A PRESCINDERE

(1956)

Titolo originale A prescindere
Paese Italia - Anno 1956
Compagnia: Compagnia Totò-Yvonne Menard - "Spettacoli Errepi"
Genere Teatro di rivista - Regia Mario Mangini - Soggetto Nelli & Mangini - Sceneggiatura Artioli - Produzione Remigio Paone - Coreografia Gisa Geert
Personaggi: Totò, Franca May (sostituita in seguito da Franca Faldini), Yvonne Menard, Enzo Turco, Franca Gandolfi, Alvaro Alvisi, Dino Curcio - Musiche Carlo Alberto Rossi - Costumi Folco
Prima: Roma, Teatro Sistina, 23 novembre 1956


aprescindere-locandina

La prima dello spettacolo viene data il 23 novembre al Teatro Sistina di Roma dalla Compagnia Totò-Yvonne Menard presentata dalla Spettacoli Errepì di Remigio Paone. Con questa rivista Totò segna il suo ultimo ritorno a teatro dopo sette anni di cinema. Ultimo perché, a causa della sua malattia, le recite vengono sospese per sempre alla metà del 1957. Nel febbraio di quell’anno, infatti, gli viene diagnosticata una grave polmonite virale e nel maggio, mentre recita al Politeama Garibaldi di Palermo, un’infezione all’occhio destro lo costringe ad abbandonare definitivamente il palcoscenico. Il titolo della rivista prende spunto da un modo di dire tipico dell’attore napoletano. Tornano rivisitati molti suoi successi, oltre al personaggio del Commissario, già visitato in Bada che ti mangio! In quest’ultima apparizione Totò ripropone «Otello», che dai tempi di De Marco e Petrolini e dalle successive riprese degli anni trenta torna a essere attuale grazie alla contemporanea interpretazione che ne stava offrendo Gassman, nei confronti della quale il pubblico coglieva l’intento parodico.

Totò supporta la rivista aggiustando gli sketch degli autori, assestando e riadattando personalmente i suoi, «Otello io sono, e prego non confondermi col Grand Hotel, o un altro più scadente...». Entra in scena: «con il classico costume [...]: la sciammeria o tracchesciacche, i pantaloni a “saltafosso”, la bombetta, il laccio da scarpe intorno al collo. Dopo un attimo di sorpresa [...], il pubblico si alza in piedi e applaude freneticamente, per uno, due tre, quattro minuti. [...] Se ne rimane lì, con la bombetta sul cuore, quasi impietrito. Le sue labbra tremano, mormorano qualche cosa [...], due lacrime gli rigano le guance tracciando un solco nel cerone» (G. Governi, Vita di Totò, p. 166). Poi, al suono della marcia dei bersaglieri, nella primavera del ’57, Totò esce definitivamente dalle scene teatrali.

Sto per tornare al teatro. Ho ritirato fuori lo stifelius dall'armadio, ripreso la mia vecchia maschera. A svegliarlo da quel sonno non è stato facile, perché il mio compagno di lavoro credeva addirittura di essere morto come un personaggio della commedia dell'arte, Pulcinella o Arlecchino. Mi ha riso in faccia, come al solito, riconoscendomi, ed è saltato giù dall'armadio, sbadigliando, stiracchiandosi e allungando il collo. «Guarda chi si rivede!» mi ha detto. «Ho saputo in sogno che sei diventato un divo del cinematografo, uno di quelli che non hanno mai bisogno del pubblico vivo che strilla, ride, fischia, applaude.»

È come se Totò, quello del Teatro Jovinelli e del Nuovo, si fosse stancato di aspettarmi. Sono passati sette anni dall'ultimo applauso vivo della ribalta e pare un secolo. Grazie a Dio, ritorno a lui che non sono più il poveraccio di una volta. Per farmi riconoscere e per farmi scusare dopo questi sette anni di abbandono è bastato che dicessi: «Senti, Totò, alla fine di novembre ritorniamo davanti al pubblico che si vede e che si sente respirare da vicino».


Non ci vedo, è buio pesto.

 

(Totò sulle scene durante l'ultima rappresentazione di "A prescindere". Palermo, 5 maggio 1957)


Alcuni quadri: Totò è stanco di sua moglie, che non solo è gelosa, ma che gli chiede sempre soldi. L'amico gli consiglia un rimedio sicuro ai suoi problemi e lo porta in un Centro americano di Esteriorizzazione. Qui offrono una terapia contro lo stress e i nervi, facendoli esteriorizzare: un’infermiera offre al cliente tutto un servizio di piatti, bicchieri, pentole, che il cliente dovrà rompere, sfogando così la sua rabbia quotidiana. Totò si sente preso in giro e non vuole rompere nulla, anche perché in quel momento non si sente nervoso. Ma poiché vogliono comunque fargli pagare il servizio, egli si innervosisce e comincia a rompere tutto.
Totò è un Commissario di Polizia, molto irascibile, che sbaglia sempre il nome del suo brigadiere Lo Macchio. Devono sbrigare un caso di un signore egiziano che è accusato da un signore inglese e da una signora francese di aver chiuso il canale che è alle spalle della loro villa (Siamo nell’anno in cui l’Inghilterra aveva lasciato il Canale di Suez e Nasser ne aveva decretato la nazionalizzazione). I tre litigano e chiedono la guerra al Russo e all'Americano che sono sopraggiunti nel frattempo. Totò caccia l’Egiziano, l’Inglese e il Francese, accusandoli di averlo fatto spaventare con quella storia del canale e della guerra e infine chiede a Lo Macchio (che finalmente pronuncia bene) di offrire due tazze di caffè al Russo e all’Americano.


A prescindere!

(da A prescindere di Cipriani - Mangini Paone - de Curtis)

Dolcissimo segreto che mai non fu svelato, cos'è questo «A prescindere!» che abbacina, che allucina?...
È forse il carme ignoto di un vate sconsolato?
Cos'è questo «A prescindere!», che mai vuol dir? Non so!
Vuol dir
che il sole eternamente sorge nel del?...
Vuol dir
che il cuore eternamente batte?... Che bel?
La Sfinge, interpellata, rimase tramortita, poi disse, scocciatissima: «Chiedetelo a Totò!»
È un rebus a sorpresa?
È un coro a bocca chiusa?
Cos'è questo «A prescindere!» che fulmina, che illumina?
È il sogno di un cinese?
È l'urlo di un tifoso?
Quisquilie! Pinzellacchere?
Che mai nasconde in sé?
Vuol dir
che c'è un rimedio ad ogni male? Chissà!
Vuol dir:
«Fa' l'uomo e non il caporale»! Ma va'...
Comunque questa cosa che non è made in Usa sì sì, lo so, è bellissima, ma sempre russa è!


Fu la prima rivista dopo sette anni in cui Totò si era dedicato solo al cinema; gli autori tuttavia - Francesco Cipriani Marianelli (Nelli) e Mario Mangini - erano gli stessi di gran parte delle principali riviste portate al successo da Totò negli anni '40.
"A prescindere" fu tuttavia anche l'ultima rivista portata in scena dal comico napoletano; la tournée stessa fu interrotta bruscamente, il 4 maggio 1957, mentre era in scena al Teatro Politeama di Palermo, per un'improvvisa malattia agli occhi di Totò, che lo rese quasi completamente cieco, costringendolo poi all'inattività totale per i successivi sette mesi.
Con questo spettacolo Totò dava il suo definitivo addio, dopo oltre 35 anni di carriera teatrale, alle tavole del palcoscenico.

La testimonianza di Mario Di Gilio circa la malattia che colpì gli occhi di Totò al Politeama di Palermo nel maggio del 1957

La testimonianza di Liliana de Curtis circa la malattia che colpì gli occhi di Totò



La prima della rivista si ebbe al Teatro Sistina di Roma, il 23 novembre 1956 e dopo due mesi di rappresentazioni nella capitale la tournée toccò Milano, Genova, Firenze e Palermo. I commenti della critica, inizialmente timidi, divennero più favorevoli nelle successive rappresentazioni. Tuttavia, già la sera della prima, lo spettacolo fu chiuso da quattro minuti continui di applausi, mentre Sandro De Feo, il giorno dopo, chiudeva il suo articolo su L'Espresso, seppur critico, con le parole:

«L'altra sera al teatro Sistina Totò si è ripresentato al suo pubblico dopo sette anni di disputabili successi cinematografici [...] . Un applauso interminabile alla sua prima uscita e poi acclamazioni e risate durante quasi tutto il primo tempo sino alla improvvisa esplosione del Rock and Roll. Il secondo tempo è piaciuto meno e io credo che tutto lo spettacolo guadagnerebbe parecchio se lo si ridimensionasse, tagliando con coraggio in quella seconda parte a cominciare dal finalissimo e sostituendolo con il Rock and Roll. Anche riequilibrato in questo modo nessuno griderebbe al capolavoro. Per un ritorno cosi importante era lecito attendersi un testo più vivo e serrato e invenzioni più divertenti. Siamo ben lontani dal Totò a Capri e dal Totò nel vagone letto delle sue grandi stagioni di alcuni anni fa. E tuttavia lo spettacolo vale la spesa. Totò era più disorientato che stanco, e mi dicono che ha fatto presto nelle recite successive a ritrovare quasi tutta la sua verve e il suo scatto. E, in ogni modo, egli è sempre e di gran lunga l'apparizione più esilarante del nostro teatro di rivista [...]».

Sandro De Feo, L'Espresso, Roma, 2 dicembre 1956

«Dopo sette anni di cinematografo, Totò è tornato alla rivista. Per sette anni i suoi gesti e la mimica anche più segreta del suo volto sono stati scrutati dagli obbiettivi nel gioco angolare delle luci e sono stati ingranditi nei primi piani dello schermo. [...] Le prospettive teatrali sono molto diverse: L'Uomo deve tornare ad essere Maschera, la mimica facciale più sottile deve diventare smorfia violenta, l'attore deve moltiplicare le dosi della virtù comica per ottenere l'onda lunga che lo metta in contatto con lo spettatore lontano. In certi momenti sembra non ci siano "valvole" che bastino per ottenere quello che in radiofonia si chiama un'alta fedeltà. I cinque, i dieci minuti dello sketch non bastano a dar vita ad un personaggio: sono appena sufficienti per modellare una macchietta. E' una lotta dura, un ritorno duro a mezzi tecnici più ristretti e più avari. [...] Questa prova di ridimensionamento è quasi tutta riuscita, soprattutto nella seconda parte della rivista. Prima, la famosa maschera ci era apparsa ogni tanto sfocata, come vista dietro ad un vetro qua e là smerigliato. La recitazione, più che una invenzione immediata, ci pareva "estratta" da un appello un po' inquieto a memorie di effetti che erano familiari sette o quindici o vent'anni fa - addirittura al tempo di Totò sconosciuto alle folle - e che i sette anni consumati in un'altra tecnica espressiva avevano reso un po' consueti. Le battute erano spesso un po' massicce: qualcuna scivolava su sentieri di una comicità facile ma un po' viscida. L'attore era andato approdando ai porticcioli di effetti già molte volte collaudati e per chi aveva buona memoria l'impressione era un po' quella di assistere ad una selezione antologica del "primo Totò" come nelle cineteche si fa con i cortometraggi del "primo Charlot". Le ripetizioni e le "citazioni classiche", si sa, non giovano effettivamente a nessuno, soprattutto nel teatro comico, che brucia rapidamente la sua prima virtù che è quella dell'inatteso. Gli effetti migliori Totò andava ritrovandoli più che negli scatti marionettistici di un tempo e più che nei divincolamenti disossati, nella dosatura delle sfumature mimiche. Alla fine, quando si è compiuto il congiungimento con la tradizione e con l'origine del vecchio music-hall - ci hanno detto che la parodia dell'Otello è un "numero" di andatura quasi petroliniana, che risale a molti anni or sono - Totò ha ritrovato completamente la sua sua misura di grande maschera comica. Il pubblico aveva avuto in un primo tempo una larga cordialità: alla fine ha avuto la prova che ritrovava il suo Totò nella misura completa e gli applausi si sono fatti fittissimi.[...]».

Orio Vergani, Corriere d'Informazione, Milano, 6 febbraio 1957.

«Il palcoscenico ci restituisce, oggi, un attore che il cinema ci aveva usurpato. Chiudiamo finalmente una parentesi di lontananza aperta, nella stagione 1950-1951, con le ultime repliche di Bada che ti mangio! Totò ci ha detto due mesi addietro: - Non ne potevo più -. Queste parole valgono assai più di qualunque altro commento»

I. Mormino, dal programma di sala, 1956



La cecità lo colse nella primavera del 1957, durante la tournée di "A prescindere" che aveva segnato il suo ritorno al teatro dopo un'assenza di sette anni. Al Sistina di Roma, quando si era affacciato in scena la sera del debutto, il pubblico lo aveva accolto con tre minuti e quarantadue secondi di applausi cronometrati e lui, in fracchesciacche e una valigia in mano, si era appoggiato al sipario commosso e nella voce bassa e smozzicata che dopo un attimo avrebbe cangiato in quella di Totò aveva mormorato più volte grazie, con le labbra che gli tremavano.
Il teatro era la sua vita, il suo ambiente naturale, ci si muoveva a suo agio quanto un animale rimesso in libertà. E per il teatro nutriva un sacro rispetto tanto che, quando attraversava il palcoscenico per raggiungere il camerino all' ora o al termine dello spettacolo, immancabilmente, secondo un antico costume artistico, si toglieva il cappello "perché", diceva, "per l'attore il palcoscenico è un tempio e non si attraversa un tempio fregandosene da maleducati" .
Era istintivo. Non provava i suoi sketch che negli ultimi due giorni precedenti il debutto, lasciava che gli attori per allenarsi li ripetessero con la sua spalla, poi ogni sera li modificava un poco secondo l'inventiva del momento e lo stato d'animo del pubblico, tanto che spesso nascevano brevi e via via assumevano la corposità di un atto unico. Ai componenti la compagnia dedicava un interessamento quasi paterno, approfondiva i loro problemi umani, li trattava con grande rispetto e non ammetteva alzate di voce per redarguire qualche trasgressore. Spesso la sera, a sipario calato, li ospitava tutti a casa.
Nel febbraio di quell'anno, quando la rivista andava a gonfie vele al Nuovo di Milano, fu colpito da una broncopolmonite virale curata in fretta e furia con dosi massicce di antibiotici e una degenza di quattro giorni in un appartamento dell'Hotel Continental, mentre Remigio Paone, che era il suo impresario preferito di quella e di tante riviste celebri del passato, si aggirava nella hall come un corvo a stecchetto che deve rinunciare a un lauto pasto, supplicando i medici di accelerare i tempi. Il teatro era venduto al completo per un paio di settimane, fosse stato per lui lo avrebbe spedito in scena anche semicadavere. E poco ci mancò, perché il terzo giorno di degenza tanto fece e disse che egli si levò dal letto febbricitante e rintronato, raggiunse il Nuovo, si truccò grondando sudore freddo, e quando per i camerini riecheggiò il classico Cinque minuti, avviandosi in quinta ebbe un collasso e lo spettacolo venne sospeso.
I medici gli avevano prescritto un minimo di convalescenza di quindici giorni. Il virus broncopolmonare non era del tutto sgominato, a evitare ricadute e danni si rendeva necessaria questa ulteriore cautela. Per Antonio fu una tegola in testa. Ci rifletté fino all' alba, poi, sfinito e angosciato, tirò le sue conclusioni. Con quella ulteriore sospensione la tournée sarebbe zompata per aria. E come avrebbe sbarcato l'inverno la gente della compagnia, a stagione più che iniziata, senza lavoro o paga? Erano tutti individui che vivevano della loro fatica, no, non se la sentiva di infliggergli quel colpo a tradimento, era stato anche lui un pesce piccolo e i disagi del conto non pagato alla pensione o alla bettola gli si erano scolpiti nella memoria. Quindi, al diavolo le raccomandazioni, curarsi è un lusso che non debbono pagarti gli altri, sarebbe tornato al lavoro, era il capocomico, aveva la responsabilità di quelle persone che non campavano d'aria.
E così, vincendo gli intimi timori, le obiezioni cliniche e lo sforzo fisico, terminò la piazza di Milano e partì per una serie di debutti in provincia. Biella, Bergamo, San Remo. Fu qui ché avvertì le avvisaglie di quanto stava per accadergli. Festeggiavamo, dopo lo spettacolo, il matrimonio di due ballerini di "A prescindere", Sandro e Josey, a cui aveva donato una 500 perché "vi siete conosciuti, amati e uniti in mano a me e spero che scarrozzerete a due per il resto delle piazze e della vita".
Guardandosi attorno per il locale mi sussurrò: "Strano, vedo ballare le pareti e i tavoli, oscillano come se fossi sbronzo fradicio, eppure non ho bevuto niente". All'uscita, lo stesso fenomeno gli si ripeté con i palazzi. Il giorno dopo si recò da un oculista che attribuì la manifestazione agli antibiotici e alla debolezza, e prescrisse un ricostituente e delle vitamine.
Anziché diminuire, il fastidio si accentuò. A Firenze, dove il teatro crollava per la calca e ogni sera il pubblico ritrovava un Totò parossistico e disarticolato, diceva che quel disturbo gli dava un senso di maretta e mi pregava di leggergli i quotidiani poiché le righe gli si accavallavano.
Antonio divenne cieco in scena, sulle tavole del Politeama a Palermo, vestito da Napoleone, a tre passi da me che gli ero accanto nello sketch del cocktail party poiché, per uno di quei rari casi del destino che nella necessità ti fanno trovare fisicamente vicino a chi ti è caro anche quando proprio non dovresti esserci, da circa un mese avevo accantonato la mia veste borghese di compagna indossata circa tre anni prima per seguirlo, e sostituivo la soubrette Franca Mai infortunatasi nelle piroette di un ballo. Al nostro fianco, c'erano Franca Gandolfi, non ancora signora Domenico Modugno, Elvy Lissiak ed Enzo Turco.
Notai che batteva le palpebre come per togliersi un corpo estraneo dagli occhi e voltava per un attimo le spalle al pubblico guardandosi attorno con le pupille sbarrate. Poi, sottovoce, pacato, con quel tono impercettibile con cui in scena, tra una battuta e l'altra, ci si comunica a volte i fatti propri, mi disse: "Non ci vedo, è buio pesto". Nessuno se ne accorse in sala. Accelerando i tempi, tagliando battute, con una vitalità selvaggia scaricò se stesso in una mimica frenetica che fece delirare il pubblico e, tra le ovazioni di un teatro impazzito che gli urlava "Totò, si 'na muntagna ri zuccaru", si avviò ad intuito verso le quinte mentre il sipario si chiudeva lento, per ritornare più volte sul proscenio a ringraziare la platea, le file di palchi e il loggione neri di folla e illuminati a giorno che lui, però, non distingueva più. Da quel momento e per oltre un anno fu notte piena.
Tornammo a Roma tra la curiosità morbosa dei passeggeri sul traghetto che avevano appreso la notizia della sua disgrazia dai quotidiani, i lampi crudeli dei fotografi e il tatto di cacciatori di autografi che, allontanati a forza, gli sbottavano in faccia un "Ma allora è vero che è proprio cieco." Pianse al rientro a casa, quando non riuscì ad afferrare la mano tesa del personale e a vedere Gennaro che dal trespolo gli volava incontro. Poi non pianse più. Si rintanò nella sua stanza e lì rimase, tra letto e lettuccio, le serrande abbassate sul sole di primavera, per mesi e mesi di oscuro isolamento.

"Totò, l'uomo e la maschera" (Franca Faldini - Goffredo Fori) - Feltrinelli, 1977

Come vedono signori abbiamo un fazzoletto... Questo fazzoletto, che io pagai la misera somma di cinque franchi, lo comprai per regalarlo a mia moglie in occasione del suo onomastico. «Desdemona... Desdemona.... Guarda Otelluccio tuo cosa ti ha portato per regalo?...» La tengo ancora davanti agli occhi... poi con mossa fulminea tirò fuori il suo e mi disse: «Otello, io credevo che il mio fazzoletto fosse bianco ma da quando ho visto il tuo lavato con l'Omo la cosa cambia...».

(Da "A prescindere", ultima rivista di Totò, 1957 - Totò nel personaggio di Otello)


Le tappe della rivista nelle città italiane

Le tappe nelle città d'Italia della rivista "A prescindere"

Teatro Morlacchi - Perugia
19 novembre 1956
Iniziano le prove generali dello spettacolo. La soubrette francese Yvonne Mennard fu vittima di un furto in albergo.
Teatro Sistina - Roma
23 novembre 1956
6 gennaio 1957
Presenze di un pubblico vip fra cui Anna Magnani, Alberto Sordi e non si contano Autorità, fra cui qualche Senatore, Deputato e Ministro dell’epoca. L’entrata in scena di Totò fu osannata con dodici minuti di applausi. Un calore che sembrava senza fine. Il più commosso di tutti era Totò, che stava in scena.
Teatro Mercadante - Napoli
11-20 gennaio 1956
Qui a Napoli, a detta di amici e conoscenti, Totò accusa qualche problema che gli impedisce di eseguire la passarella finale. Il ciclone Totò, ha deglutito parecchie volte prima di poter dire "Grazie, sono commosso" 
Teatro La Gran Guardia - Livorno
22-23 gennaio 1957

Otello Bacci, ex ballerino in precedenti stagioni teatrali con Totò, filmò alcuni minuti muti dalle prove di “A prescindere” al teatro Gran Guardia, restando così autore di un raro filmato amatoriale. « Certo, ricordo Otello Bacci. Alcuni marinai in servizio a Livorno fecero visita a Totò. Erano un po’ emozionati e lui cercò di sdrammatizzare improvvisando una freddura: “Scusate, ma e la nave dove l’avete lasciata?"

Il breve e raro filmato girato da Otello Bacci

 Teatro Alfieri - Torino
25 gennaio - 3 febbraio 1957
All’inviàto del quotidiano “La Stampa”, Totò confidava la propria paura per la reazione del “freddo pubblico” della capitale piemontese. A Torino invece, il successo fu maggiore che a Roma. Fu qui che improvvisai Mario Di Gilio imitò la voce di Claudio Villa nella canzone che aveva vinto il settimo Festival della Canzone di Sanremo la sera precedente: “Corde della mia chitarra”. Il pubblico andò in delirio. E Totò affascinato: “Ma come fai? Chillo ha cantato ieri sera!” 
 Teatro Nuovo - Milano
5 febbraio - 10 marzo 1957
Il 9 febbraio si diffuse la notizia dell'assegnazione del Nastro d’Argento in qualità di miglior attore “non protagonista” per l’anno solare 1956, a Peppino De Filippo per “Totò, Peppino e i fuorilegge”. Totò adorava Peppino, ma non andava a cercarlo. In 34 giorni a Milano, a Roma moriva la sorella dell’impresario Remigio Paone. La tappa al Nuovo di Milano avrebbe dovuto essere più breve. Il prolungarsi della sosta qui, con conseguente taglio di alcune piazze previste in cartellone fu dovuta alla forma influenzale particolarmente virulenta che colpì Totò. Rimase bloccato da giovedì 14 a venerdì 22 febbraio. Imbottito di antibiotici e per la propria esemplare, ma fatale, determinazione potè e volle riprendere a far “scompisciare” il pubblico. La compagnia non fu contagiata dal virus, lui fu l’unico ad essersi ammalato. Quando qualcuno voleva andare a constatare il suo stato di salute, egli rimproverava: “Non venirmi a trovare, che t’ammali anche tu!” 
 Teatro Sociale - Biella
12-13 marzo 1957
Qui a Biella Totò, fu intervistato dal locale giornalista Ugo Salvatore. Si parlava la lingua tedesca. Disse a Di Gilio: ” Ce l’hai ‘o passaporto?” e lui: ”Sì”. Toto: “Caccialo, che andiamo a piglià ‘o cafè”. 
Teatro Donizzzetti* - Bergamo
16-17 marzo 1957
 
Franca Faldini sostituisce la soubrette Franca May infortunatasi. 
Teatro Eleonora Duse - Bologna
18-24 marzo 1957

Il pomeriggio di venerdì 22 Totò e Franca Faldini accettarono esser “testimonial” per un vermouth pubblicitario a favore della Cisa-Lambretta, come documentato da una illustrazione nel quotidiano “Il Resto del Carlino” dell’epoca e poi confermato dagli Archivi Lambretta. Una pubblicità come tante altre per recuperare un po’ di spese. 

 Teatro Verdi - Ferrara
25-26 marzo 1957
 
Teatro Corso - Mestre
27-28 marzo 1957
 
Teatro Nuovo - Verona
29-30 marzo 1957

Teatro nel quale si era esibito perlomeno altre sei volte, dal 1928. Verona è fra le città che non lo aveva avuto tantissime volte, ed escludendo eventuali soste in Varietà non recensìte, sicuramente, contando due soste al teatro Ristori nel corso degli anni trenta, con “A prescindere” toccava Verona perlomeno per la nona (ed ultima) volta, nell’arco di trenta anni, come ricostruito analizzando numero per numero quotidiani locali dell’epoca. Verona era una città che amava; voleva visitare la tomba di Giulietta, ma Franca Faldini non volle. 

Teatro Augustus - Genova
4-14 aprile 1957
A Genova ci furono una serie di esauriti.
Casino municipale - Sanremo
15-18 aprile 1957
 
Teatro Verdi - Firenze
27 aprile - 1 maggio 1957
Il pubblico fiorentino reagiva in modo strano, non capivano il numero dell’Otello. Della sua vita privata, Totò raccontava dell’importanza e delle coincidenze di Firenze: qui oltre ad aver visto per la prima volta Diana, sua unica moglie, la nota “Malafemmena”, e madre nel ’33 della sua unica figlia Liliana, era stata la città galeotta, dove aveva incontrato, prima della fatidica Napoli del periodo passionale e tragico, la nota Castagnola, “femme” fatale e Vedette degli anni venti, suicidatasi per amor di lui, nel lontano marzo 1930. Probabilmente si incontrarono alle Follie Estive, importante Varietà di Firenze. 
Teatro Poiteama Garibaldi - Palermo
3-6 maggio 1957
La salute di Totò, già scossa per l’influenza pesante e parzialmente trascurata a Milano, per le conseguenze alla sua vista, già minata da tempo, per le conseguenze su paghe e contratti da rispettare, e per il futuro della sua carriera, fu messa a repentaglio. Inoltre, nonostante il suo fisico giovanile e curato, era comunque un uomo che stava toccando i sessanta anni e certe cicatrici e malanni possono cronicizzare. Negli ultimi giorni, fra Genova, Sanremo, Firenze e Palermo, sempre cercando di evitare che trapelasse qualche indizio ai giornalisti, era stato visitato da vari specialisti, che gli avevano prescritto o confermato terapie. Anche a Palermo iniziò gli esauriti con memorabili trionfi, nonostante non fosse affatto in forma, faticava, ma riusciva a nasconderlo, soprattutto al pubblico pagante, pubblico che, attendendolo con aspettative ed affetto, era reso miope ai malesseri che il Comico celava da Maestro. Si sforzava il più possibile, ma durante lo sketch dell’Otello svenne in scena. Rapidamente fu portato dietro le quinte mentre il pubblico, credendo fosse parte dello Spettacolo, chiedeva il bis. L’indomani mattina, tornò a Napoli, non piangeva solo lui, tutti erano commossi anche perché la paura maggiore era che andasse verso una irreversibile cecità. 

(*) da verificare

Stralcio dell'intervista a Mario Di Gilio sulla tournée della rivista "A prescindere"

Leggi l'intervista completa a Mario Di Gilio

(scopri chi era Mario di Gilio)

 

[...]Soprattutto per la tournée teatrale del 1956-'57, sulla quale, ci apprestiamo ad entrare nel dettaglio, sei rimasto molto legàto ad un uomo che hai sempre stimato tanto, e dopo capiremo il perché. Ma andando a ritroso, come hai saputo dell'esistenza di Totò?

« La prima volta che lo vidi, era attorno al 1940, forse dopo... E' un lontano ricordo legato al primo bombardamento aereo a Salerno. Non lo vidi di persona, ma ne vidi la sua comica immagine ingigantita dallo schermo "bianco e nero": assieme a mio fratello Gino, cioè Luigi, lo vedemmo nella pellicola "San Giovanni decollato", dove il ruolo del cattivo era interpretato dal mio compaesano Augusto Di Giovanni, del quale ti ho narrato. Confesso che ci colpì molto. Poi, a distanza di parecchi anni, nel corso della serata di consegna del premio Maschere d'Argento alla Casina delle Rose, oltre ad essere io uno dei premiati della stagione teatrale appena conclusa, ero fra coloro che si esibivano; Mario Riva, conduttore della serata, inizialmente mi doveva presentare tra i primi numeri in programma, ma poi passai al "sottofinale", prima del numero di chiusura di un cantante lirico. Fra i tanti Artisti presenti, mio spettatore era anche Totò, il quale, concluse: "Questo lo voglio." »

Di Gilio03Quindi nella seconda metà del 1956, lo spettacolo dal titolo " A Prescindere", era forse quello che più creava aspettative, nel pubblico, negli "addetti ai lavori", nei colleghi: oltre a presentare il fenomeno Totò, che tornava al teatro dopo sei anni e mezzo di solo cinema ed ospitàte radiofoniche, presentava come attrazione l'imitatore per antonomasia, che avrebbe doppiato anche la voce del suo capocomico Totò!

« Anche se non era in perfetta successione cronologica, concedimi l'esempio metaforico, passare da Beniamino Maggio, a Totò, era come passare, dopo tre stagioni da Cardinale, all'inaspettata votazione a Papa. Mi spiego? Non per svalutare il buon Tino Scotti, ma più che un Comico protagonista era un Comico caratterista. La sera che Paone mi telefonò per la conferma ero felice. Il mio vasto repertorio sconcertava i grandi attori che mi temevano come una minaccia, uno in grado di “rubare la scena”. Gli altri consideravano Totò un pazzo per avermi accettato e gradito in Compagnìa. Il pericolo della bravura...»

“A Prescindere" riepilogava i titoli dei film dei quali Totò era stato protagonista fino al 1956. Fra i titoli vi era infatti anche "Totò lascia o raddoppia?", titolo che ti consentiva la scusante per fare una imitazione di Mike Bongiorno. In seguito Mike è stato il presentatore di svariati programmi che ti comprendevano. Come è stato il tuo rapporto col noto conduttore che si è recentemente raccontato in una autobiografia?

« Burrascoso. Mike Bongiorno è un professionista che si è però compromesso con il “ problema delle gaffes ”. Certo è solo una componente nella carriera di un uomo dalla vita avventurosa come la sua, ma ti segna in modo indelebile perché va a scolpire l'immaginario collettivo e quello del mondo giornalistico, che sai quanto può essere stroncante, anche se a torto. Più che burrascoso, meglio dire di "oscuramento", applicando la tecnica politica dell'ignorare, come se io non esistessi, né fossi mai esistito. E ciò è peggio del detestare. Devo confessare a onore della verità che è anche colpa mia. Infatti, un po' per leggerezza giovanile, un poco per iperbole satirica, talvolta le mie battute erano veramente cattive, e dai più sensibili possono essere state recepite come offensive. Ma oramai sono storia, che ci posso fare? Quello che è fatto, è fatto. Scusarsi ora sarebbe vana retorica. »

Spiegati meglio nel tuo personale dettaglio su Mike

« E’ presto detto. Facendo satira alla sua parsimonia nel controllare le risposte dei concorrenti, il mio numero consisteva in semplici battute. Lo imitavo nella domanda: “Qual è la capitale d’Italia?” Il concorrente rispondeva: “Roma”, ed io, con naturalezza, tornato alla voce “bongiorniana” replicavo: “Un momento che controllo”. Quando lo seppe, permaloso come è di carattere, era come se lo avessi accusato di ignorare una notizia tanto nota perfino agli extracomunitari, e se la prese talmente che nei miei riguardi “chiuse per sempre”; so che disse: “Questo in televisione non lavorerà mai!” e dove ha potuto la sua influenza, ha mantenuto la negativa promessa. Anche negli spettacoli teatrali e di piazza dove si è trovato, suo malgrado a presentarmi, ha esaurito il proprio dovere professionale nel nominarmi, ma poi se ne è sempre andato evitandomi. Credo mi abbia rimosso al punto tale che, anche se entrambi viviamo a Milano, non sappia neppure più se io vivo, né se io sia mai esistito. »

Certo Mike pur nello scherzo è sempre “lucido” e serio ed è critico anche nelle imitazioni fattegli; se l’aspirazione era una pura invenzione di Sabani a scopo caricatura, anche le versioni che ne dava il buon Noschese, Bongiorno le ha sempre osservate criticamente con malizia, commentando spesso: “Ma io non ho mai fatto così” od anche: “Io quella cosa lì non la ho mai detta.” Ed io, a mio modo di vedere, non posso dargli torto. Torniamo ad “A Prescindere”: era una Rivista e quindi, oltre ad attori ed attrazioni era composta di corpo di ballo… 

« Sì, c’erano dodici ballerine inglesi. C’erano anche i cosiddetti “boys”, uno dei quali si sposò proprio nel corso della tournée. »

Della Compagnìa faceva parte anche l’attrice Franca Gandolfi, moglie di Domenico Modugno. Mimmo venne mai a raggiungerla in qualche tappa?

« Sicuramente la venne a trovare a Milano. Ed ancora una volta ebbi conferma della capacità profetica ed analitica di Antonio De Curtis nei riguardi delle persone. Modugno faceva l’attore, ma soprattutto era un buon cantante, ma era uno fra svariati che già l’epoca vantava. Eppure Totò, sentendolo interpretare ne previde il futuro successo: “ E chi lu pigghierà cchiù, chistu?” Ridevo alla battuta per l’allusione ad una strofa della canzone “U piscispada”, che appunto ripeteva: “Pigghialu, pigghialu!” Ed invece aveva, con un solo occhio attivo, visto lontano; solamente un anno dopo, infatti, Modugno trionferà a Sanremo…»

Caro Mario, e tanto per mettere qualche noticina della immensa sapienza che mi contraddistingue, ma battuta a parte, basta confrontare i quotidiani dell’epoca per le conferme ed ulteriori dettagli, una curiosità. Sabato primo febbraio 1958 nel pomeriggio di Raiuno, all’epoca ancora l’unica emittente televisiva italiana, ed ancora Pubblica, l’ennesima puntata della rubrica musicale con concorrenti ed ospiti intitolata “Il Musichiere”, era presentata sempre dal caro indimenticato "Mario “Riva”; come consueto, gli ospiti concorrevano allo scopo di poter donare il montepremi da loro “vinto” a favore di un istituto dedito alla beneficenza. I due ospiti della puntata in questione erano le due “punte di diamante” di una pellicola diretta da Monicelli, che era in lavorazione, e che sarebbe diventata premiato campione d’incassi: “I Soliti ignoti”; ovviamente non si accennava al film. Nell’ordine i due erano “niente-po-po-di-meno-che”, come amava presentare “Riva”, Vittorio Gassman(n) ed a seguire Totò. Totò partecipava con gli occhiali scuri, e presentava come sua “controvoce” Nunzio Gallo, che intervistai. Nunzio Gallo era lì per cantare una canzone composta da Antonio De Curtis in quel maledetto 1957 della malattìa agli occhi, dal titolo “Chitarra mia”, strumento che richiamava, quel “Corde della mia chitarra” portata al trionfo nel Festival di Sanremo del 1957 da Claudio Villa(ne riparleremo). Nunzio Gallo, era in procinto per partecipare come cantante al polemico ed alternativo Controfestival della Canzone di Velletri, poi regolarmente svoltosi, anche se poco pubblicizzato, e recensìto solamente dai periodici più acuti. La puntata in questione è passata all’aneddotica dei libri, con eccesso di rilievo, per la lode spontanea, scappata ad Antonio De Curtis, a favore di Achille Lauro, all’epoca sindaco di Napoli, oltre che candidato politico… La curiosità sta proprio nel fatto che, la medesima serata, del medesimo primo febbraio 1958, dei detti ospiti al Musichiere, la prima serata televisiva si collegava con la finale dell’ottavo Festival della Canzone Italiana di Sanremo, quello vinto da “Nel blu dipinto di blu”, coautori il toscano Franco Migliacci ed il pugliese Mimmo Modugno, il secondo anche interprete, più che cantante della medesima.

« Scusa, tenente Colombo, ma chi è l’intervistato? »

Hai ragione Mario, mi sono lasciato prendere dal desiderio di precisare. Quindi dal 1958 torniamo al 1956. Perché il previsto Mario Castellani, abituale ed affiatato “aiutante”(odiava il gergàle termine “spalla”) di Totò, fu sostituito dal pur bravo Enzo Turco?

« Perché Mario non stava bene in quel periodo, così a me risulta… E poi, Turco, cresciuto nell’ambiente del Teatro Napoletano, era preparatissimo e dava sicurezza nel saper rispondere alle improvvisazioni di Totò. Enzo Turco stimava Totò e ne era ricambiato. Avevano condiviso la esperienza di una memorabile edizione cinematografica dello scarpettiano “Miseria e Nobiltà” nel quale, anche a distanza di decenni, restano i due più divertenti co-protagonisti. Turco mi narrava proprio di quel loro film vissuto  assieme.»

Di Gilio06Come era la coreografa austriaca “Gisa Geert”?

« Di chi mi parli! La Geert era la coreografa di “A Prescindere”: era considerata una delle migliori nel suo settore. Austriaca, era severa, rigidissima, ma allo stesso tempo una cara persona.»

Le prove di “A Prescindere” furono nel Novembre 1956 al rinomato Teatro Morlacchi di Perugia: qui la soubrette francese, Yvonne Menard, fu vittima di un furto.

« Lo ricordo. Stavamo al Morlacchi quando lei se ne scappò in albergo perché era stata avvisata del furto. Più che le prove dettagliate dello Spettacolo, che non aveva un testo articolato, né lunghe battute da mandare a memoria, essendo una Rivista e non una Prosa, Perugia fu il luogo delle presentazioni; qui, da Artisti separati si cercava di creare una Compagnìa, cioè una forza coesa volta a dare la carica al nostro capocomico Totò. A Perugia egli ci mise “sull’attenti”, per conoscerci, interrogandoci uno per uno. Giunto da me mi disse: “Tu non mi sei nuovo. Di dove sei?” “ Di Salerno, Principe.” “ Tu sei di Salerno, quindi della “Provàns”(Provence)… Ti voglio in prima fila perché mi devi “prendere in giro”. Tu puoi chiamarmi Principe, gli altri mi chiameranno Altezza.” Fra gli altri era con noi il bolognese Alvaro Alvisi, che era un bravissimo attore. Mi sorprese che, nonostante a Perugia avesse voluto conoscerci tutti, poi, nel corso di tutti i sei mesi della tournée, non lo abbia mai visto parlare con una attrice né con un attore della Compagnìa; gli unici due coi quali Totò passeggiava e chiacchierava eravamo io ed il macchinista Canardi. E ricordo anche il batterista Camillo, un napoletano di sua fiducia “che si portava” perché in sintonìa: gli sottolineava al ritmo desiderato i suoi “numeri fissi” come i fuochi artificiali o gli intonava le marce. Collaboravano da anni. Per l’invidia i compagni di quell’avventura mi soprannominarono, con una punta di malignità “il giullare del re”, cioè del Principe De Curtis… Ricordo che un giorno, l’ attore Dino Curcio(che era nella Compagnìa), figlio dell’editore Armando senior, gli chiese: “Principe, posso fare una domanda?” “Dimmi” “ Come vado?” Totò fu spietato: “ Era meglio se continuavi a fare il giornalaio.»

Fra Novembre 1956 ed Epifania ’57 la prima lunga tappa di “A Prescindere” fu a Roma al Palazzo Teatro Sistina. Alla prima, presenze di un pubblico vip fra cui Anna Magnani, Alberto Sordi e non si contano Autorità, fra cui qualche Senatore, Deputato e Ministro dell’epoca. L’inizio di un successone?

« Non proprio. Certo l’attesa del ritorno a teatro di Totò era indescrivibile. Però la Rivista aveva un testo-canovaccio banale, scarso e privo di “gusto”. Non voglio offendere nessuno, ma questa è la verità. Vi era perfino un quadro parodistico che rimandava al kolossal “Guerra e pace” uscito pochi mesi prima e che a mio parere non ci azzeccava. L’entrata in scena di Totò fu osannata con dodici minuti di applausi. Un calore che sembrava senza fine, tanto che ci ritrovammo tutti tremanti e commossi e fra le quinte ci abbracciammo tutti. Il più commosso di tutti era Totò, che stava in scena. Un ottimo inizio che invece fu la ciliegia di una serie di eventi sfortunati. Lo Spettacolo fu accolto in modo tiepido. Al termine, mancarono le strette di mano dai colleghi di Totò, che erano in prima fila durante l’esecuzione. »

Quindi nessun collega attore venne in camerino?

« L’unico che ricordo attese fu Arnoldo Foà che mi disse: “Sei molto bravo.” Ricordo che ci fu una brutta recensione generale e la frase: “il pericolante primo tempo salvato da Mario Di Gi(g)lio.” Appena lo lessi tremai. »

Perché Mario?

« Perché se poteva essere piacevole “che io avessi salvato il primo tempo” e fosse una ennesima conferma delle mie capacità, il fatto eclatante era che lo Spettacolo in sé, almeno inizialmente, non andava; ed una lode a me, anziché al protagonista della Rivista, in tal caso Totò, mi induceva a concludere che sarei stato licenziato. Infatti, mi rassegnai a preparare le valigie senza aspettare la brutta notizia. Così andai al suo cospetto per dirgli che avevo realizzato, erano le regole. Ma soprattutto volevo comunicargli il mio affetto e la mia stima, quindi con coraggio gli dissi: “ Principe è successo a tutti, me ne devo andare. E’ stato un piacere.” Ma Totò era diverso da altri suoi colleghi capocomici e sorpreso, mi fermò: “ Ma che stai facendo? Tu mi devi chiudere lo Spettacolo!” Ero commosso e tremavo: “ Principe, mi fa questo onore…? Ma, e lei, Principe? Il capocomico è sempre colui che chiude lo Spettacolo!” E lui: “Sì, poi arrivo io con la tromba dei bersaglieri.” Insomma ero confermato nella Rivista di serie A nientemeno che dal suo esponente più atteso e carismatico. Così, da quella sera in poi, facevo il numero del finale, e dopo di me siglava la chiusura Totò con un suo cavallo di battaglia come “i fuochi artificiali”. Un uomo ed un Comico così, non mi meraviglia affatto che oggi, tutti continuino a saccheggiarne! Grazie al nostro congiunto impegno, ottenemmo successi confermati in ogni tappa successiva, nonostante la struttura dello Spettacolo fosse traballante e senza testi convincenti. Certo non vorrei essere frainteso: erano bravi e meritevoli anche gli altri componenti della Compagnìa, ma di professionisti sia come attori caratteristi, belle ballerine ed abili boys erano ricche le Compagnìe di ogni teatro o teatrino d’Italia e non erano sufficienti per dare al pubblico quel “quid” di ulteriore o particolare per meritarne la preferenza su altri Spettacoli simili e concorrenti. Io con il mio impegno professionale nelle imitazioni, che aggiornavo e modificavo ogni volta necessario, e Totò, sul cui carisma non vi sono termini adatti, costituivamo quel “quid”. Ho reso l’idea? Non vi fu un cambiamento nella struttura, né nei quadri: modificavamo solo qualche sketch e ciò che veramente era flessibile era il mio numero delle imitazioni. Alle mie “novità” che celermente presentavo spesso Totò mi gratificava senza ironìa, né retorica, ma con convinta emozione: ” Tu sei grandissimo, ma come fai?”Tanto è che ne divenni il confidente di aneddoti di vita vissuta: per questo sono fra i pochi che possono parlare di Antonio De Curtis uomo.»

Numeri particolari della Rivista quali erano? Vi furono aggiunte?

« Lo sketch a mio parere più bello era quello del commissario interpretato da Totò; Enzo Turco faceva il brigadiere, io e Dino Curcio eravamo due guardie. Gli autori Nelli e Mangini non avevano fatto un buon lavoro rielaborando, ma non troppo, l’ossatura stesa da Michele Galdieri. Eravamo in una cittadina fra le tappe “minori”, quando fui chiamato da Nelli, Mangini e Paone; i tre per dare più vigore alla Rivista, mi proposero di fare uno sketch nuovo, intitolato “il sosia”. Accettai e facemmo tre giorni di prove, lo scenografo si occupò della preparazione di due scalinate ai lati del palcoscenico. Io ed Antonio De Curtis truccati e vestiti da “maschera Totò” eravamo il corpo di tale numero. Alle prove accadde che, Paone ed altri seduti in platea, io strappavo più applausi e facevo più ridere di Totò. Veramente questa cosa avrei preferito censurarla, perché temevo di far torto alla memoria del mio amico Totò, e per paura possa ingenerare equivoci, ma quando ne abbiamo ragionato assieme, abbiamo convenuto che non ne infanga la memoria, né ne scriviamo per sfruttamento(come certe persone amano fare senza sapere come avvennero i fatti), e che ne sarebbe contento anche lui; e tu mi hai convinto a rivelare questo piccolo segreto perché io c’ero e lo ho vissuto in prima persona sulla mia pelle, quando mi hai ripetuto: “Mario non c’è niente di male, se tu sai che è la Verità, e non fa del male a nessuno non vedo perché tacerla: è la Verità?” Quindi rinunciammo al nuovo sketch. Perché un conto è provocare più risate, o farsi applaudire più del capocomico quando lui stesso è fuori-scena, o dietro le quinte(e già questo fatto non tutti i capocomici lo tollerano e te la faranno pagare), altro conto è avere più successo del medesimo con lui in scena assieme a te.E se ciò capita con persone della Compagnìa, figurarsi quanto poteva essere rischioso se avveniva con il pubblico pagante. A proposito di sosia, nel numero dei due Commenda’, a Milano, ero truccato in maniera da poter essere scambiato per “Totò” ed un brigadiere dei Vigili del fuoco ci confuse scambiandomi proprio per Totò, e Totò per “Di Gilio camuffato da Totò”. Mi chiese l’autografo ed io lo stavo per accontentare, quando intervenne il vero Totò: “Ma che fate? Totò sono io” Ma il brigadiere insistette e gli disse: “ Voi Di Gilio sarete pure bravo, ma Totò è lui!”. Totò non era il monologhista alla Zelig, né il barzellettiere alla Dapporto, né alla Bramieri; Totò era il comico della battuta reattiva, della satira e della parodìa, della quale divenne un Maestro. Era e resta il comico dello slancio estemporaneo e spontaneo, spesso irripetibile ed unico. Tu sai che tipo di fumatore accanito egli fosse; bene, per esemplificare la sua proverbiale spontaneità che tocca l’assurdo e le contraddizioni quotidiane, e che tendiamo a banalizzare senza rendercene conto, ricordo che, durante una pausa, ad un vigile del fuoco chiese a bruciapelo: “Mi fai accendere per favore?” »

Mario ciò che mi dici lo so bene; dicci quindi, come è stato lavorare con Totò per circa sei mesi, giorno dopo giorno?

« Lui era riservato e non era facile alle confidenze. Alle 18 si chiudeva nel camerino destinatogli e non accettava telefonate. A fine spettacolo ci ringraziava tutti e dava la “buonanotte”, e poi, rivolto a me, scherzava invitandomi: “ Fetente accompagnami alla macchina”. Una volta concessi un bis chiesto dal pubblico e Paone mi diede una multa: quando Totò lo seppe, oltre a farla togliere, mi fece, al contrario, aumentare la paga. Totò-Antonio mi ha voluto molto bene. Questo era Totò. »

Tu dunque viaggiavi nell’auto che guidava Carlo Cafiero: era una Alfa Romeo? Di che colore?

« Era una auto di colore nero, adatta ai suoi problemi agli occhi.»

Lo Spettacolo terminava fra mezzanotte e le due. Al termine andavate a cena, subito a letto o partivate? Da una città alla successiva come vi spostavate: in pullman, auto, in treno?

« Al termine andavamo a cena in locali trattorìe dove Paone o l’amministratore avevano prenotato per tutti. Poi si filava a letto, Totò in albergo e noi in pensioni prenotate. Per la nuova città si partiva in mattinata. Io, “suo giullare”, viaggiavo in automobile con lui e Franca Faldini, alla guida vi era Carlo Cafiero. Gli altri con treno od altre auto.»

Sai, Mario, che ho avuto la fortuna di trovare ed intervistare anche il caro Carlo Cafiero, purtroppo scomparso, il quale si era autodefinito “le scarpe di Totò” ?

« Ah, sì? Beh, dato che gli è stato autista per parecchi anni, direi che la definizione è azzeccata. »

Di Gilio01Fra le persone che seguivano “da vicino” l’amato Totò, vi era il suo misterioso cugino materno: Eduardo Clemente, il quale, oltre ad occuparsi della burocrazia, di compravendite (per esempio le automobili che cambiavano ogni anno), gli fu segretario, amico e confidente; dopo la morte di Antonio De Curtis, ne fu il fedele custode del suo baule, il baule-archivio della sua “Vita artistica”, gelosamente ereditato ad uno dei figli, il caro Federico. Quale ricordo personale hai di Eduardo Clemente?

« Certamente che lo ricordo. Non viaggiava in auto con noi, ma seguì fedelmente il cugino in tutta la tournée; si occupava del lato amministrativo come hai ben riassunto, ed infatti, lo sfottevamo perché, sembrava quasi si “facesse vivo” solamente quando aveva necessità di soldi spicci: era proprio perché gli occorrevano per tutte quelle necessità alle quali noi Artisti ci tenevamo estranei… Che nostalgia. Come stanno i suoi figli? Mi piacerebbe parlarci. »

Federico del quale ti ho accennato sta bene. Se fa piacere ad entrambi, vi metterò in contatto. Vi era un suggeritore?

« Sì era uno basso di statura, tale Brambilla mi pare »

In qualche città o paese particolarmente bigotto avete avuto problemi di censura?

« No, non ch’io sappia. »

Nelle confidenze che Totò ti fece sul suo passato artistico, in realtà poco conosciuto e poco indagato, ti accennò a tale Scaglione Montenotte Umberto, deceduto nel 1933, e che risulta esser stato suo Agente nel periodo 1920-’22 circa?

« Sì, come lo sai? Mi diceva che era stato il suo primo agente; prima aveva sempre “fatto da solo”, da autodidatta. »

Fra Roma e Napoli faceste una breve tappa nella tua Salerno, come la ricordi?

« Fu memorabile quella serata al Teatro Augusteo. Applausi a scena aperta. Al termine Totò, osannato dal pubblico, mi omaggiò dicendo: “Signori, non ci sono solo io in palcoscenico, c’è anche un vostro concittadino: Mario Di Gilio!” Qui vennero tre miei fratelli, uno dei quali disse: “ Principe, sono trenta anni che mi fa ridere!” e lui di rimando: “ E vostro fratello che inizia ora, farà ridere per altri trent’anni.” Poi, aggiunse: “ Se venite a Milano vi faccio avere dei biglietti per andare a vedere quel comico col ricciolino, come si chiama, Mario ?” Fece finta di non saperlo, era per fare una gag, anche perché era un suo collega che conosceva molto bene; gli risposi ovvio: “Macario” Lui concluse: “Sì, Macario: quello lì sì che fa ridere!” Totò aveva stima di Macario, hanno anche poi lavorato insieme, e pare addirittura che Macario abbia “lanciato” Totò….»

Più precisamente nel settembre 1927 Totò sostituì Macario in una delle due Compagnìe gestite da Achille Maresca, esordendo così, dopo anni in dialettale, Varietà, Caffè Concerto ed operette, anche nel settore della Rivista; è pubblicato in periodici specializzati dell’epoca. E dalle memorie di Macario pare il medesimo abbia fatto vedere Totò ad Achille Maresca.

« Sì era una cosa alla quale mi aveva accennato. »

Da venerdì 11 a domenica 20 gennaio 1957 la tappa a Napoli. Il panorama teatrale napoletano proponeva: al Tarsia, fino a domenica 13, la Compagnìa Stabile della Rivista nel testo “Siamo donne o…caporali?” di Pinto, con “Trottolino”, Wilma Zavart, Nino Formicola, Ezio Tomei; al San Ferdinando la Scarpettiana di Eduardo De Filippo; all’Apollo la Compagnìa Bruno; al Margherita la compagnìa di Riviste Masini ed al R. Mercadante voi con “A prescindere”. Nel quotidiano “Il Roma” di Napoli dell’epoca vieni elencato finalmente col cognome corretto Di Gilio ( anziché il consueto “Di Giglio”) e si cita che domenica 13 hai imitato Tina Pica, l’avvocato Rossi e cantanti; per domenica 20 invece è annunciato: “ora imita anche Totò”. Nel medesimo quotidiano “il Roma” numero per sabato 12 gennaio 1957, nel correre della recensione sul debutto partenopeo, fra il resto, il giornalista annotava: “i cronisti fedeli erano col cronometro.” E: “anche se un po’ invecchiato il ciclone Totò, sorpreso, ha deglutito parecchie volte prima di poter dire <Grazie, sono commosso>” E: “formidabile mimo, per tre ore fa scordare il resto, Totò è lo Spettacolo, non serve copione.” Insomma a Napoli Totò giocava “in casa”, dove da un certo momento in poi è sempre risultato efficace ed amato. Tanto che è stato scritto e pubblicato in libri, a lui postumi, che Napoli, sarebbe stata anche la tappa di chiusura della tournée: quindi un successo tale che ci sareste tornati dopo pochi mesi, come talvolta accadeva?

« No, è un errore: oramai la piazza partenopea era fatta e vi erano altre città previste da accontentare. A Napoli Totò sbarcò poi a causa della malattìa che lo stremò a Palermo, quale tappa di passaggio fra Palermo e Roma, ma non era più prevista; dopo la Sicilia e la Calabria la stagione terminava. Qui a Napoli incontrai un buffo personaggio che già conoscevo, e che voleva essere presentato a Totò. Era tale Vincenzo “’o pazzo”, che si esibiva nello strano numero di “addormentatore di galline”, numero che il più delle volte gli riusciva. Lo portai da Totò, ma sfortuna volle che quella volta, non solo il numero non gli riuscisse, ma il pollo beccò Vincenzo facendolo sanguinare: una carriera stroncata in pochi secondi!!»

Martedì 22 e mercoledì 23 gennaio la tappa a Livorno, dove Otello Bacci, ex ballerino in precedenti stagioni teatrali con Totò, filmò alcuni minuti muti dalle prove di “A prescindere” al teatro Gran Guardia, restando così autore di un raro filmato amatoriale. Qui, il recensore del quotidiano “Il Tirreno” di Livorno, annota un tuo successo personale.

« Certo, ricordo Otello Bacci. Ma di Livorno ricordo soprattutto l’episodio dei fan marinai. Vennero da me alcuni militari che prestavano servizio in Marina, alla rinomata Accademia Navale di Livorno. Erano napoletani e siciliani ed ambivano vedere Totò di persona. Mi chiesero: “ ma ci riceverà?” Oramai confidenza e stima fra me e lui erano tali che mi potevo permettere di bussargli al camerino: “Principe ci sono alcuni marinai”. “ Bene, bene, Mario, falli entrare.” Erano un po’ emozionati e lui cercò di sdrammatizzare improvvisando una freddura: “Sc-kusate, ma e la nave dove l’avete lasciata? ”I ragazzi risero. E noi con loro. »

Dal 25 gennaio ai primi di febbraio 1957 la tappa a Torino, dove, all’inviàto del quotidiano “La Stampa”, Totò, clamorosamente confidava la propria paura per la reazione del “freddo pubblico” della capitale piemontese. Quale è la tua versione?

« A Torino invece, avemmo più successo che a Roma. Fu qui (e non a Bologna) che improvvisai la voce di Claudio Villa nella canzone che aveva vinto il settimo Festival della Canzone di Sanremo la sera precedente: “Corde della mia chitarra”. Non ritenermi immodesto, ma il pubblico andò in delirio. E Totò affascinato: “ Ma come fai? Chillo ha cantato ieri sera!” »

Da martedì 5 febbraio a domenica 10 marzo 1957 la sosta a Milano. Eravate nel capoluogo lombardo quando il 9 febbraio si diffuse la notizia della assegnazione del Nastro d’Argento in qualità di miglior attore “non protagonista” per l’anno solare 1956, a Peppino De Filippo per “Totò, Peppino e i fuorilegge”. Era la prima volta che si assegnavano i Nastri non più per Stagioni cinematografiche( da agosto-settembre di un anno al giugno del successivo), ma per anno solare(dal primo gennaio al 31 dicembre). Fra l’altro Peppino De Filippo a capo della propria Compagnìa di Prosa Italiana proprio in quel febbraio ’57 era pure a Milano in una lunga tappa di successi al Teatro Olimpia iniziata già verso il finire del 1956. Come era il clima per quella notizia? Si incontrarono in quell’umida Milano i due comici napoletani, reduci da tre pellicole del 1956 come coppia di successo anche cinematografico?

« Totò adorava Peppino, ma non andava a cercarlo. Ed in quella i due non si incontrarono, perlomeno al Nuovo.»

Sempre durante quei 34 giorni a Milano, a Roma moriva la sorella dell’impresario Remigio Paone. Ciò incise o no con l’andamento della tournée?

«Volevano sospendere lo Spettacolo in segno di lutto, ma Paone disse che non ne era il caso. »

La tappa al Nuovo di Milano avrebbe dovuto essere più breve. Il prolungarsi della sosta qui, con conseguente taglio di alcune piazze previste in cartellone fu dovuta alla forma influenzale particolarmente virulenta che colpì Totò De Curtis. Rimase bloccato da giovedì 14 a venerdì 22 febbraio. Imbottito di antibiotici e per la propria esemplare, ma fatale, determinazione potè e volle riprendere a far “scompisciare” il pubblico. Foste in altri i contagiati dalla malattìa di stagione? Si usava all’epoca il vaccino anti-influenzale tanto di moda oggi?

« No, non si usava vaccinarsi, si prendevano aspirine al bisogno. Non fummo contagiati dal virus, lui fu l’unico della Compagnìa ad essersi ammalato. Quando volevo andare a constatare il suo stato di salute, egli mi rimproverava: “Non venirmi a trovare, che t’ammali anche tu!” »

Di Gilio04Il 12 ed il 13 marzo 1957 la tappa di “A prescindere” prosegue con Biella, cittadina ove nacque Riccardo Gualino, mecenate e poliedrico imprenditore, fondatore della “Lux Film”. Qui a Biella Totò, è stato intervistato dal locale giornalista Ugo Salvatore.

« Sì, ricordo che qui parlavano il tedesco. Totò mi chiese: ” Ce l’hai ‘o passaporto?” ed io:”Sì” “Càccialo, che andiamo a piglià ‘o cafè”. »

Sabato 16 e domenica 17 marzo tappa a Bergamo

« dove si infortunò Franca May »

Da lunedì 18 a domenica 24 marzo ben una settimana a Bologna al Teatro Duse. Qui il pomeriggio di venerdì 22 Totò e Franca Faldini accettarono esser “testimonial” per un vermouth pubblicitario a favore della Cisa-Lambretta, come documentato da una illustrazione nel quotidiano “Il Resto del Carlino” dell’epoca e poi confermato dagli Archivi Lambretta…

« Una pubblicità come tante altre per recuperare un po’ di spese. A Bologna “cadde il teatro” specialmente quando proposi Claudio Villa imitandolo nella canzone “Luna rossa”, stesso “pezzo” con il quale avevo concluso la mia breve serie di imitazioni nel mio primo film, appunto, “Primo applauso”. »

Lunedì 25 e martedì 26 marzo ’57 a Ferrara

« Non ne ho ricordi particolari.»

Mercoledì 27 e giovedì 28 marzo la tappa a Mestre. Perché Mestre e non Venezia?

« Mah, non saprei. Qui mi confessava, riguardo ai dialetti locali: “Anche i mestrini parlano strano…”.»

Sabato 30 e domenica 31 marzo la tappa a Verona al teatro Nuovo, teatro nel quale si era esibito perlomeno altre sei volte, dal 1928. Verona è fra le città che non lo aveva avuto tantissime volte, ed escludendo eventuali soste in Varietà non recensìte, sicuramente, contando due soste al teatro Ristori nel corso degli anni trenta, con “A prescindere” toccava Verona perlomeno per la nona (ed ultima) volta, nell’arco di trenta anni, come ho ricostruito analizzando numero per numero quotidiani locali dell’epoca.

« Verona era una città che amava; ricordo che voleva visitare la tomba di Giulietta, ma Franca Faldini non volle…»

Vabbè, scelte di coppia sulle quali è sempre sbagliato andare a metter naso. E poi credo che, durante le sue soste precedenti qui, alla tomba di Giulietta abbia probabilmente fatto visita nel suo passato. Quindi riepilogando, il Marzo del 1957 vi aveva visti spostarvi dalla Lombardìa, all’Emilia-Romagna, toccando qualche sito del Veneto. Aprile vi avrebbe fatto toccare la costa italiana opposta, vale a dire quella ligure: da venerdì 5 a domenica 14 aprile eravate al teatro Augustus di Genova. Il recensore del quotidiano “Nuovo Secolo XIX°” di Genova ti dedicava una citazione : “Mario Di Giglio eccezionale imitatore”; non è un mio errore, ti riportava, classico, colpa anche dei manifesti errati, proprio con la fatidica “g” in più.

« A Genova furono una serie di esauriti…»

La seconda metà di aprile, e dai giornali dell’epoca non è facile, per ora, stabilire con precisione le date effettive ed indiscutibili, però vi è almeno la certezza della tappa, alcuni giorni a Sanremo. Qui alcuni mesi prima aveva trionfato la canzone “Corde della mia chitarra”eseguita da Claudio Villa.

« Certamente. Ricordo bene l’avvocato Achille Cajafa, che ho ben conosciuto. Era un meridionale di raro acume e capacità. Anche qui vi furono delle interessanti recensioni. Qualche anno dopo, l’avvocato Cajafa stava per organizzare una edizione del Festival con me e Noschese… »

Mario, ne specificheremo dopo; restando nel 1957: dal 27 aprile al primo Maggio eravate ad esibirvi nel capoluogo della Toscana. Il recensore del quotidiano “La Nazione” di Firenze, nel numero per Domenica 28 aprile ’57, dopo le lodi a Totò, alla “spalla” Enzo Turco, e fra gli altri aver citato la Faldini, Elvy Lissiak, Anna Frigo, Luana Silli…e finalmente citandoti con il cognome scritto esattamente, aveva testualmente ammesso: “piacevole e acclamato l’imitatore Mario Di Gilio.”

« Il pubblico fiorentino reagiva in modo strano, non capivano il numero dell’Otello. Della sua vita privata, Totò mi raccontava dell’importanza e delle coincidenze di Firenze: qui oltre ad aver visto per la prima volta Diana, sua unica moglie, la nota “Malafemmena”, e madre nel ’33 della sua unica figlia Liliana, era stata la città galeotta, dove aveva incontrato, prima della fatidica Napoli del periodo passionale e tragico, la nota Castagnola, “femme” fatale e Vedette degli anni venti, suicidatasi per amor di lui, nel lontano marzo 1930. Non ci metterei la mano sul fuoco, ma credo si fossero incontrati alle Follie Estive, importante Varietà di Firenze.»

Dopo Firenze l’approdo in Sicilia, partendo da Palermo, dove siete giunti venerdì 3 con la motonave “Calabria”, comandata dal capitano Tullio Nocca, che entrò presto in confidenza col “Principe” Antonio De Curtis, ed accolti anche dal Professor Lelio Rossi, Provveditore agli Studi, che vi accolse nella motonave detta. A Palermo ricordi oppure no, fra i fan, un ragazzo di cognome Buzzanca?

« Sì, come lo sai? Ah mi dicevi che lo hai intervistato. Venne un ragazzo disinvolto, puro, un siciliano veràce, ossìa non quello “stereotipato” nei telefilm, e ricordo che si fece avanti con(lo dice imitandolo): “Ho l’onore di presentarmi al Principe De Curtis: sono onorato e commosso.” Ed a me disse: “Che grande imitatore, siete!” Era un semplice fan, ancora nessuno avrebbe potuto immaginare che sarebbe diventato uno degli attori più quotati nei “box offices” degli anni sessanta; era Lando Buzzanca. Lando lo rividi in radio, a “Rosso e nero”, rubrica condotta da Corrado, dove eravamo fra i pochi ospiti. Corrado mi adorava. Inoltre, sempre a Palermo in quei primi giorni del maggio 1957, io ricevetti un biglietto che recitava: “Caro Di Gilio, sapendoti a Palermo, un caro saluto. Pensavi ti avessi dimenticato. Ti ricordo che sei stato il mio soldato. Il Comandante Ragusa.” Carmelo Ragusa era stato un mio superiore nel periodo in cui ero stato nell’Arma dei carabinieri. Perfino Totò, che mi riteneva un pochino “ricamatore”, si dovette ricredere, ed anche sui miei racconti relativi a Salvatore Giuliano, che furono poi confermati da Carmelo, quando ci reincontrammo in quell’occasione.»

Dal 3 al 6 Maggio a Palermo il fatidico epilogo, imprevisto, della tournée in anticipo di poche settimane, ma drammatica ed in quei frangenti preoccupante.

« Sì, preoccupante per la salute di Totò, già scossa per l’influenza pesante e parzialmente trascurata a Milano, per le conseguenze alla sua vista, già minata da tempo, per le conseguenze su paghe e contratti da rispettare, e per il futuro della sua carriera. Inoltre, nonostante il suo fisico giovanile e curato, era comunque un uomo che stava toccando i sessanta anni e certe cicatrici e malanni possono cronicizzare. Negli ultimi giorni, fra Genova, Sanremo, Firenze e Palermo, sempre cercando di evitare che trapelasse qualche indizio ai giornalisti, era stato visitato da vari esperti, che gli avevano prescritto o confermato terapie. Anche a Palermo iniziò gli esauriti con memorabili trionfi, nonostante non fosse affatto in forma, faticava, ma riusciva a nasconderlo, soprattutto al pubblico pagante, pubblico che, attendendolo con aspettative ed affetto, era reso miope ai malesseri che il Comico celava da Maestro. Si sforzava il più possibile, ma durante lo sketch dell’Otello svenne in scena. Rapidamente lo portammo dietro le quinte, mentre il pubblico, che credeva facesse parte dello Spettacolo, chiedeva il bis, era domenica. L’indomani mattina, tornammo a Napoli, non piangeva solo lui, eravamo tutti commossi, anche perché, la paura maggiore era che andasse verso una irreversibile cecità. Mi aveva preso sottobraccio per centosessanta giorni, raccontandomi episodi di vita, recitandomi le sue poesie precedenti e nuove, ci confidavamo “la bontà” delle belle ragazze, che guardavamo volentieri. Molti hanno scritto e detto falsità su di lui. Lui ha sempre lavorato, pure quando non vedeva quasi più e che film ha reso pure così “limitato”: rimane il suo esempio più grande. A me regalò tre orologi ed un anello di brillanti. Durante “A prescindere” in auto insieme io, Totò e Carlo Cafiero siamo stati gli improvvisati ed autentici coautori della poesia dal titolo: “Me so sunnato ‘e Napule”, anche se ovviamente, risulta lui l’unico autore. »

Per la malattìa all’occhio che causò la brusca interruzione della tournée a pochi giorni dal previsto congedo, Totò ricevette anche le visite dai medici fiscali per volere degli impresari siciliani e calabresi, i quali, avevano perduto gli incassi per le tappe saltate. Fra i nomi che conosciamo, vi era l’impresario catanese Salvatore Mazza, il quale cercava di “rifarsi” su Paone, e Paone, sul povero Totò. Salvatore Mazza è un nome famoso a Catania, faceva parte della Società C.M.C., e nel quotidiano “L’Ora” di Palermo dell’epoca, la intervistata Franca Faldini riferiva di avergli chiesto: “Se lei avesse un occhio solo che vede e rischiasse di perdere pure quello, esiterebbe a lasciare tutto?” Mazza avrebbe risposto che certo non esiterebbe. In quei momenti era ancora da dimostrare clinicamente se davvero Antonio De Curtis rischiasse la vista per sempre; i medici delle diverse controparti confermarono i danni oculari, ma fra di loro vi era chi era più cauto e preparato, e chi sdrammatizzava con leggerezza poco degna e poco professionale. I fatti daranno ragione, purtroppo ad una ipotesi abbastanza grave. Al di là delle loro “ragioni economiche”, e del cercare il recupero dei parecchi soldi da recuperare, ma a tuo parere, questi signori si resero conto oppure no della entità effettiva del problema? Cioè continuarono a perseguitare un uomo che, facendoli ridere, e per decenni, aveva trasfuso anche a loro un benessere psicofisico, per i milioni (di lire) persi o alla fine capirono che Totò non aveva certo finto, né fatto apposta, ma realmente stava male?

« Non so come sia poi finita fra lui e Paone, avevano collaborato insieme per anni. Però sì, decisamente alla fine si resero conto dell’entità del problema fisico toccato a Totò.»

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Yvonne Ménard, la regina de "Le Folies Bérgere" de Paris

Yvonne Menard Of Folies Bergere - May 1952 (only Life Photos)


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Riferimenti e bibliografie:

"Quisquiglie e Pinzellacchere" (Goffredo Fofi) - Savelli Editori, 1976
"Tutto Totò" (Ruggero Guarini) - Gremese, 1991 - la canzone «A Prescindere!» e «I pastori», pp. 260-264.
"Totalmente Totò, vita e opere di un comico assoluto" (Alberto Anile), Cineteca di Bologna, 2017
"Vita di Totò" - (Ennio Bìspuri) - Gremese, 2000 - p.166