'inevitabile balletto di sedie intorno al tavolo. Il film arriva nelle sale a settembre ed è un successo clamoroso, successo di pubblico naturalmente perchè la critica come sempre per i film di Totò si impegna stavolta a non considerarlo,la maggior parte delle recensioni del film sono senza firma o anonime, o collocate in rubriche marginali.

Vagamente ispirato al testo della famosissima canzone "Malafemmena" del principe de Curtis, ebbe qualche noia con la censura in fase di approvazione del copione, a causa di alcune battute considerate troppo spinte e di alcune scene ambientate tra le quinte del teatro di rivista dove si notavano delle soubrette "spogliatissime". Sia le battute sia le scene furono completamente tagliate e se ne trova traccia solo nei documenti dell'apposita Commissione istituita all’epoca presso il Ministero del Turismo e dello Spettacolo.
A proposito della canzone cha ha ispirato il film, da notare che il titolo del brano non è Malafemmina ma Malafemmena (con una "e" al posto di una "i", differenziandosi quindi dal titolo Totò, Peppino e. la malafemmina).
A molti critici sfuggiva, e forse a qualcuno tuttora sfugge, l'eccezionale capacità di Totò di rappresentare delle situazioni tipiche della società italiana. Probabilmente solo Alberto Sordi è riuscito a fare altrettanto in seguito.
Negli anni 50, a novanta anni dall'Unità d'Italia e prima della diffusione della televisione, nonostante due Guerre Mondiali che avevano portato i diversi "popoli" italiani a stretto contatto, era enorme l'ignoranza degli Italiani sui territori, sulle popolazioni, sulle città, sul clima, sugli usi e costumi delle regioni più lontane. Ciò era particolarmente vero per i contadini.
In Totò, Peppino e la malafemmina abbiamo una serie di scene che rendono perfettamente questa situazione. Ricordiamo la descrizione di Mezzacapa di Milano, l'dea che si fanno della nebbia Totò e Peppino, il timore per il freddo milanese e quindi l'arrivo coi colbacchi e coi cappottoni alla stazione di Milano, il sentirsi persi per la dimensione della città (in un primo momento credevano che Piazza del Duomo fosse la piazza del paese), il contatto con il vigile urbano.


«[...] È con i lazzi di Totò e con l'espressione di bifolco al cubo dì Peppino De Filippo che si fanno le migliori risate, anche se le battute, che ricalcano schemi vecchi e conosciuti, non sempre hanno il pregio dell'originalità. Totò e Peppino sono misurati e spassosi.»

 Vice, «Corriere Lombardo», Milano, 7 settembre 1956.
 
«[...] Il film in questione è avanspettacolo e fumetto della peggiore qualità, né la presenza di bravi attori come Totò e Peppino De Filippo si fa avvertire, almeno sul piano della buona recitazione [...] Se si va avanti così, il mercato cinematografico italiano non avrà più distinzioni: tutta l'Italia sarà provincia.»
 

Vice, «Avanti!» Milano, 9 settembre 1956.

"[..] è proprio vero: con Totò e Peppino si ride sempre. Anche se il soggetto è così povero di fantasia, di originalità, di gusto come questo. [..] Se poco ci si mettessero( diciamo gli sceneggiatori, il regista), se sforzassero le loro meningi quel tanto da tirar fuori una storia decente, siamo certi che - attraverso la recitazione di Totò e Peppino - si potrebbero vedere dei film godibilissimi. E invece... [..]".

Anonimo, «La notte», 1956
 

Peppino De Filippo ha più volte ricordato che l'idea della serie «Totò e Peppino» era stata di Antonio de Curtis.
«Nel dopoguerra la gente aveva fame d'evasione, eh sì!», ha dichiarato nel '77. «C'era bisogno di svago, e la gente correva al cinema, a teatro. [...] Ma poi, col passar degli anni, passò l'entusiasmo, i film di Totò non avevano più quel richiamo. Insomma, una sera [...] me lo trovai in camerino, al Teatro delle Arti di Roma. Era piuttosto abbacchiato. A tu per tu, in un momento di confidenza, mi disse che le cose non gli andavano più bene. [...]

di Alberto Anile


Influenze

In Non ci resta che piangere del 1985 Massimo Troisi e Roberto Benigni si ispirano liberamente a questa lettera interpretando una scena nella quale tentano di scrivere a Girolamo Savonarola per chiedere un atto di clemenza. I tentennamenti dei due personaggi nella stesura della lettera vanno racchiusi nella ricerca di una forma che possa esprimere al meglio il loro sussiego nei confronti del celebre personaggio, con eccesso di umiltà e servilismo che ottiene anche qui una lettera bizzarra più dal punto di vista sintattico che grammaticale.

In Ho visto le stelle! del 2003 Maurizio Casagrande scrive sotto dettatura di Vincenzo Salemme una e-mail, ispirandosi alla celebre scena di Totò e Peppino.

Nella seconda puntata di Rockpolitik del 2005 va in scena uno sketch in cui Roberto Benigni, ospite del programma, detta ad Adriano Celentano, conduttore del programma, un'ipotetica lettera di scuse a Silvio Berlusconi, ispirata alla celebre scena di Totò e Peppino.

Nel 2008 esce in Francia il film Bienvenue chez les Ch'tis che parla delle differenze nord-sud della Francia e riprende alcuni tematiche di questo film: il ruolo di consigliere sul freddo e sulla nebbia milanesi qui attribuito a Mezzacapa sarà interpretato dal celebre attore Michel Galabru. In entrambi i film quando i protagonisti arrivano nel nord del loro paese sono vestiti con abiti invernali quando invece fa molto caldo. Infine in entrambi i film si gioca sulla possibile incomprensione tra i diversi popoli del nord e del sud causata dai diversi dialetti utilizzati nelle diverse regioni di Francia e Italia.

Nell'ultima edizione di Zelig Paolo Cevoli e Claudio Bisio hanno proposto alcuni sketch in cui il primo nei panni dell'assessore Cangini detta al secondo una lettera sulla falsa riga della lettera di Totò e Peppino.


Così la stampa dell'epoca



Foto di scena e immagini dal set


 Con Peppino, sul set, durante le riprese

Le istruzioni di Mezzacapa su come comportarsi a Milano.

Antonio Caponi: Ci vorrebbe qualcuno che ci mettesse aggiorno. Per andare a Milano non è una cosa semplice.
Mezzacapa: Qualcuno... E allora io qua che ci sto a fare. Tutti mi chiamano il milanese.
Peppino Caponi: Mezzacapa, ma parliamoci chiaro, voi siete stato veramente a Milano?
Mezzacapa: Eccome non ci sono stato, ho fatto il militare nel '31...
Antonio Caponi: No dico io...
Mezzacapa: Cavalleria...
Antonio Caponi: Mezzacapa, e i milanesi, quando vi vedevano, che dicevano?
Mezzacapa: Che devono dire..
Antonio Caponi: No, dico quando camminavate per la strada...
Mezzacapa: Beh?
Antonio Caponi: Beh, questo tipo straniero, va.
Mezzacapa: Ma per carità... Che, si andavano ad accorgere di me, a Milano? Ma voi non avete idea Milano che cosa sia.
Peppino Caponi: Parlano parlano, eh?
Mezzacapa: Parlano? Ma Milano è una grande città!
Antonio Caponi: Camminano camminano... come noi?
Mezzacapa: Camminano? C'è un traffico enome. Anzi, vi dovete stare accorti eh! Là attraversare la strada è una cosa pericolosa.
Antonio Caponi: Oh, e chi attraversa! Chi si muove, per carità.
Mezzacapa: Certo, certo non è una città, vero il clima non è come qui da noi. Lì è un clima più rigido, eh, vento, neve..
Antonio Caponi: Freddo?
Mezzacapa: Freddo. Le bufère...
Antonio Caponi: Le bùfere.
Peppino Caponi: Ci sono? Le bùfere?
Mezzacapa: Eccome.
Peppino Caponi: Per la strada?
Antonio Caponi: Per la strada.
Mezzacapa: Per la strada, dappertutto.
Antonio Caponi: Capirai, entrano nei palazzi, salgono le scale... eh che ne so!
Mezzacapa: Acqua, vento... e nebbia! Eh... nebbia, nebbia!
Antonio Caponi: Ah, questo m'impressiona! Tutto, ma la nebbia.
Mezzacapa: A Milano, quando c'è la nebbia non si vede.
Antonio Caponi: Perbacco... e chi la vede?
Mezzacapa: Cosa?
Antonio Caponi: Questa nebbia, dico?
Mezzacapa: Nessuno.
Antonio Caponi: Ma, dico, se i milanesi, a Milano, quando c'è la nebbia, non vedono, come si fa a vedere che c'è la nebbia a Milano?
Mezzacapa: No, ma per carità, ma quella non è una cosa che si può toccare.
Peppino Caponi: Ah, ecco.
Antonio Caponi: Non si tocca... non si tocca.
Peppino Caponi: Ma io, a parte questa nebbia, io non la tocco per carità... Ma adesso se noi dobbiamo incontrare a mostro nipote, questa cantante, come li vediamo, dove li troviamo?
Antonio Caponi: Già! Eh già, non ci avevo pensato.
Mezzacapa: È facile, la cantante, quella c'ha il nome sul manifesto.
Antonio Caponi: Hai capito, a Milano quando c'è la nebbia, mettono i nomi sui manifesti. Dice, chi mi vuol trovare, io sto qua.

La dettatura della lettera alla malafemmena

La lettera di Totò e Peppino: il ruolo di Peppino e un consiglio per una diversa visione

LetteraLa scena della lettera di Totò e Peppino è dominata dal grande Totò. Sarà per il tono con il quale detta la lettera e impartisce disposizioni varie al fratello Peppino, sarà per le lezioni di sintassi, grammatica e punteggiatura che elargisce, sarà per la sua sicumera, con le dita nel taschino del panciotto e il suo cipiglio, ma Totò monopolizza la scena e attrae l’attenzione dello spettatore. Peppino svolge nella scena della lettera, in apparenza, il classico ruolo della spalla, sia pure di alto livello.
Nella realtà l'importanza del ruolo di Peppino nella scena della lettera è paritaria a quello di Totò: è eccezionale la sua interpretazione del contadino poco avvezzo all'uso della penna e messo quindi in gravissima difficoltà dal dover scrivere anche poche righe. Ecco quindi un consiglio per chi ha la possibilità di rivedere la famosa scena della lettera del film Totò, Peppino e la Malafemmina: concentrate la vostra attenzione su Peppino e non guardate Totò!
Osservate come "fatica" a scrivere la lettera, arrivando a sudare abbondantemente.
Osservate ancora come all'inizio scriva in maniera "larga", poi si accorge che lo spazio sta finendo e, non pensando per nulla a prendere un altro foglio, prosegue a scrivere sempre più piccolo, sempre più piccolo e sempre più storto.
Da tenere presente che la scena della Lettera di Totò e Peppino sembrerebbe che sia stata girata "all'impronta"; così almeno ha riferito il testimone Teddy Reno, che in quel film interpretava il nipote dei fratelli Caponi.
Notate quindi come Peppino "regga la botta" perfettamente a Totò e alle sue improvvisazioni, inserendosi con qualche battuta di sua creazione; ricordiamo, ad esempio, l'equivoco della "insalata" (confonde "vi consoliate" con "con l'insalata"), il commento "troppa roba!" all'abbondanza di punteggiatura proposta da Totò, il "senza nulla a pretendere" finale.
 

La lettera di Totò e Peppino: un’interpretazione “malevola”

Esaminate la frase della lettera:
“Scusate se sono poche, ma settecentomila lire ci fanno specie che quest'anno, una parola, c'è stato una grande moria delle vacche come voi ben sapete.”

Ragioniamo prima sull'utilizzo del termine "specie"; Totò usa questa parola con una doppia valenza: in primo luogo "specie" è collegato a "ci fanno"; sta in effetti utilizzando l'espressione molto comune: "un fatto ci fa specie" e quindi "settecentomila lire ci fanno specie".
Contemporaneamente però "specie" si collega al periodo seguente, come avverbio: "specie che quest'anno c'è stata la moria delle vacche".
Totò quindi pronunciando una sola volta la parola "specie" se ne avvale in due periodi diversi.

Proviamo ad ipotizzare che la stessa "tecnica" venga utilizzata per l'espressione "come voi" nel periodo successivo.
Ebbene avremmo che "come voi" non solo si collega al successivo "ben sapete" per formare la frase "come voi ben sapete", ma si collegherebbe anche alla frase precedente "C'è stata una moria della vacche" determinando l'espressione offensiva "C'è stata una moria delle vacche come voi".
La frase sarebbe in linea con la tendenza di Totò alle battute a doppio senso ed alla considerazione che, almeno in quel momento della storia, gli zii Caponi avevano della fidanzata del nipote, per l'appunto una "malafemmina".

Principe5 Lettera

Toto Peppino e la malafemmenaAntonio Caponi: Giovanotto, carta, calamaio e penna, su! Scriviamo!...dunque, hai scritto?
Peppino Caponi: Eh, un momento, no?
Antonio Caponi: E comincia, su!
Peppino Caponi: [Fra sé e sé] Carta, calamari e penna...
Antonio Caponi: OOOHHHH.... [Inizia a dettare] Signorina!...Signorina!
Peppino Caponi: [Si gira verso la porta] Dove sta?
Antonio Caponi: Chi è?
Peppino Caponi: La signorina.
Antonio Caponi: Quale signorina?
Peppino Caponi: Hai detto "Signorina?".
Antonio Caponi: È entrata la signorina?!?
Peppino Caponi: [Di nuovo verso la porta] Avanti!
Antonio Caponi: ...Animale! "Signorina" è l'intestazione autonoma... della lettera... oh! Signorina! [Peppino cambia il foglio] Non era buona quella signorina là?
Peppino Caponi: è macchiata...
Antonio Caponi: Signorina!...veniamo... veniamo... [Peppino nel frattempo fa' da coro continuando a dettare a se stesso, per le prossime battute]...veniamo noi con questa mia addirvi.
Peppino Caponi: Addirvi...
Antonio Caponi: Addirvi, una parola: addirvi!
Peppino Caponi: Addirvi una parola...
Antonio Caponi: [Alzando la voce] Che!
Peppino Caponi: Che!
Antonio Caponi: Che è?
Peppino Caponi: Che è?
Antonio Caponi: Che è?
Peppino Caponi: Uno, quanti?
Antonio Caponi: Che è...
Peppino Caponi: Uno che!
Antonio Caponi: Uno che! Che è...
Peppino Caponi: Che è! eh..
Antonio Caponi: Scusate se sono poche...
Peppino Caponi: Che.
Antonio Caponi: Che è? Scusate se sono poche, ma SETTECENTOMILA [scandendo la cifra] lire, punto e virgola, noi.
Peppino Caponi: Noi...
Antonio Caponi: Ci fanno... specie che quest'anno, una parola, questanno... c'è stato una grande moria delle vacche [Peppino ripete, scrivendo], come voi ben sapete! Punto! Due punti!...ma sì, fai vedere che abbondiamo... abbondandis'id abbondandum... questa moneta servono, questa moneta servono... questa moneta servono acchè voi vi consolate... aho, scrivi presto!
Peppino Caponi: Conninsalate...
Antonio Caponi: Che voi vi consolate...
Peppino Caponi: Ah, avevo capito con l'insalata.
Antonio Caponi: Voi vi consolate, non mi fa' perdere il filo che ce l'ho tutta qui!
Peppino Caponi: Avevo capito coll'insalata!
Antonio Caponi: Dai dispiacere, dai dispiacere che avreta... che avreta... che avreta. Eh già, è femmina, è femminile. Che avreta perché... perché? io non so...
Peppino Caponi: Perché che cosa?
Antonio Caponi: Perché che? ohhhh, perché! Dai dispiacere che avreta perché! è aggettivo qualificativo, no?
Peppino Caponi: [Sottovoce] Io scrivo...
Antonio Caponi: Perché! Dovete lasciare... nostro nipote... che gli zii, che siamo noi medesimo di persona... [Peppino si tampona la fronte]...ma che stai facendo 'na faticata, si asciuga il sudore... [Peppino sospira]...Che siamo noi medesimo di persona, vi mandano questo. [Mostrando la scatola contenente i soldi]
Peppino Caponi: Questo.
Antonio Caponi: Perché il giovanotto è studente che studia, che si deve prendere una laura...
Peppino Caponi: Laura.
Antonio Caponi: Laura... che deve tenere la testa al solito posto, cioè... sul collo. Punto, punto e virgola. Punto e un punto e virgola.
Peppino Caponi: Troppa roba..
Antonio Caponi: Salutà..lascia fare..dicono che noi siamo provinciali, siamo tirati. Salutandovi indistintamente. Salutandovi indistintamente... sbrigati!...salutandovi indistintamente, i fratelli Caponi, che siamo noi... questa, apri una parente... apri una parente, dici: che siamo noi, i fratelli Caponi.
Peppino Caponi: Caponi...
Antonio Caponi: Hai aperto la parente? [Peppino annuisce] Chiudila!
Peppino Caponi: Ecco fatto...
Antonio Caponi: Volevi aggiungere qualcosa?
Peppino Caponi: [Mugugna qualcosa di incomprensibile]...senza nulla a pretendere, non c'è... non c'è bisogno...
Antonio Caponi: In ba... in data odierna.
Peppino Caponi: Beh, quello poi si capisce.
Antonio Caponi: Vabbè, si capisce.

Arrivati a Milano, chiedono informazioni a un vigile

Antonio Caponi: Escuseme.
Peppino Caponi: Ahi!
Antonio Caponi: E scansati... scusi lei è di qua?
Vigile: Dica!
Antonio Caponi: È di qua?
Vigile: Sì, beh, sono di qua perché m'ha ciapà per un tedesco?
Antonio Caponi: Ah, è tedesco... te l'avevo detto io che era tedesco.
Peppino Caponi: E allora come si fa?
Antonio Caponi: Eh, ci parlo io.
Peppino Caponi: Perché tu parli?
Antonio Caponi: Oooh ho avuto un amico prigioniero in Germania, non mi interrompere se no perdo il filo, dunque, escusemi...
Vigile: Se ghè?
Antonio Caponi: Bitte schön, noio...
Vigile: Se ghè?
Antonio Caponi: Ha capito!
Peppino Caponi: C'ha detto?
Antonio Caponi: Dopo ti spiego, noio volevan, volevon, savuar, noio volevan savuar l'indiriss, ia?
Vigile: Eh ma, bisogna che parliate l'italiano perché io non vi capisco.
Antonio Caponi: Ah, parla italiano.
Peppino Caponi: Complimenti!
Antonio Caponi: Complimenti, eh bravo!
Vigile: Ma scusate, ma dove vi credevate di essere, siamo a Milano qua.
Antonio Caponi: Appunto lo so, noi volevamo sapere, per andare, dove dobbiamo andare, per dove dobbiamo andare, sa è una semplice informazione.
Vigile: Sentite...
Antonio Peppino [in coro]: Signorsì?
Vigile: Se volete andare al manicomio.
Antonio Peppino [in coro]: Sìssignore?
Vigile: Vi accompagno io, ma varda un po' che roba, ma da dove venite voi? Dalla Val Brembana?
Antonio Caponi: Non ha capito una parola!
Maître: Buonasera signori.
Antonio Caponi: Buonasera commendatore. [Inchinandosi]
Peppino Caponi: Commendatore. [Inchinandosi]
Antonio Caponi: Buonasera signor commendatore.
Maître: I signori desiderano?
Antonio Caponi: Ma, veramente, volevamo parlare con il cameriere.
Maître: Appunto, io sono il maître.
Peppino Caponi: C'ha detto? [Sottovoce]
Antonio Caponi: È un metro.
Peppino Caponi: Ah, un metro... Eh, se li porta bene i centimetri.
Maître: Si affidino a me ... combinerò loro un servizio del quale non si scorderanno mai più. [si congeda]
Antonio Caponi: ... e questo ce lo fa il servizio, eh!
Peppino Caponi: [assentendo]... ci ha minacciato chiaramente!


Analisi

Totò, Peppino e la malafemmina, un film tutto da ricordare

Di questo film è incredibile il numero di battute, scene e personaggi che tutti ricordano. Abbiamo provato a buttarne giù un elenco, ampiamente carente:

Na femmena bugiarda m'ha lassato…: la canzone cantata dai due fratelli Capone mentre guidano il loro carro, tirando pietre alla finestra del vicino.

Mezzacapa: per l'appunto, l'odiato vicino di casa, interpretato da Mario Castellani.

Il nascondiglio dei soldi di Peppino: sotto una mattonella, nascondiglio ben noto a Totò…

Due parole, ho detto tutto…: la frase cara a Peppino per lasciar intendere che, da uomo esperto e di mondo, con poche parole è in grado di comunicare concetti complessi o, in ogni caso, è in grado di risolvere situazioni difficili; il fratello e noi spettatori nutriamo qualche dubbio…

Un milione a Mezzacapa, e allora...una capa intera quanto costa? Un miliardo? : Mezzacapa chiede un risarcimento danni per un muro distrutto per un importo di un milione di lire; Totò si domanda quanto avrebbe chiesto se fosse stato una "capa intera".

Io direi…; dunque facciamo...: Mezzacapa viene invitato a presentare una nuova richiesta per il risarcimento danni; non fa in tempo a iniziare il discorso con un "io direi…" o con "dunque facciamo" che i tre fratelli si alzano e si mettono a girare intorno al tavolo, indispettiti prima ancora di aver sentito l'ammontare della richiesta, affermando "ma che direi? Ma dove siamo; il muro è d'oro?", o " qui si esagera, qui si esagera!" o, ancora, "ma che facciamo!!! ma a chi?".

A Milano, quando c'è la nebbia, non si vede: Totò e Peppino ascoltano Mezzacapa che parla loro di Milano e si preoccupano moltissimo per la nebbia. Totò intende che a Milano quando c'è la nebbia non si vede la nebbia stessa.

L'arrivo alla stazione di Milano: vestiti alla russa, con tanto di colbacco, cappottone e borracce militari, con sottofondo musicale, per l'appunto, russo, i tre fratelli arrivano a Milano suscitando l'ilarità dei milanesi.

L'arrivo in albergo a Milano dei fratelli Capone: incredibile il quantitativo di oggetti ( e non solo…) portati dai Capone a Milano; è difficile farne un elenco completo; alcuni vengono estratti da Totò da una valigia e da un borsone, altri fanno bella mostra di sè sullo sfondo della scena. Totò estrae nell'ordine:
una bottiglia di olio;
due bottiglie di vino:
mutande;
un "palatone" di pane di circa 2 Kg (ad occhio);
una caciotta (Peppi', attacca 'sta caciotta!)
pasta bianca, 4 Kg. (Basterà per tre giorni?)
due galline (Aria, aria, camminate per la stanza…)
Sullo sfondo della scena, s'intravedono:
ritratto incorniciato della buonanima del marito della sorella di Totò e Peppino;
candela, che viene accesa, davanti al ritratto;
un prosciutto intero;
un "filo" di salsicce;
un bel grappolo di pomodorini;
delle teste di aglio;
borracce militari, già "apprezzate" all'arrivo alla stazione.

Ora che siamo arrivati a Milano, lo vogliamo andare a vedere questo Colosseo?: è la domanda che pone Totò dopo aver "sistemato" la stanza d'albergo

Chiamiamo il cameriere e ci mettiamo d'accordo per una cena a prezzo di costo: Totò e Peppino si ritrovano in un gran ristorante a dover effettuare l'ordinazione, ma hanno pochi soldi (ventimila lire) e temono i prezzi del locale raffinato (Peppino parla di trattoria di lusso); Totò decide di chiamare il cameriere.

Io sono il metre: dopo che Totò ha richiesto a gran voce un cameriere, questi si precipita da loro: per l'abito e per i toni, viene scambiato dai fratelli Capone per un commendatore. Il cameriere si presenta, io sono il metre, e Peppino capisce che è alto un metro, mentre Totò commenta che si porta bene i centimetri.

Mio fratello è un collezionista di prezzi: il metre propone un menù con una zuppa di tartaruga; Totò è preoccupato per la spesa e vorrebbe sapere quanto costa; ha soggezione del cameriere e giustifica la richiesta come per assecondare una mania del fratello.

Combinerò loro un servizio del quale non si scorderanno mai più: è la conclusione del cameriere che lascia nel terrore i fratelli Capone.


Alle volte si appiccicano: Totò prova a vedere se le due banconote da diecimila (i famosi lenzuoli degli anni 50 e 60) che Peppino ha portato con sè non sono per caso tre.


Per andare dove dobbiamo andare...

Una delle scene più famose di Totò, Peppino e la Malefemmina è quella che vede Totò e Peppino tentare di chiedere a un vigile urbano di Milano alcune informazioni. Per la precisione, i nostri due eroi vorrebbero chiedere al vigile come fare a rintracciare Marisa, la fidanzata del loro nipote. Nella realtà la richiesta sarà un po' diversa...

La Val Brembana

La Val Brembana è un'amena valle in provincia di Bergamo, ricca di piccole e ridenti cittadine (questo il link al sito della Valle).
Viene tirata in ballo dal vigile milanese, al termine dello scambio di battute con Totò e Peppino, dopo aver ricevuto la famosa domanda "Per andare dove dobbiamo andare, per dove dobbiamo andare?"..
Il "generale austriaco", guardando i fratelli Capone con aria tra il commiserevole e lo "schifato", domanda loro se per caso vengono dalla Val Brembana.
Non sappiamo perchè il vigile milanese associ la Val Brembana a Totò e Peppino; lo possiamo immaginare... e crediamo proprio che gli abitanti della Val Brembana non godessero di grande considerazione da parte del nostro milanese!

Il tentativo personale di "ripetere" la scena

Chi vi scrive ha provato a ricreare la scena di Per andare dove dobbiamo andare...!
Non è stato semplice, soprattutto per la individuazione del compagno d'avventura (il Peppino della situazione).
E' stato impossibile, infatti, trovare qualcuno che volontariamente si proponesse. Alla fine è stato costretto ad accettare un collaboratore di ufficio, minacciato di ripercussioni sul lavoro nel caso non avesse aderito, e con entusiasmo, all'iniziativa.
Abbiamo quindi individuato, in Piazza del Duomo, un vigile milanese e ci siamo avvicinati tenendoci per mano.
"Senta, per andare dove dobbiamo andare, per dove dobbiamo andare? ".
Risposta del vigile: "Se volete andare al manicomio, vi accompagno io. ".
Incredibile! Il "ghisa " era preparato!

 

(fonte: www.quicampania.it)

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