Totò e... Castellano e Pipolo

L'istinto e l'invenzione

La prima volta che abbiamo conosciuto Totò è stato un dramma. Eravamo alle primissime armi, lavoravamo per la DDL di Libassi, che lo aveva sotto contratto e ci chiese un soggetto per lui. Mettemmo insieme un soggettino intitolato Totò in blue-jeans e lo portammo tutti timorosi a casa sua, in via dei Monti Parioli. Ci accolse molto bene, aveva visto il soggetto. Ci sorrise, ci disse: «Bravi, ragazzi, bravi, avete scritto proprio una puzzonata mai vista. Ho letto tantissimi soggetti, tantissimi film, eppure un soggetto così brutto non l'ho mai letto». Siamo rimasti malissimo, sembrava proprio che stesse facendoci i complimenti. Ma non ci trattò male, ci disse di riprovare.

Partecipammo alla sceneggiatura di Signori si nasce, subentrammo dopo che Edoardo Anton che l'aveva cominciata si era ammalato. Il film, come quasi tutti quelli di Totò, andò benissimo, incassò molto. Poi abbiamo fatto Totò, Fabrizi e i giovani d'oggi, di cui Age e Scarpelli avevano buttato giù una prima stesura. Nella fase della sceneggiatura, Totò non interveniva mai, la considerava una specie di canovaccio, su cui intervenire durante la lavorazione. I registi non riuscivano mai a raccordare una scena all'altra, perché ogni volta finiva con una battuta, con una gag diversa: era un attore d'istinto, pieno di vitalità, abituato a inventare. Una mattina andammo alle riprese di Totò, Fabrizi e i giovani d'oggi. Doveva esserci un duetto di Totò e Fabrizi, ma la scena non finiva mai perché ognuno cercava di sopraffare l'altro in comicità, si mettevano a ridere come due matti, dovevano continuamente interrompere e ricominciare daccapo. Alla sceneggiatura di Tototruffa '62 abbiamo lavorato moltissimo, perché era fatta di tanti piccoli episodi, un film a gag pure, poco dialogo e molte gag: è una delle sceneggiature che Totò ha modificato di meno.

Sono stati tre anni della nostra vita che abbiamo vissuto lavorando per lui.

Eravamo giovanissimi, un po' timidi, lo chiamavamo principe, ma non ci sembrava una forma di snobismo, ci veniva naturale. Eravamo appena entrati nel cinema, !o consideravamo il comico più importante, il nostro Buster Keaton, sganciato completamente dalla realtà come il grande comico americano. Era buono. Quando andavamo da lui a portargli i nostri testi, trovavamo sempre fiile di gente che veniva a chiedere, dava qualcosa a tutti, era sempre lì con il suo segretario che firmava assegni. Nella nostra prima trasmissione televisiva siamo riusciti ad averlo come ospite, ne fummo molto orgogliosi: il suo interrvento a Studio Uno accanto a Mina è molto bello, è stato replicato parecchie volte. Negli ultimi tempi, dopo che avevamo fatto Il federale e altri film, ci chiedeva sempre di scrivergli un film importante. C'è rimasto il dispiacere di non esserci riusciti.

Castellano e Pipolo (Franco Castellano e Giuseppe Moccia)

(Tratto dal libro "Totò" di Orio Caldiron)

 

Le opere