Daniele Palmesi, Federico Clemente Gen 2014

LA VILE SEDUTTRICE

(TRIC-TRAC o IL VERGINE FOLLE)

(1932)

Titolo originale La vile seduttrice (Tric-Trac o Il vergine folle)

Testo: Ripp e Bel Ami, rivista in 2 atti
Compagnia: Compagnia di Riviste e Fantasie Comiche Totò di Achille Maresca
Prima: Roma, Teatro Eliseo, 2 gennaio 1932

1931 - Totò, fra aprile e maggio, risulta con la Compagnia Italo-Viennese di Achille Maresca al Cinema Teatro Barberini di Roma, con L’uccello di fuoco e Ricchezza del mare. Successivamente si sposta a Napoli, con gli stessi titoli a cui si aggiungono Madama Follia e Santarellina, dati in versione di avanspettacolo al Santa Lucia di Napoli.

Nella sua forma di rivista va in scena al Teatro Eliseo di Roma il 2 gennaio 1932, ma faceva già parte del repertorio precedente della Compagnia di Achille Maresca (1930), con la quale Totò ancora collabora. Maresca ne chiede l’autorizzazione alla Censura nel dicembre del 31 con il titolo Tric Trac (che sta a indicare l’atto sessuale), e richiede a ottobre del ’32 di poterne cambiare il titolo in Il vergine folle. Totò, appena un mese dopo la prima romana presenta richiesta con la propria formazione - Compagnia di Riviste e Fantasie Comiche Totò - per uno sketch, La vergine di Budda, che ne amplia e articola un quadro. Contiene in nuce Era lei sì sì, era lei no no ( 1933), Accadde una notte che... ( 1938), titoli successivi di Antonio de Curtis.*
 



La madre di Gelsomino esprime la sua preoccupazione per il figlio che si comporta stranamente. È stato sedotto da una sconosciuta che l’ha avvicinato e «tric trac!». Gelsomino si mette in viaggio per ritrovare la sconosciuta e costringerla a riparare, avendo come unica traccia il sapore di fragola che sprigionano i suoi baci. Incontra una Balia che lo sostituisce all’infante nella culla per paura della gelosia del fidanzato pompiere, sopraggiunto nel frattempo; quindi s’imbatte in un fotografo che ha inventato le fotografie parlanti (siamo all’epoca dei primi film sonori) e fotografa un contadino che vuole scrivere una lettera alla fidanzata. Le meraviglie della tecnica non sono finite: da un amico, Gelsomino si siede su un sofà che costringe chi vi si intrattiene a rifare tutto ciò che il coniuge sta facendo in quel momento col proprio amante. Dopo aver così assistito a varie possibilità di tradimento, Gelsomino si trova a fare la danza del ventre e intende così che la seduttrice è africana: la incontra infatti in un villaggio in cui i selvaggi vorrebbero mangiarlo, ma si salva facendo funzionare una radio e si fa sposare. Ripartono quindi nel secondo tempo le sue peripezie questa volta per sfuggire alla moglie: venditore ambulante di calzini, gli viene donata una bimba da Sperandio che spera inutilmente in un figlio maschio e ha avuto invece quattro gemelle femmine. Capita poi in una discussione tra Zacconi e l’Autore, che è uno scambio di frecciate tra Prosa e Rivista: Zacconi dice di non cantare, ma se l’ha fatto la Grammatica lo possono fare tutti. Totò imita Zacconi nella sua famosa risata. Infine Antracite, la sposa, diventa bianca e ripesca Gelsomino.


Totò è, nella parte del vergine ingenuo, in una situazione “rovesciata” dell’approccio amoroso che gli è congeniale, dove appare contemporaneamente oggetto “grottesco” di desiderio e soggetto desiderante. Il copione rende ampiamente conto della fisicità e della gestualità dell’attore che entra in scena dicendo: «Le ragazze mi dicono che sono fresco... che sono un bocconcino tenero... quant’è carino... che belle gambette». Il motivo conduttore - l’odore/sapore di fragola - permette all’interprete di valorizzare il suo famoso approccio alle donne “fiutandole” dal basso in alto. Gelsomino inoltre cinguetta, si traveste da soubrette, come imbonitore sostiene: «Anche le braccia dovrebbero essere uguali, invece, guardate, io ho un braccio che è mezzo metro più lungo dell'altro...», imita Zacconi, parodiandone la risata.

«[...] Il comico Totò ha cantato, danzato e recitato con quella sua tipica maniera grottesca e disarticolata che l’assomiglia, anche fisicamente, a Buster Keaton. Mescolando il vernacolo partenopeo alle battute del copione ha divertito assaissimo il pubblico che ha applaudito a piene mani [...]»

Il Mattino», Napoli, 12 gennaio 1932

"Si sa bene come queste riviste - inscenate con modestia di mezzi e presentate in edizione ridotta a completamento dello spettacolo cinematografico [ ... ] - non che essere giudicate con rigoroso ( o approssimativo) criterio artistico, debbano essere soltanto intese come un motivo - e magari un pretesto - offerto all'astro o agli astri principali di questa o quella compagnia per dar saggio della loro bravura. Iersera, l'astro prinqipale era Totò, il comico napoletano ch'è ormai pienamente entrato nella simpatia del pubblico e che, d'altra parte, s'avvia decisamente a conquistare una sua originale personalità artistica . Sull'esile traccia di cui si è parlato innanzi, il vivacissimo comico partenopeo ebbe dunque modo di fare ancora una volta sfoggio delle sue doti naturali e delle particolari risorse della sua arte esibendosi persino in una parte di soubrette che, mentre riconosciamo volentieri sia stata da lui resa con accorto e prudente senso di misura , riteniamo , per nostro conto, di gusto discutibile[..]".
Oggi e Domani, Roma, 3 gennaio 1932 .

 


*Fonte: TuttoTotò, «Serafino», pp. 278-283.