Totò e... Gino Bramieri

Gino Bramieri

Alberto Anile, nel suo libro "I film di Totò, 1946-1967: La maschera tradita" riporta l'intervista integrale a Gino Bramieri, da lui incontrato nel 1995 nel camerino del Teatro Sistina di Roma, pochi mesi prima della sua scomparsa, dove racconta del suo incontro con Totò avvenuto sul set del film "I tre ladri".

Gino Bramieri


I duetti con lui funzionavano, però, li facessi oggi, con l’esperienza che ho...», ci ha detto. «A me piace ricordare Totò, lo ricordo con nostalgia e mi diverte sempre tanto. Ho desiderato una vita di lavorare con lui, ma sono riuscito solo una volta. Il film in cui lo vedo meno volentieri è proprio I tre ladri, perché facevo un personaggio dove non mi riconosco; era il famoso personaggio “a peso”, allora quando serviva uno grasso e di Milano venivano da me; e dove andavano?, non avevano alternative. Feci una quarantina di pose in quaranta giorni: un film Totò di solito lo finiva in tre settimane, diciotto giorni tolte le domeniche. Questo film invece durò parecchio, con Lionello De Felice che dovette anche arrabbattarsi molto con gli attori. Io avevo ventun’anni anni e dovevo fare un personaggio di sessanta, per cui facevo quattro ore, quattro ore e mezzo di trucco tutte le mattine: la barba pelo per pelo perché ne avevo pochissima, i capelli tutti bianchi perché allora li avevo neri, insomma ero tutto da invecchiare. Rizzoli voleva a tutti i costi che io facessi quel personaggio, era un po’ il suo pallino, ma c’era una ridda di attori direi incredibile e io sentivo un attimino sul collo il fiato degli altri, Cervi, Passante, Mario Pisu, molti attori che potevano fare benissimo quel personaggio: scelsero me e

io fui talmente felice allora di fare un film con Totò... Anche se era un periodo in cui gli attori non è che fossero felici di recitare con lui, allora non era considerato quel grande comico che è oggi, faceva dei film dozzinali... Anche attori importanti quando si trovavano ad avere il film con Totò restavano un po’ così, oppure erano sempre quelli, Maggio, Castellani... Totò lo chiamavano “mister milione”, perché guadagnava un milione al giorno, appena si svegliava aveva già un milione sul comodino... Sa, è facile parlare bene di un morto, la cosa più spiacevole è che il tempo in cui lui lo chiamavano “mister milione” faceva tutti i film che gli davano.

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Sul set aveva un orario ben preciso. Il guaio nasceva con Simone Simon e Jean Claude Pascal, che avevano un orario completamente opposto, per cui chi era sempre presente ero io. Il comportamento di Totò era proprio quello del principe, un personaggio strepitoso. Per esempio sapeva che questa Simone Simon era una rompipalle che non finiva mai, una che non gli andava bene niente, che stoppava durante la lavorazione; Totò aveva pochi rapporti con lei, anzi per niente, però assisteva a certe cose che gli davano molto fastidio. Tuttavia rimaneva una persona molto seria, molto corretta, molto generosa anche sul lavoro. Lei era già ultracinquantenne, una donnina stupenda, una bravissima attrice, però un carattere... Diva in un momento in cui di dive non ce n’erano già più, in cui nascevano le Ralli, le Loren, le Mangano, che erano un po’ le anti-dive.

I tre ladri è stato censurato molte volte: allora sembrava che fosse un film assolutamente contro i ricchi e di conseguenza comunista, un film che hanno bloccato perché Rizzoli lo voleva girare in un certo modo. Era una grande commedia di Notari fatta alla fine dell’800, o ai primi del ’900, allora si parlava di dieci milioni come se fossero oggi cento miliardi, c’erano tangenti già allora. Più che una censura fu una rivisitazione continua del testo. So che è stato manipolato da non so quanti autori e sceneggiatori, tutta gente sotto l’egida di Rizzoli, Brusati, lo stesso Montanelli, Bettetini, Zucconi, Simonetta, tutta gente che veniva interpellata, forse anche Gerosa.

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Questo film doveva essere il salto di qualità, doveva portare Totò in una dimensione diversa. Lui era bravissimo, devo dire, ed era bello anche il film. Meno comico del solito, non era il Totò che conosciamo noi se non in qualche cosa, ed essendo una coproduzione italo-francese lui doveva stare molto al testo, anche perché aveva molte risposte. Era anche un film particolare che non permetteva tanto di improvvisare. Totò di francese mi pare ne sapesse pochissimo, ognuno parlava nella sua lingua per cui era anche difficile inventare. Jean Claude Pascal era il bello per eccellenza, proprio bello bello bello, credo che dopo Robert Taylor fosse uno dei più belli del cinema di tutto il mondo, altissimo, elegantissimo, omosessuale ma questo non aveva importanza; però per Totò era un contrasto troppo grosso; avrebbe potuto giocare sul fatto che lui fosse omosessuale, ma Pascal non gli dava quella possibilità. Con lui insomma era difficile, con noi un pochino di meno. Con me per esempio giravamo a ruota libera. Mi ricordo, in carcere: “Allora parli?”, “No”, “Cosa vuoi?”...., “Sì”, allora mi alzavo, facevo per andare via, “Ornano?”, “Sì” e tornavo indietro, sono cose fatte lì per lì. Poi molte cose vennero tagliate perché si voleva fare un film di qualità. De Felice era un regista teatrale giovane, molto bravo devo dire, morto prematuramente, che dava spazio e poi tagliava molto in montaggio.

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Erano le intonazioni la grande invenzione di Totò, l’interpretazione: facevi cinque ciak e non ne trovavi mai cinque uguali, alle volte c’era l’imbarazzo della scelta. Ricordo che Giovanna Rulli ha preso uno schiaffo dal regista perché non riusciva a fermarsi dal ridere. Totò doveva dire “Ornano, Ornano, ma ti pare che se io sapessi dove sono i soldi te lo direi?”. Me lo ricordo perché ripetemmo la scena trentadue volte. Ogni volta che lui diceva “Ornano, Ornano...”, noi ci mettevamo a ridere perché cambiava intonazione ogni volta, cambiava sguardo ogni volta. Il regista De Felice ai primi ciak rideva anche lui, e la Ralli non riusciva a resistere. Ricordo che per farla star seria, prima facemmo una pausa mensa, andammo tutti a mangiare: non bastò perché poi alla ripresa successe di nuovo. E allora a quel punto De Felice le dette uno schiaffo, la Ralli era una ragazzina, avrà avuto sedici anni.

Allora per me c’era la grande emozione di lavorare vicino a Totò, ma anche l’inesperienza, l’età del personaggio che non era la mia, questo trucco che per me era pesante, baffi barba che non sono i soliti baffi che togli dopo dieci minuti, ma proprio pelo a pelo: recitavo con la paura che mi si staccasse la barba, era un handicap per me, non ero libero. Era un trucco fantastico però, ricordo che poi ebbi una richiesta per un film francese e che quando mi videro dissero “No, non possiamo perdere quattro ore di trucco”, perché capirono che avevo vent’anni. Con Totò era nata una simpatia, io mi facevo molto gli affari miei, lo chiamavo principe, per cui era sempre molto disposto nei miei confronti... Il suo pallino era il teatro, parlava sempre di teatro, di compagnie che faceva... Ho avuto lunghe pause con lui e credo che per me sia stata un’esperienza meravigliosa perché mi son sentito dire delle cose che mi sono poi ricordato negli anni e che sono diventate un bagaglio della mia esperienza. Frasi che ogni tanto ripeteva, “Non si può far ridere se non hai fatto la guerra con la vita”, “Un comico non è un comico se non fa ridere anche col mal di denti”, cioè tu comico anche quando hai mal di denti devi riuscire a far ridere, ti devi dimenticare il mal di denti, e, voglio dire, i mal di denti nella vita sono parecchi. Diceva “Ci sono degli attori esagerati. La misura è una delle cose importanti: quando il pubblico ride molto non spingere, ti devi sentire un po’ come un ciclista in discesa, non devi pedalare perché se pedali vai fuori strada. Se il pubblico ride, di più che deve fare, ammazzarsi?”. Stare sempre nella misura: lui aveva un suo tipo di misura che era sempre quella. Una cosa molto bella è che dava una numerazione alle risate in teatro. Diceva “Gli attori non capiscono che ci sono delle risate numerate, delle risate che hanno una rispondenza sul pubblico... Facciamo che una risata da dieci può diventare al massimo da quindici, una risata da venti che può diventare da venticinque secondo se il pubblico è buono o meno buono, se sei nella tua provincia, se parli quel dialetto: perciò è inutile, quando arrivi alla risata da novanta che pretendi? Che la gente si strappi i capelli? Più di quello non devi fare”. E poi di Totò ricordo la musicalità, ogni tanto cantava, e poi mi divertiva; ma quando lo vedevo uscire con questo bocchino, con questo tight molto elegante (“Buongiorno, principe”), mi faceva tanta soggezione. Era molto generoso: ricordo che più di una volta andavo a pagare il conto ed era già saldato. Era nato povero però era proprio ricco dentro, perché era una persona squisita, molto educata, molto rispettosa. Esigeva rispetto però in compenso lo dava, con chiunque.

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Speravo che quel film non finisse mai, perché il fatto di vedere Totò tutti i giorni... Per me era già un mito. Allora per quelli che sognavano il teatro, che sognavano di diventare qualche cosa, Totò era il caposcuola, così come Macario, Govi, Musco, Taranto, gente che ha fatto veramente il teatro. Da quelli poi sono nati gli altri grandi che si chiamano Walter Chiari, Rascel, Manfredi, Sordi che per me rimane comunque oggi uno dei più grandi. Modestamente mi ci metto anch’io, una piccola parte nel teatro l’ho data anch’io, anche se in compenso il teatro mi ha dato più di quello che gli ho dato io. Poi, sa, insieme alla riscoperta nasce la leggenda. Io non so fino a che punto non ho conosciuto Totò: dovevo andare a fare teatro con lui ma non successe perché lui non fece più teatro. Per me sarebbe stata una grande scuola. Non per fare il modesto, se avessi potuto lavorare in teatro con Totò sono sicuro che avrei imparato molto di più.


Riferimenti e bibliografie:

"I film di Totò, 1946-1967: La maschera tradita" (Alberto Anile) - Le Mani-Microart'S, 1998