TOTÒ CONTRO I QUATTRO

1963

Incasso lire 319.020.000 - Spettatori 1.445.754



Detti & contraddetti

Ah, commissario... A me nisciuno me fa fesso! Ma caro cavaliere... commendatore... Cos'è? Nessuno vuoi farlo fesso... Ah be'... E poi non c'è bisogno: Lei già lo è.


È difficile capire le donne... sono occulte.
Cleptomane vuol dire mariuolo.


La vogliono ammazzare? Bene, bravo! Lei mi invita a nozze: io scopro gli assassini. Lei è disposto a collaborare con la polizia? Allora si faccia ammazzare che poi interveniamo noi.


Al momento di battermi con Maciste, sai che ti dico? lo mi defilo, marco visita. Maciste, udi, mi fai un baffo.
Lei ha una psicosi, è uno psicopata.
Un funzionario della nettezza urbana: un mondezzaio.
Sono il capo VAF, ma che avete capito? VAF significa Volontari, ausiliari, forze di polizia.
Era un tipo strano: invece di farsi curare dal medico, andava dal veterinario. Quell'uomo era una vera bestia.
Non posso farti fesso perché lo sei già.
A me i gatti neri mi guardano in cagnesco.
Mastrillo, quando spuntano come spunta la luna a Marechiaro son dolori!
Don Amilcare, io questo prossimo non lo amo.
Supposta! Ecco io non volevo nomin are questo aggettivo...
Di Sabato, con un piccione abbiamo preso due fave.
Foto romanzo, foto romanzo, ma allora qui fanno i fumetti.
La sua vita si svolge tra casa e chiesa... E vabbè, ma nel tragitto cosa succede?
Cavaliere, nessuno vuole farla fesso... non c'è bisogno.
A quest'ora in Questura il questore non c'è.
Ogni limite ha una pazienza.


Ora si spiega tutto: lei è nato delinquente! Mi scusi eh, lei è nato delinquente, poi è stato toccato dalla Grazia ed è capitato in questo rione per mia disgrazia.


Dormire peggio, mangiare male.

Commissario Antonio Saracino

Scheda del film

Titolo originale Totò contro i quattro
Paese Italia - Anno 1963 - Durata 94 - B/N - Audio sonoro - Genere commedia - Regia Steno - Soggetto Bruno Corbucci, Giovanni Grimaldi - Sceneggiatura Bruno Corbucci, Giovanni Grimaldi - Produttore Gianni Buffardi per la Titanus, Roma - Fotografia Clemente Santoni - Montaggio Giuliana Attenni - Musiche Gianni Ferrio - Scenografia Giorgio Giovannini


Totò (commissario Antonio Saracino) - Aldo Fabrizi (don Amilcare) - Nino Taranto (ispettore Giuseppe Mastrillo) - Peppino De Filippo (cavalier Alfredo Fiore) - Erminio Macario (colonnello La Matta) - Ugo d'Alessio (brigadiere Di Sabato) - Carlo Delle Piane (Pecorino) - Mario Castellani (Commendatore Filippo Lancetti) - Pietro Carloni (il cognato di Lancetti) - Rossella Como (la moglie di Lancetti) - Dany París (Jacqueline) - Ivy Olsen (signora Durant) - Nino Terzo (agente Pappalardo) - Moira Orfei (signora Fiore) - Mario De Simone (agente Spampinato) - Luciano Bonanni (il ladro anziano) - Piero Gerlini (un passante)

Soggetto, Critica & Curiosità

1963-toto-contro-i-quattroSoggetto 

Roma, la giornata dell'integerrimo commissario Antonio Saracino inizia male: la sua automobile nuova è stata rubata nella notte. Il commissario, avvisato del fatto che una scatola di medicinali che aveva ordinato dall'estero è stata fermata alla dogana, si reca dall'ispettore di dogana Mastrillo. Questi si mostra intransigente con il commissario e non gli permette di avere un trattamento di favore. In seguito il commissario si reca in un negozio di abbigliamento intimo femminile per procurare a sé e al brigadiere Di Sabato i travestimenti per un altro caso. Con sua sorpresa, scopre che il negozio, pur essendo intestato a una donna, è gestito dallo stesso ispettore Mastrillo che utilizza questo illecito sistema per aggirare l'incompatibilità tra il suo ruolo pubblico e la proprietà del negozio. L'ultimo incontro tra l'ispettore Mastrillo e il commissario Saracino avviene al commissariato. Qui l'ispettore Mastrillo confessa al commissario, nel bagno dell'ufficio di quest'ultimo, di essere riuscito, con un sistema truffaldino ai danni dell'amministrazione doganale, a mettere da parte oltre un miliardo di lire. Non solo: addirittura propone al commissario di entrare anche lui nel "giro" ma quest'ultimo, dopo aver finto un interesse nell'affare, gli rivela di aver registrato l'intera conversazione tramite un microfono nascosto e fa arrestare l'ispettore.
Il cavalier Alfredo Fiore, in base alla testimonianza del suo pappagallo, sostiene che sua moglie lo tradisca con un veterinario, il dottor Cavallo, e vuole che la polizia indaghi: il commissario però lo manda via in malo modo. Ben presto, però, il cavaliere torna denunciando un tentativo di avvelenamento: anche stavolta il commissario lo fa allontanare.
Un sedicente colonnello La Mazza invita il commissario a un incontro al bar per informarlo che, per la sua professione di detective privato, ha scoperto che in una villa molto isolata quotidianamente entrano molte ragazze, ma non ne escono mai. Teme, così, che vengano attirate nella casa per essere uccise. Fingendosi imbianchini, i due riescono a entrare nella casa; dopo una serie di equivoci scoprono che nella casa invece si stanno girando delle scene horror di un fotoromanzo. A completare il quadro, arrivano gli infermieri di un manicomio che portano via La Mazza, che in realtà è un pazzo scappato dalla casa di cura.
L'ultimo caso è quello del Commendatore Lancetti, ricattato da un uomo misterioso. Il commissario che sospetta subito che il commendatore nasconda qualcosa di ben più grave, consiglia al Commendatore di fingere di accettare il ricatto e di recarsi a Villa Borghese, luogo concordato per la consegna. Qui, il Commissario, travestito da prostituta, scopre che il ricattatore è il cognato del Commendatore, ma scopre anche che il ricattato è un falsario in quanto ha portato con sé banconote false, e quindi arresta entrambi.
Immediatamente dopo l'arresto dei due, un agente di polizia viene ad avvertire il Commissario che la sua auto è stata ritrovata. La vettura era stata rubata da una banda di ladri che un prete, Don Amilcare cerca di redimere da un lato, e di difendere dal commissario dall'altro. Il prete è nell'automobile del poliziotto con uno dei ladri, detto Pecorino, e la sta riportando al suo legittimo proprietario. Inizialmente il commissario crede che Don Amilcare sia complice dei ladri, ma quando questo gli consegna l'automobile si convince della sua innocenza e sale in vettura con lui. Pecorino, nel frattempo, dopo aver promesso al sacerdote di smettere di rubare, è andato via. Incontra, però, i suoi ex "colleghi" e questi lo convincono a tentare un ultimo colpo. Trovano, però, l'automobile del commissario e qui scoprono che dentro vi sono Don Amilcare e il commissario Saracino, ancora travestito da donna, che proprio in quel momento accusa un lieve malore e il prete decide di portarlo da un medico. Erroneamente convinto che don Amilcare abbia ceduto alle debolezze del gentil sesso, Pecorino decide di rimangiarsi la promessa fatta al prete e ricomincerà la sua carriera di ladruncolo.

Critica e curiosità 

Al fianco di Totò vengono messi vecchi amici che hanno lavorato in passato con lui, ma nonostante il cast eccezionale per un film comico, gli incassi al botteghino hanno un calo clamoroso.
Il commissario Antonio Sarracino interpretato da Totò affronta in questo film due casi che sono stati ispirati da reali casi di cronaca avvenuti poco tempo prima; Nino Taranto impersona il corrotto ispettore di dogana Mastrillo ed era ispirato alla figura dell'ispettore alle dogane Cesare Mastrella, che riuscì a truffare allo Stato più di un miliardo di lire di allora.

Dr. Cesare Mastrella il 9 novembre 1962, venne tratto in arresto - all’alba, come nella migliore prassi poliziesca – in casa della sua amante, Anna Maria Tomasselli, a Roma, con l’accusa di aver sottratto un “malloppo” di quasi 800 milioni dalle casse dello Stato. A quel momento, l’eclettico omino di Velletri, suo luogo di nascita, aveva 48 anni. Per la verità storica va detto che, in Parlamento, dove finì la grottesca vicenda, tra un vociare mediatico assordane, nella seduta del 28 novembre 1962, il Ministro delle Finanze fece puntualmente la somma delle sottrazioni operate dal Mastrella e risultò un ammanco pari a 754 milioni e 150.000 lire. Aggiungendoci le documentate cospicue vincite al Totocalcio, i “prelievi di cassa” che non fu possibile accertare, gli stipendi percepiti (quelli si legittimamente) nel periodo della “truffa aggravata e continuata”; tutto quanto messo insieme, al miliardo, il signor Direttore, ci arrivò pelo, pelo. E infatti gli fu attribuito (di diritto) il titolo di “ispettore miliardo”. Titolo eteroclito, avrebbe scritto il Manzoni. (Fonte: quotidianodellumbria.it)



 

 

Il caso del bitter su cui ha dei sospetti Peppino De Filippo, che poi si riveleranno infondati, è ispirato, come lo stesso De Filippo dice avendolo letto sui giornali, al caso del bitter avvelenato che fu inviato per posta ad un commerciante di Arma di Taggia nell'agosto del 1962 dall'amante della moglie ed in quel caso fu fatalmente bevuto dalla vittima.

 


 

«[...] Una farsetta questo Totò contro i quattro, far le più corrive che abbia girato Steno [...]Le spalle sono di lusso [...] e appunto dai duetti che ciscuna di esse intreccia col sempre ameno protagonista, scaturisce per gli spettatori di palato facile un modesto ma infallibile divertimento. Il film ha il merito di evitare le scollacciature dalla sua comicità affidata più che altro a innocenti giochi di parole. E non è neanche il caso di parlare di satira, anche se alcune avventure appaiono suggerite da altrettanti scandali e scandaletti del giorno. Le "spalle" sono di lusso (Fabrizi, Peppino De Filippo, Mario Castellani) e appunto dai duetti che ciascuna di esse intreccia col sempre ameno protagonista, scaturisce per gli spettatori di palato facile un modesto ma infallibile divertimento.»

Leo Pestelli, «La Stampa», Torino, 10 marza 1963

«E' un raccontino che si nutre di invenzioni a sè stanti per porre il protagonista di fronte ad alcune macchiette di estrazione farsecsca. Quattro comici, dunque, che fanno corona, all'inesaurobile Totò, il quale, anche perchè favorito dalla poche battute indovinate a sua disposizione, se la cava meglio dei suoi compagni. Ma tanto spiegamento di specialisti della risata avrebbe meritato una sceneggiatura meno grossolana»

«Corriere della Sera», 1963

«Una serie di episodi in ciascuno dei quali la satira si fonde alla farsa sul binario della comicità più schietta, sia per gli spunti piacevolissimi di cui è ricca la trama, sia per la consumata arte di Totò. Steno ha diretto cercando di evitare ogni eccesso, riuscendo peraltro a tener viva quella carica di humour di cui tutto il film è garbatamente pervaso.»

Ermanno Contini «Il Messaggero», 9 marzo 1963

«Totò contro i quattro, diretto con mano salda da Steno, viene ancora organizzato da Buffardi. L'ossessione di trovare un compagno efficace per le prodezze comiche di Totò sfocia in una rimpatriata di vecchi amici: oltre a Macario e Nino Taranto tornano per l'ultima volta Peppino De Filippo e Aldo Fabrizi. Sono i quattro del titolo, partner a rotazione di un volenteroso e sagace commissario di polizia, ciascuno titolare di un diverso episodio comico. Taranto, per la prima volta, esce dal ruolo di «spalla» e interpreta, ispirandosi a un fatto di cronaca, il personaggio del corrotto doganiere Mastrillo; Macario, nell'episodio più farsesco, è lo stralunato colonnello Lamazza, che unisce le proprie forze a quelle del commissario Totò per indagare sulle strane attività di una villa; Peppino De Filippo, il partner più divertente, dà fuoco alle polveri comiche impersonando un esagitato marito geloso; e Aldo Fabrizi, nella tonaca del burbero don Amilcare, s'incarica di redimere a schiaffoni il ladruncolo Carlo Delle Piane.»

Alberto Anile

«Totò interpreta il commissario Antonio Saracino. Il film racconta la giornata tipo del commissario Saracino, il quale, appena alzato, scopre che i ladri gli hanno rubato la macchina, vinta alla lotteria. Anche se infuriato, però, va a lavorare col consueto zelo, incontrando una serie di tipi strani. Il primo è un marito tradito (Peppino De Filippo), convinto che la moglie, in combutta con l'amante veterinario, voglia avvelenarlo; un altro è il sedicente poliziotto privato La Matta (Erminio Macario), il quale, prima di finire in manicomio, denuncia delitti mai commessi.»

Matilde Amorosi


Così la stampa dell'epoca


Ispettore Mastrillo: Commissarie, ie piglio 150.000 lire al mese, che ci faccio, l'abberre.
Di Sabato: Che ci fa?
Commissario Saracino: Ci fa la birra.

Ispettore Mastrillo: In due anni io e te, apriamo una "benca", "Mastrillo Saracino benca popolare"
Commissario Saracino: Ah! Banca popolare.

Ispettore Mastrillo: Indovine un po', in due anni che mi so pappato io.
Commissario Saracino: E che ne so!
Ispettore Mastrillo: Un miliardo! E che te credevi ca chere.
Commissario Saracino: Cachera.
Ispettore Mastrillo: Che ti credevi ca che cosa era.

Don Amilcare: Questo sportello rosso bordò, da quale auto è stato prelevato.
Pecorino: Ah! Quello sportello, sì, sì, ora me viè mente... sì, sì... e chi sò ricorda.

Le location del film, ieri e oggi

logodavi
Tutte le immagini e i testi presenti qui di seguito ci sono stati gentilmente concessi a titolo gratuito dal sito www.davinotti.com e sono presenti a questo indirizzo.
   
1963-Toto contro i 4-1   
   
 La villa nella quale il detective privato La Matta (Macario) e il commissario Antonio Saracino (Totò) si intrufolano per indagare sulla misteriosa sparizione di alcune ragazze, trovandovi solo il set di un fotoromanzo horror, si trova in Via Carlo Dolci a Roma. Grazie a Mauro per fotogramma e descrizione. 
   

Le Locandine


LA VIDEOTECA