CON UN PALMO DI NASO

(1944)

Titolo originale Con un palmo di naso

Testo: Michele Galdieri, rivista in due tempi
Regia: Michele Galdieri
Interpreti: Totò, Anna Magnani, Mario Castellani, Lucy D'Albert, Henry Feist, Riccardo Rioli, Oreste Bilancia, Creste Fares, Elena Giusti, Marisa Merlini, Marina Doge, Liana Rovis
Compagnia: Compagnia Grandi Riviste Totò-Magnani
Prima: Roma, Teatro Valle, 26 giugno 1944


La rivista che vede insieme per l’ultima volta Totò e Anna Magnani ha la prima il 26 giugno al Teatro Valle di Roma. Caduto il regime, la censura, ora presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, suggerirà poi due tagli, a rappresentazione avvenuta, per autorizzarla nuovamente nel settembre dello stesso anno. Galdieri può in libertà fare la parodia non solo dei gerarchi, ma anche degli alleati, per finire poi con la canzone ispirata al titolo di un romanzo ungherese Qualcosa galleggia sull’acqua e che si riferisce a coloro che, in un modo o nell’altro, dal fango sono stati sollevati alla celebrità.

Totò, Galdieri e la Magnani sono già pronti con una nuova rivista provata di nascosto durante la precedente. Lo spunto riparte da Volumineide, con i personaggi della letteratura che rinascono al mondo, solo che stavolta il Pinocchio di Totò rappresenta l’ormai passato regime, e viene sbeffeggiato dalla Magnani (nei panni di Salomè ovvero dell’intera Italia) sulle note di Ciccio Formaggio, la popolarissima canzone di Nino Taranto:

“Se mi volevi bene veramente / dovevi agire un po’ più seriamente [...] / dovevi smascherare quei pagliacci... / Pensare più ai faggiuoli che ai Petacci...".

Totò/Pinocchio/Mussolini ribatte:

“Se mi volevi bene, in quei momenti / non mi dovevi fare i monumenti [...] Dovevi fare almeno sol Li mossa / d’organizzà uno straccio di sommossa / Quand’io pontificavo dal balcone / dovevi farmi almeno un pernacchione... / Quand’io facevo tutto a mio piacere / dovevi darmi un calcio nel sedere...".

Galdieri, naso fino, ha già intercettato i prossimi problemi di Roma e della nazione tutta: i voltagabbana. E il difficile rapporto con gli alleati, che rischia di ricacciare nuovamente gli italiani nella condizione degli ‘imploranti’; nel finale, un sor Capanna che vede tutto rosa incita il pubblico: “Non vogliam padroni in casa nostra”.

Totò lascia tra l’altro il segno in una virulenta caricatura di Adolf Hitler, l’occhio spiritato e una gobba sulla schiena. Lo sketch finiva con il Fiihrer che si ritirava via via dai sontuosi saloni delle solenni udienze a stanze e stanzini sempre più piccoli fino a un minuscolo wc in cui, tirando una catena, annegava l’immagine del suo alleato italiano. Il quadro, secondo Talarico, era il più bello dell’intero spettacolo, ma dopo la prima non verrà più replicato a causa delle accuse di volgarità arrivate da alcuni spettatori particolarmente sensibili.



Magnani-Salomè e Totò-Pinocchio danno vita a uno dei loro irresistibili duetti (foto tratta dal libro Totò - Orio Caldiron - Gremese ed.)


Spunto narrativo: l’Autore riparte da Volumineide, utilizzando il pretesto del furto in libreria per esaminare i classici della letteratura. Troviamo ancora Pinocchio, Le due orfanelle, I miserabili, Salomè, a riflettere e ad aggredire il passato recente per fame la prima vera, “libera” e feroce satira esplicita contro i due dittatori appena caduti: Mussolini/Pinocchio e Hitler/Superuomo. Nel secondo atto l’attenzione si concentra sui cambiamenti avvenuti nel triangolo amoroso adattato ai ritmi e alle regole della modernità. Nei salotti intellettuali compaiono ora gli esistenzialisti che verranno cacciati da George Sand, molto più autentica di loro. Chiude la rivista Sor Capanna, vestito di rosa, che esorta gli italiani a farsi rispettare.

Alcuni quadri: Pinocchio, consigliato da Lucignolo, finisce col sostituirsi a Iokanna nella parodia della Salomè di Wilde. Numerosi “a soggetto” riguardano le profezie che Lucignolo dice correttamente e che vengono mal intese da Pinocchio. Alcune battute di attacco riprendono il testo originale come nella parodia che ne aveva fatto nel 1908 Scarpetta in L’ommo che vola, scritta col padre di Michele, Rocco Galdieri. Pinocchio, burattino e falso profeta, mette in parodia la figura del duce e intraprende un duetto con Salomè/ Italia al suono di «Se mi volessi bene veramente», in cui i duellanti si rimproverano le reciproche mancanze. La danza dei sette veli di Salomè diventa il duetto della «cammesella»: al posto degli smeraldi per la testa del Profeta, Erode propone fagiani, prosciutto, olio e farina (I atto).

Nel finale entra Sor Capanna in rosa che spiega che ha adottato gli occhiali rosa visto che le cose vanno meglio e non è il caso di usare il nero. Duetto sui voltagabbana e i cambiamenti veri o presunti in politica. Sebbene sia tornata la pace gli invasori ci sono sempre anche se parlano francese e inglese invece del tedesco (II atto).


Censura: le uniche due censure presenti si riferiscono a un’allusione erotica, «donna: nelle braccia tutta la forza delle sue montagne... Aveva un matto grosso ... pinocchio: da tutto il mondo sono venute a Napoli, per fare conoscenza col nostro matto grosso».


"[ ... ] Il 26 giugno segnò una tappa nella storia dei teatri della capitale. Una specie di 25 luglio degli spettacoli di rivista. La prima "prima" senza gerarchi. Ma non vorrei essere frainteso. Qui è necessaria una precisazione. Perché, a essere esatti, i gerarchi nel teatro non mancavano. E non si trattava di elementi trascurabili, anche se irresponsabili. Gerarconi, gerarchissimi, gerarchi dei gerarchi. Solo che non erano tra il pubblico, ma, finalmente, nel palcoscenico. E, primo fra tutti, scorgemmo Hitler e Mussolini, protagonisti della nuova rivista di Michele Galdieri Con un palmo di naso. [...] Totò era il Fuhrer, ed era anche il duce; e mai come questa volta fu soprattutto Totò. Egli era compreso, naturalmente, della storica importanza del doppio ruolo che Galdieri gli aveva caricato sulle spalle; si rendeva perfettamente conto della grande portata dell'avvenimento, dell'eco quasi mondiale che le sue parole erano destinate a suscitare. Rifare il verso al duce, e anche al Fuhrer, è già troppo facile, è un gioco da bambini. Ma Totò non mirava a facili successi demagogici, sia pure sull'esempio dei suoi eccezionali personaggi; né per questo comico di razza parliamo sempre di Totò, non del fondatore dell'Impero ha eccessivo valore la rassomiglianza fisica. Ne ha, invece, e sostanziale, quella metafisica. Vedete, cosi, il suo Hitler. L'allucinazione, la follia, l'isterismo, il cupo misogenismo, la leggendaria agitazione nervosa, i tic, i sussulti della tesa epidermide, gli sguardi perduti, l'esasperante monomia del dittatore teutonico, il suo siderale cinismo, la frigidità della sua coscienza, l'insensibilità del suo animo, la nibelungica dannazione di tutta la sua esistenza: in quale rapporto segreto d'incallito diplomatico, in quale relazione di esperti internazionali, in quale resoconto giornalistico, sono così evidenti e chiari e parlanti come nella faccia di Totò, nel giuoco diabolico dei suoi occhi, dei suoi nervi, dei suoi muscoli, nel moto perpetuo dei suoi arti, nei colpi di scena dei suoi tempestivi cachinni? [...] Più che dei malfamati baffetti, più che del ciuffo spiaccicato sulla fronte, Totò si avvale di una carnevalesca gibbosità, una bella gobba a levante sotto la quale pare che il bieco dittatore pieghi come sotto il peso delle sue inespiabili colpe, dei suoi insopportabili rimorsi. Quella deformità fisica [...] è la grande trovata di questa felice creazione. [...] E anche il duce ha avuto la sua parte; una parte, logicamente, di secondo piano. [...] Egli è comparso truccato semplicemente da Pinocchio. [...] Burattino che parla (al mondo) con la voce tagliente e perentoria del "Salvatore della pace", e per bocca di Totò; dovete convenire che è una trovata irresistibile."

Mercutio [Vincenzo Talarico], Una “prima"senza gerarchi ovvero II doppio gioco di Totò, “Star”, n. 1, 12 agosto 1944.


Ieri sera al Valle abbiamo assistito alla felice resurrezione dello spettacolo politico satirico, da tanti anni assente dalla ribalte italiane. L’avvenimento è importante e la compagnia Totò Magnani ha egregiamente assolto al compito non agevole di riaccostare, d’un sol colpo, il pubblico romano a un genere tanto scottante e pericoloso. Il successo è stato completo. Totò ha rivelato, specialmente nelle caricature di Hitler e Mussolini, una violenza mordace che non conoscevamo in lui. La Magnani ha confermato il forte temperamento di attrice che tutti ammirano in lei. È difficile trovare in Italia un’altra attrice che abbia un vigore mimico così travolgente, una simile tempestiva e franca agilità di passaggi dal drammatico al comico, dal tragico al grottesco. Non nascondiamo una certa nostalgia delle sue interpretazioni di Anna Christie e di Foresta pietrificata.
Bene gli altri, e particolarmente Gianni Agus. La rivista di Galdieri è ben costruita nel complesso. Si desidererebbe qualche taglio per abbreviarla e snellirla. Molte belle trovate.
Non meno interessanti le reazioni del pubblico a questo primo libero volo della rivista satirica.
Tempo fa, su un giornale teatrale, Vittorio Calvino, parlando di Anna Magnani, intitolava il suo articolo: «Il fenomeno Magnani». E nel caso della nostra cara attrice si può ben parlare di «fenomeno».
Anna Magnani ha in sé gli stessi elementi della «pila elettrica» con una sola differenza: che della pila è naturalmente molto più bella. Così viva, così vibrante e piena di brio, ella sembra veramente una sorgente di elettricità, di energia, di vitalità, di forza, di allegria, di serenità. Ha il teatro nel sangue: sembra nata per recitare le commedie di Aristofane e nello stesso tempo ha in sé tutti i numeri per essere la protagonista delle nostre più belle tragedie. Ti pare che ella sia fatta solo per la calda e viva e immediata satira popolaresca, traboccante di ironia, di motteggi, di sottintesi e con pari facilità e pari successo può recitare il nostro repertorio classico.
E giustamente Calvino concludeva il suo articolo: «A me piace pensare che Anna Magnani non sia né comica del tutto, né del tutto tragica. C’è qualcosa di meglio in lei, che forse lei stessa ignora. Un fondo semplice, schietto, di accorata e toccante umanità. Forse lei stessa non lo sa, ma nelle sue risate, nei suoi lamenti, c’è la nostalgia, il desiderio ancora inappagato, di esprimere la gioia e il dolore, le speranze e i sogni di una umile creatura umana, una donna così, come tante donne, per cui la vita è piccolo sogno, piccola speranza, piccola gioia, piccolo dolore…».

Roma, 27 giugno 1944.


Fonti:

Quisquiglie e pinzillacchere, «Salomè» e «Sor Capanna in rosa», pp. 200-212.

"Totalmente Totò, vita e opere di un comico assoluto" (Alberto Anile), Cineteca di Bologna, 2017