Agus Gianni

Gianni_Agus

(Cagliari, 17 agosto 1917 – Roma, 4 marzo 1994), è stato un attore italiano.

Biografia

Dopo avere conseguito il diploma di ragioniere, si dedica a un'intensa attività filodrammatica prima di trasferirsi a Roma, dove nel 1938 si diploma al Centro sperimentale di cinematografia. Esordisce sul grande schermo con una piccola parte in Giuseppe Verdi di Carmine Gallone.

Nome storico del teatro di rivista italiano, ha preso parte a commedie di grandi autori come Garinei e Giovannini (Domani è sempre domenica, 1947-48; Sogno di una notte di questa estate con Rascel, 1949-50; Caccia al tesoro, 1953, tratta dall'omonimo programma radiofonico; Giove in doppiopetto, 1954-55) e ha lavorato a lungo accanto a Wanda Osiris (Si stava meglio domani, 1946-47; Il diavolo custode, 1950-51).
Conosciuto dal grande pubblico come "spalla eccellente" di comici, fra i quali Totò, Peppino De Filippo e più tardi Paolo Villaggio, e particolarmente stimato per la stentorea, chiarissima, voce, e per diversi ruoli da "capo" fintamente prepotente o da antipatico preso in giro, ha saputo affermarsi anche come protagonista versatile e fantasioso, non solo sul palcoscenico.

Lunga è stata la sua collaborazione negli anni quaranta con la presenza in pièce come La diva di Raffaele Calzini.
Si dedicò poi soprattutto al cabaret ed al varietà, periodo che celebrò anni dopo con la conduzione di una puntata del programma televisivo Giochiamo al varieté, partecipando a spettacoli radiofonici di successo, tra cui si ricordano Il gonfalone (1959), nella cui ultima puntata era il sostenitore d'eccellenza del costume sardo di Tempio Pausania, Caccia grossa (1966), Il cattivone (1970) con Paolo Villaggio, Gran varietà (1975), Bambole, non c'è una lira (1978) Stasera niente di nuovo (1981) e Domenica delle meraviglie di Diego Cugia (1992).

Agus ha sperimentato negli anni anche il ruolo di conduttore, presentando in radio lo spettacolo musicale Bis (1955), l'ottavo Festival di Sanremo e Buona domenica a tutti, show che riproponeva i pezzi migliori dello storico Gran Varietà. Dedicatosi per molti anni alla TV (popolarissimo il ruolo del capoufficio di Fracchia nell'omonimo varietà televisivo del 1975), ha lavorato anche per il cinema prendendo parte a numerose commedie all'italiana. È stato anche fra gli interpreti della miniserie televisiva del 1965 La donna di fiori.
Tra le sue più convincenti interpretazioni: il conte di Almaviva in Figaro qua, Figaro là di Carlo Ludovico Bragaglia (1950), un gerarca fascista in Il federale di Luciano Salce (1961), l'enfatico podestà Pennica di I due marescialli di Sergio Corbucci (1961) ed il personaggio di Ottaviano Augusto in Totò e Cleopatra di Fernando Cerchio (1963).
Noto al grande pubblico come attore brillante, Gianni Agus aveva in realtà interpretato anche diverse pièce di teatro classico, inclusi diversi Pirandello (tra cui, poco prima della sua scomparsa, Così è (se vi pare), dove era tra i protagonisti).
Nel 1985 partecipa alla parodia de I promessi sposi realizzata dal Quartetto Cetra, interpretando Don Rodrigo.
Gianni Agus si è sposato una sola volta nella sua vita, con Lilo (Liselotte) Weibel, una ballerina austriaca conosciuta nella compagnia di Wanda Osiris, anche lei attrice pur se di minor fortuna ma di tutto rispetto (partecipò ad alcuni film con Totò, tra quali Totò cerca casa in cui faceva la parte della odalisca). Da lei ebbe un solo figlio che chiamarono David, che non ha mai intrapreso alcuna carriera artistica.


Era uno spasso continuo. Era una gara fra leoni, molto rispettosa come gara, ma era un'emulazione costante. Be’, c'è stato un periodo che Totò faceva dieci film all’anno. Ogni film di Totò durava tre o quattro settimane, perché, voglio dire, tutta questa pletora di produttori si avventarono su Totò; infatti con il minimo di rischio acquistavano il massimo del guadagno, perché era chiaro che un film di Totò veniva acquistato a scatola chiusa. Pur dove ci sono delle banalità paurose, sia nella trama che nel testo o nella sceneggiatura, però Totò è come un raggio di sole e in un film tre o quattro momenti meravigliosi ce li ha sempre e questo finisce per far dimenticare tutta la bruttura di un film, di un cast non adeguato. Totò nella vita rideva raramente e non faceva nulla per far ridere. Erano quasi due personalità diverse. Mai raccontata una barzelletta, mai. Mentre si aspettava di girare si parlava di tutto, era un uomo che pur non avendo una salda estrazione culturale, si era formato una sua cultura, leggeva, ascoltava, si interessava di tutto, ma ripeto, nella vita non era divertente. Era un uomo triste, come del resto lo è Eduardo o lo era Peppino. In realtà poi, far ridere è molto più difficile che far piangere. Far ridere è veramente una fatica; con un bel drammone chiunque può raggiungere lo scopo, mentre strappare una risata clamorosa... perché con Totò si trattava non di sorrisi, ma di trascinare il pubblico in boati di risate.



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1983 01 29 L Unita Varieta Cafe Chantant intro1Sono stato uno dei primi attori di prosa a tentare la rivista, complice la guerra e il coprifuoco che rendevano praticamente impossibile fare teatro. Michele Galdieri mi chiamò per recitare accanto a Totò e Anna Magnani, due grandi stelle. Eppure mi rimproverarono in molti: non si capiva come un giovane promettente — che stava in compagnia con il grande Ruggeri — potesse passare alla rivista. Ma oggi posso dire che quell'esperienza è stata per me una palestra meravigliosa, che consiglierei a qualsiasi giovane attore. Lì ho potuto imparare cose difficilissime: la meccanica dei tempi comici; la disponibilità a fare di tutto in sketch brevissimi, di cinque sei minuti; il farsi accettare dal pubblico, divertendolo, superando la quarta parete che in prosa è determinante e che nel varietà, al contrario, va abbattuta guardando Io spettatore bene in faccia, offrendosi, pur mantenendo una linea di pulizia e di rigore. Perché per divertire il pubblico io non ho mai detto battute volgari, non sono mal apparso in mulande. Ma la tecnica più difficile in assoluto che ho imparato sul palcoscenico della rivista è quella del riso. Tutti sanno che è più difficile far divertire che far piangere, come è più difficile dare un senso a un silenzio che a una frase: le pause di Macario, per esempio, erano più importanti delle sue battute.

Un'altra cosa fondamentale che ho imparalo in rivista — che chissà perché ci si è ostinati a chiamare teatro leggero, mentre e pesantissima da fare — è la disponibilità; e con la disponibilità il gusto di una recitazione direi quasi epica. I primi a fare teatro epico in Italia — ne sono convinto — sono stati gli attori di rivista. Forse è proprio in relazione a questa mia esperienza che Strehler - il magnifico - mi ha chiamato per interpretare Tiger Brown nell'ultima edizione dell'Opera da tre soldi di Brecht. E forse è anche in relazione a quella epicita che oggi come oggi tornerei a fare teatro di rivisla, se fosse possibile. E del resto con Giancarlo Sepe, il regista del Così è se vi pare di Pirandello che attualmente sto recitando, ho dei progetti in questa direzione. Ai tempi in cui facevo rivista, la cosa che mi colpiva di più era il clima di solidarietà, di profondo rispetto che legava tutta la compagnia e che permetteva a moltissime persone di lavorare insieme. E poi era entusiasmante il rapporto con il pubblico che li, in quel teatro, veniva per sognare. Mi ricordo le «prime» di Wanda Osiris, con la quale ho fatto compagnia. A Milano la Wanda era più importante della Scala: le «damazze» milanesi si facevano delle toilettes strepitose per i suoi debutti. C'era anche un detto: Milano, la Madonnina, il panettone e la Wanda. Un giorno la rivista è morta. Aveva incominciato a morire un poco con l'avvento della commedia musicale di imitazione americana. Finchè è stato impossibile fare teatro di rivista: i costi erano proibitivi (oggi addirittura è difficile mettere insieme soltanto quattro attori); le grandi soubrettes come la Wanda, la Giusti, la Maresca si sono ritirate; la televisione produceva con minori costi. Sono mancati anche gli autori, ma soprattutto e venuta meno la caratteristica fondamentale delta rivista: la satira politica. Oggi su chi possiamo costruire la satira: su Fanfani? Ma sono trent'anni che la facciamo, non fa piu ridere nessuno, fa solo piangere.

Gianni Agus, «L'Unità», 29 gennaio 1983


1984 11 04 La Stampa Gianni Agus intro

«La Stampa», 4 novembre 1984 - Gianni Agus


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ROMA. Gianni Agus, la «spalla» più famosa del varietà televisivo italiano, e morto ieri a Roma per un infarto. L'attore era nato a Cagliari il 17 agosto 1917, aveva esordito in prosa; poi si era dedicato alla rivista come partner di Wanda Osiris, con cui aveva lavorato per tre stagioni. Gianni Agus maturò anche numerose esperienze cinematografiche, recitò accanto alla grande Anna Magnani, al «maestro» Vittorio De Sica, a Totò nel film «I due marescialli» ed a Ugo Tognazzi nel «Federale» (1961). In teatro fu diretto anche da Giorgio Strehler, e così i) regista lo ricorda: «Con Gianni Agus esce di scena un attore che ha onorato la sua professione per quarant'anni con una versatilità ed un entusiasmo sempre vivi. Agus è sempre stato presente in infiniti avvenimenti, assai diversi l'uno dall'altro, dalla rivista al teatro drammatico. Io ho avuto modo di averlo come interprete nell'"Opera da tre soldi" di Bertolt Brecht. Il suo "capo della polizia" è stato per me un esempio bellissimo. Addio Gianni, compagno della mia giovinezza».

Secondo i criteri classici, il tragico è più alto del comico, e quella di far ridere è di conseguenza un'arte più bassa e forse^ meno ardua di quella di chi suscita, invece, il pianto. Però d'altro' canto sembra sempre più lecito il. sospetto che le cose non stianoi proprio così, perlomeno nei tempi nostri. Sta di fatto che almeno per quanto riguarda l'Italia da ormai, mozzo secolo, ossia da quando* Rosselli ni affidò le parti principali del suo film più tragico, «Roma città aperta», a due stelle della rivista (Fabrizi e Anna Magnani), ci si è resi conto che proprio gli attori liciti comici, specializzati nei ritmi e nei tempi inflessibili della farsa e> del varietà, possono rendere superbamente anche nell'altra chiave. Gianni Agus è stato uno dei tanti a confermare tale realtà: comico di formazione, straordinaria spalla di alcuni dei mattatori più formidabili, come Totò, Peppino De Filippo, Dapporto, Taranto, Rascel, Viarisio, e poi anche Vianello, Villaggio, il solo tener testa ai quali, conio egli stesso qualche volta faceva notare sommessamente, significava alzarsi al loro livello - fu sporadicamente, e negli ultimi anni abitualmente, ospitato anche dal teatro cosiddetto serio.

Certo, per trovarsi cosi a proprio agio nei due mondi bisogna possedere quella cosa sempre più rara che si chiama mestiere, conquistato sul campo, a forza di lavoro e di lavoro diversificato: nessun attore di oggi potrà più contare su di un curriculum così vario come quello dei tempi andati, quando le compagnie rinnovavano continuamente il repertorio, e bisognava coltivare la versatilità. Oltre all'allegria e al senso dell'umorismo (chi altro avrebbe accettalo di fare la pubblicità a una dentiera?), Agus aveva dunque moltissime ùa insegnare ai giovani. Agus e:-a sardo di nascita, il che può spiegare in qualche modo il suo caratteristico controllo alle alte velocità, certo dovuto a una concentrazione eccezionale: la sua specialità era infatti l'arrabbiatura a freddo, numero che diventò quasi proverbiale nella macchietta televisiva dell'avversario di Pappagone, puntualmente esasperato fino al parossismo dal vaniloquio del personaggio inventato da Peppino; ma anche in altre creazioni il suo ritmo sembrava frenetico fino al surreale, evitando di diventare banalmente stentoreo per la grazia con cui era organizzato.

Agus fu dunque per moltissimi ' anni nel teatro leggero in tournée con Peppino, per esempio, in farse tipo «Come si rapina una banca» e «L'amico del diavolo»; o accanto ai vari mostri sacri la cui tana era il Lirico a Milano o il Sistina a Roma, Wanda Osiris innanzitutto, al cui fianco rimase per tre stagioni, e poi i surricordati Rascel e Dapporto, durante una tournée col quale ultimo, in «Giove in doppiopetto», trovò la compagna di tutta la vita sposando una bellissima ballerina venuta dall'Austria. Anche in cinema, alla radio, cui dedicò un'ampia parte della sua attività, e soprattutto in televisione, la popolarità gli venne da apparizioni nel genere brillante, dove disegnò una serie inesauribile di caratteri e di antagonisti, mariti traditi, capuffici odiosi, maggiordomi astuti e via dicendo. Alle macchiette era arrivato col tempo, che appena diplo- mato al Centro Sperimentale, quando i maestri erano Blasetti, Pasinetti, Sharov, era entrato in una compagnia di prosa, la Merlini-Cialente, e in seguito era stato anche con Ruggeri. Non sorprende dunque, anche in base a quanto si diceva all'inizio, che la maturità gli riservasse escursioni nel genere cosiddetto alto, con Strehler per un'edizione dell'«Opera da tre soldi», con Missiroli per «I giganti della montagna»; più di recente ci sarebbero stati anche Shakespeare e Molière, e da ultimo le stagioni con Sequi allo stabile bresciano, culminate con una difficile pièce di Julien Green, prima della quale un'avvisaglia della malattia gli aveva negato l'incontro con un autore tipicamente moderno, che proprio per attori moderni come lui concepì sempre i suoi lavori: Eugène Ionesco.

Masolino d'Amico, «La Stampa», 5 marzo 1994


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Paolo Villaggio che l'ha avuto come partner in numerose gag del suo Fracchia è un torrente di parole. «In genere quando mancano persone alle quali non sono legato affettivamente, ho il cinismo di prendere le distanze da queste morti. E per Agus avrebbe in fondo dovuto essere così. Invece quando ho saputo mi è venuta addosso una sensazione precisa di vedovanza. E' una parte della mia vita che se ne va. Una spalla Agus? Un formidabile attore.

Pappagone senza Agus non era nessuno. Fracchia senza Agus non sarebbe esistito. Fracchia era un personaggio che parlava poco, afasico. Era dunque Agus che dava i tempi. Lui che durante la scena s'incazzava sempre più con questo Fracchia incapace che cadeva giù dalla poltrona e allora gli urlava: "Ma cosa fa! Venga su!", creando un clima assolutamente comico. La sua risata invadente, con quei dentoni diventava tutt'uno col comico. Benigni e Grillo sono dei monologhisti: dicono cazzo e sanno colpire la moralità cattolica dei telespettatori e fanno ridere. Allora la comicità era astratta e si doveva far ridere con i tempi comici. Fracchia si sedeva in punta di chiappa sulla poltrona: una larva d'uomo, che perlopiù taceva.

Era Agus a scandire i tempi con l'istinto del talento. Perché non si provava mai e si creava tutto a braccio. Sempre lui che sapeva quando la scenetta doveva terminare e urlava: "Fuoooori!". Alla fine mi abbracciava e non abbiamo mai rivisto ciò che abbiamo fatto. Sa che pensavo di tornare in tv proprio con la scenetta di Fracchia che va in negozio per comprare un barchetta di un metro e cinquanta, e trova Agus che gli vende la Forrestai. Io spaventatissimo per l'acquisto tremendo uscivo, poi rientravo e con quella voce orribile dicevo: "Senta, ma quei 5 mila uomini di equipaggio, non ce lo dica che io non li volevo". E Agus: "Fuooori!". Adesso la sua morte. E mi resta l'opprimente sensazione di vedovanza».

nev. bon., «La Stampa», 5 marzo 1994


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Raimondo Vianello lo conosceva dai tempi in cui insieme si trovarono in compagnia con Wanda Osiris. Nasconde la commozione: «Grazie di darmi l'opportunità di ricordare un amico carissimo e un grande professionista. Oltre all'attore dai tempi eccezionali ricordo l'uomo generoso. Erano i tempi della Wanda. Io appena arrivato e lui già, come si diceva una volta, attor giovane in prosa. Incuteva rispetto. Poi tanti programmi insieme in tv.

Non era una spalla, era un grande attore con molto spirito. Restava lui il vero protagonista. Ti dava la possibilità di lavorare di reazione. Disponibile in modo estremo. Ho visto per caso l'altro giorno, insieme con Sandra, una trasmissione degli Anni Ottanta "Stasera niente di nuovo". Gianni era bravo da fare impressione. Impersonava un funzionario Rai al quale io e Sandra proponevamo dei programmi, e lui, severo funzionario ascoltava poi si trasformava e cominciava a ridere: rideva, rideva come solo lui sapeva fare, divertito dal nostro racconto; poi s'interrompeva di colpo: "No, questo non si può fare". E noi: "Ma perché?" e Agus: "Voi non sapete chi ho sopra di me". Insomma ci siamo goduti la sua grande interpretazione dai tempi perfetti.

Grande attore di prosa aveva recitato in "I giganti della montagna" e ne rideva come se si prendesse in giro. Infatti in qualche scketch, mi buttava là a braccio: "Ma lei sa che io ho fatto i 'Giganti della montagna?', me lo ricordava per ridere dandomi l'opportunità di replicare. Adesso mi viene in mente un po' tutto, e resta quel dolente rimpianto di non esserci rivisti come in fondo desideravamo».

nev. bon., «La Stampa», 5 marzo 1994


1994 03 06 L Unita Gianni Agus morte intro

«L'Unità», 6 marzo 1994


1994 03 06 Corriere della Sera Gianni Agus morte intro

ROMA — L’attore Gianni Agus è morto venerdì nella sua casa a Roma a 77 anni. Era nato a Cagliari. I funerali domani a Roma nella chiesa di Sant’Agnese, alle 10,30.

1994 03 06 Corriere della Sera Gianni Agus morte f1Attore viveur, sorridente per natura e per contratto, a suo agio nel comico come nel drammatico. Gianni Agus non se la prendeva se lo chiamavano «spalla». Spalla di Totò. di Dapporto, di Tognazzi, del commediante dell’arte De Filippo Pappagone, di Villaggio Fracchia, che assecondò come diabolico capufficio in «Quelli della domenica». C’est la vie. c’est il teatro. Agus ribatteva che una scenetta comica è come una partita di tennis: se non si risponde a ritmo, addio.

La carriera, di cui aveva festeggiato nel '90 il cinquantenario, Agus l’aveva iniziata scappando a Roma da una seria famiglia d’avvocati sardi. Riscaldato dal sacro fuoco dell’arte studiava al Centro sperimentale con 5.000 lire al mese.

Con la Wanda

Nel ’30 fu notato da Simoni come attor giovane alla combattuta «Piccola città» di Wildor con la Merlini, poi passò con Ruggeri. Galdieri, che aveva fiuto, vide subito dietro a quell’artista drammatico lo stampo di un completo entertainer di rivista che sapeva cantare. ballare e guardare in faccia il pubblico dell’Italia divisa in due dalla guerra. La prova del fuoco al fianco di Totò e della Magnani in «Che ti sei messo in testa», dove ogni sera si recitava a soggetto. Totò gli fu maestro dell’arte di arrangiarsi in scena. E la rivista rimase il grande amore, anche se il borghese Agus non distingueva tra teatro serio o frivolo: «Basta lavorare seriamente».

Parole sante. Pur desiderando di recitare Iago, Agus rimase a lungo in scena con Wanda Osiris, anche in un calesse con cavalli veri, ed ebbe con lei un’affettuosa amicizia consolidata da mille c una passerella. Tra i suoi successi c'è nel '54 «Giove in doppiopetto» di Garinei e Giovannini in cui era lo schiaffeggiato marito di Delia Scala, cornuto per meriti divini. Il marito vero lo fece con Lilo Weibel, una soubrette austriaca che gli diede un figlio, David.

I Caroselli

Il grande pubblico lo conosce per la pubblicità, per il Festival di Sanremo ’58, l’anno di Modugno e di «Volare», per film popolari come «Giuseppe Verdi», «Susanna tutta panna», «Il federale», «I due marescialli» e altri titoli cult dei B movies all’italiana. In tv era stato un precursore, partecipando nel ’56 al varietà «Lui, lei e gli altri», cui seguirono «Canzonissima». «Bambole non c’è una lira», «Al Paradise» e altri show da sabato sera.

Un pubblico più sofisticato l’apprezzò negli ultimi anni nel teatro impegnato, quasi che la sua maschera di mediatore sorridente, scavata dalle rughe, si fosse intestardita a veder nero. Peter Ustinov lo chiamò alla Scala per «Una prova di matrimonio» di Gogol e Mussorgski; Enriquez lo scritturò in «Salomè»; con Strehler fu il capo della polizia Tiger Brown nell’«Opera da tre soldi» brechtiana con Modugno e Milva. Per Missiroli fu il Conte dei «Giganti della montagna», con Sepe ebbe due begli exploit accanto alla Brignone. in «Danza di morte» di Strindberg e poi come Laudisi, voce dell’autore in «Così è se vi pare».

Eppure era sempre l’Agus che usciva nei siparietti del varietà per tenere «caldo» il pubblico in attesa di Dapporto o Totò. Non un mattatore, ma un capitano di lungo corso, fedele servitore di oltre due padroni, tre con i Caroselli. Quando accettò di pubblicizzare un prodotto per pulire la dentiera, Agus era in un periodo di magra, e quindi sorrise volentieri per consigliarne l’acquisto. Il caricaturista Onorato gli regalò in anticipo un necrologio affettuoso: «Fu il primo attore italiano in ordine alfabetico».

«Corriere della Sera», 5 marzo 1993



Prosa radiofonica

EIAR

Oh, Heidelberga mia!, tre atti di Wilhelm Meyer Foerster, con Fernando Farese, Silvio Rizzi, Carlo D'Angelo, Gianni Agus, Nerina Bianchi, regia di Enzo Ferrieri, trasmessa il 7 gennaio 1943, nel programma "B".

Filmografia

Inventiamo l'amore, regia di Camillo Mastrocinque (1938)
I figli del marchese Lucera, regia di Amleto Palermi (1938)
Napoli che non muore, regia di Amleto Palermi (1939)
Io, suo padre, regia di Mario Bonnard (1939)
Le miserie del signor Travet, regia di Mario Soldati (1945)
Femmina incatenata, regia di Giuseppe De Martino (1949)
Adamo ed Eva, regia di Mario Mattoli (1949)
Figaro qua, Figaro là, regia di Carlo Ludovico Bragaglia (1950)
Il più comico spettacolo del mondo, regia di Mario Mattoli (1953)
Ci troviamo in galleria, regia di Mauro Bolognini (1953)
L'incantevole nemica, regia di Claudio Gora (1953)
Giuseppe Verdi, regia di Raffaello Matarazzo (1953)
Il cardinale Lambertini, regia di Giorgio Pastina (1954)
In amore si pecca in due, regia di Vittorio Cottafavi (1954)
Susanna tutta panna, regia di Steno (1957)
Femmine tre volte, regia di Steno (1957)
La cento chilometri, regia di Giulio Petroni (1959)
Il federale, regia di Luciano Salce (1961)
Pesci d'oro e bikini d'argento, regia di Carlo Veo (1961)
I due marescialli, regia di Sergio Corbucci (1962)
Due samurai per cento geishe, regia di Giorgio Simonelli (1962)
I motorizzati, regia di Camillo Mastrocinque (1962)
Divorzio alla siciliana, regia di Enzo Di Gianni (1963)
Totò contro i 4, regia di Steno (1963)
Uno strano tipo, regia di Lucio Fulci (1963)
Totò sexy, regia di Mario Amendola (1963)
Totò e Cleopatra, regia di Fernando Cerchio (1963)
Le motorizzate, regia di Marino Girolami (1963)
Europa: operazione streep-tease, regia di Renzo Russo (1964)
L'immorale, regia di Pietro Germi (1966)
Il conte di Montecristo (1966, sceneggiato televisivo)
Il lungo il corto il gatto, regia di Lucio Fulci (1967)
La più bella coppia del mondo, regia di Camillo Mastrocinque (1967)
La vuole lui... lo vuole lei, regia di Mario Amendola (1967)
Soldati e capelloni, regia di Ettore Maria Fizzarotti (1967)
Peggio per me... meglio per te, regia di Bruno Corbucci (1967)
Franco e Ciccio... ladro e guardia, regia di Marcello Ciorciolini (1969)
I fratelli Karamàzov, regia di Sandro Bolchi (1969, sceneggiato televisivo)
Mordi e fuggi, regia di Dino Risi (1972)
Il gatto di Brooklin aspirante detective, regia di Oscar Brazzi (1973)
Ku-Fu? Dalla Sicilia con furore, regia di Nando Cicero (1973)
Il Colonnello Buttiglione diventa generale, regia di Mino Guerrini (1974)
4 marmittoni alle grandi manovre, regia di Franco Martinelli (1974)
Buttiglione diventa capo del servizio segreto, regia di Mino Guerrini (1975)
Il venditore di palloncini, regia di Mario Gariazzo (1975)
La pretora, regia di Lucio Fulci (1976)
Orazi e Curiazi 3 - 2, regia di Giorgio Mariuzzo (1977)
I carabbimatti, regia di Giuliano Carnimeo (1981)
Camera d'albergo, regia di Mario Monicelli (1981)
Culo e camicia, regia di Pasquale Festa Campanile (1981)
Fracchia la belva umana, regia di Neri Parenti (1981)
Sbirulino, regia di Flavio Mogherini (1982)
Questo e quello, regia di Sergio Corbucci (1983)
Quando calienta el sol... vamos alla playa, regia di Mino Guerrini (1983)
Matilda, regia di Antonietta De Lillo, Giorgio Magliulo (1990)


Riferimenti e bibliografie:

  • "L'avventurosa storia del cinema italiano", Franca Faldini e Goffredo Fofi, Cineteca di Bologna, 2011
  • Addio, Agus
  • Il Radiocorriere, annate varie.
  • Gli attori, Gremese editore Roma 2002.