Abbiamo ritrovato le bellissime di Schwarz

Nicola Maldacea


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Ogni anno le più belle del centro-europa mostravano le gambe al due fratelli di Vienna

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I due fratelli Schwarz, i due ex-orologiai viennesi che nel decennio 1930-40 diventarono i più grossi impresari europei di spettacoli di rivista. A sinistra Emilio, come appariva in un volantino pubblicitario del tempo; Arturo, l'uomo-cifra, la sentinella del botteghino. Emilio si occupava soprattutto della parte artistica. Ma quando, a ogni inizio di stagione, si trattava di scegliere le componenti del corpo di ballo, ci si mettevano tutti e due, e diventavano esclusivamente due paia d’occhi acuti e severissimi puntati sulle grazie delle viennesine delle scuole di ballo e delle agenzie di collocamento. Le prescelte venivano subito ingaggiate per un corso di istruzione speciale sovvenzionato dai due fratelli. Le escluse si preparavano per gli « esami di riparazione » della stagione seguente.

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Ecco, schierato sotto i riflettori, il celebre corpo di ballo degli spettacoli Schwarz come apparve vent0'anni fa nei grandi teatri italiani. Per raccogliere queste ventidue longilinee dai corpi quasi uguali i due impresari viennesi selezionavano ogni anno, una per una, centinaia di ragazze.

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Le ballerine che fecero conoscere hl pubblico del 1930 gli splendori della "nuova rivista" si sono quasi tutte accasate in Italia

Quando calarono le «Schwarz», l'Italia sobbalzò - disse una sera, nella redazione di un quotidiano milanese, il critico teatrale P., in mezzo a un gruppetto di giovanotti della cronaca. Disse proprio così, le «Schwarz» e «sobbalzò». Le «Schwarz», che poi furono, un po’ con affetto e un po’ con ironia dette le «schwarzine» : ed erano le ragazze di Vienna, di Monaco o di Berlino che Emilio e Arturo Schwarz, i due impresari dal profilo d’arciduchi portarono in Italia, sul palcoscenico dell’Excelsior a Milano, al cadere dell’anno 1929. I giovanotti che quella sera s’erano raccolti, seduti sui tavoli di redazione, intorno al critico teatrale P., erano tutti al di sotto dei trent’anni ; del 1929 avevano una memoria fatta dell’odore dei banchi di scuola. La calata delle viennesine del «Cavallino bianco» e gli entusiasmi che accesero, i clamori che suscitarono, i mucchietti di cenere - cuori e biglietti da mille - che lasciarono qua e là per l’Italia della Fiat 509. tutto ciò apparteneva a un limbo al di là dei ricordi.

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S’alzò allora un altro di quei tempi, uno che, quando l'insegna rampante del «Cavallino Bianco» apparve per la prima volta sulla porta del vecchio Lirico, il Lirico di prima dell’incendio con i palchi in velluto e la sbarra di metallo che correva lungo il parapetto del loggione, aveva sì e no trent’anni. Disse: «Fu nel dicembre. C’erano, su per i muri di Milano, certe locandine rosse, lunghe e strette : "Grandi Riviste Schwarz” ore 21,15: Donne all’inferno, 16 Revue girls, 24 Vienna girls, 24 Ballet Viennois. Fate il conto: quante donne erano? Forse sessanta. Furono alloggiate quasi tutte nel nostro albergo; nostro - dico - perché ci stavamo noi tre e cioè chi vi parla, il figlio di un commediografo celebre - è morto giovane ed era uno dei più bei ragazzi d’Europa, bruno, grandi spalle, la pelle color oliva - e un agente di cambio, tipo piuttosto in gamba, che ora ha fatto fortuna. L’albergo era l’Ambasciatori, sotto la Galleria del Corso, a due passi dal teatro. Ma allora si chiamava Imperiale. Anche il proprietario era un tipo in gamba. Concesse soltanto a noi tre di restare nell’albergo per tutto il periodo che vi alloggiò la "troupe” delle viennesi. Noi e loro, capite. Fuori, fin dalla seconda sera di spettacolo, i carabinieri. Per entrare nell’albergo, per infilarsi nello sgabuzzino dell’ascensore, ci voleva un lasciapassare firmato da un vecchietto napoletano, tutto rughe e ringhio, che non sapeva una parola di tedesco e comandava a bacchetta quelle biondone alte due volte lui.

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Uno dei grandi finali del «Cavallino bianco», al Lirico: si distinguono Maly Poduszuk, il ballerino Walter Flamm, Pierino Rosa e Milly

La notte, c’erano i carabinieri anche all’ingresso del palcoscenico, in via Beccaria. Le ragazze uscivano a pattuglie di quattro o cinque, impettite, rigide e sorridenti come sotto il fuoco dei riflettori. Portavano stivaletti di gomma, erano le prime donne che si vedessero in Italia calzate a quel modo e ricordavano le cavallerizze dei circhi. Correvano in albergo, niente deviazioni per i lo cali notturni che pure, in quell’anno, a Milano, chiusosi definitivamente l’altro dopoguerra, pullulavano, pieni di donnine con la frangetta sugli occhi, la vita lunga e la gonna corta al ginocchio. Alle sette del mattino, nei giorni di prova, già dovevano essere in teatro e guai alle ritardatane. C’era, direttore di scena, Rudi Bauer, che ora a Roma fa il segretario di Totò. Nessuna sfuggiva al controllo del suo orologio. Era un orologio dal quale scoccavano, come scintille, multe equivalenti al foglio-paga giornaliero dell’intera compagnia».

I racconti di quelli che hanno vissuto quel periodo a Milano, nel pieno della giovinezza e nel giro stretto di alcune strade con luci di teatri, alberghi e trattorie, hanno tutti questo tono confidenziale e un tantino piccante. Erano anni notturni, con le prime pubblicità luminose sui palazzi davanti al Duomo, l’omino che si guarda la scarpa scintillante, il cane accucciato davanti al grammofono a tromba. In piazza Cavour, invece del palazzo dei giornali, sorgeva un placido albergo caro agli ozi di Eleonora Duse. Alle cinque del pomeriggio, preceduta da un levriero bianco, passava per via Manzoni la chioma cenerognola di Guido da Verona; dopo la mezzanotte i giornalisti si incontravano da Cassé, osteria di lusso, corso Vittorio Emanuele 26; i primi ritrovi da Bagutta; l’ultima stagione d’oro del Savini. A vent’anni di distanza i racconti diventano fiaba: quei tre giovanotti chiusi nel vecchio albergo con le sessanta donne del serraglio viennese; i tre giravano per i corridoi in pigiama rosso e cache-col di seta.

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«Le quattro più squisite grazie di queste grandi riviste», come dicevano i volantini dei programmi, erano Greta Hornik, Lil Sweet, Maly Podszuk e Olly Gebauer, che nella foto accanto appaiono nell’ordine. Lil Sweet, la seconda da sinistra, è ora la moglie di Armando Falconi (sotto).
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Lil Sweet come è oggi nella sua casa di via Buffoli a Milano. Armando Falconi che, come è noto, fu l’innamoratissimo marito della indimenticabile Tina Di Lorenzo, ha in Lil Sweet una dolce compagna e una vigilante infermiera.

Da dietro le porte chiuse venivano bisbigli e fili di mupica; le ragazze ascoltavano dischi prima di addormentarsi, mettevano nel braccio del grammofono aghi per cucire spezzati a metà e ottenevano così suoni sottilissimi, musiche da camera d’albergo nelle ore piccole. Quella del 1929 all’Excelsior di Milano fu la prima ondata delle «schwarzine». Non sapevano una parola d’italiano, erano assolutamente all’oscuro di tutto ; l’anno dopo tornarono con elenchi di indirizzi e prontuari di numeri telefonici. Cominciava la dolce conquista ma la base di partenza era sempre Milano, la Milano della sartoria Palmer; nel ’31 Kiki debuttava all’Arcimboldi, il teatrino di via Unione, sopra il Circolo dei Bersaglieri, in un atto unico di Dario Niccodemi. Fuori pioveva, nei corridoi del piccolo teatro c’era un profumo di «marrons glacés» ; e gli zigomi di avorio, la crestina d’organdì e le calze nere di Isa Miranda che faceva, in scena, la camerierina e si chiamava, nella vita, Ines Casali.

Gli spettacoli di Arturo ed Emilio Schwarz stanno all’origine della rivista alla maniera d’oggi, sfarzo, coreografia, grandi mezzi, belle donne, ecc. ecc. I due fratelli Schwarz si ispiravano del resto ai modelli parigini del Casinò e delle Folies. Il fatto è che furono i primi a esportare il genere, da Vienna, in Italia; e, col genere, le donne, quelle longilinee dalle gambe che non finivano mai, «hanno nel corpo il biondo e il dolce del miele che si raccoglie nel Wiener-Wald» scriveva un cronista di quelle serate lontane.

Essi erano infatti, soprattutto, dei grandi esportatori. Esportavano donne dal Mittel-Europa, come avrebbero esportato arance dalla Sicilia o dalla California; con la differenza che dei frutti maturati al sole del Danubio sceglievano uno per uno i campioni, prima di spiccarli dai rami delle varie scuole di ballo viennesi e delle grandi agenzie di collocamento li osservavano a lungo, col metro del sarto ne prendevano le misure. Erano in tre a far da commissione esaminatrice, Emilio, Arturo e la moglie di Emilio, Maly Podszuk, la prima ballerina della compagnia, quella bionda alta e possente che in ognuna delle vecchie foto degli spettacoli Schwarz sta sempre al centro delle grandi parate di fine atto.

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GESTISCONO UNA CARTOLERIA - Nella foto a destra, la prima e la terza ragazza sono due delle quattro sorelle Jellinek, Mimy e Rosy, le due che sono rimaste in Italia. Quella in mezzo è Josephine Leidenfrost, la suicida per amore. Le altre due sorelle Jellinek che facevano parte del balletto Schwarz - Grete e Jolanda - sono tornate a Vienna. Rosy e Mimy lavorarono per qualche anno in compagnie italiane minori. Poi Mimy si è sposata a Roma e suo marito ha aperto un negozio di cartoleria in una strada vicino a piazza Navona. Se entrate nel negozio (foto a sinistra) troverete, dietro il banco, anche la sorella Rosy. Vendono quaderni ai ragazzini, sorridono tranquille quando ricordano i loro anni di teatro.

Arturo ed Emilio avevano cominciato come direttori di locali notturni a Vienna; il «Ronacher», il «Femina». Erano teatri e ristoranti insieme, su quelle esigue ribalte a pochi metri dalle tovaglie candide, dai secchielli per lo spumante, dai piatti fumanti di Wurstel e di gulasch, passarono tutti i più grossi nomi dell’operetta, della rivista e del varietà del centro Europa, da Marlene Dietrich a Lilian Harwey, ad Harry Stolberg, a Jenny Jugo, a Lotte Menas, a Clara Tabody; all’insegna degli spettacoli Schwarz Vienna si riconosceva ancora la capitale di un impero che viveva ogni sera dalle dieci alle due alla luce degli abat-jour, l’impero degli arciduchi da operetta che si movevano al ritmo delle musiche di Benatzky, di Stolz e di Fritz Lenher, i piccoli Strauss di quel primo dopoguerra. Al «Ronacher», prima del ’15, c’era un ballerino di sala che si chiamava Hermann, era molto giovane, magro, distinto e profumatissimo; allo scoppio della guerra si arruolò come aviatore e di lui non si sentì più parlare fin dopo il 1930 quando cominciò a circolare con una certa insistenza nelle cronache del movimento delle Camicie Brune il nome di un tale Hermann Goering. Nel frattempo i due Schwarz erano arrivati allo Stadthcaler di Vienna, stava per cominciare il loro grande periodo italiano.

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Fu l’impresario Riboldi, della Suvini-Zerboni, che li portò in Italia, a Milano, all’Excelsior, che doveva essere inaugurato con. uno spettacolo eccezionale; venne mandato a Vienna, in avanscoperta, Mario Mattoli che allora non era né così vasto né così noto ; il 4 dicembre del '29, il debutto. Quelli che appartennero subito all'entourage degli Schwarz, o perché lavoravano con loro o perché entrarono con loro in rapporti d’amicizia, ci sono ancora. Riboldi è sempre dietro la sua scrivania direttoriale carica di fotografie d’attori e d’attrici, di cifre di * borderò» e di volantini di programmi ; Luciano Ramo, che poi doveva diventare, degli spettacoli Schwarz, traduttore e regista, lo potete trovare, in certe ore del giorno, seduto al tavolone rotondo della sala stampa al Palazzo della Posta di Milano a giocare a carte con antichi colleghi in giornalismo: e in certe altre ore, nel buio di una platea vuota, a dirigere - a furia di battute e di scatti di nervi, tutto alla napoletana - le prove di qualche nuovo spettacolo di rivista.

Enrico Civita, che con la compagnia degli Schwarz trascorse, come ballerino, una decina d’anni, compare a mezzanotte in punto fra i tavoli d’un noto locale notturno e dall’occhiata d’intesa che gli lancia l’orchestra, dall’impercettibile trasalire dei camerieri si capisce che è arrivato il direttore. Qualche volta, in un angolo della sala, si ritrova con gli amici di allora - i nottambuli del 1930, cari alla matita di Giorgio Tabet - e tutti insieme fanno le ore piccole parlando di Emilio, di Arturo, e «ielle «schwarzine». «Emilio» dice Civita «era alto, massiccio, imponente; Arturo, l’uomo del botteghino, quello che sapeva a memoria le cifre di tutti gli incassi di un anno, era forse più elegante e distinto del fratello ; ma, affetto da atassia locomotrice, trascinava una gamba. Vi veniva incontro zoppicando: “Ah, mon ami, nous avons perdu ce soir!" “Com-ment, vous avez perdu, Herr Director?” “Ah, oui, mon ami...” E sospirando vi raccontava che l’anno prima, quello stesso giorno, si erano incassate cinquecento lire di più. Tutti e due nel labbro sporgente pronunciatissimo denunciavano la discendenza ebraica, quella che, finito il felice decennio italiano, doveva essere la causa di tutti i loro guai. Emilio aveva un piccolo cane, un microscopico Benpintscher, si chiamava Dill e stava abitualmente in una tasca della sua giacca; faceva capolino 8paventatissimo soltanto agli urli dell’Herr Director alle prove: “Catastròfe, catastrofe" sentivano gridare Emilio da tutti gli angoli del teatro, ogni volta che una delle "girls" sbagliava mezzo passo; e lui ricadeva affranto sulla poltrona direttoriale e faceva ricominciare da capo; così tutti i giorni, durante il periodo d’allestimento degli spettacoli, dalle sette del mattino alle cinque del pomeriggio.»

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Nella loro casa ai Parioli Milly e Mity Mignone, che furono due « schwarzine » nostrane. Mity (a sinistra nella foto) è la moglie del regista Mattoli. Tornata dall’America, dopo dieci anni, Milly ha ritrovato il suo pubblico. «A Milly. Umberto» dice la dedica della fotografia dell’allora Principe di Piemonte. È una grande foto incorniciata d’argento che Milly tiene fra i ricordi più cari. Quando debuttò a Torino nel ’27 Umberto di Savoia le inviò in camerino una grande « corbeille », a forma di cuore, di garofani rossi.

Solo con questo rigore, evidentemente, potevano essere raggiunti certi risultati, non per nulla il pubblico se n’accorse, se ne accorse anche la cosiddetta «jeunesse dorée» ( per la verità, non eran proprio tutti giovani): quella degli abbonamenti alle barcacce, dei grandi mazzi di fiori inviati al camerone delle ballerine, delle automobili ferme, dopo la mezzanotte, alla porta del palco-scenico. Erano abituati alle «sciantose» che facevano «la mossa» ai «dessous» ambigui e fastosi del can-can, all’aura pittoresca e un poco torbida del vecchio varietà e del caffè-concerto e in quel rigore quasi marziale della «troupe viennese» ritrovavano una pulizia, quasi un'innocenza, per lo meno un candore da favola nordica, non si trattava più d’uno spettacolo quasi vietato alla pruderie della cosiddetta buona società. Si sapeva benissimo che metà della paga delle ragazze-Schwarz «doveva» andare in cipria, acqua di colonia e sapone ; tutte, la stessa qualità di rossetto; tutte, alla partenza da Vienna, un dizionario tedesco-italiano nella valigia e ima guida artistica delle città comprese nella «tournée». Queste cose facevano effetto sui soci del «Clubino» di via degli Omenoni ; e sugli altri. S’era costituito un gruppetto degli «amici delle Schwarz». Le seguivano, in automobile o in treno, nelle varie piazze ; si sottoponevano a corsi accelerati di lingua tedesca; in occasione di una partita di calcio Austria-Italia a Vienna organizzarono una comitiva che non mise piede allo stadio del Prater ma si riversò tutta, la sera, al «Femina», volevano, del fiume biondo e roseo che aveva messo la foce al Lirico di Milano, scoprire la sorgente. E, «le» sposavano, come «le» sposavano. Pagavano le «penali» ai due impresari e si portavano via le «girls». I due fratelli dovevano ogni anno rifornirsi. Dal «Cavallino Bianco» a «Danubiana» al «Bertoldissimo», alla «Lanterna di Schwarz», a «Casanova», non fu che una continua importazione, un continuo emigrare a Sud delle «colombelle di Santo Stefano», come le chiamava un cronista galante.

Emilio Schwarz morì in miseria, a New York, nel 1946. Lui e Arturo avevano dovuto abbandonare l’Italia e l’Austria dopo le leggi razziali. La loro casa e i loro averi, a Vienna, furono sequestrati. Tentarono, in America, di rifarsi con i locali notturni, Emilio aprì un «Montecarlo» e poi un «Old Europe» ; speculazioni sbagliate, lui era troppo vecchia Vienna, troppo Danubio blu per metter radice nell’America del secondo dopo guerra ; si ridusse alla fame. Quando mori, la moglie Maly e il quasi immobilizzato Arturo non seppero come fare a seppellirlo. Intervennero alcuni amici. Di lui sono rimaste, in Italia, certe vecchie fotografìe; nelle case delle sue ex ballerine coi primi fili grigi alle tempie, dei bambini, un marito, i ricordi.

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RIVALE DI LUCY D’ALBERTRIVALE DI LUCY D’ALBERT - Charlotte Bergman, una delle «schwarzine» rimaste a Napoli e passate nelle riviste del «Fiorentini» e del «Nuovo». Era la rivale di Lucy D’Albert. Ora lavora in un negozio d’abbigliamento maschile.

Una per una, le «schwarzine», siamo andati a cercarle. Ecco a Milano Lil Sweet, la moglie di Armando Falconi. È una signora coi capelli brizzolati, il volto fresco. Sta in una casa di mezza periferia, su all’ultimo piano, il salotto è tappezzato di fotografie di Armando Falconi e Tina di Lorenzo. Il vecchio attore è immobilizzato su una poltrona, la faccia che pare un cero, con la fiamma dello sguardo, azzurra e stanca : «Come potrei fare» dice «senza di lei ?». Lil Sweet è da anni la sua infermiera, in quella casa che è come una conchiglia piena di sussurro delle memorie, cinquantanni di teatro. Lil Sweet era una delle quattro «soubrettes» della compagnia Schwarz, fin dalla prima tournée» in Italia, fin da quel 1929 a Milano, Teatro Excelsior, «Donne all’Inferno» : lei e la Maly Podszuk, la Greta Hornik e la Olly Gebauer : «Le quattro squisite grazie di queste grandi riviste», dicevano, nel più puro stile Liberty, i volantini dei programmi. Quando ricorda come cominciò a lavorare per il teatro, dalle sue parole esce la storia di una ragazza di sedici anni che abitava in Brigittenau nella Vienna dell’altro dopoguerra e ogni mattina s’alzava alle sette, prendeva uno di quei piccoli e vecchi tram che passano sferragliando i ponti sul Danubio e correva alla lezione di canto; alle dieci la prova allo «Stadtheater» ; la sera lo spettacolo che durava fino alle undici; dalle undici all’una di notte, a ballare al «Femina», per guadagnare qualcosellina di più. Poi cominciarono i viaggi in Italia, ci fu l’incontro con Armando Falconi. Al Deutsches Thea-ter di Monaco di Baviera, l’addio al pubblico, finiva la storia di Lil Sweet, cominciava quella di una signora i cui capelli a poco a poco diventarono grigi in una casa dove anche i ninnoli parlano di teatro, accanto a un grande attore infermo, con la faccia che pare un cero.

Una di quelle che ebbero allora maggior successo in Italia, fin dal primo anno, fu la Tessy, una bionda di Monaco. («Cominciammo insieme da Gruss, eravamo giovanissime tutt’e due» dice Lilly Minas, guida discreta e informatissima in questo pellegrinaggio alle «roses du temps jadis».) «Questa è la Mizzi, e quella è la Lizzi» - scrivevano i cronisti galanti rifacendo il verso ai gaudenti delle barcacce -

«La biondina là in fondo è la Tessy, che splendore di fanciulla!» Tessy Lohner sta ora a Genova, abita in una larga strada della Foce, è sposata e ha una bambina. Si ricorda di quando, ai suoi inizi, sostituiva Lilian Harwey e ne indossava tutti i costumi; e di quando Hans Gruss, lo Schwarz di Monaco, entrava nel carrozzone delle ballerine prima dello spettacolo e le ispezionava una per una, con una lampada tascabile, guardava se erano a posto i costumi e il trucco; e di quando a Roma le si mise intorno, a farle una corte serratissima, un alto gerarca del Partito e fu l’episodio dal quale derivò forse la mancata concessione della Commenda della Corona d’Italia agli Schwarz, onorificenza che pure era stata promessa ai due impresari viennesi personalmente da Mussolini. E quella sera che, a Milano, all’ingresso dell’Excelsior, quattro o cinque distinti signori s’inginocchiarono sul marciapiedi al passaggio di lei e della Gebauer che uscivano a braccetto, si tolsero cappotti e giacche - era gennaio, c’era neve nell’aria - e li gettarono ai loro piedi? Tutte queste cose raccontava, nel tardo pomeriggio di una domenica di maggio, alla compagna di vent’anni fa, una signora bionda dal volto un poco stanco; intorno i mobili di un salotto borghese nella Genova alta e luminosa della Foce. Verso sera rientrarono la bambina Lilly e la nonna. Tornavano dal cinema, erano andate a vedere «Viale del Tramonto».

Nel gruppo degli amici degli Schwarz, in quella sorta di club viaggiante da una barcaccia all’altra dei teatri d’Italia, era fatale che s’inserisse il profilo ironico di Giorgio Tabet. Tabet era allora un giovanotto brillante, con in tasca un taccuino e una matita, sempre in mezzo alla gente, nei ridotti dei teatri, nel recinto del «Peso» a San Siro, al «Club dei Dadi» o alla «Famiglia Meneghina». Prendeva la gente di faccia o di profilo e la metteva, con quella sua matita precisa e sicura, sul taccuino. Prendeva, alle prove, le viennesi del «Cavallino Bianco» e le metteva sul taccuino. Spunta, in certi suoi disegni, dalla platea vuota del Lirico, davanti al boccascena popolato di figurette sgambettanti, la grossa testa di Emilio Schwarz accanto a quella beffarda e riccioluta di Memo Benassi e a quella bonaria di Luigi Riboldi. Fanno capolino da un angolo i personaggi tipici dell’«entourage» milanese degli Schwarz; Jack Basiini, Cento Mangili, il colonnello Pietro Bessero. Quante volte la matita di Tabet indugiò sul profilo delicato e deciso di Ridi Fahringer, una delle «Show girls» ? Ridi è ora sua moglie ; stanno in una piccola casa sul mare a sud di Cecina, non lontano dai cipressi carducciani di Bolgheri. Tabet lavora in una stanza piena della luce che viene dalla spiaggia, se alza gli occhi vede suo figlio correre tra i pini. Ridi è una viennese puro sangue è nata nell’Opernring, in pieno centro. Ha una sorella, Mady, che era ballerina con lei e ora è pure sposata. Con quel suo naso bizzoso, che una volta si sarebbe detto parigino, Ridi è la donnina che spesso appare sulla sovracoperta di una nota collana di romanzi, a figurare la protagonista o il più importante personaggio femminile; Tabet non s’è ancora stancato di inseguire, con la matita, quei suoi lineamenti irregolari e dolci. L’inviato di EPOCA lo trovò che stava per cominciare, di lei, un ritratto ; da mettere accanto a quello del figlio, appena ultimato.

Se entrate in una piccola cartoleria di via Sant’Agostino a Roma, vicino a piazza Navona. troverete due delle quattro sorelle Jellinek. Ah, le Jeliinek, vi diranno i patiti di allora : Jolanda. Greta, Rosy, Mimy! Quattro bionde dalla dolcezza un po’ ridondante, ma così salda e trionfale. Bene, abbiamo visto, dietro il banco della piccola cartoleria, una signora con un abito a giacca marrone, i capelli che davano nel rossiccio : Mimy, appunto. Suo marito, un uomo traverso e un po’ brizzolato, mostrava a un cliente delle bilancine di precisione per pesare le lettere. Il giorno dopo, dietro quello stesso banco, c’era Rosy, la sorella: due gocce d’acqua, o quasi. Il «tailleur», questa volta, era grigio.

Di quelle che, come le Jellinek, sono restate in Italia ma non hanno fatto grossi matrimoni e hanno dovuto continuare a lavorare, magari negli avanspettacoli, la più allegra, forse perché è una delle più giovani - venne in Italia con la compagnia del 1935 insieme a Clara Tabody - è Greti Horovitz, la viennesina solitaria che se ne sta in una casa alla periferia di Roma, sulla Circonvallazione Gia-nicolense. È divorziata da uno del cinema e sta per sposare un ufficiale inglese dal quale ha avuto una bambina ; una piccola Katleen che studia danza da Herman in via Margutta e che, se vuoi, ti fa un bell’inchino e ti canticchia in tedesco la romanza più celebre del «Cavallino Bianco»: «Die ganze Welt ist - Himmel blau...» e la mamma segna il tempo col piede, se riesce a resistere alla tentazione di alzarsi e di rifare i passi di quel «refrain». «Negli occhi tuoi - c’è un non so che...», come quando era ballerina di fila.

Le meglio «piazzate» furono, naturalmente, le più difficili da avvicinare : quella Wilma Tuerk, per esempio, moglie di un nobile romano - è anche un professionista affermato - che ci ricevette in piedi in un’anticamera austera e tradiva una preoccupazione sottile nelle mani strette una all’altra, aveva il sospetto nel bianco degli occhi. Molte di loro rinnegano il passato, non vogliono più sentirne parlare; quando, pregate dalla compagna di allora, traevano da cassetti chiusi a chiave le antiche fotografie nelle quali appaiono in costumi di lustrini con penne, strane code, altissimi aspri, si guardavano intorno, che non ci fossero occhi indiscreti di familiari, tanto meno quelli del marito. Cosi quell'Anny Moser, che vive pure a Roma ed è sposata a un deputato del parlamento regionale siciliano e non accettò che un appuntamento fuori casa, a Villa Borghese, ci venne con un passo quasi furtivo, il volto mezzo nascosto da un paio di occhiali scuri. Eppure sono le stesse che, nel '32, all’Adriano di Roma, al trotto allegro del «Cavallino Bianco» entrarono coi loro costumi succinti nelle fantasie dei più brillanti scapoli e rompicollo romani, strategicamente distribuiti nelle poltrone di prima fila. «Gesù, che tristezza : quanti anni» esclamò uno di quelli, che rompicollo e scapolo non è più, quando vide le antiche foto delle «schwarzine», gliele passavamo una per una sul tavolo della trattoria dove era seduto a cena : «Guarda la Lucy, la Lucy Schulz : occhi azzurri e frangetta a punta. Mi hanno detto che ora dirige un istituto di bellezza qui a Roma. E questa è la Horwat. Angela, già. È sposata, sapete ; molto bene, un avvocato. Ha due bambine e una casa ai Paridi. Rubai per lei, allora - o era un’altra ? Non ricordo bene - una camicia da notte di mia sorella, finissima, di pizzo. M’ero dimenticato che quel giorno cadeva il suo compleanno. Mi venne in mente la sera, al botteghino del teatro e, voi capite, tutti i negozi erano chiusi... Josephine Leidenfrost, ecco qua. Bellina e malinconica, pareva che già sapesse quel che l’aspettava. Infatti, si è uccisa. Per amore, proprio; per amore di un italiano, che si tolse la vita con lei. Queste “schwarzine”. Non tutte sono finite bene, cari amici».

Milly non è una di quelle calate d’oltralpe con la compagnia viennese. Milly è di Alessandria e quando Schwarz venne in Italia, era già una «soubrette» affermata, nel 1927 aveva debuttato al Chiarella di Torino e il Principe di Piemonte, «habitué» d’ogni sera in un palco di proscenio, già le aveva inviato un’enorme «corbeille» - a forma di cuore - fatta di garofani rossi ; e il rubino che da allora le brilla al dito. Ma come si può non accennare a lei e alla sorella Mity - la moglie del regista Mattoli - e al fratello Totò Mignone, che furono fra i più brillanti elementi italiani degli spettacoli Schwarz? Totò, che era ballerino, sposò una delle «girls», Gerda Stark. Costei fa di quelle che, pur sposandosi, restarono nell’ambiente del teatro; come Pipsy Kirkhofer, una delle «schwarzine» del 1930, che ora è la moglie di Mario Amendola, autore di riviste e sceneggiatore di film ; come Rosita Finkel, moglie di Carlo Rizzo, la «spalla» di Macario.

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Ad Abbazia, intorno al tavolino d’un caffè, da sinistra, Emilio Schwarz, Jack Basiini, figura caratteristica del club degli «amici di Schwarz», l’impresario Riboldi e Armando Falconi. Dovevano poi venire i giorni tristi. «C’est dommage! Mais c’est la fin, vuos comprenez, c’est la fin» disse Schwarz agli amici, la sera dell’ultimo spettacolo, al Casino di Venezia.

A Napoli questa indagine passa per Chiaia, un portone buio con una lanterna barocca, certe scale nere e fresche; al primo piano c’è l’«atelier» del sarto Saba, un’omino dalla faccia come la scorza di un limone, due occhi a punta di spillo. Fino al ’23-’24 fu un ballerino famoso. La coppia Acave-Saba, ecco: al Teatro Nuovo, sopra Toledo, al tempo di Cieli Fiamma. Poi si mise a fare il sarto teatrale, creava i costumi per le compagnie di riviste del «Nuovo» e del «Fiorentini». Appese alla parete del suo laboratorio ci sono incorniciate come antichi specchi, due foto di Charlotte Bergman nei costumi disegnati da lui. Charlotte Bergman è di Berlino. Alta, magra, ha una faccia aristocratica, forse un poco dura. Dopo il periodo Schwarz rimase a Napoli, andavano in estasi per lei ; fu per anni, al teatro Fiorentini, la rivale di Lucy d’Albert. Poi la guerra, i tedeschi la portarono in Germania; perse tutto: la casa, quel po’ di denaro che era riuscita a metter da parte. Ma è tornata a Napoli. Ha una bambina ed è sola. Dirige un negozio di abbigliamento maschile in via Calabrito, un negozio elegante, movimentato. Bionda e siderea, sciorina cravatte di seta sul banco, sotto gli occhiali montati in tartaruga dei turisti americani. Ogni tanto si accende una sigaretta. Si chiude in quel gesto «nel fumo come in un ricordo.

Anche la viennese Mary Domeny, dopo Schwarz, passò nelle riviste del «Fiorentini» a Napoli. Fu anche a Broadway, al «French Casinò», ha sposato un industriale napoletano e vive a Capri. È diventata una «femme de lettres», ha scritto un romanzo, la storia di una ragazza ebrea durante la guerra, e ben tre commedie. Il suo salotto di Capri, con le tende di «cinz» la chitarra sul sofà, una pittrice tedesca in pantaloni di raso azzurro seduta accanto alla padrona di casa. Le battute su Malaparte; le conversazioni in tre lingue diverse, quei filosofi anglosassoni glabri e spiritati, coi capelli elettrici e la faccia cava di Einstein. Lei racconta loro le trame dei suoi lavori letterari mentre offre «drinks» col ghiaccio, contro il vetro dei bicchieri tintinna il ciondolo d’oro del quadruplice braccialetto che le cinge il polso. È bruna, la pelle abbronzata, gli occhi delle donne dell’Europa orientale. A Capri ci sono quelle dei matrimoni brillanti; come la Mary Domeny o l’Anna Parris, moglie di un nobile genovese che trascorre lunghi periodi dell’anno ad Anacapri con i suoi tre bambini, in una villa bianca e abbagliante come un pezzo di sale. Per trovare una di quelle che dalla vita non hanno avuto molto, nemmeno un bambino da un uomo dimentico e lontano, bisogna andare a Bagnoli, al campo profughi dell’I.R.O. In un ufficio al quale si affacciano ogni tanto patetiche facce di polacchi, d’ungheresi e romeni, le facce delle «displaced persons» di tutti i posti di frontiera, sbiadisce davanti a una macchina per scrivere Elly Zupancic, una bruna di Monaco, con la pelle color oliva. Con le Jeliinek, quelle della cartoleria romana, fece qualche anno di avanspettacolo. Meglio l’ufficio dell’I.R.O., a Bagnoli. Per lei il Cavallino Bianco - non era, quell’insegna rampante, la bandieretta della giovinezza e della felicità? - s’è fermato qui.

Roberto De Monticelli


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La «soubrette» Lilly Minas, autrice di questo articolo, venne in Italia da Monaco con la compagnia del «Cavallino Bianco», che debuttò all’Adriano di Roma. È l’unica delle «schwarzine» che non abbia lasciato il teatro, la sola che abbia continuato l’itinerario iniziato vent'anni fa su un palcoscenico di Monaco. Qui essa racconta di quel viaggio e di come furono accolte in Italia lei e le sue compagne di allora: quelle che ora è andata una per una a ritrovare nelle loro case sparse da Milano a Capri.

Cominciai la mia carriera teatrale a tredici anni e mezzo, a Monaco di Baviera, nella compagnia di riviste di Hans Gruss. Ero «Tanzelevin», cioè allieva di danza e prendevo 150 marchi al mese. Avevo già studiato danza ma non ero ancora una vera ballerina e cosi Gruss mi fece seguire un corso di perfezionamento. Le giornate che stanno all'inizio della mia carriera teatrale erano - ricordo - piuttosto intense e faticose: alla mattina andavo a scuola, al Ginnasio, nel pomeriggio avevo le lezioni di ballo con una maestra russa, alla sera lo spettacolo. Eravamo, a far quella vita, un gruppetto di ragazze di Monaco, tutte con la passione del palcoscenico e del ballo nel sangue, c’era la Tessie Lohner, la Joscy Ascherl, la Anny Schiebl e sua sorella Biby, la July Werner, la Elly Zupancic; (chi qua, chi là, sono quasi tutte rimaste in Italia).

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Lilly Minas a 16 anni quando venne in Italia con la Compagnia Schwarz

Eravamo tutte di ottima famiglia, alcune venivano dalla media e piccola borghesia, altre erano figlie di nobili e portavano un «Von» davanti al proprio cognome. Da noi, non è come in Italia; se una ragazza vuol darsi al teatro la famiglia in genere non si oppone per pregiudizi moralistici e considerazioni sociali; là tutti sanno che il teatro è una cosa seria, fatta di disciplina, di rigore e di sacrifici. Noi giovanissime, per esempio, avevamo un camerone tutto per noi, ci tenevano nettamente separate dalle anziane, fuor che durante lo spettacolo, naturalmente.

Rimanemmo per più di un anno con Gruss, al Deutsches Theater di Monaco, poi le mie compagne partirono per l'Italia, scritturate da Schwarz; io ero ancora troppo giovane, le avrei raggiunte dopo alcuni mesi, a Roma. Avevo già il contratto in tasca e non vedevo l'ora di salire sul treno, sul treno che mi avrebbe portato verso il Sud, avevo tanto sentito parlare dell'Italia dalle ragazze che vi erano state due anni prima, nel ’29-'30, poi primo spettacolo Schwarz: l'Italia, un paese, cioè, dove non 'c’era che sole, cielo, mare e uomini dal cuore di brace e gli occhi di carbone. Be', eravamo tutte cosi ragazzine e sognavamo un Principe Azzurro meridionale, regolarmente fornito di chitarra e d'un repertorio di canzoni.

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A destra: l’ultima fotografìa di Emilio Schwarz e di Maly Podszuk in un locale notturno di New York, nel 1946. Sorridono tutti e due brindando a qualche cosa ma sono già in fondo alla parabola. Poche settimane dopo, in completa miseria, Emilio si spegnerà. In America, dove s'era rifugiato in seguito alle leggi razziali del nazismo e del fascismo, tentò inutilmente di rifarsi aprendo dei locali notturni. A destra: Maly Podszuk com’era durante gli anni felici, prima ballerina col classico «duvet» di piume di cigno.

Emilio Schwarz stesso ci aveva scelto e scritturato a Monaco dopo aver passato in rassegna non meno di duecento belle figliole. Ci venne assegnata una specie di «nurse» che doveva tenerci sotto la sua sorveglianza ( io avevo quindici anni e mezzo e ce n'erano molte che non ne contavano più di diciassette) e una sera, finalmente partimmo. Non dimenticherò mai la stazione di Monaco, quella sera, le luci, il fumo, i fischi dei treni, le nostre mamme tutte schierate sulla banchina a farci la ultime raccomandazioni; e quelle prime ore di viaggio, piene di discorsi febbrili; e come ci addormentammo quasi tutte insieme. Ci svegliammo col sole alto, eravamo già in Italia, il treno era fermo a una stazione. Una di noi s'affacciò al finestrino, lesse compitando un nome su un cartellone, poi si voltò e disse: «Ragazze, siamo a O-li-o Sa-so». Questo fu il primo incontro con l'Italia ma poi arrivammo a Roma ed era proprio tutto come ci avevano raccontato, sole, cielo, le chiese, i pini, le fontane, gli uomini con gli occhi di carbone. A Roma ci aspettava il segretario italiano Valentini, che ci accompagnò all'albergo: l'hotel Metropole, che ora non c’è più. Eravamo tutte piuttosto bene equipaggiate, con belle valige di cuoio, e qualcuna aveva anche la pelliccia, si vedeva benissimo che venivamo da famiglie borghesi, da case di gente solida, tranquilla e seria. Anche questo -penso - fece effetto sul pubblico italiano.

La mattina dopo - era il 18 gennaio del I932 - alle dieci, tutte al teatro Adriano, per la riunione della compagnia. C’era Emilio Schwarz che ci salutò una per una, eravamo cinquanta ballerine; io ero la più giovane, il «Nesthaeckchen», il cucciolo. Le prove cominciavano alle otto del mattino, col maestro Rudi Fruenti, che già ci aveva preparato a Monaco. Una faticaccia: preparammo tutti i balli del «Cavallino Bianco», il Blu, lo Spaten Tanz, il Liebeswalzer, la Bade Nununer, la Regen Nummer e tutti i finali. Disciplina rigorosissima e dimagrimenti - del resto voluti - a vista d’occhio. Poi la «prima», coi romani che dettero fuoco a tutte le polveri dell'entusiasmo. Le repliche non finivano più. Passammo a Napoli al Politeama. I napoletani erano ancora più caldi e fanatici dei romani. Finito il massacrante periodo delle prove, noi eravamo più libere, potevamo finalmente visitare la città; e, la sera, accettare le cene che gli ammiratori non mancavano di offrirci; a patto però che l’invito fosse esteso alla persona cui, fin da Monaco, era stato affidato l’incarico di farci da «nurse» e assolveva al suo compito con molta gentilezza e una incorruttibile severità.

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Lilly Minas e Pipsy Kirkhofer, moglie di Mario Amendola, autore di riviste e sceneggiatore di film, nella casa di quest’ultima a Roma. A destra: «schwarzine» del «Cavallino Bianco» in «tournée» per l’Italia nel 1932.

Da Napoli risalimmo a Milano e anche qui entusiasmo, inviti a cena, sportelli di macchine che s’aprivano al nostro passaggio e proposte di matrimonio. Del resto, era proprio sul terreno sentimentale che gli italiani avevano successo con noi; voglio dire che te erano loro i primi ad accendersi come zolfanelli, accadeva molto spesso che la «cotta» fosse reciproca. Noi eravamo quasi tutte bionde, con la pelle bianca proprio come il latte e gli occhi azzurri, fermi, un poco da bambole. Ricordo specialmente a Roma e a Napoli certi tipi bruni, con la pelle scura scura... I cuori delle tedeschine e delle viennesine andavano subito in cenere. Tant’è vero che moltissime rimasero in Italia e si sposarono. Sposarono quegli accaniti corteggiatori che le avevano seguite di città in città, in treno o in automobile ; che, pur di restare vicini a loro, erano riusciti, senta magari sapere una parola di tedesco, a conquistarsi l'amicizia e la fiducia dei due fratelli Schwarz, i quali fra l’altro non erano tipi troppo accessibili. Anch’io, già sedicenne, ebbi allora il mio bravo «flirt», sempre con l’Angelo Custode appresso. Mi sposai anch’io, ma molto più tardi, con un nobile fiorentino. Non fu un matrimonio molto fortunato ma ebbi, per lo meno, la nazionalità italiana, alla quale tenevo tanto. A nessun patto mi sarei più mossa dall'Italia, come del resto tutte le mie compagne. Ma di quelle d’allora, tutte - chi presto e chi tardi - ritiratesi dal teatro, sono l’unica che ha continuato, fino a oggi l’itinerario cominciato vent’anni fa su un palco-scenico di Monaco.

M’è sembrato, andando ora alla ricerca delle mie compagne che si sono sposate e che vivono in Italia lontane dal teatro, di tornare ai miei tempi; quando mi chiamavano «Nesthaeckchen», il cucciolo.

Lilly Minas


Epoca
«Epoca», anno II, n.41, 21 luglio 1951