C'ERA UNA VOLTA IL MONDO

(1947)

Titolo originale C'era una volta il mondo

Testo: Michele Galdieri, rivista in due atti
Regia: Michele Galdieri
Interpreti: Totò, Elena Giusti, Irene D'Astrea, Isa Barzizza, Giacomo Rondinella, Mario Castellani, Peppino De Martino, Renata Negri, Assunta Nucci
Compagnia: Compagnia Totò-Barzizza - "Spettacoli Errepi"
Prima: Roma, Teatro Valle, 21 dicembre 1947


1947-1949. Pubblicità delle riviste 'c'era una volta il mondo' e 'Bada che ti mangio!' (Roma, collezione Vincenzo Mollica)


Totò è in coppia con Isa Barzizza. Lo sketch «del manichino» e il finale sono direttamente documentati nel film I pompieri di Viggiù, di Mario Mattòli ( 1948), un film che compie un viaggio nell’Italia della rivista valendosi di un filo conduttore fornito da un plotone di vigili del fuoco, che tenta di riscattare il proprio onore dal ridicolo che l’omonima canzone vi ha gettato sopra. A questa rivista appartiene un altro grande successo di Totò, il famoso «Wagon-lit» che, nato di poche battute, cresce in scena nella moltiplicazione pirotecnica che Totò, ben sorretto da Castellani, opera fino a toccare in scena i quaranta minuti. Lo sketch torna varie volte nel cinema: in Totò a colori di Steno ( 1942), dove c’è anche lo sketch degli intellettuali blasé nella villa caprese che torna anche in Totò all’inferno (1955) e in Totò a Parigi (1958), ambedue di Camillo Mastrocinque.

Fonti:
I grandi comici, «Il vagone letto», pp. 71-81;
Quisquiglie e pinzillacchere, «Un salotto a Capri», «L’onorevole in vagone letto», pp. 213-224.


Qualche volta vedo la televisione, anche se non è proprio il mio hobby quello lì... Faccio una vita quasi monacale, nel senso che non vado in nessun posto, non esco... L'altra sera, giovedì scorso, mi sono tanto arrabbiato perché in un quiz hanno interrogato un ragazzo che si è presentato sulla rivista. Gli hanno fatto questa domanda: «Nella compagnia Totò c'erano quattro attori, chi erano? E quale era il nome dello spettacolo dove c'era una fontana che costava cinque milioni?» Il ragazzo ha risposto benissimo, i quattro attori erano Mario Castellani, Mario Riva, Elena Giusti e Isa Barzizza e lo spettacolo era "C'era una volta il mondo". Viceversa gli hanno detto che non era quello lo spettacolo. Ma era la compagnia mia... e chi può essere più esperto di me? La scena della fontana venne ripetuta qualche volta in "Bada che ti mangio!", ma venne fatta esclusivamente per "C'era una volta il mondo". E sia nella prima edizione che nella seconda c'erano questi quattro attori. Quindi il ragazzo ha risposto benissimo. Io ho telefonato a Milano, loro mi hanno chiesto scusa due volte. Ma non era esatto... Io per l'ingiustizia mi sono talmente arrabbiato che non ho dormito tutta la notte.

Spunto narrativo: la guerra finalmente è finita e Totò/Arcidiavolo è inviato dall’inferno sulla terra a cercare la felicità. Totò intraprende il viaggio e incontra varie situazioni finché la Signora (Isa Barzizza) che si introduce nel wagon-lit abitato dall’Onorevole e dall’Arcidiavolo Totò, si rivela essere lei la Felicità. Le campane della felicità, quelle da cui escono le girls e Totò concludono nella passerella finale la rivista, che non si risparmia qualche frecciata allo Scrittore che non intende rinunciare al filo conduttore e a De Sica che con il film Umberto D non offre una buona immagine dell’Italia. Qualche accenno a Filumena Marturano, che aveva debuttato a Napoli appena un mese prima. Della politica contemporanea si mette in parodia il ritorno degli ebrei in Palestina, mentre la Società delle Nazioni compie un ballo in maschera. Significativo, per la storia araldica di Totò, il quadro in cui da Montecitorio esce la Consulta Araldica abolita e si piange sull’abrogazione dei titoli nobiliari.

Alcuni quadri: a Capri, Luano (Totò) viene introdotto nel salotto di una ricca snob in cerca di marito e gioca con il gergo e la moda intellettuale del momento, non risparmiando autori e titoli di tutto rispetto (I atto).
Dopo una coreografia sulla stazione ci troviamo in un vagone letto a assistere ad una convivenza ravvicinata fra Totò e un Onorevole che viene gradatamente spogliato di ogni velleità e privilegio che il suo titolo potrebbe suggerire. Le cose si complicano quando i due devono ospitare una bella sconosciuta, che, nel quadro successivo con Plutone, si svela come la Felicità (II atto).


In questa rivista troviamo alcuni dei più famosi sketch della carriera di Totò, tra cui "Il manichino" e "La carica dei Bersaglieri", poi ripresi anche nel film I pompieri di Viggiù. In particolare in questa rivista viene presentato per la prima volta il famoso sketch del "Vagone letto", con Isa Barzizza e Mario Castellani, poi ripreso nella rivista successiva (Bada che ti mangio!) e nel film Totò a colori del 1952. Lo sketch ebbe un tale successo di pubblico che, durante lo svolgersi della tournée, Totò volle ampliarlo dagli otto minuti della durata fino ad oltre tre quarti d'ora, in gran parte improvvisando le battute.

Totò è nei panni dell’Arcidiavolo uno spirito maligno, che nutre le sue radici di comico nelle profondità viscerali della terra, come sembra suggerire il prologo: «Ma tu sapessi quant’ero bello! Ricciutello... grassottello... paffutello. Parevo pittato da Raffaello... con due scelle piccerelle, due braccelle cicciutelle... Ah stavo sempre così [piglia la posa degli angioletti da presepe]». Prima del viaggio due diavoli gli consegnano «gli indumenti classici e gloriosi dell’attor comico Totò» ed egli si spoglia, sollecitato da Plutone, degli abiti da diavoletto seguendo i consueti ritmi della «cammesella». Come esistenzialista invece si presenta in short, camicia a dragoni, rete a tracolla, sandali d’oro ecc.

Lo sketch del manichino, tratto dal film "I pompieri di Viggiù"

Lo sketch del vagone letto, tratto dal film "Totò a colori"


 

RASSEGNA STAMPA

Risposta all'articolo pubblicato su "Film" del 15 febbraio 1947 a firma di Mario Casalbore, da parte di Roberto Rossellini
 
Roma, marzo 1947

Caro Direttore,
ho letto l’articolo, a vero dire piuttosto volgare ed ingiustificato che Mario Casalbore ha diretto ad Anna Magnani. Non ho né l’autorità né tanto meno i dati per ribattere le accuse di carattere contrattuale che il Casalbore accampa per dare credito alla sua tesi contro la Magnani. È tuttavia evidente che il giornalista difende una tesi che rispecchia soltanto unilateralmente il dissenso fra la Magnani e Totò. Quello che mi preme sottolineare è il carattere dell’articolo: la mancanza di rispetto verso una attrice che ha largamente meritato non solo in Italia ma anche all’Estero. Un’attrice ch’è stata premiata in America come la migliore del 1946 (premio che ci onora e ci dovrebbe inorgoglire, ch’è stata apprezzata dagli spettatori dalla critica di tutto il mondo e che ci sembra meriterebbe da parte della stampa italiana un trattamento migliore. Il nome della Magnani è oggi un nome di portata internazionale: è giusto che l’attrice difenda la sua posizione e la sua notorietà. E se la sua condotta qualche volta dà adito a dei rilievi, si facciano pure rilievi e critiche: ma seriamente e sul piano della più leale documentata probità giornalistica.
La prego di pubblicare la mia lettera sul suo giornale. Con molti ringraziamenti.
Roberto Rossellini

Programma della rivista

 


"Il tandem Galdieri-Totò è ormai da molti anni uno dei più felici del nostro teatro di rivista. E' quindi con un certo dispiacere che abbiamo dovuto constatare in esso evidenti sintomi di stanchezza. C'era una volta il mondo [...] soffre innanzitutto di una eccessiva lunghezza, difetti facilmente eliminabili, ma soprattutto di povertà inventiva e di insufficiente forza comica. Ce ne dispiace per un rispettabile uomo di teatro come Galdieri, che vediamo ancora irretito in schemi vecchi di dieci anni o indulgente a battute dichiaratamente fasciste per strappare un applauso, sia pur contrastato, ad alcuni nostalgici delle poltrone. Eppure proprio noi siamo convinti che egli può fare di più e di meglio, mettendosi alla testa con coraggio di un movimento di rinnovamento morale e tecnico in questo campo così suscettibile di sviluppi. Ormai in Italia cominciamo ad avere un buon numero di elementi di valore. Si tratta solo di dare a quelli già apprezzati ed a quelli in via di maturazione, le possibilità pratiche di fare e dire qualcosa di nuovo. E' il caso di Totò, uno dei più genuini eredi della grande tradizione comica italiana, capace ancora di tenere il pubblico (per quattro ore) con gli stessi mezzi di dieci anni fa [...]".
L'Unità, Roma, 23 dicembre 1947 

 



RIDONO ANCHE GLI SVIZZERI

La comicissima mimica di Totò, sbizzarritasi alla Kongresshaus di Zurigo, ha riscosso un successo internazionale. Americani, olandesi, inglesi e persino gli stessi contegnosi svizzeri si sono abbandonati a un riso irrefrenabile

Nel porgere il passaporto Totò, che sino allora aveva scherzato, si fece serio e dovette « rettificare » la posizione della mascella: la foto-tessera del suo documento è contegnosa e il funzionario non lo avrebbe riconosciuto.

Zurigo, novembre 1948. Il primo incontro fra Totò e il pubblico svizzero avvenne la scorsa settimana in modo alquanto curioso. Quando Totò entrò in territorio elvetico, a Chiasso vide aSissi manifesti dovunque: Toto, Toto, Toto. Mancava per la verità l’accento sull’ultima sillaba, ma quel nome sbandierato ovunque, sui muri, nelle vetrine e persino negli scompartimenti provocava un certo compiacimento nell’animo di Sua Altezza che si riteneva così popolare ancor prima del debutto. Ma fu a Zurigo, lungo la Bahnhofstrasse che Totò provò una piccola delusione quando gli dissero che la parola così somigliante al suo nome corrispondeva alla SISAL degli sportivi svizzeri. « Toto » era né più né meno che l’abbreviazione di « Totocalcio *.

La sorpresa, del resto, fu reciproca. Quando a Zurigo apparvero i manifesti gialli in cui spiccava a caratteri cubitali il nome, a color rosso, del comico italiano, i bravi tifosi del calcio fecero capannello incuriositi pensando che la direzione del concorso prono-stici avesse bandito qualche nuova regola o qualche nuovo premio. Appresero invece che alla Kongresshaus il noto comico italiano Totò si sarebbe esibito per la prima volta a Zurigo.

Totò era preoccupato. Non sapeva esattamente con chi aveva a che fare, quali sarebbero state le reazioni della platea davanti alla sua comicità, alla sua mimica, alle sue battute. Tutto a Zurigo appariva freddo, preciso, pulito, cronometrico.

Tutto questo impensieriva Totò. E l’ambiente non era né francese, né spagnolo, e tanto meno italiano. Non un estro, non uno slancio, non un entusiasmo. Totò era il Vesuvio trasferitosi, dopo diverse ore di treno, sulle sponde della Limat, un fiume grigio e senza un riflesso azzurro. Napoli era molto lontana. I tre responsabili della rivista, incappottati e infreddoliti, ci ridevano sopra sfogandosi tutti con frizzi partenopei: Remigio Paone, Michele Galdieri e Totò.

Così egli dovette affrontare questa platea e si presentò con l’aria di un pugile che sa di dover sferrare molti colpi prima di giungere al bersaglio. Quando si portò sulla passerella la prima volta vestito da arcidiavolo con un mantello viola e la bombetta in testa, la sala del Kongresshaus lo guardò stupita. Gli gli italiani presenti avevano applaudito i primi lazzi napoletani. Poi Totò cominciò a roteare gli occhi sul corpo fresco e provocante di Isa Barzizza. La prima fila cominciò a sorridere.

Allora Totò capì che il ghiaccio di quella platea era rotto. Pensò di uscire con tutte le sue trovate pulcinellesche nel giro di un’ora. Nel primo tempo il comico tirò fuori come dal cappello magico di un prestigiatore tutti i frizzi, le mosse, le trovate, le battute inventate nella sua carriera. Rievocò il Pinocchio di una rivista passata (« Volumineide » di Galdieri) e apparve non più come una figuretta umana o grottesca, ma come un autentico burattino animato. Mai vista a Zurigo probabilmente sino allora una simile marionetta che terminava la sua camminata paralitica andandosi a rovesciare contro il muro. Qui le risate traboccarono oltre la prima fila e fu proprio il settore più lontano della sala, il pur educatissimo "loggione”, che chiese ad alta voce il « bis ». Totò sentì di aver nelle mani il pubblico e concesse quel « bis » con nuove mosse e con un ritmo più esasperato. Poi recitò lo scherzo comico di Capri, parlò in italiano, in francese, in napoletano, inventò una lingua strana che riassumeva due lingue e un dialetto e storpiava un po’ il tedesco. Cominciò una signora americana a dimenarsi sulla poltrona lasciando cadere la pelliccia. Poi un grosso zurighese con la figlia ruppero le convenienze di ogni formalità e risero a crepapelle, e i vicini, dapprima compostissimi, furono trascinati nei gorgo dell'ilartà. Tòtò ogni tanto sostava per ascoltare l’effetto di una mossa o di una battuta, aggiungeva al copione quanto gli suggeriva l’estro.

La compostezza zurighese era finita dietro gli occhiali di quel critico intransigente che notava appunti su appunti ad ogni quadro. L’educazione dei turisti era rimasta sulle poltroncine. Rideva e urlava il pubblico più freddo che Totò avesse mai incontrato.

Piero Farné

(Articolo tratto dal periodico "Tempo" del 4 dicembre 1948)