Fellini, cosa ne pensa del mondo d'oggi?

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A ogni periodo di ottuso materialismo seguono sempre epoche di spiritualità. Ora stiamo vivendo come in un tunnel oscuro e angoscioso, incapaci di comunicare tra noi, ma già ci sembra di intravedere in lontananza un chiarore, il senso di una libertà nuova: dobbiamo sforzarci di credere in questa possibilità di salvezza.

Tutto, ormai, dovrebbe contribuire a fare di lui uno di quei miti lontani, gelidi e lucenti che caratterizzano i! mondo di oggi: gli Oscar ottenuti a Hollywood, i trecentomila dollari offertigli a più riprese dai produttori americani perché si degni di girare un film negli Stati Uniti, i premi vinti a Cannes e ad Acapulco, il record d'incassi della Dolce Vita, le polemiche mondiali che hanno diviso spettatori, uomini di cultura e critici.

E invece, se c’è una persona capace di spezzare, con la sua vitalità traboccante, i fatui cerchi del successo, questa è proprio Federico Fellini. La sua corporatura, calda e vasta come quella d'un vescovo, è sempre pronta a trarre emozioni dalla realtà che lo circonda. La voce “confessa'’ amabilmente le persone con domande fitte, cattivanti, mentre l'occhio scuro indaga nel segreto dei caratteri. Il gesto affettuoso, che continuamente si prodiga in abbracci, tenere manate, carezze sui capelli, gli crea attorno un’aria di calda benevolenza verso il prossimo. Tutto in lui, dunque, fa pensare a una ricerca incantata di immagini, di significati, e nello stesso tempo questa ricerca è così umile e vera, così sinceramente calata nel mistero delle cose, che non gli crea nessuna consapevolezza di sé, nessuna fredda importanza o vanagloria.

— Via, sia gentile, non mi faccia dire delle idee generali! Io non ho idee generali e mi sento tremendamente imbarazzato.

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— Ma lei è ormai un personaggio rappresentativo e il pubblico s’aspetta da lei giudizi altrettanto rappresentativi sul periodo che stiamo vivendo. Sia buono, non lo deluda!

— Sì, ma c’è un inconveniente: io, come personaggio rappresentativo, non mi riconosco proprio. Ogni volta che sono costretto a guardarmi come mi guardano gli altri, provo la vergognante impressione d'essere una maschera un po’ carnevalesca. A parte un certo piacere divistico a cui è difficile sottrarsi, ho la sensazione d’essere un fenomeno ingigantito, che mi dà qualche sospetto e un vago fastidio, sempre.

— Lei ha detto: quando gli altri mi guardano. Chi sono soprattutto questi altri: i giovani, gli anziani?

— Quasi tutti, direi, tranne i giovani. È strano, ma i giovani del dopoguerra mi sembra che abbiano poca curiosità. Mai
che ne abbia visto uno voltarsi, per strada, perché mi ha riconosciuto. L’unica volta che un ragazzo, sollecitato da un amico più vecchio, si voltò a guardarmi, vidi un paio d'occhi Assi su di me, realistici, freddi, senza vero interesse. Mai che _abbia sentito commentare i miei film: anzi, direi che non li hanno neppur visti. E questo è sconfortante: avere la sensazione che essi non ci giudichino neanche. Per loro forse io sono un fantasma, un morto archiviato da un pezzo. Chissà.

— Sono passati soltanto vent'anni, dunque, e lei ha già il senso d’un enorme salto di generazione...

— Soprattutto d'un ritmo vitale diverso. Questi ragazzi del dopoguerra, infatti, sembrano aver trovato un loro ritmo collettivo die non è più il nostro. Ostentano una strana impermeabilità, si muovono con precisione, un po’ come pesci in un acquario, che respirino acqua invece di aria. Mi sembrano così lontani che non ho neanche la curiosità d’approfondire. Li vedo tinti d’ima stessa vernice, poco differenziati, non ancora individui, insomma. Mi ricordo che un giorno mi trovavo, verso le undici, a Colle Oppio, dove stavo girando un film, e non lontano da me c’era un gruppetto di giovanissimi. Non erano li per il paesaggio, né per veder girare il film: stavano seduti su una panchina e ascoltavano un uomo che suonava la chitarra. Io m’ero incantato a guardarli: si muovevano con quel ritmo collettivo che ho detto prima, oppure stavano fermi facendo qualche breve mossa come fossero pennuti più che uomini. Poi lentamente il gruppo si scompose, qualcuno disse “ciao, ciao”, altri non salutarono neppure, l'uomo smise di suonare la chitarra, ed io ebbi la sensazione che la compagnia si fosse sciolta disumanamente, come se fossero stati dei marziani. Oppure ero io un marziano, ormai.

La donna “emancipata” è un equivoco che sgomenta.

— Anche i "vitelloni", però, che lei descrisse cosi bene nel suo film, obbedivano a un ritmo differente, che oggi forse le apparirebbe strano.

— Sì, ma i vitelloni erano tutta un'altra cosa. Avevano ancora delle illusioni, passavano il tempo a favoleggiare d’una evasione, di una grande città dove la loro personalità fosse riconosciuta, esaltata. Sempre sul piano del fumetto più sgangherato, naturalmente. Nel caso di questi giovanissimi, invece, si direbbe che il terremoto della guerra abbia scavato un abisso, abbia determinato l'impossibilità dell'illusione. Ciò che li distingue dai vitelloni è una certa fredda ammirazione per la scienza, una fiducia rassegnata nel tecnicismo. Si ha la sensazione che essi siano ormai molto distanti dagli anziani (e per anziani intendo anche gli uomini di trentacinque, quarant’anni) e che non vogliano più condividere niente con loro, come se noi fossimo ancora condizionati da ideologie, sovrastrutture e sentimentalismi da cui vogliono essere compieta-mente liberi. Ed è molto probabile che in certe cose siano veramente più liberi di noi, soprattutto nei loro rapporti con le donne. In somma, avranno di certo una vita meno emozionale della nostra.

— Lei crede che sapranno addirittura prescindere dall’amore?

— No, io non credo che si possa organizzare la propria vita al di fuori del ritmo dell’amore. Anzi, penso che la ricerca rimanga identica in tutti : ed è la ricerca dell’altra metà, proprio come vuole il detto popolare. Perché la donna è sempre questo per l'uomo: un'integrazione di se stesso, la scoperta della propria anima. Io credo che l'amore rappresenti sempre di più un gran bisogno d'autenticità, la riscoperta delle radici vere della vita. Una riscoperta tanto più necessaria quanto più si sia affondati nella tenebra.

— Eppure è arduo riuscire a integrare se stessi, trovando l’altra metà! La comunicazione fra esseri umani pare sempre più difficile...

— Sì, c’è difficoltà di comunicazione, ma in fondo per una ragione molto positiva, credo. Ed è questa: che, nonostante tutti gli inevitabili egoismi, i compromessi e via dicendo, gli uomini tendono a dire meno bugie, a comunicare con più sincerità. Il terremoto che abbiamo subito con la guerra è stato salutare, in un certo senso, ed ha creato la necessità d’un rapporto che prescinda dalle ipocrisie. Oggi gli uomini non vogliono più parlarsi attraverso schemi collettivi, attraverso miti infranti ai loro piedi (la retorica del patriottismo, della famiglia patriarcale), ma tentano di parlarsi con verità, da uomo a uomo. Da tutto questo nasce un bisogno di ripensamento, una specie di silenzio sbigottito, un desiderio di appartarsi, per poter riflettere e ritrovare la propria sincerità.

— Sì, ma non bisogna dimenticare che il ritmo della vita odierna non consente molte possibilità di appartarsi, di riflettere.

— Già, e in più c’è il rischio di confondere il ritmo meccanico con il ritmo naturale. Questa è proprio una tragedia: abbandonarsi al ritmo della vita quotidiana e poi accorgersi che è un movimento d'inerzia nato dalla confusione, del tutto antiflsiologico e controproducente ai fini del proprio equilibrio. Non è più un ritmo interiore, insomma, che sarebbe naturale e provvidenziale, ma un ritmo collettivo, meccanico e inerte. Del resto, basta mettere il naso fuori di casa, in certe ore. e guardare uno dei tanti ingorghi del traffico, per capire quanto questo spettacolo sia angosciosamente rappresentativo di ciò che sta succedendo. E purtroppo tanta gente, al giorno d'oggi, è succhiata da un ritmo fasullo senza neanche rendersene conto.

— Per tornare alla comunicazione fra esseri umani, e in particolare fra uomini e donne, che cosa ne pensa di queste donne “nuove", avviate verso un’autonomia, una maggiore consapevolezza di sé?

— A dire il vero, penso poco, perché la psicologia femminile in un certo senso mi è estranea e non riesco a interessarmene. Forse sarà perché il rapporto con la donna è ancora un po’ adolescente, in me, § ancora allo stato emozionale, e m’ha fatto cercare più l’ombra d’una donna-madre che una donna alla pari, ma certo io non mi sento per niente attratto da questo tipo nuovo di donna carica di problemi, piena di fervore impegnato, che combatte spada a spada con l’uomo, leale, aggressiva, stimolante. Io sono convinto che il vero incontro con una donna è quello capace di creare un’integrazione, per cui l'uomo ritrova l’altra parte di se stesso. Ed è naturale, perciò, che l’uomo voglia incontrare una parte che sia pacificante, che non gli ponga problemi, che non presenti punte aggressive.

— Dobbiamo allora dedurne che le donne ‘‘emancipate’', tanto per usare un aggettivo odioso, disorientano tuttora l’uomo italiano?

— Be’, io non vorrei passare per un romagnolo reazionario, ma certo penso che questo tipo di donna possa sgomentare e aumentare gli equivoci, che sono già molti in una società come la nostra. Ma nello stesso tempo credo che questo sla un periodo di crisi, di interregno, e che anche le cosiddette donne alla pari siano alla fin fine disponibili, e pronte a trovare un diverso genere d’equilibrio, e che si lascino facilmente plasmare dal proprio uomo. In definitiva, le donne sono come degli specchi. Io stesso ho notato, a volte, stando con certe mie amiche quasi asessuate tanto credevano nell'uguaglianza, che bastava far loro un certo sorriso, dir loro una battuta un po' fanciullesca, perché ritrovassero di colpo un rapporto più naturale con l’uomo, un atteggiamento materno più vero. Ma ripeto: forse parlo cosi proprio perché non mi sento maturo nei rapporti con le donne, e tutto sommato mi dispiace che si stiano smitizzando. Il mito della donna m'è sempre piaciuto e ci terrei a non vederlo crollare. E ora avrò fatto di certo la figura d’un uomo spaventosamente arretrato!

— Queste donne "nuove”, dunque, dobbiamo metterle fra gli aspetti meno positivi del periodo che stiamo vivendo. Può ora indicarci qualche altro aspetto che lei consideri negativo o fastidioso?

— Direi che quello che mi dà maggior fastidio, oggi, è un certo cinismo venuto su col dopoguerra. Gente che non crede alle cose e che cerca di frenarle stupidamente. Gente che ostenta una gran sicurezza, che non ama il mistero e che ha una chiarezza di tipo razionale-scientifico. In poche parole, mi danno un fastidio tremendo tutte le persone che siano chiuse ermeticamente e che non abbiano un vero centro d’interiorità. E naturalmente quel ritmo meccanico della vita odierna, di cui abbiamo parlato prima, rende più diffusa e più facile la mancanza di questa interiorità.

— Questo per gli aspetti, diciamo cosi, psicologici. E per certi aspetti esterni, o meglio spettacolari della nostra epoca, che cosa può dirci?

— Se per aspetti spettacolari lei intende l'architettura moderna, i grattacieli, certi panorami un po’ avveniristici e via dicendo, devo dirle che per un regista tutto ciò che si presenta sotto forma d'immagine è sempre stimolante. Nel caso mio non c’è assaggio futuristico, magari freddo, marziano, che mi susciti ripugnanza. E poi, in fondo stando a Roma, questi aspetti ultramoderni non pesano affatto, perché il cielo di Roma sopporta tutto, vince tutto. Se stessi a Milano, invece, sarei probabilmente soggiogato dal fascino tetro di certe costruzioni.

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— E l'America, in questo senso, che impressione le ha fatto?

— Ah, io sono un pessimo viaggiatore, e quando sono fuori dall'Italia non capisco assolutamente nulla. Basta che mi disancori da quei due o tre perni essenziali perché sia preso da angosce esistenziali. E poi, al giorno d’oggi, questi viaggi sono così assurdamente veloci che non danno nessun senso di scoperta, "piovono" addosso all'improvviso, provocando stupore e sgomento. Ogni volta che viaggio ho la sensazione disumana di non assorbire né digerire le cose (ed io sono di lentissima digestione), ma di guardare dentro il caleidoscopio dove tutto si agita confusamente - suoni, colori, facce - e dal quale mi stacco portandomi via soltanto un piccolo dettaglio inutile e straziante. Magari l'espressione d’un viso, il ricordo d'una voce... Una volta accettai la proposta di girare un film in America. Ottenni tutto, dall'aereo personale al gangster molto potente che mi facilitava i contatti, ma dopo un paio di mesi scappai via piantando tutto a metà e piagnucolando come un bambino. Com’è possibile, infatti, assimilare profondante un'atmosfera in così breve tempo? Per poter fare un film io ho bisogno d’avere una conoscenza totale di tutto, da sempre, di sapere a memoria questi fondali, questi personaggi, questi modi di vivere...

— Quando lei parla di "questi modi di vivere" ha un accento di fede, di tenerezza. Quali sono, dunque, gli aspetti del mondo contemporaneo che le infondono più fiducia negli svolgimenti futuri?

— Be’, è difficile motivare questa fiducia, ma certo io la sento. In realtà ho l'impressione che si stia vivendo dentro un tunnel, ma che già si cominci a intravedere la luce. Tutto quello di cui abbiamo parlato - dal ritmo meccanico della vita a una certa impermeabilità dei giovani, alla rassegnata fiducia nel tecnicismo - mi sembra siano premesse necessarie anche se non utili, d'un rovesciamento di situazione. Siamo ancora ammaccati, oscurati, ma io credo che ad epoche di ottuso materialismo seguano infallibilmente epoche di spiritualità. Certi aspetti un po' magici, magari superstiziosi del nostro costume - questa mania per gli oroscopi, per esempio - possono essere già la spia d’un nuovo bisogno di religiosità.

Insomma, mi sembra di presentire le avvisaglie della fine d’un periodo buio, angoscioso. Già intravedo su certe facce dei lampi d'allegrezza, il senso d'una libertà nuova. L'importante, per l’uomo di oggi, è tener duro, non lasciar andare la testa sotto, ma soprattutto saper guardare al di là del tunnel, magari inventandosi un punto di salvezza con la fantasia, con la volontà, specialmente con la fiducia. In questo senso io credo che l’opera degli artisti al giorno d’oggi sia indispensabile...

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Non ho esaurito la mia avventura

— Indispensabile perché serve a indicare il punto della salvezza?

— Sì. Io credo che il compito dell'artista, in questo momento, sia proprio quello di indicare un chiarore. Magari mistificando, o anche usando dei trucchi: ciò non ha importanza, purché non avvalli la confusione più disperata, ma tenga presente la fiducia. Mi spiego meglio: se nel finale della Dolce Vita, che è così poco edificante per il protagonista, introduco la fanciullina innocente e misteriosa che fa dei segni cabalistici, ecco che io, anche se ho usato un trucco da uomo di spettacolo, mi riscatto con l'intenzione. Perché la mia intenzione è appunto quella di indicare un chiarore. E secondo me, se è vero che l'artista è chiamato a testimoniare della propria epoca, è anche vero che il suo preciso dovere è quello di indicare al pubblico una trascendenza, un simbolo positivo e confortante. E se non lo farà, penso che potrà essere giudicato molto severamente.

— Lei, dunque, sta come uomo, sia come artista, appare piuttosto fiducioso, direi addirittura riconciliato con gli uomini e con il nostro tempo...

— Direi di si. Con questo, però, non vorrei apparire come una farfallina gioiosa che sbatte le ali volando di fiore in fiore, ma piuttosto come una persona che si sente viva, che non ha ancora esaurito la sua avventura umana. In fondo a me piace tutto, della vita, e a volte mi sento pieno di curiosità elettrizzata come se non fossi ancora completamente nato. Sl, io non ho ancora perso fiducia nel viaggio, anche se questo viaggio pare spesso disperante e oscuro. L'unica cosa che non mi piace è dover esprimere idee generali: mi sembra di non aver ancora raggiunto la stabilità necessaria e provo un senso di disagio. Insomma, ho l'impressione d'essere una via di mezzo fra un saltimbanco e un profeta! Proprio quello che non volevo...

Grazia Livi, «Epoca», anno XIII, n.633, 11 novembre 1962


Epoca
Grazia Livi, «Epoca», anno XIII, n.633, 11 novembre 1962