La necessità della poesia: le liriche di Totò

Non ho hobby, non vado a pescare e non raccolgo francobolli. In quanto a scrivere versi o canzoni, quello non è un hobby ma una necessità.

A Franca Gif

La necessità della poesia

INTRODUZIONE

Antonio de Curtis si considerava ben distinto da Totò. La separazione tra l’uomo e la maschera è stata espressa in modo esemplare in un’intervista televisiva rilasciata a Lello Bersani. Dapprima a prendere la parola era il principe de Curtis che rispondeva così alla domanda di Bersani «Che differenza c’è tra lei e Totò?». «C’è una grande differenza. Io sono de Curtis e lui è Totò, che fa il pagliaccio, il buffone. Io sono una persona per bene, infatti lui in casa, lui normalmente mangia in cucina, mentre io mangio nella stanza da pranzo. Io vivo alle spalle di Totò, lo sfrutto. Lui lavora ed io mangio». In seguito la domanda viene rivolta a Totò, che viene mostrato in cucina: «Chi vi ha mandato? Lui, il Principe de Curtis, buono quello! Mi fa mangiare in cucina con il pappagallo e ci devo mettere solo dieci minuti. Disgraziato, mi tiene sotto. Questo mese non mi ha pagato nemmeno le marchette. Ma io mi rivolgo ai sindacati» (Mollica 1982, pp. 25-26).

In questa chiave di scissione tra uomo e personaggio, le poesie di Totò sono state interpretate come l’espressione dei sentimenti dell’uomo de Curtis, libero finalmente di sfuggire agli obblighi di far ridere imposti alla maschera. Vittorio Gassman, introducendo la raccolta di poesie Dedicate all’amore, riflette: «Che cosa sono le poesie di un attore? Parole segrete, scritte sulle rare pagine bianche della sua vita. Sono il negativo del positivo che lui è stato per gli altri, per il pubblico, in tutti i suoi lunghi giorni. Totò era uno straordinario attore-marionetta, un grandissimo comico, metafisico e vesuviano, un eccezionale uomo-macchina, che si esprimeva con gesti assurdi e parole senza senso (a prescindere, è ovvio, siamo uomini e caporali? ecc.). Le sue poesie sono il contrario, patetiche, crepuscolari, piene d’amore, di gesti e parole quotidiani» (Gassman 1977, p. 7). Analoga la posizione di Ruggero Guarini, che, nella sua introduzione alla raccolta TuttoTotò (alla quale vanno riferite le citazioni di versi del presente saggio) scrive: «Leggeva Totò, l’immortale, le poesie del suo doppio mortale? A questa indiscreta domanda coerenza e logica dovrebbero indurci a rispondere con un secco e deciso no. Ma se ci è consentita l’ipotesi del tutto fantasiosa di un Totò assorto nella lettura o addirittura nella scrittura di quelle poesie, allora dovremmo sforzarci di immaginare un geroglifico che sogna di essere un uomo, un segno araldico che desideri di procurarsi un corpo, o un extraterrestre che in un momento di noia, di curiosità o di distrazione ceda ogni tanto alla tentazione di prodursi sulla scena dei sentimenti umani» (Guarini 1991, p. 13).

Se le differenze tra la produzione teatrale e cinematografica prevalentemente comica e la produzione lirica di impostazione più seria sono evidenti, si può tuttavia notare come vi siano dei motivi ispiratori di fondo che attraversano tutta l’opera di Totò. Ad esempio la filosofia della divisione dell’umanità in “uomini” e “caporali” non ha ispirato soltanto molti film, ma anche varie poesie, in primo luogo ’A livella. Inoltre alcune poesie presentano divertite caratterizzazioni di personaggi macchiettistici, che possono essere ricondotte al Totò “comico”.

LE TEMATICHE

L’attenzione alla tematica della morte è caratteristica di alcune delle poesie più riuscite di Totò, accostabile in questa tematica tanatologica ad altre grandi voci della poesia dialettale di questo secolo, dall’abruzzese Alessandro Donmarco ad Albino Pierro (De Mauro 1987, p. 143). La poesia principe di questo filone è ’A livella (p. 32), con la sua visione della Morte come grande uguagliatrice delle differenze economiche e sociali. È la più celebrata poesia di Totò, che la recitò anche su un disco. Una testimonianza ci mostra come l’attore avesse avuto dei dubbi sulla buona riuscita del disco, dovuti alla mancanza in vinile della dimensione mimico-gestuale:

[Totò] trascorse la giornata di giovedì 13 aprile 1967 [due giorni prima della morte] sul set [del film I padri di famiglia, diretto da Nanny Loy], interpretando la scena di un uomo che segue un funerale. A sera, l’autista Carlo Cafiero gli aprì con deferenza lo sportello della Mercedes, aveva una busta fra le mani e, prima di piazzarsi al volante, gliela consegnò. «Altezza», disse Cafiero, «mi hanno portato or ora questo disco. E per voi», e avviò il motore.. [...] Totò si mise a contemplare il disco [...] conteneva su una faccia l’incisione della poesia ’A livella e sull’altra quella della poesia [sic; in realtà è uno sketch] Pasquale e doveva essere il primo di una lunga serie di registrazioni, tutte curate dalla Cetra. «Cafié, sai che sto pensando?», fece d’improvviso Totò. «Lo regalo a te questo disco. A me non mi va di ascoltarlo. Manca la mimica, capisci, nei dischi, e se a me mi si toglie la mimica addio». Tacque un attimo, poi aggiunse: «Cafié, ma tu lo accetti volentieri questo disco?». «Ma per me è un onore, altezza» «A prescindere dall’onore, Cafié, dimmi la verità. Ti sei scordato la storia di Malafemmenaì La feci sentire a te per primo, in macchina, quella canzone, e tu mi dicesti che era una lagna. Cafié, confessa: nemmeno ’A livella ti piace?» «Altezza vi giuro che mi piace» (Paliotti 1977, pp. 175-176).

’A livella non è l’unica poesia dedicata al tema della morte. ’O schiattamuorto è il racconto, fatto in prima persona, della vita di un becchino. La Morte viene descritta in modo sereno, come lo può fare chi la incontra quotidianamente nel suo lavoro. Il becchino racconta la cura con cui tratta i suoi “clienti”:
«I' tengo mode, garbo e gentilezza. / ’O muorto mmano a me pò sta sicuro, / ca nun ave nu sgarbo, na schifezza».

Ritorna inoltre la visione della livella:
«Sì povero, sì ricco, sì putente, / ’nfaccia a sti ccose chella [la morte] fa ’a gnurante, / comme a nu sbirro che t’adda arresta».

La visione fondamentalmente pessimista della vita e della società viene esplicitata in alcune poesie dove viene presentato un ritratto amaro e disincantato dell’esistenza umana. In ’A Vita l'amarezza nasce dall’osservazione non tanto della propria vita, quanto di quella delle persone più sfortunate, per le quali nascere non è stato propriamente un dono. Personalmente Totò si considera fortunato:
«E nun parlo pe’ me ca, stuorto e muorto, / riesco a mm’abbuscà ’na mille lire. / Tengo ’a salute, e, non faccio per dire, / songo uno ’e chille ca se fire ’e fa».

Alla consapevolezza della propria condizione fortunata viene contrapposto il ritratto di un’umanità sfortunata, composta da
«cecate, ciunche, scieme, sordomute», per i quali la vita «nun è ’nu dono, è ’nfamità».

Alcune poesie insistono sull’ingiustizia insita nel vivere sociale. In La società un cafone, giunto in città, si sorprende a vedere tre giovani portati in galera dalle guardie. Chiede chiarimenti a un signore, che gli spiega come i tre siano stati condannati a un anno e quattro mesi per aver rubato delle mele. Il forestiero si ribella alla giustizia che non tiene conto delle attenuanti dovute alla povertà e alla disperazione:
«Allora nuie mannammo / senza penzà, ’ngalera / a chi se more ’e famma? / Chesta è na fetenzia... nun è democrazia!».

Anche le poesie di amore sono spesso venate di malinconia. In Balcune e lloggie l’autore dapprima descrive tutti i preparativi fatti per il suo futuro matrimonio:
«Comme a na reggia, ricca e capricciosa, / ammubbigliaie sta casa ’e tutt’ ’e ccose / che saccio che piacevano a sta sposa, / balcune e lloggie carrecate ’e rose».

Ma la sperata felicità lascia spazio all’amarezza e alla sorpresa:
«E morta... Se n’è ghiuta ’mparaviso!».

Altre volte la delusione non viene dalla morte dell’amata, ma dal comportamento stesso della donna, che si era mostrata come un angelo, mentre invece era pronta a ferire il cuore del poeta. È la situazione amorosa espressa in modo paradigmatico nella canzone Malafemmina, e che viene ripresa nella poesia ’O saccio sultant’io, accomunata alla canzone dal fatto di essere stata ispirata da un evento biografico di Totò, ovvero la separazione con la moglie Diana. In ’O saccio sultant’io si evidenzia come l’aspetto esterno della donna protagonista della poesia inganni tutti, dando una impressione di innocenza e purezza:
«Quanno parie, chesta voce / è na musica celeste, / dice ’a gente: “Comm’è doce, / chesta è n’angelo... terrestre [...]”».

Il poeta solo sa cosa si nasconde dietro quel velo:
«No, nun sape chesta gente / quanto tu sì malamente / chest’ ’o saccio sultant’io / e cu mmico ’o sape Ddio».

Dalle delusioni amorose può venire fuori il proposito di evitare analoghe situazioni portatrici di sofferenza, di dire basta definitivamente alle lusinghe che possono celare dolore:
«Ho preso questo cuore mesto e afflitto, / e triste l’ho gettato in mezzo al mare: / ma prima sopra col mio sangue ho scritto... / per non amare più, per non amare...» (Cuore, p. 29).

Contrariamente a quelle analizzate, altre poesie presentano invece la gioia dell’innamoramento, la felicità di aver trovato di nuovo una compagna: questi componimenti presentano una tonalità emotiva molto serena, ricca dello stupore per il nuovo amore. In Pe nun te scurdà cchiù, Totò paragona l’innamorarsi allo scatto di una foto, per la sua rapidità e inesorabilità:
«T’aggio fotografata: / nu lampo ’mpietto a mme / e ’a lastra ’e chistu core / s’impressionaje ’e te».

Nelle poesie dove Totò manifesta apertamente il suo amore, ricorrono spesso versi dedicati agli occhi della donna, seguendo un topos tradizionale. In una dedica a Franca Faldini, l’autore svela l’importanza di questo motivo ispiratore:
«Cara Franca, i tuoi magnifici occhi che tanto mi piacciono e che amo mi hanno ispirato i seguenti versi; li dedico a te poiché ti appartengono». Uocchie ca me parlate che verrà in seguito sviluppata in una canzone, è interamente dedicata a due occhi che «Si rideno s’appicciano / comme a ddoie fiamme ardente, / songo stelle lucente / ca tiene ’nfronte tu».

In A Franca e in Uocchie ’ncantatore ritorna invece l’immagine, di impostazione tradizionale, degli occhi visti come finestre sul mare:

Ammore, ammore mio,
chist’uocchie tuoie songo ddoje feneste
aperte, spalancate ’ncopp’ ’o mare;
(A Franca)
Te guardo dint’ all’uocchie e veco ’o mare,
’o sole, ’a luna, ’e stelle e ’o cielo blu;
sti dduje smeralde ’e guardo e cchiù me pare
ca st’ucchie belle ’e ttiene solo tu
(Uocchie ’ncantatore).

In alcune composizioni questa visione in fondo innocente dell’amore cede il posto a immagini più sensuali. In Passione, una delle poche liriche scritte in italiano, viene dipinto il ritratto di una femme fatale: «Bella superba come un’orchidea, / creatura concepita in una serra, / nata dal folle amore duna Dea / con tutti i più bei fiori della terra». A questa padrona, il poeta si sente incatenato, senza nessuna possibilità di sfuggire: «Dal fascino del mare misterioso / che hai negli occhi come calamita / vorrei fuggir lontano, ma non oso, / signora ormai tu sei della mia vita».

Altre volte affiora la venatura erotica-satirica tipica della poesia dialettale. E il caso di Esempio:
«Pe’mme la donna è comme ’a mascatura [serratura], / Pe’ farla fun-zionà nce vò ’o chiavino. / Senza ’o chiavino tu può stà sicuro, / fa ’a ruggine e nun haje cchiù che ne fa!».

Amore come fonte di felicità, ma anche di dolore: questa ambivalenza è tipica della poesia partenopea, dove l’amore «ha un particolarissimo accento. Spesso appare come una sventura, nei suoi aspetti tragici o dolorosi: donne carnali, crudeli, traditrici, volubili. Spesso l’amore assume il carattere d’un castigo, di una maledizione, di un peccato, di qualcosa che porta morte. Tuttavia, nelle forme più temperate e distese, esso risulta appassionato e sensuale solo in apparenza: nel suo fondo ritorna quella cupa, sottile malinconia, che è il sostrato della gaiezza napoletana: amore come evasione dal dolore, come pausa nel dolore» (Consiglio 1986, pp. 35-36).

L’ambivalenza dell’amore è stata descritta da Totò nella poesia ’A femmena:
«’A femmena è na bella criatu-ra / e quasi sempe è ddoce comm’ ’o mmele; / ma è wote chistu mmele pe sventura, / perde ’a ducezza e addeventa fele».

Rientrano nel corpus poetico di Totò anche alcune poesie di carattere più leggero, che sono quelle che più facilmente si possono accostare alle interpretazioni cinematografiche e teatrali dell’attore. È il caso ad esempio de L’indesiderabile:

Non so perché se entro in una casa, è comme fosse entrato ’o schiattamuorto. [...]
E nun capisco, po’, pecché sta ggente si mostra sì villana e senza classe, che tengo ’a rogna, neh? I’ so’ IT agente,
U’agente incaricato delle tasse.
’O contribuente mm’adda rispetta’ !

A leggere questi versi viene subito in mente il maresciallo Fabio Topponi, il personaggio, interpretato da Aldo Fabrizi, che nel film I tartassati (diretto nel 1959 da Steno), riusciva a scoprire i reati di evasione fiscale commessi nella sua attività commerciale dal cavalier Pezzella, interpretato da Totò.

Il fine dicitore ha per protagonista un guitto la cui malandata esibizione al Teatro Trianon viene immediatamente castigata dal pubblico:
«Nun fernette nemmeno ’o riturnello / d’o primmo raccuntino d’avventure, / quann’uno arreto a me: “Santo, sì bello!” / (’Ndranghete!) E allazza [emette] nu pernacchio ’e nuvità». Trent’anni dopo l’infelice esordio, i giornali riportano la notizia della cattura dell’aspirante attore di un tempo, diventato ladro per disperazione. Il commento finale è: «Io penso che fu l’epoca sbagliata; / trent’anni fa tutto era n’ata cosa. / Oggi che il nostro gusto s’è cambiato / Santoro fosse na celebrità».

L’amore per gli animali è stata una passione molto importante per Totò, che ha speso molti soldi a favore dei cani abbandonati e ha dedicato una poesia, Dik (p. 41), a «nu cane ch’è fenomenale». Il ritratto, molto affettuoso, si conclude con il divertito racconto delle difficoltà amorose dell’animale:

Ogn’anno, int’a ll’estate, va in amore, s’appecundrisce [si intristisce] e mette ’o musso sotto.
St’anno s’è 'nnammurato ’e na bassotta ca nun ne vò sapé: nun è in calore.
Povero Dick, soffre ’e che manera!
Porta pur’isso ’mpietto stu dulore: è cane, sì... ma tene pure ’o core e ’o sango dinto ’e vvene... vò ’a mugliera.

Gli animali ritornano anche in altre poesie, dove il loro utilizzo ha una finalità morale, mettendo in luce caratteristiche e difetti tipici degli esseri umani. Sarchiapone e Ludovico è una allegoria sulla caducità delle ambizioni e sulla ingratitudine umana. Da giovane Sarchiapone era stato un cavallo apprezzato per la sua forza e bellezza, e utilizzato da una signorina della nobiltà per portare il suo calesse. Una volta invecchiato, l’animale è stato venduto a un carrettiere, che lo utilizza per i compiti meno gratificanti di trasportare legname e vino e che non esita a picchiarlo nei momenti di stanchezza. L’asino Ludovico, compagno di stalla di Sarchiapone, apre gli occhi del cavallo sulla ingratitudine umana:

Nuie simmo meglio ’e lloro, t’’o ddico io: tenimmo core ’mpietto e sentimento.
Chello ca fanno lloro? Ah, no, pe ddio!
Nisciuno ’e nuie s’ ’o sonna maie d’’o ffà.
[...]
’A prova è chesta, caro Sarchiapone: appena sì trasuto int’ ’a vecchiaia, pe poche sorde, comme a nu scarpone, t’hanno vennuto e sì caduto ccà.

Sconvolto dalle rivelazioni di Ludovico, Sarchiapone si getta in un burrone. Bianchina vuole essere invece una riflessione sul posto di ciascuno nell’ordine delle cose e su come sia inevitabile che ognuno voglia e debba interpretare il ruolo a lui assegnato dal destino. La voce narrante della poesia scorge la sua gatta Bianchina, appostata davanti a un buco nel muro, nel quale si è nascosto un topolino. Il roditore invoca pietà, ma la gatta rivendica le sue ragioni: in primo luogo è una legge generale che l’animale grosso mangi quello piccolo (lei stessa ha perduto un gattino, divorato da un cane), inoltre la sua presenza in quella casa è dovuta proprio alla sua capacità di stanare i topi. Il proprietario, dopo aver cercato di salvare il topo, deve dar ragione a Bianchina:

In fondo in fondo, ’a gatta raggiunava: si mm’ ’a tenevo in casa era p’ ’o scopo; dicimmo ’a verità, chi s’ ’a pigliava si me teneva ’a casa chiena ’e topi?
Chiàie ’e spalle e mme jette a cuccà!

In Ricunuscenza Totò descrive un sogno, che lo vedeva in un luogo solitario, dove trovava un serpente schiacciato da alcune pietre. Una volta liberato, il serpente esprime la sua riconoscenza abbracciando il suo salvatore fino a farlo morire. Il poeta si chiede nel sonno:

- Chisto è ’o ringraziamento ca mme faje?
- Chesta è ’a ricunuscenza ca tu puorte?
- A chi t’ha fatto bbene chesto faje?
...Ca sì cuntento quanno ’o vide muorto! -Amico mio, serpente i’ songo nato!...
...Chi nasce serpe è ’nfamo e senza core!...
...Perciò t’aggia mangià! Ma t’hè scurdato ...ca U'ommo, spisso, fa cchiù peggio ancora?!

Le poesie di Totò mostrano uno stretto legame con la tradizione lirica napoletana soprattutto nelle tematiche dell’amore e dell’ingiustizia sociale. Afferma infatti il Consiglio: «Quali sono, insomma, i caratteri distintivi, i fondamentali motivi ispiratori della poesia napoletana? Due soprattutto: la miseria intesa come piaga sociale e l’amore inteso come evasione dal dolore» (Consiglio 1986, p. 31).

LO STILE

A livello stilistico può essere fatta una distinzione tra le poesie scritte in dialetto napoletano e quelle scritte in italiano.

La lingua italiana è usata integralmente in poche poesie: Passione, Cuore , Ho bisogno divederti, Tutto è finito. Del resto anche le poesie in dialetto presentano spesso versi in italiano: molte parole sono in napoletano, ma i testi restano largamente comprensibili per gli italiani di altre regioni. I due strumenti linguistici si possono alternare più volte all’interno delle strofe, e l’alternanza stessa diventa così uno strumento espressivo:
«Ogn’anno, il due novembre, c’è l’usanza / per i defunti andare al Cimitero. / Ognuno ll’adda fa’ chesta crianza; / ognuno adda tenè chistu penziero» (’A livella).

Da notare come i due versi in italiano siano caratterizzati dall’utilizzo della figura retorica dell’iperbato (per i defunti andare), tipica marca di aulicità, mentre i seguenti versi in dialetto sono aderenti alla sintassi del parlato.

Altrove l’alternarsi di dialetto e italiano mostra una precisa sensibilità sociolinguistica. L’esempio principale è ancora ’A livella, dove la differenza tra il netturbino Gennaro Esposito e il nobile Marchese signore di Rovigo e di Belluno è espressa in primo luogo linguisticamente. Il Marchese parla italiano, usando termini della tradizione aulica:

Da voi vorrei saper, vile carogna, con qual ardire e come avete osato di farvi seppellir, per mia vergogna, accanto a me che sono un blasonato?
La casta è casta e va, sì, rispettata, ma voi perdeste il senso e la misura; la vostra salma andava, sì, inumata; ma seppellita nella spazzatura.
Ancora oltre sopportar non posso la vostra vicinanza puzzolente.
Fa d'uopo, quindi che cerchiate un fosso tra i vostri pari, tra la vostra gente.

Il nobile usa parole auliche come ardire, blasonato e l’espressione far d’uopo tante volte ironizzata da Totò nei film, mentre il netturbino Gennaro si esprime in dialetto, ponendo così una differenza tra italiano-lingua dei potenti e dialetto-lingua popolare. Anche in altre poesie ritorna la connotazione dell’italiano come lingua della burocrazia e del potere. Parla la lingua nazionale il brigadiere che, in ’A mundana, arresta una prostituta tra lo sdegno della gente: «Cammina, su, non fare resistenza!». In La società viene presentato il dialogo tra un cafone che parla dialetto e un borghese che si esprime in un italiano forbito, spiegando al primo le regole fondamentali della società umana:
«La Società umana... quella nostra. / Tutti apparteniamo a questa giostra. / È Società simbolica, / libera e democratica».

In Bianchina la distinzione tra dialetto e italiano serve a distinguere la gatta, che si esprime in napoletano, dal topolino, che parla invece un italiano molto letterario: «Nella mia tana vò tornare in fretta; / se non mi vede mamma mia morrà».

Riprendendo la fondamentale dicotomia di Totò, possiamo dire che il dialetto è visto nelle poesie come la lingua degli “uomini”, mentre l’italiano è lo strumento linguistico dei “caporali”.

Giuseppe Romeo


RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Le poesie di Totò sono state citate da TuttoTotò, a cura di Ruggero Guarini, Roma, Gremese, 1991.

Consiglio 1986
Alberto Consiglio, Spiriti e forme della poesia napoletana, introduzione Id., Antologia dei poeti napoletani, Milano, Mondadori

De Mauro 1987
Tullio De Mauro, L’Italia delle Italie, Roma, Editori Riuniti Gassman 1982

Vittorio Gassman, Testimonianza, in Totò, Dedicate all’amore, Napoli, Colonnese

Guarini 1991
Ruggero Guarini, Introduzione a TuttoTotò, Roma, Gremese Mollica 1982

Vincenzo Mollica, Totò parole e musica, Roma, Lato Side Paliotti 1977

Vittorio Paliotti, Totò principe del sorriso, Napoli, Fiorentino