LA VERGINE DI BUDDHA

(1932)

Titolo originale La vergine di Buddah (primo avanspettacolo scritto da Antonio de Curtis)

Testo: Antonio de Curtis
Compagnia: Compagnia Achille Maresca


Gli sketch:

Lo sketch di Serafino - La Vergine di Budda.

Gelsomino incontra un arabo - ma si tratta di un napoletano - che lo porta da una strega che tra giochi di linguaggio imbastiti sui termini esotici (Salam, Tukul, Ma-cacco, Budda/budello/buddana) lo indirizza dai buddisti. Si intrattiene amorosamente con una donna e, sorpreso dal sacerdote, viene aggredito dalle sue contumelie: «Vile meningitico automedontico...». Quando entra la Vergine Regina, Gelsomino la riconosce e viene incoronato Tric Trac i dal popolo acclamante, a cui risponde con la nota scena del Nerone di Petrolini (appena diventato film).

Totò, alla fine di un gran ballo selvaggio, «planando lentamente calerà in scena su un aeroplano»: sta inseguendo la sua seduttrice che ha smarrito in un «crocicielo». Lascia alla propria spalla lo sproloquio contro di lui e si riserva controscene a soggetto, soprattutto gestuali. Contraffà la scena della Traviata e, al momento del ritrovamento, si mette a cantare «Or tutti a me, questa donna conoscete» per concludere poi con la scena degli applausi nel Nerone di Petrolini.


Lo sketch viene presentato dalla Compagnia di Riviste e Fantasie Comiche Totò - che compare per la prima volta come soggetto richiedente in questa stagione - per l’autorizzazione della censura il 15 febbraio 1932, subito dopo Tric Trac, per il Teatro Morgana. Totò fa riferimento alla “rivista madre” nel filo conduttore, che racconta entrando in scena, e amplia invece il quadro nel villaggio africano. Le scenografie e le coreografie sono abbastanza articolate.


La vergine di Budda, in cui Totò interpreta Gelsomino (o Serafino, a seconda delle versioni), un giovane ingenuo a caccia della maliarda che l’ha sedotto, unico indizio un bacio che profuma di fragola (o di cedro-menta e fico secco, a seconda delle versioni); il viaggio lo porta in un luogo remoto vagamente arabo, dove rintraccia la donna che, essendo una sacerdote di Budda, finisce per essere appellata come una “buddana”.

La vergine di Budda è il primo lavoro che Antonio de Curtis presenta anche nelle vesti di capocomico, per la Compagnia di Riviste e Fantasie Comiche Totò, ed è perciò un passo importante nella vita artistica dell’attore. Può darsi che la decisione di mettersi in proprio sia dovuta alle nuove necessità araldiche, alla speranza che non dovendo dividere con altri gli incassi della compagnia, l’attore si ritrovi più guadagni da spendere in ricerche storiche. D’altra parte, dopo una gavetta di quattro anni nel giro di Maresca e Aulicino, de Curtis si è ormai impadronito dei meccanismi pratici e organizzativi della macchina, dal rapporto con gli esercenti alle responsabilità del capocomico, dalla scrittura dei testi alla loro presentazione in censura.

Parecchi dei testi che di qui in avanti Totò mette in scena portano la sua firma, da solo o con altri. Il che non significa automaticamente che siano del tutto originali: come si è accennato, La vergine di Budda è l’ampliamento di uno sketch già presente nella rivista Tric Trac di Ripp e Bel Ami. Molti canovacci erano in realtà scritti da Mario Mangini e altri amici napoletani di Totò che preferivano non firmarsi, considerando l’avanspettacolo il parente povero della rivista.



Bibliografie:

"Quisquiglie e Pinzellacchere" (Goffredo Fofi) - Savelli Editori, 1976
"Tutto Totò" (Ruggero Guarini) - Gremese, 1991
"Totalmente Totò, vita e opere di un comico assoluto" (Alberto Anile), Cineteca di Bologna, 2017
"Totò, principe del sorriso" (Vittorio Paliotti) - Fausto Fiorentino Ed., 1977