Sylva Koscina, si è sposata per fare carriera?

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Qualsiasi personaggio popolare, per quanto abituato a soddisfare la curiosità della gente e della stampa, si indispettisce sentendosi rivolgere certi quesiti che riguardano le sue abitudini o la sua vita privata o la carriera. Ma noi abbiamo pensato, sia pure senza cattiveria, di rivolgere ad alcuni di loro proprio quelle domande che solitamente li mettono in imbarazzo. Ecco come hanno reagito, nei tre rapidi incontri di questa settimana, Rosanna Schiaffino, Rossano Brazzi e Sylva Koscina.

Sorrento, ottobre

Si abituano a mentire davanti alla macchina da presa, col microfono a fior di labbra, fra le cartapeste di un palcoscenico. Fingono, per commuoverci o per strapparci un sorriso, di essere angosciati, di tremare di paura, d’aver sfiorato la felicità. E se riescono a suscitare emozioni e a confondere i sentimenti di una platea raccolta ed attenta, vengono definiti «grandi», «sublimi», «entusiasmanti» interpreti della volontà degli autori del dramma o della commedia, ma potrebbero anche essere chiamati ipocriti sottili e raffinati. Figuriamoci, con questa routine alle spalle, come riesce loro facile confondere le carte durante le interviste, nel gioco convenzionale delle conferenze-stampa. Le domande vengono masticate, spuntate, ridicolizzate dal primattore dalla battuta pronta o dalla primadonna dal sorriso che incanta. E quando si toccano tasti a loro sgraditi sanno scivolare via con eleganza tra un silenzio e un bon mòt. Questa volta abbiamo voluto rivolgere loro soltanto e proprio le domande non gradite, evitate con cura per anni, cancellate con interessata sollecitudine dagli agenti stampa che ti fanno capire tra un bicchiere e l’altro che è meglio lasciar perdere. È un pettegolo, domestico gioco della verità. L’abbiamo cominciato a Sorrento durante gli «Incontri col cinema inglese» organizzati da Gian Luigi Rondi. Sulla terrazza del «Gran Vittoria» (dove un secolo fa venivano a dimenticare gli inverni di Pietrogrado principesse russe o regine scandinave la cui gelida grinta veniva sciolta dai tenorini di grazia che cantavano le romanze della vecchia Napoli) abbiamo incontrato Rosanna Schiaffino e Sylva Koscina e Rossano Brazzi. È la Schiaffino la prima a rispondere.


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Come Sylva Koscina risponde alle nostre domande terribili. Sorrento. Sylva Koscina ritratta a Sorrento dove ha preso parte agli «Incontri col cinema inglese» diretti da Gian Luigi Rondi. La Koscina, che sta attraversando un momento molto felice e di grande successo, ha accettato di partecipare ad una nuova serie di brevi interviste, indiscrete e «cattive», che iniziamo con questo numero. Assieme alla Koscina rispondono Rosanna Schiaffino e Rossano Brazzi. Entrambi sono appena tornati dall’estero dove hanno girato due importanti film: Rosanna in Africa, Brazzi in Oriente.

Mi spieghi un po’, signora: Sofia Loren sposa Carlo Ponti; Silvana Mangano un altro produttore, De Laurentiis; Claudia Cardinale è legata a Cristaldi e lei è moglie di Alfredo Bini, un produttore, ed importante, tanto per cambiare: perché mai le attrici italiane finiscono sempre per stabilire dei rapporti matrimoniali col titolare dell'«azienda» per cui lavorano?

Sia ben chiaro che non ho sposato Alfredo per fare carriera. Ero già un'attrice famosa, vivevo serenamente con mia madre. Non avevo bisogno di nulla. E poi mi sono innamorata. Penso che il ricorrere di questi legami nasca da un rapporto di lavoro. Non è difficile per una segretaria affezionarsi, diventare l’amante o la moglie del suo datore di lavoro. Una donna è infatti attratta verso una persona che stima e dalla quale si sente stimata. Il produttore sceglie un’attrice per il suo film perché ha fiducia in lei, perché l’attrice rappresenta per lui qualcosa d'importante dal punto di vista emotivo (corrisponde al tipo dì donna che ha immaginato leggendo il copione) oppure, più praticamente, sotto un profilo commerciale; fa cassetta, insomma. E questa stima i è già il principio di un amore.

Perché l’attrice non sposa mai l’attore col quale spesso lavora? Parlo per me, naturalmente. Una donna ha bisogno di un uomo.

Un uomo vero che sia profondamente diverso da lei: se è chiacchierona, l’uomo deve essere taciturno; se è vanesia, lui un po’ rude; se è debole, lui forte. Invece gli attori sono quasi uguali a noi. Hanno le stesse nostre ambizioni, gli stessi nostri isterismi. Non concepisco un uomo col cerone e la cipria in faccia, sia pure se cipria e cerone sono accessori necessari al suo lavoro. Non concepisco un uomo che con civetteria disputa a una donna un primo piano o il nome a caratteri più massicci su un manifesto. Volevo un uomo, non mi importava se bello o no. Guardi | mio marito: lo trova bello? Forse non lo è ma a me piace e con lui mi sento sicura.

Lei era poco più che adolescente (15 anni) quando divenne miss Liguria. Con che coraggio ha sfilato in bikini davanti alla giuria? Oggi lo rifarebbe?

Forse no. Ma a quei tempi avevo una voglia matta di fare l’attrice. Mi consideravo già adulta.

Mi avevano fidanzata ad un giovanotto di venticinque anni; lui parlava ormai di matrimonio. Avremmo abitato a Camogli e la mia vita sarebbe finita lì. Forse questa prospettiva incolore mi diede la forza di tentare l’avventura del cinema. E pensare che ero timida! A scuola mi facevano coraggio ricordando lo Schiaffino caduto a Calatafimi per Garibaldi e immortalato da una statua nella piazzetta del paese. «Schiaffino non tremar che sei di marmo», ripeteva l’insegnante quando mi vedeva spaurita. Ed è un ritornello a cui ripenso ancor oggi allorché ho bisogno di tirarmi su di morale.


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Sorrento. Sylva Koscina, che è stata una delle madrine degli «Incontri col cinema inglese» organizzati da Gian Luigi Rondi, è qui ritratta sulla terrazza del «Gran Vittoria». La Koscina è subito partita per la Sardegna dove girerà il film «I protagonisti» diretto da Marcello Fondato. Accanto a Sylva reciterà Jean Sorel. Il racconto narra la storia di sei villeggianti che finiscono «per divertimento» nella buia di un bandito su cui pende una ricca taglia. Il film verrà girato sulla Costa Paradiso.

Le cronache pettegole l’hanno descritta tiranneggiata da una madre implacabile che non le dava respiro, che la seguiva ovunque, che esaminava (anche quando lei non era più una bambina) copioni e contratti. Dopo una esperienza come questa che, vista dal di fuori, ha un'aria opprimente, avrebbe accettato di vivere con la suocera?

È proprio il momento di sfatare un mito. Mia madre è molto più dolce e meno aggressiva di quello che può sembrare: nei racconti si è, come sempre, esagerato. Sposandomi avevo paura che non andasse d’accordo con Alfredo: sono due caratteri forti, chissà le liti, pensavo. Invece si intendono che è una bellezza. Mia suocera non l’ho purtroppo conosciuta. Alfredo voleva presentarmi a lei soltanto alla vigilia delle nozze. Pochi mesi prima morì. Al figlio che le era accanto disse: «Non restare solo. Sposa quella ragazza. L’ho vista in fotografia. Deve essere molto buona. Mi piace».

Maurizio Chierici, «Oggi», anno XXIII, n.42, 19 ottobre 1967


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Maurizio Chierici, «Oggi», anno XXIII, n.42, 19 ottobre 1967