Il diario di Eduardo Clemente


Stralci del diario personale di Eduardo Clemente (segretario particolare, nonché cugino, di Antonio de Curtis) 

1951

[…] Eravamo rimasti soli, io e lui, e per la notte me ne andavo in albergo; la cuoca e la cameriera non dormivano in casa poiché avevano le loro camere al piano di sotto e così Totò di notte rimaneva solo.

Una mattina tornando a casa mi fece ascoltare i versi della canzone Casa mia che aveva composto durante la notte; questo fu il pretesto per cogliere la palla al balzo e fargli cambiare casa (all’epoca aveva 4 appartamenti di cui 3 al “Palazzo del Girasole” ed un’altro all’angolo di via Gramsci).

Un giorno che lui era di buon umore gli proposi di andare ad abitare in uno dei suoi appartamenti che erano abbandonati anziché pagare il fitto dove stava e questo gli piacque.
A questo punto incaricai un’agenzia di traslochi specificando nel contratto che in 8 giorni avrebbero dovuto imballare e traslocare tutto.

In quella circostanza Totò si rivelò l’uomo che in quella casa aveva tutti i suoi ricordi e perduto il suo nucleo familiare: il padre, la madre (che morì qualche anno prima a Napoli a casa mia), la sua ex moglie che, nonostante l’annullamento del suo matrimonio, vi aveva continuato a vivere.

L’imballaggio dei mobili ed il trasloco fu fatto rapidamente ma la sua camera da letto rimase intatta e lui restò ancora ad abitare in questa stanza: ciò mi fece chiaramente capire che in quella stanza vi erano i suoi ricordi che non gli permettevano di staccarvisi e la situazione durò ancora una settimana.

Il lunedì mattina concordai l’appuntamento con l’agenzia; Totò aprì la porta di casa e ci fu una vera “invasione di cavallette” poiché otto facchini cominciarono subito a smontare ed imballare i mobili della sua camera da letto.

Successivamente mi presentai come se nulla fosse, quasi meravigliato di quello che stava accadendo ma questa era l’unica maniera da adottare altrimenti lui sarebbe restato lì.
La nuova casa cambiò tutto: alla sera Totò tornava dal lavoro e dopo aver cenato insieme si ricevevano amici che venivano a trovarlo.

Al nuovo appartamento licenziò anche il personale domestico che aveva in quello precedente proprio per dare un taglio netto al passato e questa fu l’unica volta che lo fece personalmente poiché in seguito a svolgere tale compito fui demandato io.

In quel periodo cominciò anche ad uscire spesso la sera e frequentare locali notturni ritornando a casa alle 4 - 5 del mattino. Venne il tempo della villeggiatura e lui amava molto andare a Capri ma per la situazione che si era creata, quell’anno vi rinunciò. In concomitanza la sua canzone “Malafemmena” venne presentata alla festa di Piedigrotta e parteciparvi fu per lui un piacevole diversivo che lo entusiasmò molto ed a questo proposito ricordo che trascorse un periodo di vera gioia e felicità; l’unico suo rammarico era rappresentato dall’amarezza per il comportamento della figlia Liliana che non veniva a trovarlo.

Nonostante ciò le passava il mensile (160.000 lire) che io personalmente le rimettevo fino a quando Liliana lo rifiutò, chiedendo solo che il padre ricevesse a casa il marito Gianni Buffardi che aveva sposato il 24 giugno 1951 contro il suo volere.Dato le circostanze, questa sarebbe stata la cosa giusta da fare ma Totò, per il suo carattere, era quel che era e non accettava la perentoria imposizione della figlia, rispondendo picche ad ogni mio tentativo conciliatorio tra di loro.

La giostra del mensile e del rifiuto durò alcuni mesi: si sommavano poiché Totò non li voleva indietro mentre Liliana continuava a rifiutarli ed io caparbiamente mi ero prefisso di riappacificare padre e figlia […]

Natale 1951: il cenone lo facemmo io, Totò, la cameriera e la cuoca poiché si considerava “amico” del personale di servizio e non “padrone”; l’autista l’aveva lasciato libero per quel giorno, evento raro questo poiché per lui raffigurava le “sue scarpe” non potendo uscire con la macchina […]

1967

Le ultime ore di vita di Antonio de Curtis

Giovedì 13 aprile - ore 2,45

Mentre ero con Carlo in camera sua e Liliana stava telefonando,Totò mi disse:
- Edua', mi dai quella tua “baracca”? (riferendosi al mio rasoio da barba a batteria che tenevo in macchina) poiché mai avrebbe usato quello elettrico per paura della corrente.
Andai a prenderlo e glielo diedi.
Cominciò a radersi stando disteso e mentre gli indicavo dove farla più accuratamente, disse:
- Guagliù, ‘o sapite che pure che murevo m’ero rassignate?

Alle 2.45 di notte mi telefonò Franca allarmata dicendomi:
- Vieni subito che Totò sta male!
Le dissi di chiamare il medico e le chiesi se gli facesse male il braccio sinistro ed avesse bruciore di stomaco.
Arrivai a casa contemporaneamente al dottore ed entrato in camera.
Totò mi disse:
- Mi sento male… chiama Liliana!
Per sdrammatizzare gli dissi di non esagerare altrimenti l’avrebbe allarmata.
Il medico si trattenne fino alle 7 del mattino dopodichè telefonai a Liliana che non era in casa; poco dopo mi telefonò chiedendomi cosa fosse successo e subito venne.
In mattinata venne il cardiologo che fece un’elettrocardiogramma e ci disse che Totò aveva avuto un disturbo circolatorio.
Accompagnai il professore alla porta e volevo pagargli l’onorario ma che non volle dicendomi che sarebbe dovuto tornare per un controllo il sabato mattina.
La giornata trascorse tra il dormiveglia e lamenti per il dolore che a volte diventava più marcato.
Rimasi a casa anche la notte successiva.
Collocai un lungo filo elettrico con un campanello sulla spalliera del suo letto fino al salone dove eravamo io, Franca e Liliana e questo lo faceva sentire rassicurato; ricordo un sorriso nei suoi occhi per l’iniziativa che gli piacque.
Verso la mezzanotte mandai a casa Liliana rassicurandola che se ci fossero state novità l’avrei avvisata e la notte trascorse tranquilla.
La mattina seguente venne l’analista per i prelievi del sangue e fissai un’appuntamento con il professor Catalini che in passato aveva già visitato Totò che ogni 3 mesi era solito sottoporsi ad esami completi ed elettrocardiogramma.
Intorno alle 11 ritornò Liliana.
Alle ore 13 circa Totò si mise una supposta antidolorifica che gli calmò totalmente il dolore permettendogli di riposare tranquillo.
Alternandoci ogni tanto andavamo a controllarlo in attesa degli esiti degli esami che arrivarono intorno alle 18 ed erano tutti nella norma.
Liliana incaricò Carlo l’autista di comprare una bottiglia di wisky ed insieme a me e Franca svegliò il padre dicendogli:
- Almeno facci brindare per la buona notizia!
Totò fu quasi seccato di essere stato svegliato, chiese di essere rifatto il letto e si alzò; Franca e Liliana glielo sistemarono.
Ritornò il dottore che dopo aver visionato gli esami gli fece una iniezione dicendo che tutto andava bene.
- Dai lo stipendio a Carlo e paga gli esami – mi disse ed io gli risposi di averlo già fatto.
Mentre ero con Carlo in camera sua e Liliana stava telefonando,Totò mi disse:
- Mi dai quella tua “baracca”? (riferendosi al mio rasoio da barba a batteria che tenevo in macchina) poiché mai avrebbe usato quello elettrico per paura della corrente.
Andai a prenderlo e glielo diedi.
Cominciò a radersi stando disteso e mentre gli indicavo dove farla più accuratamente, disse:
- Guagliù, ‘o sapite che pure che muravo m’ero rassignate?
Poco dopo Liliana andò a salutarlo ma prima che andasse via le chiesi il suo nuovo numero di telefono qualora avessi avuto necessità di rintracciarla.

Venerdì 14 aprile - ore 19,30

Totò cominciò a mangiare qualcosa che Franca gli aveva riscaldato; cenai anch’io e rimasi nel salone a guardare la televisione con la cameriera e la cuoca.
Mi chiamò e mi disse:
- Edua’, va’ a riposarti. Sono due giorni e due notti che stai quà. Fammi la cortesia… prima di andartene prendimi le supposte casomai mi sentissi male stanotte.
Andai in farmacia a prenderle ma al ritorno trovai la cameriera in preda al panico che mi dice:
- Signor Eduardo, il Principe sta gridando!
Nel corridoio Franca era appoggiata al muro che piangeva, tremava e le battevano i denti.
Mi precipitai da Totò che era cadaverico ed in quel momento capì che non c’era più nulla da fare, mi avvicinai a lui e dissi a Franca:
- Chiama Liliana, la madre, Carlo…
- Edua’, quanto me dispiace…


Per gentile concessione di Federico Clemente