Articoli e ritagli di stampa: anni '20

1920


«Chi è Totò?» si chiedeva nel ’28, salutandone l’abbandono del varietà, un cronista del «Il Piccolo» di Roma:

Quali sono i mezzi di cui questo singolare artista si serve per suscitare il riso? Semplici in apparenza, ma complicati nelle origini e portati a quel punto di grande naturalezza come è dato al pubblico di ammirare, solo attraverso uno studio paziente e tenace. Allorché egli si presenta in scena con quel suo passo elastico, con quelle movenze marionettistiche e grottesche, un’ondata di buonumore si diffonde per la platea e gli animi si apparecchiano alla più spensierata giocondità. [...] È innegabile che in Totò è insito il senso del grottesco e della parodia: nelle sue interpretazioni ci si può magari scorgere l’imitazione, ma ampliata, deformata, resa grottesca nell’espresso gioco scenico, in cui la smorfia, lo strizzare d’un occhio, il dimenare del capo esulano dal lazzo pagliaccesco per assumere una loro propria fisionomia artistica. [...] Egli non è più l’interprete ma il collaboratore prezioso degli autori: Totò non è pago di dire quel che gli fan dire, ma vuole e sa creare qualcosa anche lui. Sono silenzi sapienti, e il dimenare grottesco della persona, e un braccio alzato, un curvare di ginocchi... tutti gesti più eloquenti di venti battute di spirito ... Gli spettatori plaudono al comico simpatico ed originale che sa, con la sua arte, fugare, sia pure per breve tempo, pensieri tristi, umori oscuri, e con l’ausilio della sua arte nuovissima e potentemente comunicativa.

U.M.B., "Il Piccolo", 1 febbraio 1928


Attor comico? Si

Le qualità di Totò però diventano evidenti, almeno per la stampa, solo quando «l’occhio esperto ed accorto di un capocomico intelligente seppe trarlo dall’incerto e vago cammino del varietà per porlo nel suo naturale regno della rivista. E della rivista, Totò, oggi, a detta dei più è l’attore principe, il comico più adatto». È questa “promozione” a una forma di spettacolo più orchestrata e organica che lo pone “autore fra gli autori” e che lo fa annunciare come «il Petrolini della Revue» quando oramai Petrolini è passato da vari anni alla prosa. Quali siano i suoi propositi nell’affrontare questa nuova prova, lo dichiara lui stesso in un’intervista rilasciata al «Piccolo» di Roma in cui ripercorre i propri trascorsi d’attore - deviandoli leggermente, quanto meno in senso geografico - e manifesta i progetti futuri; a distanza di dieci mesi è lui a rispondere a quella prima domanda che sulle stesse pagine ne interrogava l’identità, e a sostenere orgogliosamente:

Attor comico? Sì, come recita il titolo dell’articolo.

E figlio d’arte Totò? Come pervenuto, giovane com’egli è (non ha che trent’anni) a tanta notorietà nel mondo del varietà dapprima e attualmente della piccola lirica? Ascoltiamo la sua breve conversazione:

- Io sono napoletano.
- Si sente.
- Però sono sempre stato a Roma.
- Questo non si sente.
- Già: perché io ho conservato l’accento partenopeo e credo che non riuscirò mai a liberarmene. E non ci tengo. Anzi mi piace molto il mio accento...
- Dunque...
- Dunque, come le dicevo, io a Roma frequentavo assiduamente i teatri di varietà e rimanevo estasiato davanti alle buffonate delle «macchiette». Rifacevo e ridicevo da me, e quelle loro smorfie e quelle loro battute, e poi dinanzi ai miei compagni i quali ridevano e mi applaudivano. Mi lusingarono insomma. Resero quei successi fra i ragazzi della mia età, più forte la mia passione per fare l’attor comico.

Per non tirarla tanto in lungo dirò che nel ’917 [in realtà si tratta del '161, quando non avevo ancora diciannove anni, debuttai nel «Varietà Statuto» che è qui in Roma giustamente in via dello Statuto, e fu un successo. Era un varietà di terz’ordine! Poi fui chiamato alle armi e feci il mio dovere. Nei brevi riposi io lavoravo per far ridere i miei commilitoni. Congedato nel ’19 debuttai a Roma, al Teatro Iovinelli. Era già un salto.

Ed ero, come si dice, la grande vedette, o, per dirla in altro modo, l’«ultimo numero». E feci del Varietà in tutta Italia. Poi Ma-resca mi offrì di entrare nella sua compagnia ed io accettai non tanto perché le condizoni fattemi sono sotto ogni aspetto buone, ma perché l’operetta mi porta - io spero - in quella via del teatro di prosa che io intendo percorrere. E ci arriverò. Perché voglio, capisce? Voglio.

"Il Piccolo", Roma, 6 ottobre 1928