TOTO' E LA CENSURA

La censura ed il suo sistema: dalle origini ad oggi

 

La censura nel cinema muto

I primi passi della censura cinematografica in Italia (1913 - 1921) di Marco Grifo

Il 31 maggio 1914 con regio decreto firmato dal Presidente del Consiglio Salandra, veniva approvata la Legge Facta, con la quale veniva istituito l’ordinamento censorio. L’introduzione di questa legge, e la sua conseguente applicazione, sviluppa un dibattito intenso nella stampa cinematografica dell’epoca, la quale affronta il tema sotto un duplice aspetto: se da una parte si reputa opportuna la decisione di vietare film diseducativi , dall’altra la rigidità della censura viene accolta dubbiosamente. Ed è proprio quest’ultimo parere quello che più si abbraccia nella critica cinematografica, concordando su quanto l’istituzione fosse fallimentare poiché attentava a una fiorente attività industriale con la complicità di uno Stato miope.
Fonte: www.cinecensura.com

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La censura preventiva

Prevenire è meglio che tagliare. La precensura nel cinema italiano di Enrico Gaudenzi

Il secondo dopoguerra è considerato uno dei momenti d’oro del cinema italiano. Nonostante i successi internazionali e il rilancio economico del settore, reso possibile dai provvedimenti contenuti nella legge del 1949 (meglio nota come “Legge Andreotti”) il futuro Presidente del Consiglio è fortemente criticato per la durezza della pratica censoria. La censura preventiva diviene in quegli anni l’arma più forte ma contemporaneamente anche la meno plateale tra quelle a disposizione della Direzione Generale.
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La censura cinematografica in epoca fascista

La censura cinematografica in epoca fascista di Roberto Gulì

Il fascismo eredita dall’Italia giolittiana i principali strumenti per esercitare la “vigilanza” sulle pellicole cinematografiche, lasciando sostanzialmente immutato il sistema delle commissioni di revisione per il rilascio del nulla osta. I successivi provvedimenti legislativi e la creazione, nel 1934, del Sottosegretariato di Stato per la Stampa e la Propaganda, portano a modificare la natura e il ruolo delle commissioni e ad ampliare le funzioni della censura cinematografica, che si appresta a divenire un organo pienamente funzionale alle esigenze del regime. Dall’azione della censura emergono, da un lato, la continuità con l’età liberale nell’opera di revisione delle pellicole italiane ed estere, dall’altro, alcune tendenze peculiari dell’epoca fascista, quali la guerra alle ideologie nemiche, la preoccupazione per la difesa dalle culture straniere e per la salvaguardia dell’italianità, l’ostilità verso le rappresentazioni realistiche della società e dello stesso regime fascista.


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La censura cinematografica nel 1943-1946

La censura cinematografica nel 1943-1946 di Roberto Gulì

 

Tra il 1943, anno dello sbarco degli Alleati in Sicilia, e il primo dopoguerra la censura cinematografica segue le sorti del paese e si ritrova anch’essa spaccata a metà. Il sud Italia passa in mano agli anglo-americani e il settore cinematografico, così come gli altri mezzi di comunicazione italiani, passa sotto la gestione dello Psychological Warfare Branch (“Divisione per la guerra psicologica”), bloccando tutti i film italiani di chiara opera fascista e promuovendo la diffusione di film di produzione alleata. Il nord Italia rimette in moto, nella Repubblica di Salò, la censura “fascista”, che, nonostante la debolezza istituzionale, persevera nella linea seguita durante il Ventennio. La liberazione di Roma, nel 1944, se da una parte segna un ripristino del regolare funzionamento della revisione cinematografica e un graduale disimpegno anglo-americano, dall’altra mette in luce il problema dell’“epurazione”. Le pellicole italiane dell’epoca fascista, con i nomi di alcuni cineasti, artisti e dirigenti, vengono respinte o condizionate.
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Luci rosse e sequestri

Il cinema “vietato ai minori” tra petizioni popolari e commissioni censura di Franco Grattarola

Il cinema “vietato ai minori” degli anni ’60 e ’70. Il mondo benpensante italiano reagisce con numerose e spesso folkloristiche petizioni e campagne moralizzatrici. Non si fanno attendere le commissioni di censura, gli interventi di integerrimi procuratori e di ministri pignoli e zelanti, su opere “scandalose” come Rocco e i suoi fratelli, L’avventura, Blow-up, Bella di giorno. Ed è proprio dalle ceneri di questo pregiato cinema autoriale e della maggiore liberalità delle commissioni di censura che il panorama cinematografico, dagli anni ‘70 in poi, viene invaso da pellicole che da erotiche diventano pornografiche.
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Riedizioni televisive

La revisione cinematografica e le riedizioni: modifiche e ritocchi di Maurizio Negri

Con la legge n. 938, del 20 dicembre 1949, si stabilisce che ogni filmato destinato alla proiezione in pubblico sia soggetto a nulla osta rilasciato tramite decreto ministeriale, secondo le norme stabilite dalla legge n. 161, 21 aprile 1962, che prevede (oltre alla possibilità di diniego per ogni tipo di spettatore) eventuali limitazioni per i minori di 14 o 18 anni (16 con la vecchia normativa). Naturalmente per tutte le opere incorse in provvedimenti limitativi si prevede la possibilità di appello; qualora l’esito della nuova revisione sia negativo o non soddisfacente, c’è comunque la possibilità di presentare le opere a nuovo esame, previa la sostituzione del titolo e di parti sceniche e dialogate. A parte alcune operazioni atte a rivedere restrizioni adottate per vecchi film, quando si accerta un’avvenuta maturazione della sensibilità degli spettatori, la prassi riguarda soprattutto la possibilità di sfruttamento commerciale dei film da parte di emittenti televisive. E la necessità di ottenere l’autorizzazione (in prima serata se per tutti, dopo le 20,30 se vietato ai minori di 14 anni) ha fatto sì che si procedesse spesso a tagli indiscriminati, con il risultato di far perdere alle opere la propria identità. Tra il 1960 e il 2013 sono stati sottoposti alla revisione cinematografica, con richiesta di riedizione, 1183 film di produzione italiana e 976 di produzione straniera.
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I cattolici e l'osceno: tra censura amministrativa e revisione cinematografica

 

Fonte: arabeschi.it

Incontri ravvicinati con Totò e la censura degli anni 50.

carolina1Venezia 1959, XXIV Mostra d’Arte Cinematografica. È la giornata del 7 settembre, quella in cui la giuria presieduta dal critico e teorico del cinema Luigi Chiarini deve assegnare il premio più ambito, il Leone d’oro per il miglio film in concorso. La scelta si risolve in un ex-equo tra due pellicole accomunate dalla medesima idea che sostiene il soggetto, ovvero il riscatto morale di persone inclini alla furberia e la cui esistenza termina con la morte per fucilazione. Da un lato c’è Il generale Della Rovere, film tratto dall’omonimo libro di Indro Montanelli e che vide all’opera nello stesso lavoro due indiscussi protagonisti del cinema italiano nel suo insieme, ma in particolar modo di quel fenomeno culturale che fu il neorealismo, ossia Rossellini e Vittorio De Sica, rispettivamente, dietro e davanti la macchina da presa; dall’altra c’è La grande guerra (1959), diretto da Mario Monicelli, esponente di primo piano di quell’altra straordinaria avventura del cinema di casa nostra che fu la commedia all’italiana. La divisione della posta ebbe un duplice significato: sotto un piano sia individuale che generazionale lasciava intendere che il cinema di Monicelli e tanti altri autori poteva giocarsela con i grandi; dall’altro, che, come avvenne per il secondo conflitto mondiale, anche la tragedia che iniziò con lo sparo di Sarajevo nel 1914 e che vide la partecipazione dell’Italia l’anno seguente, poteva essere oggetto d’attenzione dei nostri autori. Prima di questo film, infatti, non c’era stata nessuna opera di spessore che trattasse quest’argomento nonostante fossero passati quarant’anni dalla conclusione del conflitto, il che era indizio di un clima di serrata censura su certi temi (Casiraghi, 1995). Il cineasta viareggino ebbe infatti un tormentato rapporto con le volontà governative e con parte della pubblica opinione fin dai tempi delle co-regie con Steno e in particolar modo negli anni Cinquanta.
Era il 1951 quando uscì nelle sale Totò e i re di Roma, sesta esperienza con il regista romano e la seconda con il comico partenopeo nel ruolo di protagonista, film nel quale i futuri maestri della commedia all’italiana incontrarono la letteratura russa, appuntamento rinnovato un anno più tardi con Il cappotto (1952), tratto da un racconto di Nikolaj Vasil’evic Gogol’ e interpretato da un altro grande della rivista, Renato Rascel, per la regia di Alberto Lattuada, con il quale Monicelli aveva condiviso le prime esperienze con la macchina da presa, ai tempi del cortometraggio Cuore rivelatore, dal genio di Edgar Allan Poe. Con Lattuada, Monicelli aveva anche assaporato il gusto amaro dell’invadenza delle istituzioni, dato che il quindicinale d’avanguardia “Camminare…”, nel cui comitato di redazione i due erano presenti nel biennio 1932-33, incontrò il veto del Ministero della Cultura Popolare, poiché non in linea con la propaganda del regime di Mussolini. In Totò e i re di Roma, ispirato ai racconti La morte dell'impiegato e Esami di promozione di Anton Cechov, il quasi cavaliere Ettore Pappalardo conduce una vita sulla soglia dell’indigenza, emblema delle aspre condizioni di vita di gran parte dei nostri connazionali nel secondo dopoguerra, a tal punto che lo storico Lucio Villari, commentando quegli anni difficili, trovò opportuno riportare un’inquietante frase di un documento ufficiale della Commissione interministeriale per la ricostruzione, secondo cui si registrava “un abbassamento del tenore di vita a livelli tali da far temere per l’esistenza stessa del popolo italiano” (Villari, 1982, p. 12).

Senta un po’ questo caso curioso: un nostro quadro che aveva molto successo si intitolava "Il paese dei balocchi". A un certo punto Totò e io ci scambiavamo due battute: «Ah, quello li ha la testa di legno ! » «Benissimo ! Vuol dire che lo faremo ministro ! » La gente scoppiava a ridere e magari pensava a qualche ministro fascista che non aveva fama di essere troppo intelligente. La censura, tuttavia, non ci disse mai niente. Ma un giorno arrivarono gli alleati a Roma e ci portarono la libertà. Naturalmente, ripresentammo il quadro, e sempre con l’identico successo. Ma ci andò male con la censura democratica: infatti il quadro ci fu proibito dopo la prima rappresentazione.

Mario Castellani

Ammalato di cuore e con a carico una moglie e cinque figlie, il protagonista vanta trent’anni di onesto lavoro come servitore dello Stato. È infatti archivista capo in pianta stabile del gruppo C al Ministero e l’ostentazione di tali credenziali lo fa precursore di tanti personaggi vessati che farciscono la narrativa e il cinema italiani e, con essi, l’immaginario di noi tutti. Basti pensare ad Antonio Mombelli de Il maestro di Vigevano, un libro del 1962 di Luciano Mastronardi, portato sul grande schermo nel 1963 da Elio Petri, che si avvalse della collaborazione di Age e Scarpelli e l’interpretazione di un maturo Alberto Sordi. Insegnante di scuola elementare in uno dei più operosi Comuni lombardi, egli dichiara la propri appartenenza al gruppo B, quarto scatto, coefficiente 271 e, con enfasi, 19 anni di servizio: una vita di sacrifici costellata da familiari attratti dal rapido e disonesto guadagno, colleghi invidiosi e per questo cattivi, industriali furbi e soprattutto dalla pervasiva presenza del direttore della scuola, il Professor Pereghi, del quale Mombelli subisce anche l’arrogante ignoranza. È infatti costretto davanti alla scolaresca a imitare Roderigo de Triana, il marinaio della Pinta che per primo avvistò terra, su esortazione del direttore che gli porge un cannocchiale per amplificare l’effetto della messinscena, sebbene la scoperta del nuovo mondo sia avventa 72 anni prima della nascita di Galileo Galilei, inventore del prezioso strumento e la riscossa, nella quale Mombelli mette brutalmente il direttore davanti al madornale errore, non può che avvenire attraverso un atto di pura fantasia. Rispetto al maestro di Vigevano, a dire il vero, Ettore Pappalardo non ha lo stesso spessore culturale, anzi grava sul suo trentennale lavoro (e sull’aspirata gratifica di un cavalierato) una terribile macchia, in quanto occupa da tempo un posto al Ministero senza aver alcun titolo di studio e ottenuto nel 1922, grazie alla complicità di un cugino centurione della Milizia. Confessata la sua negligenza al capufficio, è esortato da questi a prendersi la licenza elementare e proprio in una delle più esilaranti scene, ma comunque venata di tanta tristezza, si consuma uno degli interventi più rimarchevoli della censura di quei tempi. Sollecitato a dire il nome di un pachiderma da un maestro (un giovane Sordi, ma già esperto comico) che prova rancore verso di lui per una disavventura ministeriale, Ettore Pappalardo risponde Bartali, ma a ben guardare il labiale di Totò, s’intuisce un altro nome, quello di Alcide De Gasperi. Pare che a sostituire il nome del noto statista con quello del celebre ciclista fu il doppiaggio in extremis dell’attore Carlo Croccolo, che, soprattutto in seguito, avrebbe prestato la voce al suo più famoso concittadino, il quale, a causa di gravi problemi alla vista, era difatti impedito a doppiare se stesso nelle scene riprese in esterno che non erano agevolate dalla presa diretta del sonoro.
Nell’attesa di terne e quaterne servite in sogno, magari regalate dalla tanto odiata suocera già passata a miglior vita, Pappalardo trova piacevole conforto nella visione dell’avvenente segretaria di sua eccellenza, rischiando di rompersi l’osso del collo cadendo da una scala per ammirarne le forme, consolazione che lo fa antesignano di un altro tartassato, ossia quel Fantozzi, nato dalla penna di Paolo Villaggio e dalla regia di Luciano Salce, che perennemente attratto da una poco avvenente signorina Silvani, fatidica miss quarto piano, consuma i suoi anni nella inquietante Italpetrolcemetermotessilfarmometalchimica, della quale è matricola 7820/8 bis.


Toto e carolina 06Ulteriore, magra, risorsa del personaggio è quella di trincerare le proprie delusioni e la voglia di riscatto dietro frasi come “E poi uno dice che si butta a sinistra” e “Adda venì...”, che la censura perdonò forse perché, con la sconfitta del Fronte Democratico alle elezioni del 18 aprile 1948, quelle in cui la Democrazia Cristiana sfiorava la maggioranza assoluta dei voti, inaugurando la stagione del centrismo di De Gasperi, la sinistra aveva detto addio a ogni possibilità di governo, mentre l’adesione al Patto Atlantico nel 1949 sanciva l’ufficiale allontanamento dell’Italia dal Paese del socialismo reale.
Il sodalizio con Totò, che il regista paragonò per la sua vis comica a Charlie Chaplin, Buster Keaton e i fratelli Marx, proseguì anche nella sua prima esperienza lavorativa senza Steno, Totò e Carolina (1955). L’incontro professionale con l’attore risale al 1949, con Totò cerca casa, film comico-grottesco che a suo modo affrontava uno dei problemi più sentiti del dopoguerra, e non solo, dalle famiglie italiane, quello relativo alla crisi degli alloggi, sebbene Roma, città in cui il film è ambientato, vivesse una situazione favorevole rispetto ad altre realtà, soprattutto quelle meridionali: se nella capitale si registravano in media tre persone ogni due stanze, altrove la situazione era decisamente più drammatica, con due-tre persone per stanza, includendo nel conto anche la cucina (Villari, ivi). Se questo film molto apprezzato dal pubblico fu tratto da Il custode, una commedia di Alfredo Moscariello, Totò e Carolina nasceva invece da un soggetto di Ennio Flaiano. Monicelli, Age e Scarpelli lo scrissero insieme a Rodolfo Sonego, che aveva collaborato anche alla sceneggiatura de La spiaggia, film di Lattuada del 1954 che meritò anche di essere discusso in Parlamento e che condivise il non invidiabile primato del maggior numero di tagli subiti negli anni Cinquanta da parte dei censori proprio con Totò e Carolina. Quest’ultimo fu sforbiciato per una quarantina di volte e, sebbene già pronto per uscire nelle sale nel 1953, viene proiettato solo due anni più tardi. Nel mezzo, precisamente nell’aprile del 1954, i produttori, temendo aperte conflittualità con le direttive governative, stabilirono di dar vita a una commissione di autocensura “composta da affidabili incompetenti” (Di Giammatteo, 1998, p. 426), decisione che rese ancora più arduo il lavoro per gli autori del grande schermo del nostro Paese. A molti non piaceva infatti l’idea che Totò avesse smesso i panni del ladruncolo di infimo ordine di Guardie e Ladri (1951), personaggio che preannuncia la maldestra gang de I soliti ignoti (1958), accostato da sempre all’esordio della commedia all’italiana, per vestire una divisa e interpretare il ruolo dell’agente di pubblica sicurezza Caccavallo Antonio, vedovo e con animo sensibile, da artista, precisamente da scultore, che nel tempo libero modella non certo costosissimo marmo, ma semplici molliche di pane. Come il protagonista di Totò e i re di Roma, anch’egli aspira a un avanzamento di carriera: alla nomina al titolo di Cavaliere del lavoro di Pappalardo, si sostituisce il desiderio di un cavallo per l’appiedato poliziotto, con conseguente aumento di retribuzione di novemila lire mensili. La promozione però è compromessa proprio dall’incontro con la sventurata Carolina (Anna Maria Ferrero), che, a seguito di una delusione d’amore e di una prossima gravidanza non voluta, tenta il suicido, tema ricorrente nei lavori di Flaiano e fenomeno considerato da una pubblicazione della Presidenza del Consiglio una vera piaga del tempo: nonostante fossero sopravvissuti alle privazioni, ai bombardamenti, ai rastrellamenti e alle rappresaglie, non pochi italiani avevano posto fine alle loro esistenze in maniera tragicamente volontaria, registrando in quel periodo duemila-tremila suicidi l’anno (Villari). Nell’accompagnamento forzato della giovane al paese d’origine, i due incontrano una serie di individui meschini e farisei, che il cinema duplicava dalla realtà stessa di quegli anni, dei quali oggi in verità abbiamo scarsa conoscenza. E dello stesso film, dall’integrità ormai compromessa, conosciamo effettivamente poco. Oltre ai tagli alle scene che determinarono una notevole diminuzione della durata, ci fu quello dello stesso titolo, che infatti originariamente era Totò, Carolina e la Bandiera rossa, ma sfidare apertamente la censura su questo piano era quanto meno assai azzardato. Vanno inoltre ricordati anche i cambiamenti imposti al lavoro montato, poiché anche qui, come per Totò e i re di Roma, il sonoro fu manomesso e un “Abbasso i padroni!” divenne un “Viva l’amore!”, “mentre a un gruppo di operai che cantano Bandiera Rossa viene imposta la soluzione della variante patriottica Di qua e di là del Piave” (Brunetta, 2001, p. 91). A descrivere una situazione storica caratterizzata da forti limitazioni delle libertà costituzionali, incluse quelle d’espressione, è tuttavia nel film un altro indizio, un’eloquente scritta posta a seguito dei titoli di testa che recita: “Il personaggio interpretato da Totò in questo film appartiene al mondo della pura fantasia. Il fatto stesso che la vicenda sia vissuta da Totò, trasporta il tutto in un mondo e su un piano particolare. Gli eventuali riflessi nella realtà non hanno riferimenti precisi, e sono sempre riscattati da quel clima dell'irreale che non intacca minimamente la riconoscenza e il rispetto che ogni cittadino deve alle forze di Polizia”. Tanta precauzione era espressione di un amara constatazione: la repubblica che nasceva dalla tragedia della guerra e della dittatura non era avulsa da un preoccupante clima repressivo, nel quale si distinse una delle figure più discusse del centrismo degasperiano, il ministro dell’Interno Mario Scelba. Nome legato, ironia del destino, alla legge numero 645 del 20 giugno del 1952, al cui articolo 4 è sancito come reato l’apologia del fascismo, fu ricordato per il famigerato impiego dei reparti mobili della Polizia di Stato, la “Celere”, per la gestione dell’ordine pubblico. In dieci anni saranno 110 i lavoratori e 11 gli agenti ammazzati durante le dimostrazioni e due gli episodi più drammatici, il 30 ottobre del 1949 a Melissa, nella provincia crotonese, e il 9 gennaio dell’anno successivo a Modena (“Ordine pubblico: la clava di Scelba”, 1982).

Non peccheremmo troppo d’imprecisione, qualora collocassimo film come Totò e i re di Roma e Totò e Carolina in quel luogo di transito tra il neorealismo rosa, che, sul piano dei contenuti non poteva, né sicuramente voleva, avere la pretesa, come Rossellini, De Sica e Zavattini, di dare della realtà italiana uno sguardo in profondità degli aspetti meno appetibili, e la commedia all’italiana, in cui molte personalità operarono all’insegna dello sferzante castigat ridendo mores. Le battaglie che hanno accompagnato queste opere però rendono ai nostri occhi verosimile quel clima ferocemente polemico che accompagnò la realizzazione e la proiezione de La grande guerra, critiche veementi da parte di molti esponenti della classe dirigente alla quale si aggiunsero per la verità quelle di alcuni intellettuali di quegli anni, dalle serie preoccupazioni di Giuseppe Marotta alle più vibranti parole di Carlo Emilio Gadda, testimone diretto del conflitto (Porro, 2008; Ferzetti, 2009). Dalla premiazione del 1960 seguiranno altri capolavori che porteranno Monicelli ad attraversare molti generi e a dirigere i migliori interpreti, un lavoro che sempre la Mostra premierà nel 1991 con il Leone d’oro alla carriera, suggello di un’avventura che proprio sulle sponde del lido veneziano aveva raccolto i primi consensi: nel 1935 aveva vinto il primo premio a una mostra per i film a passo ridotto con I ragazzi della via Paal, realizzato con il cugino Alberto Mondadori, quando non era ancora ventenne.

Andrea Sanseverino

Fonte: http://www.quadernidaltritempi.eu/

Cinema Nuovo, 1 febbraio 1958 - Proposte sulla censura

Cinema, 30 giugno 1950 - Censura bianca e nera 

Cinema, 15 marzo 1952 - Che cosa pensano della censura alcuni registi 

Cinema, 15 giugno 1952 - Che cosa pensano della censura alcuni registi

Cinema, 1 giugno 1952 - Che cosa pensano della censura alcuni registi 

Cinema, 15 aprile 1952 - Vittorio De Sica: che cosa penso della censura

Cinema, 10 luglio - Censura e magistratura


La scappatoia della "doppia scena"

Nel film "I due orfanelli", vennero girate due sequenze diverse della stessa scena: una per il mercato italiano, l'altra per l'estero. Isa Barzizza, nel ruolo di collegiale innamorata dell'ufficiale Galeazzo Benti, a un certo punto, accompagnata dalla musica, doveva esibirsi con le sue compagne in una danza sensuale insieme ad altre collegiali, riparata da una tenda. Ricorda oggi l'attrice:
«La scena delle collegiali che fanno la doccia per allora era molto osé, si vedevano queste ragazze nude in silhouette dietro una tenda o qualcosa del genere. Ricordo che Mattoli mi chiese: «Oltre a questa scena qui, ne facciamo anche una che ti si vede un pezzo...? Non nuda completamente, ma un po' di seno... In Italia non va, è fatta per l'estero». Dico: «Va bene, però io mi vergogno un po' davanti a queste persone». Allora ha fatto uscire tutti, è rimasto solamente lui e il suo aiuto, Leo Catozzo. Mi ripresero con delle luci con un effetto per cui si vedeva e non si vedeva. Era una cosa molto osé per allora.»

Isa Barzizza, intervista dell'Autore, 2003.

Estratto dal libro "Totò proibito" di Alberto Anile, Ed. Lundau


Totò è probabilmente l'attore italiano più conosciuto, i suoi film sono tra i più visti in assoluto, le sue battute ripetute a memoria e divenute quasi parte integrante del nostro linguaggio; eppure ben pochi sanno che la corposa produzione cinematografica del Principe De Curtis fu in buona parte falcidiata dalla censura dell'epoca. Se è già difficile immaginare la cinematografia di Totò come un bersaglio della censura, ancor più difficile risulta immaginare le ragioni di tanto astio nei confronti del grande attore e dei suoi film.

Si potrebbe pensare che i film di Totò siano stati bersaglio dei censori per la presenza frequente di donnine e di ballerine in abiti discinti; ebbene in qualche circostanza la censura intervenne anche per queste ragioni, in quanto probabilmente qualche film di Totò poteva apparire per l'epoca un pò troppo spinto; ma la vera ragione di quella che fu una vera e propria persecuzione, va ricercata altrove: Totò e i sui film, per dirla con un neologismo politico, prendevano sistematicamente in giro politici, magistrati, poliziotti, i bigotti, la Religione; per i censori si trattava di un vero e proprio attacco ai valori fondanti la società dell'epoca.

Tanto per provare a dare un'idea di quello che accadde in quegli anni, esaminiamo una piccolissima parte delle censure e delle osservazioni proposte dalle autorità; per avere un quadro completo del fenomeno:

Guardie e ladri: l'inseguimento della guardia Fabrizi al ladro Totò, considerato lesivo della dignità della PS;
Totò e i Re di Roma: il colloquio nell'Aldilà di Totò con il Padreterno; censurata poi la presenza nella storia di un comunista;
Totò e le donne: il film passò indenne dalla censura preventiva, nonostante alcune modifiche al copione, e viene revisionato il 13 dicembre in prima istanza esprimono parere favorevole a patto, comunque, che vengano tagliate alcune scene.

a) Sia eliminata la battuta «È il ministro Scelba» nell'episodio della cameriera;
b) sia abbreviata la scena in cui la figlia di Totò, in soffitta, si alza dal letto e fa vedere le gambe;
c) nella scena per l'elezione della Regina di Bellezza sia eliminata la seconda parte della scena nella quale le candidate si alzano le vesti per farsi vedere le gambe dalla giuria mentre questi gridano «più su... più su»;
d) sia eliminata la battuta: «Con certi prosciutti...» detta dall'operatore all'amica di Totò che girava la scena di un film.

Da una prima versione del verbale di censura al film Totò e le donne, 15 dicembre 1952.

"Totò proibito" (Alberto Anile) - Ed. Lundau, 2005


L'uomo, la bestia, la virtù

Vogliamo subito avvertire che, già in precedenza, sono stati presentati due diversi progetti di questo film, uno da parte di Luigi Chiarini nel novembre 1948, e uno da parte del signor Filippo Mercati nel febbraio 1950.
In entrambi i casi l'Ufficio ebbe a pronunciarsi in senso negativo, giustamente temendo che la commedia di Pirandello, spogliata della sua intelaiatura teatrale, potesse scivolare in uno spettacolo immorale, per non dire boccaccesco.

La nostra perplessità di allora continua a sussistere nei riguardi di questo nuovo progetto, che, almeno per quanto riguarda la sostanza del film, non differisce gran che dalle versioni precedenti.

V'è però un fatto che non può essere - anche e soprattutto agli effetti della revisione - sottovalutato, ed è che il ruolo del professore, «l'uomo», verrà interpretato da Totò. Noi crediamo che se il film sarà portato su di un piano comico, paradossale, quelle che sono le scabrosità della commedia potrebbero risultare notevolmente attenuate, sul piano morale. Ciò però non si può prevedere in base alla sceneggiatura, che riproduce quasi fedelmente il testo di Pirandello anche nei dialoghi, e un giudizio circostanziato potrà essere dato solo sul film nella sua veste definitiva.

Allo stato attuale, si ritiene di dover notificare alla Ditta produttrice le nostre più ampie riserve, considerato anche che il testo sceneggiato è stato presentato dopo diversi giorni dall'avvenuto inizio della lavorazione. Lo stesso finale del film non è stato ancora sottoposto all'esame di questo Ufficio.

Annibale Scicluna, giudizio preventivo su L'uomo, la bestia e la virtù, 22 gennaio 1953.

"Totò proibito" (Alberto Anile) - Ed. Lundau, 2005

Totò e Carolina: la sceneggiatura imperniata su una prostituta; ancora, la figura della guardia di PS Totò considerata poco marziale (di seguito l'approfondimento);>

Una di quelle

Il lavoro va certamente riguardato in relazione alla qualità degli interpreti (Totò, P. De Filippo, Fabrizi) e al tono generale della produzione. Anche il titolo, di sapore scandalistico, sembra giustificato e spiegato da una frase di Totò: «Sì, è una di quelle però sembra una di quelle altre...». Il lavoro, pur impostato e risolto in chiave comico-sentimentale, presenta, nella prima parte, qualche elemento di spettacolo passibile di censura.
A proposito dell'iniziale colloquio tra Silvia (la mondana) e Maria, non useremo certo parole grosse, non parleremo di vero e proprio incitamento alla prostituzione, ma alcune espressioni verbali, troppo crude, dovranno essere senz'altro eliminate. «Una mia amica mi ha presentato un industriale. Prima non volevo, poi mi sono detta: perché ti ammazzi col lavoro? Mi sono decisa! In dieci minuti ho guadagnato più di quanto riuscivo a rimediare in un mese di lavoro». E più avanti: «Non è divertente. È come prendere una medicina... Si chiudono gli occhi e...».
Anche la scena degli approcci tra Rocco e Maria nella casa di quest'ultima presenta qualche elemento negativo. Si dirà che la donna subisce la situazione passivamente e «con rassegnazione» (!), ma la scena e alcune espressioni verbali dovranno essere castigate. Maria: «Devo spogliarmi?» Rocco: «Perché, hai fretta? Tutte uguali voialtre, avete sempre fretta» ecc. ecc. Due parole per quanto concerne il titolo del film. Come si è detto, il titolo ha un sapore e un valore di netto richiamo scandalistico. La sua formulazione Una di quelle lascia infatti intravedere e pregustare storie di prostitute e simili. Tutto ciò, nel film, non c'è. Non ci sono insomma storie di professioniste.>
E allora ci domandiamo, perché questo titolo? È chiaro che il titolo suddetto ha soltanto una mera funzione di richiamo sul basso pubblico, anticipando la narrazione di fatti e cronache biografiche immorali, impure e piccanti. Dato ciò, sarebbe opportuno che il titolo stesso fosse modificato rendendolo più aderente alla sostanza e alla natura del racconto. Inlinea di massima, si esprimono le più ampie riserve ai fini della revisione definitiva.

Annibale Scicluna, giudizio preventivo su "Una di quelle", 11 novembre 1952.

"Totò proibito" (Alberto Anile) - Ed. Lundau, 2005

 


I Tre ladri: magistrati e gendarmi che raccolgono, per sè, le banconote lanciate in un'aula di tribunale;
Siamo uomini o caporali: il "cattivo", ovverosia il "caporale" è lo stesso personaggio in diverse epoche, e quindi sia durante il ventennio che dopo, facendo pensare a una continuità tra il "prima" e il "dopo"; da sostituire con più personaggi interpretati dallo stesso attore (Paolo Stoppa);
I soliti ignoti: non va bene il titolo originario del film, Le madame: è il nome irriverente con il quale i delinquenti chiamano la Polizia; quindi il nuovo titolo, "I soliti ignoti";
Totò, Fabrizi e i giovani d'oggi: il pasticciere Totò offre la sua produzione ai dipendenti di un ministero; è considerato lesivo della dignità di una struttura dello Stato;
I due marescialli: un gruppo di bersaglieri che, per paura dei tedeschi, butta le proprie divise per indossare abiti borghesi;
Sua eccellenza si fermò a mangiare: il titolo originario del film, ambientato in epoca fascista, era "Il ministro si fermò a mangiare"; il ministro in questione non fa una bella figura nel film; per evitare equivoci con i ministri del dopoguerra, "Il ministro" diventa "Sua eccellenza";
Chi si ferma è perduto: originariamente ambientato in un ministero; ma la lotta tra i due impiegati per fare carriera è considerata oltraggiosa per il decoro di un ministero; diventano quindi impiegati di un'azienda di spedizioni.

I film di Totò, oltre a subire tagli e modifiche, dovettero, spesso, anche scontare un'ulteriore "punizione": il divieto di visione ai minori di 16 anni. Questa circostanza rappresentava per i produttori un danno incalcolabile, in considerazione del fatto che all'epoca al cinema si andava quasi sempre "in famiglia". Da notare, ancora, che alla censura ufficiale dello Stato Italiano, si associava anche quella della Chiesa; in questo caso la condanna consisteva nell'esclusione del film dai circuiti parrocchiali; in ogni caso, il bollino rosso assegnato dalle strutture ecclesiastiche determinava un ulteriore danno economico per i produttori.


Luigi Zampa 3

Intervista a Luigi Zampa a proposito della censura nel cinema

Io non posso credere, in quanto regista, nella funzione della censura, la quale pone dei limiti inevitabilmente dannosi alla mia opera. Limiti esterni, che uno spontaneamente interiorizza sicché diventano automatici. L'effetto principale che ne risulta è che ci si perde di coraggio: invece di affrontare temi nuovi e di approfondirli, ci si tiene a quello che è già stato fatto, ci si arrangia con le cose usuali, già sperimentate. La censura, nell’attività cinematografica che è frutto di tanti compromessi, rappresenta un compromesso di più; e se anche lo subisco, non posso però accettarlo, poiché penso anche che un artista potrebbe autolimitarsi.

Naturalmente la censura funziona egregiamente nei confronti della produzione, la quale si sente a questo modo con le spalle al sicuro. E' certa cioè che un film, una volta realizzato, sarà approvato. E poiché una censura esiste, penso anch'io che sia meglio intervenga preventivamente, in modo che poi non si debba amputare il film di alcune scene essenziali al suo ritmo e alla sua comprensione. Il male è che oggi anche quello che viene approvato in prima istanza può venire censurato quando il film è già pronto.

Mi è accaduto con "L'onorevole Angelina", da cui dovetti eliminare alcune battute importanti e tagliare scene intere. Semplicemente perché il marito della Magnani nel film faceva la parte di un agente di Pubblica Sicurezza e il pubblico — secondo il ragionamento della Commissione di censura, ineccepibile perché fondato su articolo del regolamento — avrebbe identificato in quell'agente, che veniva leggermente ironizzato, tutti gli agenti di P.S. d'Italia, e se ne avesse riso avrebbe riso alle spalle dell'intero corpo di P.S. «danneggiandone il prestigio». Da quel momento è rimasta in me una vera fobia per tutti gli argomenti in cui entrassero agenti o guardie: tanto che dopo aver portato a termine il trattamento di Guardie e ladri — il film che con un'altra chiave è stato poi realizzato da Steno e Monicelli — io rinunciai a fare il film, pensando ai limiti, di varia natura, che durante la realizzazione del film mi sarei dovuto imporre.

"Cinema" n.87, 1 giugno 1952


La rassegna stampa

Rassegna stampa

La satira a fumetti colpisce la censura

La censura cattolica era attenta a tutte le manifestazioni culturali (cinema, arte, teatro), alla vita pubblica (stampa, moralità, moda, pubblico pudore), al sesso, alla religione. Qui la satira si diverte ad evidenziare tali pruriginosi aspetti...


Fumetti tratti dal libro "Totò, Scalfaro e... la malafemmina" di Angelo Olivieri - Ed. Daga

Autori: Artioli, Attalo, Barbara, Bompard, De Simoni, Di Nistri, Mosca, Majorana, Scarpelli

Tratti da: Marc'Aurelio, Don Basilio, Il Travaso, Il Tartufo

 


Totò, il governo e le forbici della censura. Sesso e politica gli argomenti tabù.


Censurati, negli anni cinquanta (1949-50) ogni tipo di manifesto, tra cui anche di genere artistico (per esempio quello riguardante le celebrazioni di Lorenzo il Magnifico, che per soggetto aveva la Venere di Botticelli). Vibrate proteste da parte del mondo culturale.



toto-proibitoErcole Pappalardo, impiegato statale con famiglia numerosa, rischia il licenziamento: l’odioso superiore ha scoperto che non ha la licenza elementare. Se non passa l'esame perderà il posto. Così, eccolo presentarsi alla commissione. Gli domandano di nominare un pachiderma, lui resta muto. Il presidente compassionevole gli mima una proboscide, Pappalardo s’illumina e risponde: «De Gasperi!» pensando al gran naso del presidente del Consiglio. Italia 1952: la gag contenuta nella sceneggiatura del film Totò e i re di Roma , scritta da Mario Monicelli e Steno che firmano anche la regia, non arriverà mai sullo schermo. Gli spettatori udranno invece, come risposta, «Bartali!».

Non fu quello il solo intervento riservato dalla censura al film, che a più di un anno dall’inizio delle riprese uscirà fortemente mutilato e cambiato. Il punto più scabroso per i censori era il suicidio dell’impiegato che spera, dall’Aldilà, di mandare i numeri del lotto alla moglie. Produttori e registi dovranno accettare di far passare la storia per un sogno; il Paradiso, poi, diviene l’Olimpo e il dialogo fra il defunto Pappalardo e l'Onnipotente («chi più truffa più è rispettato, chi più mena più ha ragione, e gli imbroglioni i mascalzoni i delinquenti i farabutti sono quelli che comandano») viene cassato per intervento dello stesso sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giulio Andreotti. Un anno dopo il già tartassato Guardie e ladri (Steno e Monicelli: l’immagine di Fabrizi, agente di Ps che fraternizza con un ladruncolo sembra inaccettabile) comincia nei confronti di Totò una campagna di sospetti e di persecuzioni. Che si appunteranno su due temi: il sesso e la politica (che comprende non solo le battute su onorevoli e ministri, ma anche la rappresentazione comica o troppo umana delle forze dell’ordine, dei magistrati ecc.). «In realtà - dice Alberto Anile, autore di Totò proibito che esce in questi giorni da Lindau - l’offesa al comune senso del pudore serve spesso da paravento per più decisi interventi su temi propriamente politici. Un esempio: di Sua eccellenza si fermò a mangiare , un tardo film di Mattoli, 1961, che già si doveva chiamare E il ministro si fermò a mangiare , viene molto tagliata la visita che Totò, finto medico del Duce, fa alla contadinotta opulenta. Ma intanto scompaiono tutte le battute sui ministri ladri («Se è ministro, per forza!»)». Così, ne I tre ladri (1954) si taglia Simone Simon discinta sul letto, ma parte anche la scena finale di giudici e poliziotti che si tuffano a raccogliere i soldi lanciati dal ladro impunito. Di Totò all’inferno , 1955, si alleggerisce la scena della seduzione di Fulvia Franco ma cade anche la battuta del diavolo: «E’ un onorevole, dallo in pasto agli elettori».

E nello stesso anno Siamo uomini o caporali viene sforbiciato sia nelle immagini di «signore nude, indossatrici semisvestite» ma anche di frasi come: «questi ministri (...) sono brutti, brutte espressioni, brutti visi»; o anche: «si stava meglio quando si stava peggio». Contenuta già nella legge del 1923, la censura è assunta dall’Italia repubblicana senza grosse modifiche rispetto a quel testo. Ma in più entra in uso la prassi, per i produttori, di consegnare le sceneggiature già prima dell’inizio delle riprese. Questo dovrebbe consentire ai funzionari di indicare subito eventuali cambiamenti, ed evitare la bocciatura a film ultimato. Il cinema e lo spettacolo, in assenza di un ministero, fanno capo alla presidenza del Consiglio e, per delega, al sottosegretario.

Giulio Andreotti riveste questo ruolo nei governi De Gasperi dal 1947 al ’53. Lavora alla rinascita della cinematografia nazionale («dobbiamo incoraggiare una produzione sana, moralissima e nello stesso tempo attraente»), anche se il suo nome resterà legato ai «panni sporchi» che il neorealismo, e De Sica in particolare, avevano secondo lui il torto di esporre in pubblico. I primi guai, Totò e i suoi film li passano sotto Andreotti; di certo, per i censori il comico surreale e burattino che si cala nei problemi sociali della ricostruzione non va bene. Totò non è, non è mai stato di sinistra; però - si ragiona così nelle commissioni censura - certi registi (Monicelli) e certe tematiche populiste possono trasformarlo in una pericolosa arma di critica al governo. Così, quando dopo varie traversie i film ottengono il nulla osta, sono spesso bollati con il divieto ai minori di 16 anni (e contemporaneamente dal giudizio «Escluso» del Centro Cattolico Cinematografico). Il culmine dell’accanimento si registra nel ’54, per Totò e Carolin a di Mario Monicelli. La strana coppia formata dal poliziotto buono e dalla ragazza incinta scappata di casa eccita i più efferati interventi che, dopo un anno e mezzo di battaglie, audizioni, polemiche, arriverà nelle sale con oltre venti minuti in meno e un’infinità di cambiamenti nelle parti parlate. Di questo film, il caso monstre dei nostri anni ’50, si era occupato Tatti Sanguineti che nel 1999 presentò a Venezia i risultati delle sue ricerche. «Faceva parte del progetto "Italia Taglia" nato due anni prima» spiega Sanguineti. «Una esplorazione sulla censura in Italia, una ricostruzione della storia proibita del cinema italiano. Che oggi, dopo una interruzione, può riprendere grazie a un nuovo finanziamento ministeriale». Il ’54 però vede un cambiamento di ruoli. Quell’anno al posto di Andreotti subentra Oscar Luigi Scalfaro, certo meno addentro alle cose del cinema. E che forse, insinua Alberto Anile, aveva ancora il dente avvelenato con Totò.

Tutto per via della lettera all’ Avanti che il comico mandò dopo l’episodio (1950) della signora Toussan, apostrofata dall’onorevole Dc come "donna disonesta" perché in un locale pubblico esponeva spalle e braccia scoperte. Sfidato a duello dal padre e dal marito della donna, Scalfaro si rifiutò in nome del «sentimento cristiano». E il principe Antonio Focas Comneno De Curtis, in quella lettera, gli impartì una lezione di cavalleria.

Dal ’54 al ’62, anno della nuova legge sul cinema (che introduce due divieti, ai minori di 14 e di 18 anni, e apre le commissioni di censura ai rappresentanti delle categorie dello spettacolo), i guai di Totò si moltiplicano. Si creano problemi per I soliti ignoti (titolo originario, bocciato, Le madame ) , per I due marescialli , per Chi si ferma è perduto . Prevedibili difficoltà incontra Arrangiatevi! girato in una ex casa chiusa. Ma l’episodio più bizzarro tocca a Totò Peppino e la dolce vita (1961) che sconta, insieme, gli ultimi rigori della vecchia legge e le vendette dei censori che nulla avevano potuto fare contro il film di Fellini. Cadono fotogrammi di feste, si cancellano battute sui ministri che deviano l’autostrada per contentare i propri elettori, si cassano allusioni alle «polverine», i giochi di parole con i Proci.

Insomma, un’ecatombe. Totò, ormai quasi cieco del tutto, assillato dalle tasse, si appresta a girare le cose più alte della sua carriera: con Pasolini fa Uccellacci uccellini e i due episodi, Il mondo visto dalla luna e Cosa sono le nuvole . Potrebbe accomiatarsi sereno, se non fosse per l’ultimo spregio che viene dalla Rai-Tv che, nel fargli confezionare gli episodi di un TuttoTotò (1967), torna a vessarlo con assurdi tagli e rigidissime censure. E pensare che lui sulla televisione aveva sempre avuto dei sospetti, almeno da quando, 1958, durante una puntata del Musichiere , gli era scappato un «Viva Lauro!» che gli costò un lungo ostracismo. Conservatore, aristocratico, monarchico e qualunquista si era trovato a far la parte del sovversivo per troppi anni. Oramai, era veramente tempo di chiudere.

"Corriere della Sera", 28 gennaio 2005 - RANIERI POLESE - http://pensierisullacarta.blogspot.it/l

Il libro


Appena ottenuto il successo cinematografico, Totò entrò nel mirino della censura. I suoi film furono analizzati e sottoposti segretamente a tagli e modifiche, spesso pesanti. Ad Antonio de Curtis non era permesso irridere i dipendenti pubblici o battibeccare col Padreterno, sfuggire alle guardie, parodiare i celerini o ridere dell’Inferno, e nemmeno scherzare con Peppino sulla Dolce vita di Fellini. «Se a un comico tolgono la possibilità di fare la satira, che gli resta?», si lamentava l’attore ma intanto andava avanti, mentre funzionari e sottosegretari continuavano a «tagliarlo»: mettevano in crisi case di produzione, falcidiavano potenziali incassi e provocavano riunioni e proteste, facendo scoprire all’Italia dell’epoca che anche il cinema popolare di Totò poteva essere considerato sovversivo o diventare lo stendardo di una libertà calpestata. Basato su documenti inediti e confronti filologici, questo libro racconta per la prima volta il lato nascosto del cinema di Totò e riporta alla luce ciò che funzionari e sottosegretari hanno tentato di cancellare per sempre, dalle scene «sconsigliate» prima delle riprese, alle battute eliminate in sala di montaggio. Un Totò segreto, un Totò proibito.
L'AUTORE
Alberto Anile è giornalista e critico cinematografico, vive a Roma e scrive su «Tv sorrisi e canzoni». Su Totò ha scritto Il cinema di Totò (1930-1946), I film di Totò (1947-1967) e Totò e Peppino, fratelli d’Italia. Con Maria Gabriella Giannice ha scritto La guerra dei vulcani, dedicato al triangolo Magnani-Rossellini-Bergman.

fonti: http://www.lindau.it/

Totò, Carolina e... la censura: il mistero degli 98 tagli

Carolina 00057Nella storia del cinema italiano Totò e Carolina ha probabilmente il triste primato del film più tartassato dalla censura. «Hanno fatto ottantadue tagli - ricordava il principe De Curtis a un intervistatore nel 1965 -. Hanno persino voluto la soppressione del nome del mio personaggio che si presentava dicendo: Caccavallo, agente dell' Urbe». Perché tanto accanimento contro il film che Mario Monicelli cominciò a dirigere nel settembre del 1953, ma che riuscì ad arrivare sugli schermi solo nel marzo 1955, continua a restare un mistero. È vero che la Rosa Film, la società produttrice di proprietà di Carlo Ponti, ma gestita dal marchese Altoviti, non aveva voluto chiedere il «giudizio preventivo» sulla sceneggiatura (pratica andreottiana che di fatto equivaleva a un vaglio censorio sul film prima ancora che si iniziasse). È vero che il celerino interpretato da Totò non aveva certo la statura dell' eroe, ma piuttosto quella del «povero fesso» (come ribadisce anche l' ultima battuta del film) che finisce dentro a un ingranaggio più grande di lui e che cerca di cavarsela alla meno peggio, chiedendo ora una mano ai manifestanti comunisti (per trascinare la sua camionetta fuori da una scarpata), ora a un ladro (Maurizio Arena, non ancora povero ma bello). Ma la storia dell' agente «dell' Urbe» Caccavallo Antonio che deve ricondurre a Poggio Falcone l' infelice Carolina, arrestata a Villa Borghese e decisa a togliersi la vita perché incinta di un mascalzone che l'ha piantata, non sembra certo uno di quei soggetti così anticonformisti da scatenare le ire della censura. Eppure il film fu davvero massacrato, togliendo battute e allusioni (come quella sui poveri che non hanno nemmeno la libertà di suicidarsi «perché è roba da ricchi»), «obbligando» un gruppo di manifestanti a non cantare «Bandiera rossa» ma «Di qua, di là del Piave» e sostituendo il troppo nostalgico «dell' Urbe» con «di Roma». L' edizione in dvd della FilMauro rende finalmente disponibile il lavoro filologico fatto da Tatti Sanguinetti e dalla Cineteca di Bologna che hanno ricostruito la versione originale prima degli interventi censori, praticamente battuta per battuta e scena per scena. Manca solo, rispetto al testo pubblicato da Sanguinetti all' interno della ricerca Italia Taglia, la lunga scena con il parroco e il sor Torquato, che però Monicelli sostiene di aver tagliato per ragioni di ritmo. Peccato che l' assoluta mancanza di extra o di testi di spiegazione renda d' impossibile comprensione per il pubblico normale un lavoro di ricostruzione filologica davvero straordinario. * * * Le altre novità LE AVVENTURE DI UN GIOVANE di Marin Ritt (Fox Video) *** FRATELLO MARE di Folco Quilici (Multimedia San Paolo) *** QUANDO ERAVAMO RE di Leon Gast (Dolmen Home Video) *** WINX - IL SEGRETO DEL REGNO PERDUTO di Iginio Straffi (01 Distribution)

Mereghetti Paolo

Fonte: http://archiviostorico.corriere.it/


 Mario Monicelli rievoca i segreti del suo film, incredibilmente tartassato dalla censura.

Un poliziotto senza alcuna autorità, una ragazza sedotta e abbandonata, un prete menefreghista e bandiere rosse che sventolano per tutto il film. Così, nell’Italia democristiana del 1953, Totò e Carolina diventò una pellicola da bruciare

Carolina 00061Di una sono certo: Totò e Carolina è stato il mio film più massacrato dalla censura, forse più di tutti i film dell’epoca. E il clamore e le polemiche che, per questo, lo hanno accompagnato in tutti questi anni, ne hanno fatto un film con molti più meriti di quanti, forse, ne abbia.
Il soggetto, molto bello, era stato scritto da Ennio Flajano, e poi sceneggiato insieme a me, Age, Furio Scarpelli e Rodolfo Sonego. L’idea era subito piaciuta al produttore De Laurentiis perchè si rifaceva un po’ all’idea base di Guardie e ladri (del ‘51, n.d.r.): lì c’era il poliziotto Aldo Fabrizi che si faceva scappare il ladro Totò e aveva tre mesi di tempo per riacciuffarlo se non voleva perdere il posto. Qui, invece, la storia ruotava attorno al poliziotto Totò (Antonio Caccavallo) che deve riportare al paese d’origine Anna Maria Ferrero (Carolina), una ragazza aspirante suicida dopo che il fidanzato l’ha sedotta e abbandonata. Il film narra il viaggio di questa strana coppia per l’Italia di quel lontano 1953, a bordo di una jeep, e delle disavventure che vivranno fino ad arrivare al luogo di destinazione. Ma qui nè i parenti nè il parroco vogliono prendersi cura della ragazza, così il questurino Totò, un po’ per compassione un po’ per portare comunque a termine la sua missione, decide di prendersela in casa. Apriti cielo! E stato proprio questo a far inorridire i censori di casa nostra. Non va dimenticato, certo, che era l’Italia di Scelba e non era ammissibile che si potesse dare una immagine indecorosa delle istituzioni. Così quel Totò, poliziotto senza autorità e spesso ridicolizzato, che simpatizza per una mezza suicida, e forse pure un po’ mignotta, faceva scandalo. E certo non piaceva che nel film mentre il parroco se ne fregava, gli unici che davano una mano alla ragazza erano dei manifestanti del partito comunista incontrati per strada. Figurarsi: parlare di comunisti, vedere delle bandiere rosse, sentirli cantare i loro inni, vederli correre in soccorso della ragazza e del questurino... era tutto così rivoluzionario che decisero di non fare uscire il film! Ci furono 38 tagli, e 23 battute furono modificate: i comunisti dovettero diventare socialisti, Bandiera rossa fu sostituita con un coro di montagna sulle osterie, la battuta «abbasso i padroni» con «viva l’amore». Il film, girato nel ‘53, fu respinto in prima istanza e bocciato in appello perché «offensivo della morale, della religione, delle forze armate». A cavallo fra Le infedeli e Proibito, Totò e Carolina è un film che scrivemmo su misura per Totò, e per sfruttare in maniera non convenzionale la sua comicità. Non so se è un merito ma ho sempre cercato di agganciare i suoi personaggi alla realtà, togliendogli, forse, un po’ della sua forza comica surreale (così ben sfruttata invece da Pasolini). Già in Guardie e ladri aveva impersonato la figura di un ladruncolo dimesso e pieno di umanità che alla fine solidarizzava con la guardia che lo doveva arrestare. La stessa operazione ripetei in Totò e Carolina e poi ne I soliti ignoti e in Totò cerca casa, dove è un padre che cerca un tetto per la propria famiglia, con avventure farsesche, certo, ma sempre agganciate a un fondo di realtà. Col senno di poi, non so se sia stato un bene sfruttare Totò in questa versione «sociale» ma credo che questa operazione l’abbia avvicinato di più al pubblico, l’abbia reso più umano. Quanto a Totò e Carolina, dopo i tagli e le polemiche, nel ‘55 finalmente uscì nelle sale, con un anno e mezzo di ritardo.

Mario Monicelli (testo raccolto da Pietro Calderoni)


 

VERBALI E DOCUMENTAZIONE RELATIVI ALLE ATTENZIONI AVUTE DAL FILM DA PARTE DALLA CENSURA

Documenti censura del film - 1a edizione

Documenti censura del film - 2a edizione

Documenti censura del film - 3a edizione - Materiale dell'Archivio Centrale di Stato

Documenti censura del film - Verbale 2386 del 22 novembre 1955

Fonte: www.cinecensura.com


Il documentario di Sergio Sciarra e Silvano Console sul film più censurato del cinema italiano. Interviste originali a Mario Monicelli, Giulio Andreotti, Franca Faldini, Tatti Sanguineti, Enzo Garinei. Premio della Giuria del pubblico al Festival Bizzarri (2004) presentato col titolo "Sotto le forbici di Madama Anastasia". Voce narrante Andrea Maria Costanzo


 

Carolina 00050Una decina di anni fa, a Losanna, il critico e ricercatore Tatti Sanguinetti si imbatte in una copia-lavoro di Totò e Carolina che risulta essere venti minuti più lunga della versione nota, quindi con molte più scene. Poco dopo, con altrettanto stupore, avviene il ritrovamento di un ulteriore copia, seppur muta, ma contenente altre scene ancora. Da qui, grazie anche all’intervento di Carlo Croccolo – il doppiatore storico di Totò – e al meticoloso lavoro della Cineteca Nazionale di Bologna, si è riusciti a ricostruire in maniera straordinaria la versione originale del film: quella che verrà proiettata domenica mattina. Straordinaria – in ogni senso – è pure la genesi stessa del film: tre mesi scarsi di riprese (dovuti anche al fatto che Totò, tuffandosi in un ruscello si era preso una brutta polmonite che ritardò le riprese), un mesetto circa di montaggio e più di un anno per combattere con la censura: dal 17 febbraio 1954 (data in cui il film venne presentato alla Direzione Generale dello Spettacolo per poter ricevere il nulla osta alla proiezione in pubblico) fino al 2 marzo del 1955, giorno della prima proiezione in sala di una versione scorciata di almeno venti minuti e tagliata di molte battute (e addirittura canzoni) giudicate offensive del comune senso del pudore. Ma perché la censura si abbatté in tale maniera su questo film, definendolo nel verbale offensivo della morale, del buon costume e della decenza pubblica? Questo accanimento non era dovuto a immagini oscene, o lascive; il film, che raccontava dell’odissea del poliziotto Caccavallo (Totò) costretto a riaccompagnare la mite Carolina al paese natio dopo essere stata erroneamente fermata in una retata ai danni di alcune prostitute, sembrò ai censori irrispettoso verso le forze di pubblica sicurezza. Così Carlo Ponti, produttore della pellicola, si trovò costretto a far ridoppiare diverse battute del Principe De Curtis, a tagliare intere scene e stravolgerne altre, come la famosa sequenza in cui sfila un pullman stracolmo di manifestanti che sventolano bandiere rosse e che cantano, nella versione originale, Bandiera Rossa, appunto, e che invece si ritrovano ad inneggiare la ben più neutra Di qua e di là del Piave dopo il “ritocco”. Della censura parlò anni a seguire anche lo stesso Totò, che definiva Totò e Carolina il suo film più bello ma anche il più censurato con ben 98 tagli: “tagliarono persino il nome del mio personaggio che si presentava dicendo Caccavallo, agente dell’Urbe” Per Totò questo episodio della sua lunghissima carriera, rappresentò inoltre il momento di più alta commistione fra le sue due diverse anime che lo avevano caratterizzato e reso noto fino a quel momento: quella guascona e comica proveniente dal teatro di rivista, dalla commedia napoletana e dai film in cui la sua improvvisazione trasformava ogni canovaccio in un infinito concatenarsi di gag esilaranti e l’anima più ispirata dalla stagione neorealista, in cui la sua vena popolaresca si tingeva di malinconia e declinava verso la denuncia sociale. Al termine della proiezione, sarà possibile ascoltare questi e altri dettagli dalla voce di Ansano Giannarelli, prestigioso nome del cinema italiano, giovane assistente alla regia del maestro Monicelli all’epoca di Totò e Carolina.

Fonte: http://www.lazionauta.it/