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Totò, Peppino e la falsa testimonianza

La scena finale in tribunale, la più lunga di quest’ultima fase di riprese, è davvero un miracolo: nulla lascia indovinare un attore quasi cieco. Nella gara a quale dei due Posalaquaglia sia più inetto, Totò vince perché la sua stupidità è addizionata di demenzialità e dissacrazione: quando il pretore gli ordina di dirgli cosa abbia fatto il 24 maggio, lui intona La leggenda del Piave, fracassando nel bailamme la sacralità del Tribunale e della Canzone Patriottica; poi imbastisce una deposizione delirante che è la versione parodica della già assurda testimonianza di Peppino. Siamo ai livelli eccelsi della lettera di Totò, Peppino e la... malafemmina, forse anche più in alto. Galvanizzato dalla presenza di tanti amici, e reso sicuro dal fatto che gran parte di loro sono in grado di reggere l’urto di battute non scritte e non provate, l’attore si lancia in variazioni espressive e anche aggiunte estemporanee talmente esilaranti che molti attori, compresi quelli più navigati, non riescono a trattenersi. Gli inutili primi piani che interrompono la ripresa coprono maldestramente delle risate in campo, alcune delle quali rimangono comunque visibili: mentre Totò dice le sue sublimi assurdità, Luigi Pavese si curva verso terra mordendosi un pugno, Gina Rovere si mette una mano davanti e si nasconde dietro i protagonisti, perfino Peppino è costretto a dissimulare un malaugurato ghigno cacciandosi in bocca il cappello.


Riferimenti e bibliografie:

"Totalmente Totò, vita e opere di un comico assoluto" (Alberto Anile), Cineteca di Bologna, 2017