La prodigalità di Totò

Il Principe

Gli spettacoli andavano benissimo ma io ci rimettevo ugualmente soldi, perché sa, per fare il capocomico bisogna essere duri, bisogna avere un po’ di cuore duro, mentre io quando vedevo che per un artista la paga era scarsa, gli davo di più, e di più a quello, di più a quello, così non andava avanti.

 

Agli inizi degli anni '30 Antonio de Curtis, sensibile alle richieste di anziani attori e persone bisognose in genere, ma soprattutto alle inarrestabili ricerche dell’avvocato Bizzarro (suo curatore legale della questione sulla discendenza nobiliare, ndr), provocano continue emorragie di denaro che mettono la compagnia in serio rischio. Antonio de Curtis ci tiene a pagare con puntualità i propri scritturati ma spende tanto, è molto generoso con gli amici (e le donne); così a volte resta al verde, deve mercanteggiare per affittarsi una camera, perfino per nutrirsi. Pure adesso che è a capo di una propria compagnia continua a chiedere anticipi al suo amministratore Giovanni Vianello, e a nulla serve ripetergli che sono soldi che il Totò attore sta chiedendo a Totò capocomico, cioè a se stesso. Una sera, poco prima di uno spettacolo, mette l’amministratore di fronte a un aut aut: “Sentite, Viane’, se non mi date cinquecento lire di anticipo io questa sera non recito”. E Vianello deve scappare a prelevarle alla cassa del teatro. Qualche mese dopo, l’amministratore rifiuta un’offerta di rinnovo per quindici giorni al Teatro Principe di Roma per andare a conquistare un contratto più vantaggioso a Napoli; nel frattempo Totò riceve una nuova richiesta di danaro dall’avvocato Bizzarro, e pur di farsi mettere subito in mano 5000 lire di anticipo approfitta dell’assenza di Vianello per mettersi d’accordo sulle due settimane aggiuntive al Principe; l’amministratore dovrà fare miracoli per annullare il contratto napoletano senza pagare penali.


Gaetano Curatola (Sua Altezza Totò 1° venduto in borsa nera, “Settimo Giorno”, 10 gennaio 1952)