Gino Bramieri ogni sabato perde due chili

Gino Bramieri

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Gino Bramieri ci osserva in strada, al bar e in famiglia, poi ci "rifà" nelle sue festose macchiette televisive: “Così ognuno di voi può riconoscere il vicino di casa, l'amico e se stesso"

L'uomo ondeggiava paurosamente, minacciando di cadere ad ogni istante. Aveva l’andatura a zig-zag, le esitazioni, il traballante incespicare degli ubriachi. Le sue incertezze erano rese patetiche dal chiaro di luna che ne illuminava perfettamente la figura: il cielo catanese, quella sera, era senza stelle, fatto tersissimo dalle folate di brezza che giungevano dal mare. L'ubriaco si trovava nel mezzo di uno spiazzo erboso che divideva l’ingresso al palcoscenico del vicino teatro dai camerini degli attori. Vedendo che stava per imboccare la porticina di servizio, un agente lo respinse, arcigno. «Qui non entrano gli ubriachi.» Il tipo brillo si drizzò allora perfettamente nella persona, mentre dal viso gli svaniva per incanto l’aria ebete che vi era dipinta. Cominciò a protestare, con una vivace cantilena milanese: «Non mi riconosce? Sono Bramieri, il comico della rivista che si rappresenta 68 in questo teatro. Non sono ubriaco. Sto ripassando la parte».

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L'agente non rideva affatto. Verso i due contendenti saliva il fruscio della folla che già si pigiava nel teatro e l’ubriaco immaginario si sentiva invaso dall'inquietudine. Inutilmente, per convincere l’interlocutore della sua identità di attore, si scompigliava i capelli, protendeva i grossi denti in una smorfia carica d’irresistibile bonomia, accennava con mastodontica grazia la parodia d’un motivo di danza. Quelle invenzioni, per il tutore dell’ordine, erano altrettanti sintomi d'ubriachezza molesta. Gino Bramieri vi insistè tanto che mezz’ora dopo si trovò in un commissariato di pubblica sicurezza. Più tardi, chiamato al telefono, accorse il suo impresario e, chiarito l’equivoco, potè restituire il comico a una folla che già pestava i piedi reclamando il rimborso del biglietto.

Bramieri commenta così questo episodio di qualche anno fa : «Le mie fortune e le mie disavventure nascono sempre dallo stesso motivo. Io mi sforzo di rendere i personaggi perfettamente aderenti alla realtà, rappresentino essi degli ubriachi o dei commendatori o quei tipi spassosi che vado a studiare nei bar». Sembra strano: ma sotto l'apparenza paciosa del più bonario fra i nostri comici, dietro la sua festosa maschera di grasso popolano meneghino, si scopre un autentico furore di sincerità, un desiderio profondo di scoprire caratteri, di rivelare sentimenti, di narrare storie. Oggi che, a trentaquattro anni, ha trovato il successo e si vede segnato a dito per la strada, Bramieri si diverte a tornare indietro con la fantasia e a ricostruire la sua storia. Quasi vorrebbe raccontarla, prestando le proprie vicende a un personaggio, in un film, in una commedia, in una trasmissione televisiva. Ma per ora non può: e si rassegna a farlo soltanto per accenni, quasi scusandosi d'essere riuscito a mettere qualcosa di se stesso nella battuta improvvisata di uno sketch o nel gesticolare di un personaggio.

Gino Bramieri è la maschera milanese contemporanea della Commedia dell’Arte: si sente milanese in tutte le sue manifestazioni ed ha costruito il suo edificio di genio e sregolatezza su una tradizione di decenni di solida rispettabilità meneghina. «Nella mia famiglia non ci sono mai stati attori», proclama con orgoglio. «Soltanto commercianti, bottegai, impiegati: dei borghesi.» Il padre possiede un’officinetta di ebanista, la madre accudisce alla casa. Dei fratelli, uno è cassiere in una banca, l’altro procuratore in un'azienda. Solo lui, il «reprobo», manifestò tendenze pericolose fin dall’infanzia. Il tenore Aureliano Pertile era amico di famiglia e il piccolo Gino si incantava nel sentirlo parlare di applausi, di successi, di botteghini esauriti. Galvanizzato da quell'esempio, a sei anni cominciò a can-
tare nel coro della chiesa di San Simpliciano. Là i milanesi si erano radunati, qualche secolo prima, intorno al Carroccio per sfidare Barbarossa. Ginetto si limitò a sfidare il parentado: sarebbe diventato un cantante, alla scuola di don Lorenzo Perosi, o almeno un attore. Avrebbe fatto quel che voleva, risposero i genitori, ma dopo aver frequentato la scuola. A chi gli chiede quali studi abbia compiuto, Bramieri ora risponde: «Quinta elementare, avviamento ai lavori agricoli. È il mio modo di distinguermi dai troppi colleghi che sostengono d’avere frequentato l’Università».

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In realtà, studiò nelle scuole commerciali e nel 1945, a 17 anni (è nato il 21 giugno 1928), fece il suo ingresso, secondo il desiderio paterno, nell’austero palazzo della Banca Commerciale Italiana in piazza della Scala, addetto al casellario clienti. Ma quel tipo di vita lo annoiava. Si prendeva la rivincita alla domenica, recitando in spettacoli per dilettanti, e di sera, allenandosi alla boxe in una palestra di Porta Garibaldi. Era un medio leggero, allora. Andò a battersi, in una riunione importante, a Como. Il procuratore gli fece le raccomandazioni: «Non ti preoccupare. Finta di destro ed entra di sinistro. È semplice». Così semplice, che alla prima ripresa Gino si sedette per terra dopo aver ricevuto una mazzata in viso dal suo nerboruto avversario e in quei pochi attimi d’intontimento riuscì a formulare una lucidissima decisione: l’addio alla boxe. Alla stazione di Milano c’era ad attenderlo un'amica d'infanzia, alla quale aveva tirato le trecce per anni. «Com’è andata?», domandò. Bramieri nascose l’occhio pesto. «Le hai prese? Non farai più il pugilatore? Evviva!» Nuccia gli saltò al collo. Si sposarono tre anni dopo, entrambi ventenni.

Il 1945 fu un anno duro, per i Bramieri. I fratelli erano appena tornati a casa: Pino dalla prigionia in Germania, Mario dal fronte, dove era stato abbattuto due volte con il suo aereo salvandosi per miracolo. C’era tanto bisogno di lavorare. Gino si decise: partì con una compagnia di avanspettacolo. Gli davano 250 lire al giorno, ma cinquanta le trattenevano per il noleggio d’un vecchio frac che serviva in una scenetta comica. Faceva di tutto: elettricista, macchinista, sarto, trovarobe, presentatore. attore. Recitando, era costretto a urlare a perdifiato per coprire le voci dei ragazzi che vendevano gelati, bibite, canditi. Si divertiva a richiamare l’attenzione degli spettatori distratti, a provocarli al dialogo, affinando così una delle sue armi migliori. Anche adesso la schermaglia con il pubblico è la cosa che lo diverte di più. Qualche anno fa, interpretò una commedia che narrava le vacanze d'un personaggio chiamato Tibiletti. Gli giunse la lettera di un certo signor Tibiletti (il nome è diffuso, a Milano) il quale si lamentava, non avendo i soldi per pagare il biglietto, di non potere assistere alle gesta del suo omonimo. Bramieri noleggiò dei palchi ed invitò alla rappresentazione tutti i Tibiletti che trovò a Milano. La rappresentazione fu un fuoco di fila di battute fra l’attore, la platea e i palchi. «Là c’è lo zio che mi guarda», ammiccava Bramieri indicando al pubblico uno dei tanti Tibiletti. «Ma guardate un po’ come si è fatta bella la cugina! Chi l'avrebbe detto?» Furono tre ore di applauditissima recita a soggetto.

Raele Cappelli, il suo primo impresario, diceva al comico: «In teatro, se vuoi essere il primo, devi saper fare tutto. Non diventerai mai la testa se
non sei stato la coda». «A furia di essere coda». racconta Bramieri, «non riuscivo più a raccapezzarmi dove potesse essere la testa.» Passava da una compagnia di avanspettacolo all'altra: un paio di mesi con ciascuna, alzando la voce per coprire il clamore dei venditori di gelati e inventando sempre nuove trovate. Tutti i soldi che guadagnava li spendeva acquistando le «pizze» dei film di Charlot, di Buster Keaton, di Harold Lloyd, per studiare le loro espressioni. Poi, quando venivano gli amici, regalava loro i filmetti che aveva cercato con tanta pena, non sapendo cos'altro offrire. Si era sposato, nel frattempo, con la ragazza dalle trecce scure, precisamente il 21 giugno 1948: il giorno del suo compleanno e del suo onomastico. «Così non corro il pericolo di dimenticare l’anniversario del matrimonio.»

Una sera venne a vederlo uno spettatore importante, Macario. Andò a trovarlo nel camerino, lo elogiò e infine lo volle con sé in una rivista, Votate per Venere. Andarono a presentarla anche a Parigi, in francese, e il pubblico gradì molto il franco-torinese di Macario e il franco-milanese di Bramieri.

Nutre un'infinità di aspirazioni segrete

Il Bramieri chiassoso e frizzante, irruente e colossale delle trasmissioni televisive, de L’amico del Giaguaro e di Tintarella, è noto: ma quello della vita privata è riservatissimo. È un originale, se si può chiamare originale chi rifiuta tenacemente di adattare i suoi modi di vivere alla professione che ha scelta. Gli attori, solitamente, si alzano verso mezzogiorno, se non più tardi. Bramieri è in piedi alle sette, al massimo alle otto, e comincia a scartabellare i suoi incredibili manoscritti. Il pubblico, vedendolo scatenato e irresistibile in scena, lo immagina pienamente soddisfatto di quella gaiezza esaltante, di quella maestria buffonesca. Non è così, invece. Bramieri resta l’uomo più insoddisfatto di questo mondo, almeno per quel che concerne il lavoro: nutre decine di aspirazioni segrete, irrealizzate e - dice lui -forse irrealizzabili. Nel silenzio della sua camera, riveste i panni dei personaggi più diversi ed entusiasmanti, si immerge nella magìa di un mondo comico ed epico e lirico e drammatico, quale non si riesce neppure ad immaginare. Alle otto del mattino affronta risolutamente, come un bambino che rompa il suo giocattolo e si sforzi di scoprirne il meccanismo, Falstaff e il Revisore di Gogol e i personaggi di Goldoni o quelli di Romanticismo o quelli dell'Aida. Traccia profondi ghirigori rossi sui copioni, poi si stanca e allora rifà, riscrive, rivolta i classici come un vestito vecchio, inventa parti nuove, adatta le antiche.

«Tanto, nessuno lo sa.»

È uno studio amoroso: ma non vuole , farsene un merito intellettuale! Quando un amico gli disse: «Forse tu scrivi anche poesie di nascosto», sul suo grosso viso cordiale apparve come un velo di sdegno, ché di ira Bramieri non è capace. Protese i dentoni in un parossismo di allegro furore ed esclamò : «Poesie, io? Non sono capace di scrivere poesie, io, né tengo libri nascosti nel cassetto. Sono un ignorante, io: quello che so, lo imparo guardandomi bene attorno per la strada». Veramente, quello che sa lo impara al caffè, al «bar Ginetto» della sua giovinezza, dove toma qualche volta per rivedere gli amici. Li ascolta commentare i fatti del giorno, parlare di sport, di politica, di ragazze, li osserva giocare a scopa o a biliardo, poi li rifà al cinema e in televisione nelle trasmissioni del sabato sera, ognuna delle quali, dicono, gli fa perdere due chili di peso. «Per le mie macchiette, mi ispiro sempre a persone che conosco. Cosi sono sicuro che ogni spettatore può riconoscere in esse il vicino di casa, il capoufficio o il portinaio. È proprio quello che voglio.»

Qualche anno fa, Bramieri aveva così poca fiducia in se stesso che rifiutava di recitare nel cinema, perché temeva che la sua comicità non fosse capita fuori Milano. Ora lo hanno invitato a fare un film al fianco di Brigitte Bardot. Orson Welles lo avrebbe voluto per il suo Processo tratto da Kafka, c’è mancato poco che Fellini lo introducesse nel cast del suo film misterioso.

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Bramieri è un uomo gentile e umano, nella sostanza più ancora che nelle apparenze. Negli studi televisivi, sono tutti amici suoi. Lui sta parlando con un dirigente, passa un tecnico e gli assesta una manata sulle spalle. «Ohei, Gino, come la va?» E a lui, in quei momenti, la cosa dà un po’ fastidio, perché idealmente si sente ancora un impiegato della Banca Commerciale, casellario clienti, e vuole sempre apparire impeccabile con i superiori. «Io non adulo nessuno, non sono il tipo, ma provo un grande rispetto per i superiori. L’adulazione è una cosa, il rispetto un'altra. Io rispetto il superiore e voglio che sia contento di me.» Ma quando è libero, Bramieri gioca con tutti, scherza con tutti, il suo ingresso in una stanza è accompagnato da uno scroscio di risate ed egli è pronto a fermare la mano di chiunque voglia pagare la consumazione quando vicino al banco c’è lui.

È uno dei pochi comici che possano far ridere con la sola presenza: pesa 115 chili, sfoggia un’incredibile risata che gli trasforma la bocca in una luna piena, ha la testa grossa e vivace, gli occhi mobili e vispi, i dentoni sfavillanti. Ma egli vuole divertire con mezzi più ingegnosi. Lavora per ore sui copioni, scava la battuta fra le righe, la azzarda timidamente nelle prove, cercando di piegare il regista con il furor di popolo dei compagni che ridono a crepapelle. E attinge a piene mani nell'esperienza di dieci anni di avanspettacolo, quando il suo maggior successo consisteva nel far partecipare alla rappresentazione anche i fidanzati dell'ultima fila.

Questo è il Bramieri attore, vulcanico e pignolo, comico dell’Arte e rigoroso custode dei testi, un paradosso di buffoneria. Ma alle otto di sera (quando non è 'impegnato a teatro) Bramieri, idealmente, riordina la scrivania del suo ufficio del casellario clienti, spegne la luce e torna a casa. Puntuale, preciso, disciplinato come un impiegato. Quando la moglie è in vacanza, telefona timidamente a un amico: «Pronto, qui è Bramieri: posso venirvi a trovare?». E si incammina verso la casa degli ospiti, raggiante, con una torta-gelato sotto il braccio. Perché questo attore di successo odia le compagnie occasionali, disdegna i pranzi al ristorante, ignora l'esistenza dei locali notturni. Respira soltanto l’aria di famiglia. Guarda la televisione, alla sera, con la moglie e il figlio Cesarino, di 14 anni, a cui vuole ancora più bene da quando sa che non ne avrà più altri. «Quando me ne andavo in tournée, soffrivo, perché non potevo vedere Nuccia e il bambino. Ma non volevo che mi seguissero. La vita errabonda dovevo farla soltanto io, e la famiglia era là che aspettava, sicura, serena, come un’àncora di salvezza. Però è triste quando hai un figlio e devi andartene per il mondo, lo lasci neonato e quando torni ti accorgi che sa già dire papà...»

Ora Bramieri può sfogarsi a giocare con il figlio e il cuginetto, nella bella casa in cui occupa un appartamento faccia a faccia con quello di Helenio Her-rera. Il comico è tifoso dell’lnter e ogni settimana nella casa di via Domenichino accade una specie di rito. Qualche giorno o qualche ora prima della partita. Bramieri e Herrera s’incontrano sulle scale. L’attore non ha quasi il coraggio di formulale un augurio ma i suoi dentoni volitivi si protendono in una smorfia di speranza. Herrera, con quella maschera dura di antico casigliano. risponde con serio cipiglio. Qualche mese fa, Bramieri venne operato di appendicite (era quasi peritonite) e, appena convalescente, con la ferita che ancora gli doleva, volle andare alla partita. L'Inter vinse e i tifosi si lanciarono sull'attore per portarlo in trionfo, «Lasciatemi, per carità!», implorava Bramieri. «Sei troppo modesto», risposero i tifosi e lo issarono sulle spalle, pallido di paura.

«I guai della popolarità sono molti», egli spiega. «Quando firmi gli autografi, trovi sempre lo spiritoso che pronuncia la battuta vetusta: Attento che non sia una cambiale. E c'è chi, immancabile, ti fa rilevare che sei più hello al naturale che sul video. Tu devi rispondere con battute altrettanto vetuste: Anch'io ho pesato 70 chili, sapete? A due anni... Nonostante tutto, però, un attore è sempre felice di queste coso. L'attore è quel tipo che si affanna perché la gente lo riconosca dovunque e quando ci è riuscito si mette gli occhiali neri per non farsi riconoscere, e si rifugia nei luoghi deserti...»

Ci sono momenti nelle quiete serate casalinghe, in cui la moglie e il bambino lo vedono appartarsi, pensoso. È un altro aspetto del suo paradosso: questo comico dall'apparente beata irresponsabilità, attraversa momenti di malinconica, ma serena riflessione, in cui ama meditare sul destino dell'uomo. «Non c’è giorno in cui io non pensi intensamente alla' morte», dice con calore, sorridendo. «Un buon cristiano dovrebbe pensarci sette volte al giorno.» È molto caritatevole. Un giorno lui proibisce che lo si racconti - seppe che a una ragazza povera del suo quartiere i ladri avevano rubato l'abito bianco da sposa. La ragazza doveva sposarsi di lì a pochi giorni, e né lei né la madre avevano i soldi per ricomprare il vestito. Ci pensò Bramieri e le rese felici.

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Anche per i suoi genitori, il Gino dell'Isola - il rione popolare milanese dove è nato - avrebbe voluto una bella casa nuova. Ma loro sono rimasti nella vecchia, modesta, amata casa di porta Garibaldi, la strada nelle cui palestre Bramieri ricevette scariche terribili di pugni sul testone cordiale. Hanno fatto una sola innovazione, i Bramieri. Un lucido, grosso televisore in salotto. Là si radunano tutti, in queste sere d'estate: il papà ebanista, la mamma casalinga, i fratelli cassiere e procuratore, e lo stuolo di zii e cugini, tutti coloro che tanti anni fa. quando un Bramieri reprobo cominciò a cantare maliziosi refrain nei teatri, gridarono inorriditi: i Gli attori sono dei disgraziati, buoni solo a finire affogati dai debiti!». Ora se lo godono con autentica voluttà, e la vecchia modesta casa si riempie di quella gaia voce reboante che diciassette anni fa doveva elevarsi a pieno registro. nei teatrini di provincia, per superare le grida dei venditori di gelati.

Guido Cerosa,«Epoca», anno XIII, n.618, 29 luglio 1962


Epoca  Guido Cerosa, «Epoca», anno XIII, n.618, 29 luglio 1962