L'Ospizio dei Trovatelli

I cani sono come bambini muti, patiscono, hanno memoria, sentimento, nostalgia, ma non possono piagnucolarti le loro sofferenze come un accattone che dicendo, Ho fame o Mi hanno fatto questo e questo, trova sempre un santo che lo aiuta. E poi sono gli unici esseri, anche se esci due minuti, ti accolgono festosi come se tornassi dall America.


Maggio 1967 - Il canile sull'Aurelia in cui vennero ospitati, a cura di un gruppo di cinofili romani, i cani beneficiati da Totò


Roma, maggio 1967

I cani randagi cui Totò provvedeva continueranno ad essere ospitati e curati nel canile che il grande attore napoletano aveva allestito alla periferia di Roma. E' quindi infondata la voce che si era diffusa nei giorni scorsi secondo la quale già da due anni Totò si disinteressava dei cani che aveva raccolto e amorosamente curato.

Tutto è iniziato nel giugno di sette anni fa quando Totò venne a sapere della tragica morte della signora Mariolina Mariani.

La signora stava accudendo ai suoi cani quando, inavvertitamente, si avvicinò troppo ad una candela. Le fiamme si svilupparono e ben presto avvolsero gli abiti della donna che morì per le ustioni.

Sarebbe stata la fine per quei poveri cani se della loro sorte non si fosse occupata la signora Elide Brigada, che prese gli animali e li ricoverò in un canile che aveva allestito sulla via di Boccea, all'estrema periferia di Roma. Ma le risorse della signora Brigada erano limitate e per i cani si preparavano tristi giorni quando, per caso, comparve Totò.

Conosciuta la storia della generosa benefattrice, il principe de Curtis decise di occuparsi delle bestie: sborsò una cospicua somma e assicurò alla signora Brigada che avrebbe continuato a provvedere personalmente alle necessità dell'ospizio. Da quel giorno parve che le bestie dovessero moltiplicarsi a ritmo vertiginoso: la punta massima raggiunse i duecentocinquanta cani.

Nel 1965 il canile fu costretto a trasferirsi. A pochi metri di distanza, infatti, una compagnia di religiosi stava costruendo un grosso edificio e l'uggiolio dei cani avrebbe disturbato i seminaristi. Totò trasferì i suoi amici sulla via Aurelia, al 13° chilometro. Là sorgeva «Villa Paradiso», un allevamento di cani da caccia. Totò si accordò col signor Gastone Frigato, proprietario dell'allevamento, che gli affittò un pezzo di terreno confinante col suo canile, dove costruì quanto era necessario per ricoverare i «suoi» cani.

La malattia che colpì l'attore agli occhi non gli permise in questi ultimi 18 mesi di essere assiduo visitatore dei suoi ospiti, ma, nonostante ciò ai cani non mano cava il necessario. Due volte la settimana il veterinario, dottor Mascia, si reca a villa Paradiso a visitarli; due volte la settimana un camioncino scarica carne, riso, pane, verdura e tutto quanto occorre per l'alimentazione.

Oggi i cani ospiti di Totò sono poche decine, ma continueranno ad essere curati e mantenuti ad opera di un gruppo di cinofili romani che si è interessato della loro sorte. «Jack », il cane che non abbaiava mai, e «Leone », che tante volte si è salvato dalla camera a gas, continueranno a vivere e a ricordare Totò, così come farà « Arro» il pastore tedesco che aveva molto commosso l'attore con la sua storia.

Il suo padrone, un medico, aveva fatto di lui un vero guardiano e «Arro» custodiva diligentemente l'automobile del padrone. Quando questi morì, colui che aveva avuto la bestia la fece accovacciare nella sua automobile, e si allontanò Per qualche minuto. Quando tornò fu violentemente assalito dal cane che riconosceva come padrone solo il medico scomparso. «Arro» pagò a caro prezzo la fedeltà al suo primo padrone: dopo aver ricevuto un sacco di bastonate fu abbandonato in mezzo a una strada. Fu raccolto e curato dal dottor Mascia, il veterinario di fiducia di Totò, ma il cane era ormai cieco. Tutti pensavano di sbarazzarsene, tranne Totò che con l'aiuto del dottor Mascia riuscì dopo tre mesi di amorevoli cure a rendergli la vista.

(Tribuna Illustrata n.77, 7 maggio 1967)


Così la stampa dell'epoca


«Io mantengo venticinque persone, duecentoventi cani. I cani costano e valgono più di un cristiano. Lei lo picchia e lui è affezionato lo stesso, lo abbandona e lui è fedele lo stesso, lo abbandona e lui è fedele lo stesso. Il cane è 'nu signore, tutto il contrario dell'uomo. Guardi gli uomini come si odiano: basta che si sfregiano 'nu poco l'automobile, subito scendono coi denti fuori, gridando. [...] Accade quindi che qualche anno fa andai a visitare un canile che era tenuto da una speculatrice. Certi cani tristi, malati. Allora feci cacciar via la speculatrice e costruii tanti bei capannoni con tante belle cucce. Qui li tengo i miei cani, per me sono come duecentoventi bambini. Certo costano: il personale di servizio, il veterinario, le medicine...»


Settimana Incom del 13 aprile 1961

Totò e Franca Faldini osservano compiaciuti i cani di via Boccea, che essi provvedono a mantenere con l'aiuto di amici cinofili. Il villaggio ospita circa 200 cani randagi raccolti da accalappiacani o da qualche volenteroso; talvolta le bestiole si sono anche presentate spontaneamente in cerca di cibo e di una cuccia. L'attore li fa assistere da un guardiano e da un veterinario. Ora, però, gli animali sono minacciati di sfratto, percé il villagio è stato reclamato dalla proprietaria.

Settimana Incom del 13 aprile 1961

Totò accarezza affettuosamente un vecchio cane lupo ammalato, ospite del villaggio di Via Boccea. L'attore si reca spesso a visitare gli animali assieme alla moglie e ogni volta porta con sé qualche bocconcino prelibato che distribuisce ai suoi amici a quattro zampe. Nel villaggio, i cani vivono divisi per sesso e per età in diversi recinti, e hanno a disposizione delle cucce di legno dipinte di azzurro che un incaricato pulisce ogni mattina. Totò ha fatto costruire anche un ambulatorio per i cani ammalati..

Settimana Incom del 13 aprile 1961

Nell'ambulatorio veterinario di via Boccea, Totò assiste un cane che viene operato a una zampa spezzata. L'attore è costretto a portare occhiali scuri per i postumi di una grave malattia agli occhi.

Settimana Incom del 13 aprile 1961

Franca Faldini nel villaggio dei cani. Anche l'attrice, come il marito, è una grande cinofila. Conosce per nome tutti gli animali ospiti del villaggio ed è stata la prima ad aderire al comitato costituito dall'attore per sopportare le spese del rifugio. A Roma, l'iniziativa di Totò è stata accolta con entusiasmo.

 

Totò all'inaugurazione del "Rifugio dei poveri trovatelli", il canile che fece allestire in Via Forte Boccea a Roma e che ospitava circa 250 cani randagi.


Totò fece costruire e finanziò per sette anni, cioè dal 1960 al giorno della sua morte, un vastissimo e moderno rifugio in cui, aiutato da un veterinario e da cinque assistenti, accolse e amorevolmente curò fino a 256 cani, per lo più randagi o abbandonati. Il principe Antonio de Curtis, in arte Totò, era un convinto animalista e aveva un debole soprattutto per i cani che, peraltro, lenirono spesso la sua solitudine, specialmente nel periodo in cui, separatosi dalla moglie Diana Rogliani, non aveva ancora incontrato Franca Faldini. “Per me i cani sono vere e proprie persone”, diceva il celebre attore napoletano; e uno dei suoi maggiori crucci fu sempre quello, dopo aver allestito appunto un rifugio per i cani, di non poter fare altrettanto a favore dei gatti, animali restii ad ogni irreggimentazione. Il Totò poeta che tutti conosciamo, il Totò autore della celebre ‘A livella contenuta in un libro di versi che si rivelerà autentico best-seller, quel Totò tenero e arguto trae le sue origini dall’amore per gli animali. La prima poesia che in vita sua Totò scrisse, s’intitolava “Dick” ed era dedicata a un cane fedele. La quartina iniziale della poesia “Dick” racchiudeva infatti un’allusione a un episodio realmente accaduto: «Tengo ‘nu cane ch’è fenomenale, – si chiama Dik, ‘o voglio bene assaie. – Si perdere ll’avesse? Nun sia maie! – Per me sarebbe un lutto nazionale!». A questo proposito, a proposito della frase «si perdere l’avesse», c’è da chiarire che effettivamente, nel 1950, nel periodo in cui era impegnato nella lavorazione del film Totò cerca moglie di Carlo Ludovico Bragaglia, l’attore smarrì Dick. “Il fatto avvenne a Roma in una stradetta dei Parioli, via Paolo Frisi, ove Totò, verso le sette del mattino, aveva accompagnato il suo cane affinché si sgranchisse le zampe”, raccontò Eduardo Clemente, cugino e segretario dell’attore. “Lasciato libero dal guinzaglio, improvvisamente Dik scomparve. Invano Totò lo chiamò a gran voce, inutilmente ripercorse avanti e indietro la stradetta e le vicine traverse. Affranto, anzi avvilito, mi incaricò di far stampare e affiggere, in parecchie strade dei Parioli, dei manifesti attraverso i quali si prometteva una ricompensa di 10.000 lire, somma a quell’epoca non indifferente, a chi gli avesse riportato il suo Dick. Ricordo che bussarono alla casa di Totò, in via Bruno Buozzi, non meno di dodici persone con altrettanti cagnolini. Totò volle dare una mancia a tutti, anche a coloro che, palesemente, si erano presentati solo con l’intento di scroccare qualcosa”. E come andò a finire? “Cinque giorni dopo, Dik ritornò spontaneamente a casa. Appariva smunto e affaticato. Totò piangeva, quando lo riabbracciò. E Dik scuoteva la coda”. Il celebre attore, compiva continuamente opere di bene distribuendo denaro ai poveri (che ogni mattina si mettevano in coda dinanzi al suo portone), aiutando chiunque vedesse in difficoltà e inviando assegni cospicui a enti assistenziali. E non rinunciò, da convinto zoofilo, a gettarsi anima e corpo in un’opera per il recupero dei cani randagi.
Mosè
Ma il cane che maggiormente impietosì Totò, fu il meticcio Mosé la cui foto, peraltro, venne pubblicata da molti giornali. Mosé era un randagio che, per essere finito sotto una macchina, aveva perso l’uso delle zampe posteriori: alla scena aveva assistito Totò, e Totò decise che bisognava a tutti i costi aiutarlo. “Dopo oltre un mese di medicazioni e di cure potei comunicare a Totò che Mosé era da considerarsi salvo”, racconta il dottor Mascia. E prosegue: “Totò accarezzò il cane e parve infinitamente felice. Poi ebbe uno scatto: “Dottore, io voglio che Mosé cammini. Dottore, vedete di fare qualcosa”. Pensai allora di rivolgermi all’istituto ortopedico dell’università di Roma. Due tecnici dell’università ebbero l’idea di costruire una protesi a rotelle che venne applicata, con delle cinghie, al corpo del cane. Quando vide Mosé camminare, Totò volle abbracciarmi. Piangeva”. Pubblicata da molti giornali, la fotografia del cane con le ruote ebbe come principale conseguenza quella di procurare a Totò nuove amarezze. “Con tanti esseri umani privi di gambe, il principe di Bisanzio pensa agli apparecchi ortopedici per i cani!”, fu scritto con sarcasmo. Facilmente Totò avrebbe potuto replicare spiegando che lui, oltre a tutto, inviava cinquantamila lire al mese al Cottolengo. Ma preferì non sbandierare i suoi atti di bontà. Con la morte di Totò, avvenuta nell’aprile del 1967, fu giocoforza che l'”Ospizio dei trovatelli” si avviasse alla fine. «In quel periodo», mi racconta il dottor Vincenzo Mascia, «nel nostro rifugio, a causa di diverse adozioni erano presenti non più di trenta cani. Pochi rispetto ai tempi di massimo affollamento, ma pur sempre trenta bocche da sfamare; cosa difficoltà senza un sostegno economico. Fu allora che Eduardo Clemente mi svelò un segreto: Totò gli aveva fatto giurare, subito dopo esser stato colpito dall’infarto, che mai e poi mai avrebbe abbandonato al loro destino i cani dell’”Ospizio dei trovatelli”. Ed effettivamente Eduardo Clemente si mise alla ricerca affannosa di persone che potessero adottare quei cani. «Lo vedevo andare, venire, caricare ora questo ora quel cane sulla sua macchina. Un giorno bussò a casa mia e mi disse: “Vincè, sono riuscito a piazzarne ventisei. Sono rimasti i quattro più malandati, Dottore, facciamo a metà? Te lo sta chiedendo il cugino di Totò”. E così due cani se li tenne lui e due me li presi io». E Mosé, il cane con le ruote? «Oh, quello morì un mese prima che morisse Totò. Credo che sia stato l’ultimo dolore che Totò abbia avuto nella sua vita. Cercai di confortarlo facendogli notare che, dopo l’incidente automobilistico, Mosé era vissuto tre anni. Aveva potuto camminare, correre, giocare…».

Vittorio Paliotti


Dalla trasmissione Controfagotto del 1961

 

Periodico "La Settimana Incom del 13 aprile 1961


Sceso dalla macchina venne accompagnato dall’autista alla rete metallica che circondava il terreno di giochi dei cani e aiutato a entrare. Una festa: gli si precipitarono addosso tutti insieme abbaiando, mugolando, scodinzolando, puntandogli le zampe sul cappotto. Lo riconoscevano, mentre Totò aveva la vista troppo danneggiata per riuscire a individuarli. Né avrebbe potuto distinguerli dal nome. Ai cani quasi mai attribuiva un nome (“Mica sono figli”). Li chiamava tutti “cane” e basta.


Riferimenti e bibliografie:

"Totò, principe del sorriso" (Vittorio Paliotti) - Fausto Fiorentino Ed., 1977

Periodico "Tribuna Illustrata"