Io scrivo canzoni per hobby e sostengo a spada tratta che le canzoni bisognerebbe scriverle soltanto per hobby cioè seguendo una passione ed un’ispirazione che non siano minimamente legate a fattori commerciali


Antonio de Curtis e la musica

Non c’è nessuna discrepanza tra la mia professione che adoro e il fatto che io componga canzoni e butti giù qualche verso pieno di malinconia. Sono napoletano e i napoletani sono bravissimi nel passare dal riso al pianto.

Sono parole del principe Antonio de Curtis in arte Totò che spiegano molto bene il valore che questo grandissimo artista attribuiva alle canzoni e alle poesie che componeva. Canzoni e poesie, infatti, si possono considerare l’altra faccia della medaglia Totò, quella più malinconica, quella in cui dava sfogo alla sua parte sentimentale. Di Antonio de Curtis tutti conoscono Malafemmena, ma pochi sanno o ricordano che Totò ha scritto oltre cinquanta canzoni alle quali teneva moltissimo. Delle sue canzoni il grande attore napoletano scriveva parole e musica. Non sapeva suonare nessuno strumento, ma in compenso era dotato di uno straordinario senso musicale.

Sono sempre stato incuriosito dall'altra faccia del pianeta Totò e man mano che ritrovavo le canzoni di questo artista scoprivo che era un autore dotato di grande talento. Prima di Malafemmena, Totò scrisse sicuramente altre canzoni, soprattutto per il teatro di rivista. Elio Gigante, che fu suo impresario, ne ricorda in particolare una, intitolata Le donne in generale (belle o brutte son buone tutte uguali). Ma, probabilmente, fu con Malafemmena che l’arte della canzone si fece più presente in Totò.

A proposito di Malafemmena bisogna sfatare subito una leggenda. Per molti anni nel mondo dello spettacolo si associava questa canzone al nome di Silvana Pampanini, di cui Antonio de Curtis si era invaghito sul set di 47 morto che parla. Correva l’anno 1950. Quando Totò manifestò il suo amore alla maggiorata Silvana sembra abbia avuto come risposta la seguente frase: «Anch’io ti voglio bene come se fossi mio padre».

Il commento di Totò fu: «Grazie, mi hai fatto proprio un bel complimento». Dal rifiuto alla leggenda il passo è breve soprattutto se è alimentato dai rotocalchi rosa. A onore del vero e della Pampanini va riportata la seguente dichiarazione: «Totò scrisse questa splendida canzone dopo il rifiuto, ma non me la dedicò esplicitamente». In realtà la canzone era dedicata a Diana Rogliani, moglie di Antonio de Curtis che visse con lui dal 1931 al 1951, e l’equivoco con la Pampanini nasce solo da una coincidenza di date. Totò conobbe Diana Rogliani quando lei aveva sedici anni. «Era accaduto che ci eravamo divisi - ricorda Diana Rogliani - penso di avergli provocato un enorme dolore che Totò espresse nella canzone Malafemmena. Ho vissuto con lui per venti anni. L’ho conosciuto alle Folies Bergères di Firenze nell’agosto del 1931, ci siamo messi insieme dopo un mese e ci siamo sposati nel 1934. Nel 1939 volle che annullassimo il nostro matrimonio, quello che mi chiedeva era una prova d’amore che era importante - diceva - per la sua tranquillità. L’annullamento però non cambiò nulla della nostra vita di coppia fino al 1951, data della nostra separazione. Inutile dire che gli anni che ho vissuto con Totò sono stati i più belli della mia vita».

In quel fatidico 1951 Totò aveva un altro motivo per essere addolorato. «Mio padre scrisse Malafemmena e altre quattro canzoni - ricorda la figlia di Totò Liliana de Curtis - sicuramente spinto dalla separazione di mia madre. Purtroppo anche io in quel periodo gli diedi un grosso dispiacere sposandomi con un avvocato romano e lasciandolo solo in casa. Proprio alla solitudine e alla casa vuota Totò dedicò due canzoni: Sulo e Casa mia».

Tanto per continuare nell’equivoco da rotocalco, c’è un’altra storiella divertente da raccontare. Nel giugno del 1951 la rivista «Settimo Giorno» pubblicò un articolo intitolato Totò poeta, con il seguente sottotitolo. «Ha messo in versi la sua storia infelice con Silvana Pampanini». A riprova dell’amore di Totò per la Pampanini l’articolista Dino Aprile riportava i seguenti versi del principe: Il tuo fascino incatena creatura sovrumana... più che donna sei sirena, o magnifica Silvana.

In questo caso lo scambio di persona era facilitato dalla rima: Silvana-Diana. La quartina suddetta infatti era stata dedicata alla moglie Diana ed era stata estrapolata dalla poesia intitolata Vita mia, che venne pubblicata nel 1952 nel volume Siamo uomini o caporali?

A tagliare la testa al toro, comunque, è una testimonianza di Franca Faldini, che è stata compagna di Totò per quindici anni. «Ho conosciuto Antonio de Curtis nel 1952. Tutte le volte che entravamo in un locale l’orchestra suonava, come se fosse un inno, Malafemmena. Un giorno chiesi ad Antonio se fosse vero che questa canzone l’avesse scritta per la Pampanini, la sua risposta fu: Silvana è una ragazza tanto perbene, figurati se potevo darle della Malafemmena».

Malafemmena, a quanto ci risulta, è stata la prima canzone di Totò incisa su disco a 78 giri, dalla Fonit nel giugno 1951; l’interprete di questa storica incisione fu Giacomo Rondinella accompagnato dall’orchestra diretta dal maestro Sciorilli. Questi sono i suoi ricordi:
«Conobbi Totò nel 1946 e lavorai con lui, in compagnia di rivista, fino al 1949. Interpretavamo riviste scritte da Michele Galdieri in cui io facevo l’attor giovane. Totò aveva una grande passione per le canzoni e per la poesia. Io fui testimone, anche perché le interpretai per primo, della nascita di alcune delle sue canzoni più importanti: Malafemmena, Sulo, Nemica, Ischia, Non voglio amare più e altre ancora. Per quanto riguarda Malafemmena le cose andarono così. La signora Diana, moglie di Totò, si era stancata dei continui tradimenti del marito e ricordo che la crisi coniugale cominciò a Milano quando recitavamo al Teatro Nuovo.

La signora Diana in quel periodo era molto triste: io e altri attori cercavamo di tenerla su di morale, di confortarla nei momenti di abbattimento. Tornati a Roma Totò, a cui ero uno dei pochi a poter dare del tu, mi fece andare a casa sua per farmi sentire una canzone che aveva appena composto.

La canzone era Nemica e mentre me la faceva sentire scoppiò in lacrime sulla mia spalla: Diana lo aveva lasciato. Qualche tempo dopo, sempre a casa sua, mi disse: «Giacumì, ho scritto una canzone drammatica napoletana, che però si può ballare»: era Malafemmena. Me la canticchiò, come faceva per le altre, senza nessun accompagnamento. Alla prima versione io suggerii una piccola variante, per adattarla meglio ai miei toni interpretativi; del resto tra autore e interprete s’instaura sempre una collaborazione che serve a cucire meglio la canzone addosso al cantante. La piccola frase che aggiunsi riguardava il finale del ritornello e cioè l’impennata di voce: «Femmena, tu si ’na malafemmena», che Totò completò con «Te voglio bene e t’odio / nun te pozzo scurdà». Ci tengo a sottolineare che la canzone, al contrario di quanto affermano certe malelingue, è tutta di Totò. Malafemmena venne cantata per la prima volta dal sottoscritto al teatro Quirino di Roma nel 1951 accompagnato dall’orchestra di Gorni Kramer, che aveva scritto una bellissima orchestrazione. Quella sera in teatro c’era un pubblico scelto che Totò aveva invitato personalmente. Ricordo che nel palco a destra c’erano In-grid Bergman e Roberto Rossellini. Senza che io ne sapessi nulla, Antonio aveva invitato anche la moglie Diana. Sul finale dello spettacolo Totò entrò in scena e disse : «Questa sera, tramite Giacomino, vi farò sentire la mia ultima canzone, una canzone a cui tengo molto». Così mi trovai a fare da ambasciatore inconsapevole delle emozioni e dei sentimenti che in quel periodo Totò provava per la signora Diana. Il successo fu straordinario, al punto che Mario Trevisan, proprietario della Fonit, volle che l’indomani andassi a Milano per incidere subito questa canzone. Se io fui il primo a cantare e a ottenere un grande successo popolare di Malafemmena in Italia, bisogna ricordare che il cantante che fece diventare questo brano un successo internazionale soprattutto in America fu Jimmy Roselli, un cantante italoamericano. La collaborazione con Totò continuò ancora per molte canzoni e sempre con lo stesso rituale. Non è un caso, infatti, che io sia l’interprete che ha cantato il maggior numero di suoi successi.

Poi, come accade nelle cose della vita, purtroppo ricevetti un’azione poco simpatica e irriconoscente da parte di Antonio: a quel punto ritenni giusto allontanarmi. Da quel momento le sue canzoni non ebbero più successo: di interpreti se ne alternarono molti al suo fianco, ma con nessuno di questi riuscì a ricercare la collaborazione che aveva instaurato con me anche perché le sue canzoni avevano bisogno di grandi interpretazioni passionali. Quando seppi della sua morte mi trovavo negli Stati Uniti; la notizia mi addolorò molto tant’è vero che annullai un concerto che dovevo tenere la sera in un famoso night club di New York. Alcuni anni dopo volli rendere omaggio ad Antonio incidendo un disco per la RCA che realizzai grazie all’entusiasmo del dottor Melis. Si trattava di un disco che comprendeva dodici poesie di Totò che avevo musicato (la stessa operazione che feci in seguito con Eduardo De Filippo e Salvatore Di Giacomo).

Ancora oggi nei miei spettacoli le canzoni e le poesie di Totò sono presenti: inutile dire che sono sempre accolte da un grandissimo applauso, un applauso che mi commuove perché mi ricorda dei momenti bellissimi della mia carriera artistica a fianco di Antonio, a cui ancora oggi ripenso con orgoglio.»

Sempre a proposito di Malafemmena un curioso aneddoto lo racconta Franca Faldini, che ha scritto insieme a Goffredo Foli un libro sincero e sicuramente fondamentale per la comprensione del comico napoletano intitolato Totò, l’uomo e la maschera. «Dei nights Totò preferiva gli angoli meno illuminati e contro la parete. Si acquattava nella penombra, osservava le coppie sulla pedana, scambiava due parole con i conoscenti che venivano a salutarlo, poi l’orchestra attaccava la sua Malafemmena e chi cantava gli dedicava le parole che aveva scritto a Formia, sul retro di un pacchetto di Turmac bianche, in una pausa della lavorazione di Totò terzo uomo. Al termine, la gente applaudiva e, per ringraziare, lui allungava un attimo il collo in luce e ripiombava nella semioscurità».

A Franca Faldini Totò dedicò quattro bellissime canzoni d’amore: Con te, Core analfabeta, Tu si tutto pe’ me, Uocchie ca me parlate.

Da Malafemmena, oltre alcune sceneggiate, sono stati tratti due film: Totò, Peppino e la malafemmena (1956) con Peppino De Filippo, Teddy Reno e Dorian Gray per la regia di Camillo Mastrocinque; Malafemmena (1957) con Maria Fiore, Nunzio Gallo, Aldo Buffi Landi, Olga Sabelli per la regia di Armando Fizzarotti.

Nel 1954 il principe de Curtis partecipò come autore al Festival di Sanremo con la canzone Con te interpretata da Achille Togliani con l’orchestra Angelini e da Fio Sandon’s e Natalino Otto accompagnati dall’orchestra Semprini. La canzone entrò in finale e si classificò al quarto posto: fu incisa solo da Achille Togliani. Fio Sandon’s così ricorda quel Festival: «Conobbi Totò proprio in quei giorni a Sanremo. Era una persona molto compita. Fu contento di come cantammo la canzone con Natalino. Dopo l’esibizione mi mandò un grande fascio di fiori. Della sua canzone diceva che non era un gran che, ma per il Festival poteva andare bene».

Con il Festival di Sanremo Totò ebbe a che fare ancora nel 1960, come membro della commissione che doveva scegliere le canzoni da ammettere alla manifestazione. In quell’occasione la sua posizione fu molto polemica e lo portò a dimettersi dalla commissione prima della conclusione della selezione. Totò espresse i suoi motivi in un articolo scritto per la rivista «Oggi» intitolato Non faccio l’uomo di paglia per Sanremo.

Nel 1959 Totò mandò una canzone al Festival di Napoli, s’intitolava: Piccerella napolitana. La canzone venne bocciata in fase di selezione insieme a un’altra che era stata presentata da Peppino De Filippo. Il principe de Curtis fu molto amareggiato da questa esclusione e al settimanale «Sorrisi e Canzoni» del 21 giugno 1959 dichiarò: «Forse la mia canzone Piccerella napolitana meritava miglior sorte. Io scrivo canzoni da oltre trent’anni e l’ho fatto sempre per hobby, il mio unico hobby, e sostengo a spada tratta che le canzoni bisognerebbe scriverle soltanto per hobby, cioè seguendo una passione ed un’ispirazione che non siamo minimamente legate a fattori commerciali».
Un Festival, comunque, il principe de Curtis lo vinse. Il fatto avvenne nel settembre del 1962 a Zurigo nell’ambito del Festival della Canzone Italiana. Questo uno stralcio della cronaca che fece Enzo Grazzini per il Corriere della Sera: «L’ammore avess’a essere cantata da Tullio Pane ha vinto il Festival della Canzone Italiana. Ha vinto Totò, perché la canzone è sua. Ecco L’ammore avess’a essere, composta da Pino su una poesia di de Curtis, cioè Totò. Ho detto poesia, non perché la parola mi sia scappata, ma perché ho voluto dirla. C’è la poesia, c’è l’ispirazione della poesia, c’è l’estro della poesia. L’ammore avess’a essere / ’na cosa fatta ’e zucchero / ’na cosa dolce e semplice / tutta sincerità... Interprete morbido, persuasivo, con la voce di grande cantante, che aveva già vinto la sua battaglia nel mondo della lirica, è stato Tullio Pane». I temi trattati da Totò nelle sue canzoni girano tutti intorno all’amore, pochissime sono quelle comiche e per lo più rientrano nel glorioso filone della canzone melodica napoletana. Tra le curiosità da segnalare una canzone che Antonio de Curtis scrisse in francese intitolata Le Lavandou (un paesino vicino Saint-Tropez, dove Totò andava a trascorrere le vacanze con Franca Faldini) che venne cantata da Achille Togliani.

Un discorso a parte merita Totò cantante. A Mario Riva che cercava di farlo cantare nella trasmissione II Musichiere rispose: «Non ho voce, sono stonato» e aggiunse con perfetta pausa comica: «E anche vero che se ha cantato Gassman potrei cantare anch’io». In realtà Totò aveva una voce molto calda e gradevole, con cui giocava nel canto esattamente come faceva con la comicità. Come cantante il principe de Curtis incise un solo disco nel 1942, che contiene due canzoni tratte dalla rivista Volumineide: Marcello il bello e Nel paese dei balocchi, quest ultima cantata in coppia con Mario Castellani. Non essendoci registrazioni degli anni del teatro e del varietà, altre tracce di Totò cantate si possono trovare solo nei film, in cui spesso cantava proprio le canzoni che m scriveva. In particolare ci piace segnalare Totò a Parigi in cui canta Miss, mia cara miss. E ancora. Siamo uomini o caporali, in cui canta Core analfabeta e Levate ’a cammisella, Totò le Mokò, in cui canta La mazurka di Totò, l’unica canzone dedicata al suo personaggio; Totò terzo uomo, in cui canta Nun si ’na femmena. Uno dei momenti canzonettistici più belli di Totò è contenuto nel film Risate di gioia in cui l’attore napoletano canta con Anna Magnani la canzone Geppina, Gepi! in un numero indimenticabile. Uno dei momenti, invece, più eccentrici dell’arte canzonettistica di Antonio de Curtis è quando, nel film Rita la figlia americana, canta la canzone Veleno accompagnato dai Rokes.

Peccato che Totò non abbia mai inciso o interpretato in un film Malafemmena. In compenso ci hanno pensato gli altri, e così le versioni di questa canzone si sono moltiplicate negli anni. Dopo la morte dell’attore tre artisti si sono cimentati con le sue poesie trasformandole in canzoni.

Il primo, già citato, è stato Giacomo Rondinella che ha musicato le poesie di Totò con grande temperamento e nella linea classica della canzone napoletana. Poi è stata la volta di Lino di Giulio, che si è mosso nella linea altrettanto classica della canzone confidenziale. Chi ha saputo giocare con grande gusto e raffinatezza con i versi del Principe è stata Pina Cipriani, il cui nome compare anche nell’antologia discografica intitolata Totò il principe e la Malafemmena, realizzata in occasione del centenario della nascita del comico napoletano, in cui poesie e canzoni si mescolano, interpretate da artisti come Iaia Forte, Maria Nazionale, Consiglia Licciardi e l’originalissima Maria Pia De Vito. Sempre in occasione dello stesso anniversario è stato pubblicato forse il disco più interessante ed emozionante che sia mai stato dedicato da un’attrice al Principe:

Il cuore di Totò, ovvero le più belle canzoni di Totò interpretate da Mariangela D’Abbraccio, che alla parola poetica del grande artista napoletano ha dedicato anche uno spettacolo teatrale.

Non è stato facile ricostruire il mosaico delle canzoni scritte e cantate da Totò, è stata una ricerca che mi è costata molti anni di lavoro, concretizzato in tre volumi discografici (che contenevano anche un libro e un picture-disc) usciti alla fine degli anni ottanta: i primi due s’intitolavano Le canzoni di Totò, il terzo Poesie, scenette e canzoni inedite. Era la prima volta che venivano documentate le canzoni di Totò e questo è stato possibile anche grazie ai collezionisti, preziosi archivisti della nostra musica leggera: Avenali, Longobardi, Geri, Ottone, Taraschi, e Antonio Bosco. Quest’ultimo è sicuramente il collezionista che custodisce più materiale di Totò canzonettista, avendo iniziato le sue ricerche a sedici anni con una dedizione e una passione degne di un certosino. Complici di questa avventurosa ricerca musicale sono stati Gastone Razzi e Mauro Paganelli. Nel terzo volume affidammo alla voce di Nunzio Gallo l’interpretazione di alcuni brani inediti o di cui non abbiamo trovato traccia discografica. La scelta cadde su di lui perché ci ricordammo di quanto aveva detto Totò una volta al Musichiere: «Siccome io non posso cantare perché io non ho voce, ho portato la controvoce, la controfigura della voce. È uno dei più bravi, dei migliori: Nunzio Gallo». Così accompagnato al pianoforte, dal maestro Mario Festa che aveva accompagnato Totò in una famosa escursione teatrale africana, Nunzio Gallo cantò sei canzoni inedite tra cui spiccava Scettico Napulitano.

Uno dei sogni di Totò era che Mina cantasse una sua canzone. Il sogno si avverò in una puntata di Studio Uno del 1965, in cui Mina cantò Baciami, sottobraccio a Totò che faceva di contrappunti musicali. Qualche tempo fa rispondendo a una lettera sulla rivista «Liberal», Mina descrisse Totò così:

«Totò è una cartina di tornasole. Se lo ami sei un essere umano di una qualche rilevanza. Se no, no. Questo è, ovviamente, quello che pensano i suoi irriducibili adoratori, di cui amerei moltissimo essere la presidentessa. Già, che stupida, non ci avevo mai pensato e mi viene in mente solo ora. Farò un «Totò fan club». Bene. E ora so che non posso sottrarmi alla tua richiesta perché sai che ho avuto la fortuna, il privilegio di conoscerlo personalmente e, come mi chiedi, vuoi sapere qualcosa di più. Ecco, quando lo vedevo mi comunicava la netta sensazione di essere di fronte a una meraviglia della natura, la più alta montagna, il brillante più puro, la lampada di Aladino, il mago Merlino. Aveva una classe personale, un tratto, una disposizione che dire principesca è dire poco. Ho visto persone delle più varie estrazioni commosse fino alle lacrime solo per il fatto di essere vicino a lui, e qui si ripeteva il miracolo. Totò ti arriva all’anima per strade sconosciute.»

Una persona che ha seguito con curiosità e partecipazione questa mia ricerca è stato Federico Fellini per questo mi piace chiudere questo scritto con un suo pensiero: «Totò materializzava con lunare esilarante eleganza l’eterna dialettica dell’abiezione e della sua negazione».

Vincenzo Mollica

Io c'ho due hobby, uno scrivere canzoni e un altro che non posso dire.