Angelini Cinico (Cinico Angelo)

Cinico Angelini bio

Nome d'arte di Angelo Cinico (Crescentino, 12 novembre 1901 – Roma, 7 luglio 1983), è stato un direttore d'orchestra, arrangiatore e violinista italiano. È stato una delle figure più note e influenti nella programmazione della radio italiana tra gli anni trenta e gli anni sessanta del Novecento.

Dopo il diploma in violino conseguito al Conservatorio di Torino entra come orchestrale in alcune orchestre torinesi che suonano in locali pubblici tra la fine degli anni dieci e gli anni venti. Direttore dell'orchestra da ballo della Sala Gay, uno dei locali più noti di Torino, incominciò a collaborare con l'EIAR nei primi anni trenta: mentre alla piccola orchestra della stazione del capoluogo piemontese erano affidati i concerti di "musica varia" (che alternavano i brani d'opera più popolari con romanze e con timide proposte di canzoni), la sua orchestra veniva spesso ripresa in diretta dalla sala grazie ad un'apparecchiatura rudimentale ma efficace, e portava nelle case i motivi "ballabili" del tempo.

I cantanti che partecipavano ai suoi programmi erano negli anni 30/40 Lina Termini, Alberto Rabagliati, Dea Garbaccio, Trio Lescano, Vittorio Belleli, nel dopoguerra e negli anni '50 Nilla Pizzi, Carla Boni, Gino Latilla, Achille Togliani, duo Fasano.


L'orchestra alla radio

Nel 1938 venne assunto dall'EIAR, sempre presso la sede di Torino, che allora era la principale del Paese, e fu messo a capo dell'orchestra di musica leggera e alla guida del fitto gruppo di cantanti della radio assunti per concorso in quegli stessi anni.

A renderlo popolare fu, tra l'altro, la contrapposizione, alimentata dalla stessa emittente, con l'orchestra diretta in quegli anni da Pippo Barzizza: mentre quest'ultima era considerata la promotrice in Italia della musica "all'americana", con una certa accentuazione ritmica e un cauto ricorso a dosi di swing, quella di Angelini era presentata come espressione di uno stile più tradizionale, caratterizzato da una strumentazione di tipo operistico (con ampia presenza di archi e un uso moderato dei fiati e quasi nullo delle percussioni), da una scarsa sottolineatura degli aspetti ritmici e dalla selezione di canzoni molto riconoscibili per la melodia: a cominciare da C'è una chiesetta, che divenne la sigla dell'orchestra, sul modello americano. Alle artistiche contrapposizioni tra i maestri Angelini, Barzizza e Tito Petralia fa anche riferimento dell'allora radiofonicamente popolarissimo brano del Trio Lescano e Ernesto Bonino (1941) La famiglia canterina, che cita esplicitamente i nomi di Angelini e dei suoi "rivali". Il brano fu poi inciso anche da Vanni & Romigioli, da Natalino Otto e poi da Meme Bianchi, accompagnata dall'Orchestra Ceragioli, e usato dalla Findus per la sua réclame.

La prima sua sigla fu la canzone americana Where or When, di Richard Rodgers, conosciuta in Italia come Dove e quando. Angelini dovette cambiarla sotto le pressioni autarchiche di Regime. C'è una chiesetta ... di Cantoni-Rampoldi ne rimase comunque il segno distintivo per tutto il resto della carriera.

Il maestro Angelini non scrisse mai la musica d'una canzone al contrario del "rivale" Pippo Barzizza, il cui identificativo fu la sua Oh boscaiolo!.

Si trattava, in realtà, di una contrapposizione molto forzata: sia pure con toni in parte diversi, le due orchestre esercitarono un'azione di compromesso, o di transizione guidata, mirante a rendere accettabile al pubblico del tempo, costituito in larga parte da ambienti borghesi e relativamente benestanti, lo sviluppo della musica leggera.

L'orchestra di Barzizza era assai meno "americana" di quanto si dicesse e quella di Angelini (che di tanto in tanto si esibiva in composizioni più ritmiche con un piccolo gruppo di esecutori) più aperta alle importazioni di quanto molti pensassero. In qualunque caso, Angelini fu uno dei primi a comprendere l'importanza delle voci, inserite nella struttura musicale orchestrale e soprattutto si dimostrò oculato nella scelta del repertorio, costituito da brani gradevoli e accattivanti alle orecchie del grande pubblico della radio.

Il Festival di Sanremo

In questa veste di mediatore del nuovo, Angelini assunse dopo la guerra il ruolo di figura indiscussa di riferimento, per tutti gli anni cinquanta e i primi anni sessanta, del Festival di Sanremo, dove la sua direzione s'ispirava ostentatamente ai modelli anche visivi delle orchestre classiche, a sottolineare forse non tanto la natura finto-operistica della musica eseguita (ci fu comunque chi ironizzò, come Giovanni Mosca che, sul Corriere della Sera, presentò due spettatori del Festival davanti ad una distesa di archi e violini intenti a chiedersi se stessero assistendo ad una prima del Tristano o ad una prima esecuzione di Occhi neri e cielo blu) quanto la solennità e ufficialità dell'evento. In occasione dell'edizione del 1953, nella quale fu introdotta la doppia esecuzione, le cronache dedicarono ampio spazio ad una presunta rivalità tra il "tradizionalista" Angelini e l'altro direttore Armando Trovajoli, appassionato di jazz e più incline ad orchestrazioni definite, per l'epoca, di «avanguardia». Celebre anche la zuffa, l'anno precedente, con Gino Latilla nel Salone delle feste del Casinò, a causa della rivalità amorosa tra i due per Nilla Pizzi. E' stato legato alla cantante ed attrice bolognese Nilla (Adionilla) Pizzi.

Fu anche in finta rivalità col napoletano Giuseppe Anepeta, direttore di una delle due orchestre del Festival di Napoli. Angelini raggiunse l'apice del successo e del potere negli anni cinquanta, quando si trovò di fatto a capo di una "scuderia" composta dai maggiori divi musicali del tempo, inclusa Nilla Pizzi (con la quale il Maestro ebbe anche una relazione sentimentale). Nel corso degli anni sessanta, la contrapposizione tra la sua musica e quella più moderna venne riproposta, ancora artificiosamente, ma forse con qualche maggiore elemento di verità, nel confronto tra i cosiddetti "melodici" e le nuove tendenze del rock and roll, identificate per qualche tempo in Italia con il termine spregiativo "urlatori": etichetta che fu affibbiata di volta in volta a Mina, Celentano, Little Tony, Tony Dallara.


C'è un servizio fotografico alla "Parata di canzoni" (Rubrica radiofonica a Torino?) dove, fra gli altri, è accanto ad Antonio de Curtis Totò.

Gennaio 1954 a Sanremo, in occasione del 4° Festival della Canzone italiana, dirige l'orchestra per l'esecuzione di Achille Togliani del brano di De Curtis Antonio "Con te".

Nell'estate 1948 ha ricevuto la Maschera d'Argento per attrazioni musicali.


Galleria fotografica e rassegna stampa

Questo documento storico del 1941 celebra la figura di Cinico Angelini, uno dei direttori d'orchestra più amati dell'epoca, offrendo un ritratto intimo e professionale del musicista che ha saputo rivoluzionare la musica leggera in Italia

  • Innovazione e Tradizione: Angelini è descritto come un difensore della musica moderna; sostiene che l'adozione di ritmi nuovi non debba danneggiare la freschezza della melodia tipicamente italiana, riuscendo così a conquistare il vasto pubblico dei radioascoltatori
  •  Dalla Pittura al Violino: Prima di dedicarsi interamente alla musica, Angelini studiò pittura all'Accademia di Torino, dimostrando un talento tale che i suoi maestri lo ricordavano come uno dei migliori allievi
  •  L'Evoluzione dell'Orchestra: Partito nel 1922 con un piccolo quintetto, Angelini ha guidato complessi sempre più numerosi (arrivando a 24 elementi nel 1941), portando la sua musica anche all'estero, come a Zurigo, dove si esibì con la sua orchestra in camicia nera
  •  Vita Privata e Curiosità: Il testo rivela dettagli personali, come il forte legame con la moglie Clara — sua stretta collaboratrice — e la sua passione per la bicicletta, utilizzata abitualmente per gli spostamenti notturni dopo le trasmissioni all'EIAR
  •  Successo Discografico: I suoi dischi sono citati come i più ricercati dell'epoca, capaci di competere con la musica straniera e di imporsi persino nelle collezioni degli appassionati di jazz più esigenti.

«Canzoniere della Radio», 15 settembre 1941


Cinico Angelini, tra passato e presente

Questa pagina storica del Radiocorriere-TV del 1951 celebra la carriera di Cinico Angelini, una delle figure più iconiche della musica leggera e radiofonica italiana

  •  Evoluzione Artistica: Attraverso il gioco di parole "ieri... e oggi", il servizio mette in luce la longevità e la capacità di rinnovamento del Maestro, capace di restare al vertice del gradimento del pubblico per decenni
  •  Protagonista della Radio: L'immagine sottolinea il ruolo centrale di Angelini nelle trasmissioni dell'epoca, consolidando la sua fama di "re" della melodia e del ritmo

Un prezioso frammento di storia della televisione e della radio che testimonia il fascino senza tempo di uno dei padri della canzone italiana.

«Radiocorriere TV», settembre 1951


In questa riflessione pubblicata nel 1952, il Maestro Cinico Angelini analizza i meccanismi che portano una canzone a diventare un successo, ponendo l'accento sul ruolo decisivo del pubblico

  • La Sovranità del Pubblico: Angelini sostiene con convinzione che, nonostante le selezioni preventive e il lavoro degli editori, sia sempre il pubblico ad avere l'ultima parola e il diritto di scegliere ciò che desidera ascoltare
  • Il Fenomeno "Papaveri e Papere": L'articolo cita come esempio emblematico il brano Papaveri e papere, sottolineando come le richieste spontanee degli ascoltatori siano il vero termometro del gradimento, capaci di imporsi sulle scelte delle commissioni o delle case discografiche
  • Oltre le Polemiche: Il Maestro invita a guardare con serenità ai risultati delle classifiche e delle cronache musicali, evitando inutili polemiche e riconoscendo che il successo di una creazione non può essere costruito a tavolino se manca il consenso popolare
  • Curiosità dell'Epoca: Il documento include anche riferimenti pubblicitari a celebri interpreti come Claudio Villa e il Duo Vocale Vis, offrendo uno spaccato vivido della scena radiofonica e discografica italiana dei primi anni Cinquanta

Un contenuto che rivela la filosofia democratica e attenta di Angelini, un direttore d'orchestra che ha sempre cercato di interpretare e rispettare i sentimenti della "creatura pubblico".

«Musica», giugno 1952


Il beniamino dei radio ascoltatori si è sposato segretamente con una maestrina milanese, sua ammiratrice.

Torino, settembre

Un un giorno d’autunno dello scorso anno, un gruppo di operai specializzati prendeva in consegna l'appartamento situato al quarto piano di via delle Rosine 2, a Torino. Il palazzo di recente costruzione è amministrato in condominio e si trova al centro di un quartiere che durante la guerra fu quasi letteralmente distrutto da un’incursione. Nella stessa zona si trovano la Mole Antonelliana, oggi decapitata, gli auditori della RAI. l’Università e gli argini del Po.

Gli uomini erano guidati da un’elegante ragazza in tailleur grigio che aveva la sicurezza e i modi di un architetto, e un accento volu-t a m e n t e lombardo. Anzi, quando il capo degli operai non afferrava subito un'idea, la donna ne ripeteva i punti essenziali in milanese, traducendoli subito in italiano. L’effetto era immediato: non c’è possibilità di equivoco tra persone che si parlano con i rispettivi accenti casalinghi, specialmente quando il colloquio riguarda una vicenda artigiana.

«Perbacco, lei sa quello che vuole!» le disse a un tratto il capo. La ragazza lo guardò riconoscente e, come sciogliendosi dal riserbo sui suoi affari privati, rispose:

« Non può essere che così ! Sono anni che immagino il mio appartamento di sposa!».

Il fidanzato arrivò più tardi e approvò le sue disposizioni. Era la prima volta che gli capitava di non trovare stonature: la orchestrazione della sua futura vita matrimoniale Io trovava consenziente. Anche lui, il maestro Angelini, da molti anni viveva di questa attesa: gli premeva soltanto che la cosa avvenisse nel più assoluto segreto, soprattutto per non creare turbamenti e curiosità nella massa di aficionados che ogni giorno lo ascoltano e gli scrivono.

E il segreto è stato mantenuto. Come, non saprei dirvi. Il 2 aprile successivo, verso le sette del mattino, una fuoriserie azzurra usciva dal garage che affianca la sede radiofonica di via Montebello e imboccava l'autostrada per Milano. Angelini era al volante. Aveva un soprabito grigio ed era senza cappello, mentre grossi occhiali neri gii occupavano parte del volto. Col Maestro viaggiavano due signori in abito scuro, uno dei quali continuava ad osservare con evidente apprensione le lancette del tachimetro. Alle porte della metropoli, Angelini rallentò e i suoi compagni di viaggio respirarono.

Erano le nove. Il Maestro parcheggiò la macchina nei dintorni di piazza del Duomo e, senza levarsi gli occhiali, rialzando anzi il bavero del soprabito, guidò i suoi accompagnatori in municipio, Qui la fidanzata attendeva, elegantissima in un tailleur azzurro della Marucelli con stola di visone e cappello blu scuro, arricchito da una veletta dello stesso colore della stola. Accanto a lei erano due uomini, che salutarono distintamente, quasi con circospezione, i nuovi arrivati. Le sei persone salirono in silenzio le scale del municipio, e un commesso pregò il gruppo di attendere in anticamera.

«C’è un po' di lavoro questa mattina» disse il commesso. Trascorsero cinque minuti, poi una porta si aprì e una coppia sorridente infilò le scale. Poco dopo, Angelini e i suoi compagni erano alla presenza dell’ufficiale di Stato Civile. Questi svolse i preliminari d’uso, controllò l’identità delle persone ch’erano davanti a lui, e diede avvio alla cerimonia. Lo sposo aveva un nome che non diceva nulla agli orecchi del funzionario: Angelo Cinico, nato a Torino, di professione musicista. La sposa, Guglielmina Sanvito, risultava abitante a Milano, in via Mario Pagano, nel popoloso quartiere Magenta.

Dopo il discorsetto di prammatica del funzionario, il gruppo si dirigeva in automobile verso Santa Maria degli Angeli. Qui, le pubblicazioni affisse all’albo della chiesa non avevano richiamato curiosi. Il cognome dell’uomo, che da ventanni s’identifica con la musica leggera italiana attraverso il filtro di un celebre pseudonimo, era passato inosservato. In chiesa c'erano soltanto pochi fedeli in preghiera che guardarono distrattamente la coppia e il gruppo dei testimoni.

Concluso il rito, Angelini pilotò moglie e amici in un bar nei pressi della stazione Nord. La signora Mimma prese un cappuccino e un paio di brioches. Il Maestro e gli altri, in una saletta appartata, bevvero il vermout. Prima di mezzogiorno, la fuoriserie azzurra infilava la strada per Genova, dove la coppia giungeva alle due. Rapida colazione in un ristorante del centro, quindi corsa fino a Rapallo. Due giorni dopo, alle nove precise, il Maestro era in auditorio, a Torino.' davanti alla sua orchestra, con la quale leggeva le partiture di «Dove? Quando?», la vecchia e indimenticabile canzone di Rodgers.

Nulla era trapelato dell’importante avvenimento. Il piano segreto a-veva funzionato anche nei dettagli. Nelle settimane successive, mentre i due sposi completavano l’arredamento della loro casa, alcuni giornali riprendevano con misteriosa sincronia alcuni vecchi e piccanti motivi, arricchiti di pepe nuovo. Tra l’altro si diceva che Nilla Pizzi e Gino Latilla, i cantanti dell’orchestra Angelini di cui si erano date prossime le nozze, avevano rotto il fidanzamento. Era probabile che i due, dopo il disaccordo, si allontanassero dall’orchestra, ognuno per proprio conto. Ma la domanda più scottante di qualche giornale riguardava i sentimenti d’Angelini: quale sarebbe stata la nuova vicenda, se per il Maestro non c’era amore senza Nilla?

Marito e moglie, nell’intimità della loro sala di soggiorno stile Impero, seguivano con interesse le intemperanze dei giornali e sorridevano su questa ansiosa ricerca 'di motivi frizzanti, che diventavano di volta in volta ingiuriosi, volgari, perfidi, e comunque erano sempre di pessimo gusto. Ritornavano in onore i vecchi schemi scandalistici, impostati su una inesistente rivalità amorosa tra persone che ormai s’ignoravano, salvo rapporti di dipendenza e di lavoro. Qualcuno prevedeva che, dopo la lite con Latilla, la cantante bolognese, finalmente libera, sarebbe ritornata al Maestro che le aveva dato uno stile e una personalità.

Il segreto della sposa

La signora Mimma, che si è assunta il ruolo di segretaria, mostrava al marito i ritagli contenenti quella ridda di notizie gratuite. Il segreto, voluto per ragioni di opportunità familiare, ma soprattutto per non costringere editori, compositori, parolieri, colleghi, artisti a partecipare di persona o con dei regali all’avvenimento, minacciava di diventare troppo pesante. Secondo Angelini, era necessario rendere subito nota la nuova situazione, ma la signora Mimma non era dello stesso parere. Secondo lei, non era saggio provocare reazioni finché la casa non fosse completamente a posto: doveva essere cambiato il cinz della sala di soggiorno; la grande discoteca per 100.000 dischi da collocare in sala da pranzo era ancora in lavorazione; lo specchio rettangolare della sala da pranzo, lungo tutta una parete, sarebbe arrivato a fine agosto, e pure in arrivo era la cucina americana che avrebbe permesso d’invitare a colazione amici e nemici.

La padrona di casa voleva essere in grado di accogliere ospiti e visitatori con la distinzione e le possibilità di una vera signora. Soprattutto non aveva ancora trovato una nuova cameriera che sapesse servire il pranzo con naturalezza e grazia sorridente. La giovane donna ch’era riuscita a far staccare il Maestro dai vecchi mobili, dalle vecchie e polverose poltrone, da tutti i ninnoli e le suppellettili che denunciavano antiche presenze, rinnovando l’uomo anche spiritualmente come se avesse riacceso in lui la fiamma della prima giovinezza, questa donna bella, sollecita, amorosa e un tantino caparbia nella sua eleganza casalinga, voleva che la bomba scoppiasse in un momento scelto da lei.

Angelini accondiscese. Le voleva troppo bene per decidere secondo le vecchie abitudini: cioè, soltanto con la propria testa. Le disse che avrebbe chiesto una licenza e che sarebbero partiti, finalmente, per il loro vero viaggio di nozze. Mimma, questa volta non ebbe esitazioni, e i due si rifugiarono all’Alpino, una località montana che domina il Lago Maggiore. Rimasero assenti più di un, mese, e, al ritorno, entrambi s'accorsero di essere stati felici.

Storia romantica

Venuto il momento, decidevano di comunicare ufficialmente la loro nuova posizione civile e si ricordarono di un vecchio amico giornalista, che accorse subito e che ora spiega come sono andate le cose. Angelini ha conosciuto Mimma Sanvito nell’auditorio della Fiera di Milano, nel 1950. Era una sua ammiratrice e, dopo una trasmissione, gli aveva chiesto un autografo. L’anno successivo, nuovo incontro ad Alassio durante i bagni, presente la mamma, il papà, medico condotto a Gallarate, e il fratello di Mimma, studente d’ingegneria al politecnico di Milano. Nel 1952, terzo incontro, sempre ad Alassio. Scocca la scintilla e il Maestro, per la prima volta, le parla di matrimonio.

La famiglia di Mimma, di rigidi principi, legata a pregiudizi e consuetudini che si scontrano col passato del Maestro (celebre è la canzone di Angelini Un angelo dal ciel dedicata alla sua prima moglie, Clara, e la fantasia popolare ha arricchito inverosimilmente i suoi rapporti con Nilla Pizzi), faceva marcia indietro e non dava il proprio consenso al matrimonio. Particolarmente la mamma, una buona e distinta signora della borghesia milanese, non voleva accettare la circostanza che la figlia unisse la propria sorte a quella di un artista, sia pure famoso. Ma ciò non poteva cambiare il progetto di Mimma: ed ecco uno dei motivi della clandestinità romantica del matrimonio.

Sono andato a trovare i due sposi nella nuova casa. Nitore e serenità ovunque, e ovunque trionfo di fiori. Mimma è una perfetta padrona di casa. Possiede il diploma magistrale, ma non ha mai esercitato. Ha un debole per i quadri d’autore, e nella sua sala da pranzo, alla quale si accede attraverso un salotto di velluto verde, incontro un Fattori di pregevole fattura. Mimma è stata miss Varazze e, recentemente, arrivata a Cinecittà col marito, si vedeva fatta segno a bizzarre proposte: tra le altre, quella d’interpretare una parte di cantante in un film con la voce fornita da Nilla Pizzi. Luigi Emmer insisteva perché si sottoponesse a un provino. Da ultimo si scoperse che Mimma aveva pure una bella voce.

Come nella favola, la moglie di Angelini rispondeva che il suo proposito era quello di fare solo la moglie, e non vide l’ora di ritornare a Torino dove l'aspettava il mobiliere per cambiare quel famoso cinz nella camera di soggiorno.

I.S., «Epoca», anno IV, n.155, 20 settembre 1953


Angelini: una storia per i figli, i padri e i nonni

Prima parte - II maestro torinese celebra i vent’anni di matrimonio con il successo: raccontare le vicende della sua orchestra e dei suoi cantanti significa raccontare le vicende di tre generazioni che hanno ballato e sognato all’invito della sua bacchetta.

Alla fine di ogni pasto, il maestro Angelini si fa portare una tazzina da caffè con dentro dell'acqua bollente e qualche goccia di limone. Alza la tazzina sino alla bocca con gesto solenne, quasi fosse un rito, beve, poi pianta gli occhi chiari in faccia ai suoi commensali. E' il segnale: si può incominciare a parlare, e la conversazione inizia, sommessa, seria, punteggiata da lunghi silenzi. Angelini non ha mal chiesto a qualcuno di non parlare fotte o di non sghignazzare davanti a lui, ma nessuno oserebbe farlo, nessuno ha mai pensato di poterli) fare. E come se una muraglia di rispetto e di soggezione lo circondasse: quando è sorta nessuno lo sa. Ma esiste, questo lo sanno tutti. Gli piacciono la buona tavola e i buoni vini, sceglie i piatti più elaborati: per questo mangia quasi sempre fuori di casa. Ma non ha bisogno di scovare trattorie segrete per stare tranquillo, anzi, in omaggio all'attaccamento quasi militaresco, tipicamente piemontese, alla casta cui appartiene, sceglie quasi sempre i ristoranti notoriamente frequentati da autori di canzoni editori, cantanti. E' gente chiassosa, litigiosa, insofferente, ma appena arriva Angelini, attorno al suo tavolo si forma come una macchia d'olio nel mare in tempesta. Ufficialmente, Angelini è il direttore di una delle tante orchestre che suonano alla radio, più fortunato e celebre di molti suoi colleghi, ma niente di più. In pratica, per tutti coloro che appartengono all'ambiente della musica leggera o che ne seguono le sorti, è una specie di istituzione; sta al mondo della canzone come De Nicola sta a quello della politica: un uomo di cui si scrutano i cenni e le sfumature, per interpretarne l’approvazione o il dissenso.

Proprio in questi giorni celebra i vent'anni di matrimonio col successo: fu infatti nel 1938 (quando creò la prima orchestra stabile radiofonica di musica leggera) che tutta Italia cominciò a parlare di lui. In questi quattro lustri di ininterrotta popolarità è stato accusato di essere tutto: antifascista e fascista, massone e strumento dell'Azione Cattolica, asservito alle gerarchie della radio e capo morale della fronda antiradiofonica. Non si è mai difeso, non ha polemizzato, non ha indetto conferenze stampa, non ha dato querele. E' sempre rimasto imperturbabile, sia che lo osannassero, sia che glivbuttassero la croce addosso, con la grossa lesta fra le spalle come un pugile in guardia sul ring. Aspetta che applausi e tempeste passino, poi ricomincia come se niente fosse accaduto.

Dirige orchestre da trentotto anni, mastica musica dalla mattina alla sera, eppure non ha mai scritto una canzone, pur di non aver la tentazione di suonarsela e di essere accusato di imparzialità dagli altri autori: caso unico al mondo fra i direttori d'orchestra di fama. Ha insegnato l'abc a diecina di cantanti; di alcuni di essi ha fatto dei divi, ma non ha mai espresso pubblicamente un giudizio - né positivo né negativo - su alcuno di loro: per lui sono tutti uguali, da un Claudio Villa al più sconosciuto debuttante; sono gente che deve interpretare una canzone agli ordini della sua bacchetta, e basta. Dicono che quando si arrabbia per un attacco sbagliato dell'orchestra o per la stonatura di un cantante, diventa una belve. Ma questo accade solo nelle salette dì prova della radio, che hanno i muri imbottiti, a prova di suono: nessun estraneo l'ha mai sentito alzare la voce, come nessuno l'ha mai sentito ridere forte e scherzare; eppure gli amici intimi lo descrivono gioviale e pieno di sense of humour. La sua forza, il suo prestigio, la solidità della sua fama stanno in questo spietato autocontrollo, in questo carattere di ferro.

Eppure è proprio quest'uomo apparentemente di ghiaccio che ha fatto commuovere, sospirare, ridere tre generazioni di italiani con le musiche della sua orchestra. Gracchiavano le prime radio con le antenne a tela di ragno, ed era Angelini che suonava Come pioveva. Appelius stramalediva l’Inghilterra ed Angelini ci riportava coi piedi per terra con Maramao perché sei morto? e poi ancora, tra un invito a fracassate le reni alla Grecia ed un bollettino catasirofico, ora sempre lui che portava un po' di pace con Ba, ba baciami piccina e Chiesetta alpina. Infine, tra una corrispondenza dalla Corea e le ultime notìzie sul ponte aereo di Berlino, ancora l'Angelini di Grazie dei fior, di Papaveri e papere, di Vecchia Europa.

La storia della canzone italiana, dal primo dopoguerra ad oggi à la sua storia; è un po' la cronaca, in chiave musicale, del nostro costume negli ultimi 38 anni, delle abitudini, dei gusti, della «moda» della borghesia italiana.

1920: il tramonto del “concertino”

La guerra è finita da più di un anno. La borghesia italiana, che del giovane Regno era il pilastro e lo scheletro sia sociale che morale, ne ha sopportato il peso maggiore. Per quasi cinque anni ha vestito il grigioverde, ma ora si sta rapidamente abituando di nuovo agli abiti borghesi, e con loro alle consuetudini di prima: il vestito della domenica, la passeggiata dopo la Messa, Il «concertino» al caffè. Compunti, severi, convinti che non ci sarebbero state più guerre e che avrebbero fatto fare degli ottimi matrimoni alle figlie, i buoni borghesi andavano al «concertino» come ad un rito. Per tre lunghe ore assaporavano il programma della «famosa orchestra d’archi», sempre uguale. immutabile come la loro dirittura morale: una marcia allegra, un pout-pourrì di motivi da operette, chiamato il «valzerone», il massacro d’una sinfonia popola rizzata, infine la «fantasia da un’opera celebre». Negli intervalli, serpeggiava come un brivido la notizia che il giovane Sampieri, folle e scioperato, aveva firmato una cambiale o che il cavalier Guidetti, sorpreso dalla moglie al tabarin, aveva tentato - pietosamente - di giustificare la propria presenza lì col suo amore per le canzoni. Perché, al concertino, canzoni non se ne eseguivano mai, per nessuna ragione: il caffè si sarebbe sentito declassato al rango di varietà. In una di queste orchestre da caffè, a Torino, esordisce come primo violino un giovane piccolo e smilzo, arrivato da poco dalla campagna: ha un nome ed un cognome che suonano buffi, contraddittori, così accoppiati: Angelo Cinico. La mamma gli ha detto: «Vai, figlio mio, e non sentirti da meno degli altri, a causa della statura. Napoleone era piccolo come te, ed anche il Re e il Maresciallo Diaz non sono più alti, eppure hanno vinto la guerra». Eppure in fondo è preoccupata all’idea di quel figlio così minuto, in mezzo ai signori della città. Angelo invece non soffre di complessi d’inferiorità: lavora sodo, tranquillo e disciplinato in orchestra, suona valzeroni e pout-pourrì, perché è piemontese e, come tale, uomo d’ordine. Ma, come tutti i piemontesi, è anche rivoluzionario ; un po’ questo e un po’ quello, con sapiente dosatura : non per niente i suoi nonni, proprio col sistema di alternare, imperturbabili, violazioni alla legge e azioni legali hanno compiuto una delle imprese più mirabolanti e incredibili della storia: hanno riunito gli italiani sotto ima bandiera sola.

Angelo Cinico dunque suona la Traviata, ma già studia il modo di buttare all'aria il repertorio dei «concertini» e di sostituirlo tutto con musica leggera valzer, tanghi, mazurke e financo quei blues i cui primi dischi cominciano ad arrivare dall’America e che egli ascolta, quasi di nascosto, in casa di un amico fortunato possessore di un antidiluviano fonografo a tromba. Finalmente si fa coraggio - male che vada tornerà a mangiar polenta al paese, forma il complesso, lo battezza con un nome pomposo Perroquet Royal Band, ribattezza se stesso con un nome più gentile, maestro Angelini ed esordisce. Quasi contemporaneamente nelle altre città italiane, lo stesso fenomeno si ripete, sempre ad opera di giovani più incoscienti che audaci. La borghesia dei caffè traballa sotto il colpo, ma finisce per assorbirlo ; del resto troppe cose stanno cambiando, ormai: le «maschiette» pensano più all’uguaglianza dei sessi che a trovar marito e la Guardia Regia non riesce più a mantenere l'ordine nelle strade... I «concertini» tramontano, nei caffè si suonano ormai i successi che arrivano d’oltre Oceano e da Parigi. La rivoluzione della musica leggera è al suo secondo atto, quando il batterista delle orchestre comincia a canticchiare i refrain dentro a degli strani imbuti di cartone a forma di megafono. Ci sono costruttori specializzati per questi imbuti, che li confezionano secóndo regole sapienti: corti e larghi per ì motivi sentimentali, lunghi e stretti per i ritmi allegri. Ma l'«optimum» della «Voce del batterista» lo si ottiene solo quando qualcuno (il suo nome è sconosciuto, purtroppo) escogita il sistema di tappargli il naso con un paio di comunissime mollette da bucato. In questo modo, la voce si fa aspra e gracchiarne come quella dei fonografi a tromba: l’illusione di ascoltare un disco è perfetta. Nei caffè, la borghesia applaude soddisfatta: un pio’ perplessa, forse, di fronte a tante novità, ma sempre convinta, comunque, che guerre non ce ne saranno più.

1925: i pionieri di Caracas

Sulla tolda di un bastimento che fa rotta per Caracas, i componenti la Per-roquet Royal Band guardano Genova che scompare all'orizzonte. Angelini fa un segno; tirano fuori gli strumenti dalle custodie ed attaccano Partono i bastimenti: alcuni passeggeri accompagnano la canzone in coro, qualche altro piange. Trentatré anni fa si andava ancora cosi in America, come verso un’avventura meravigliosa, con una canzone, una lacrima e la fondata speranza di far fortuna. Era bastato un piccolo annuncio economico della Stampa per far partirci Angelini ed i suoi: vi si diceva che in Venezuela avevano bisogno di un’orchestra tipica italiana, capace di eseguire un buon repertorio partenopeo. Di Caracas non sapevano molto: per loro era l’America, un Paese con tanto petrolio, e basta. Forse pensavano di trovarci anche i grattacieli, ma, allora, la capitale del Venezuela era poco più che un grosso paesone di pionieri Denaro ne correva, questo sì, tanto ; e c’erano forse più dancings che case in muratura, perché tutti quei soldi, in qualche modo, bisognava spenderli. Arrivarono che gli aficionado» dei locali notturni erano sazi fino alla nausea di orchestre negre e di complessi caratteristici sudamericani. Si misero a suonare le nostre canzoni piene di cuore e malinconia a gente che non ne poteva più di blues e di rumbe, e fu un successo clamoroso Erano tutti giovani, e si abituarono presto al clima ed alle abitudini di quella nuova terra. Più presto al clima che alle abitudini, perché non è facile tenere i nervi a posto quando, nel bel mezzo di un «pezzo», i clienti si alzano, corrono fuori e si mettono a sparar» come dannati. Intanto arriva sorridendo il padrone de! locale e dice: «Niente palma, maestro, è scoppiata un momento la rivoluzione. Adesso è meglio chiudere, ma ci vediamo sabato sera». Perché quella volta, quando le rivoluzioni sudamericane si facevano col cuore e non con un occhio a Mosca e l’altro a Washington, il sabato pomeriggio tutti smettevano di sparare ed andavano a divertirsi fino al lunedi mattina. Il generale Gomez tuonava: «Il settimo giorno riposò Iddio, che è Iddio; e non dovrebbero forse riposare anche gli eroi?». Per la verità, più che eroe, questo Gomez era il dittatore dei Venezuela, e la sua più notevole opera sociale erano gli ottantaquattro figli avuti da alcune mogli e aspiranti mogli. Ma gli piaceva la musica italiana, e questo ren deva molto più gradevole il soggiorno di Angelini e compagni a Caracas. Se non fosse stato per le angosciosi insistenze dei suoi genitori, Angelini in Italia non sarebbe più ritornato. Dopo quattro anni lasciò Caracas con assai più malinconia di quanta avesse provato la sciando Genova nel 1925. Portava con sé un’esperienza nuova, fatta a contatto con le orchestre americane: gli sarebbe servita per diventare popolarissimo in Italia con un mezzo ancora semisconosciuto, la radio.

1930: allora l’EIAR era la TV

Dimenticata la «scapigliatura» americana, Angelini è ritornato a suonare per quello che era e che da questo momento in poi sarà sempre il suo vero pubblico, la borghesia (il principale segreto del suo successo così duraturo sta probabilmente proprio in questa sua testarda, commovente fedeltà al pubblico borghese, che vuole le novità ma senza scosse, le trovate moderne ma vestite un po’ all’antica). Suona in una sala da ballo in pieno centro di Torino, in fondo ad una lunga e stretta galleria tutta piastrellata di bianco e azzurri la sala «Gay». È un «locale da gente per bene». La sala è aperta tutti i giorni, dalle quattro del pomeriggi' a notte inoltrata: le figlie da marito vanno ai pomeriggi danzanti attentamente sorvegliate dalle madri, mentre le più fortunate vi si possono far accompagnare, senza disdoro, dal fidanzato persino alla sera. Instancabile Angelini dirige nove ore al giorno, mentre sotto il podio della sua orchestra s’intrecciano teneri romanzi d’amore e si combinano matrimoni. Sarebbe interessante - e sorprendente - poter appurare quanti torinesi, che oggi hanno dai venti ai ventotto anni, sono al mondo perché Angelini suonava con tanta romantica dolcezza tra le mura della gloriosa sala «Gay»... O milanesi anche; poiché in quegli anni cominciò a far la spola tra la «Gay» e la sala * Odeon», all’ombra della Madonnina. Non era uomo, comunque, Angelini da adagiarsi sugli allori: aveva già stupito tutti formando un'orchestra «all'americana», con trombe, trombone, sassofoni, contrabbasso, chitarra, batteria e pianoforti.

Diede addirittura un colpo alla tecnica delle orchestre italiane da ballo il giorno in cui si presentò alla sala «Gay» con un uomo, in orchestra, incaricato soltanto di cantare le canzoni, anziché suonare anche la batteria o il sassofono. Si chiamava Vittorio Belleli, il capostipite dei cantanti italiani di musica leggera.

Grazie a queste «trovate», Angelini era già divenuto tanto popolare che quando l'EIAR (la RAI di allora) volle tentare il primo esperimento di musica da ballo «dal vero» anziché con dischi, non ebbe esitazioni e si rivolse a lui. Arrivarono dei tecnici vestiti di bianco in sala «Gay» e, misteriosi e seri come stregoni, sistemarono in cima ad un altissimo tubo un microfono. La tecnica era primordiale, il microfono doveva stare così in alto per poter raccogliere uniformemente i suoni di tutta l'orchestra. Il problema era di far arrivare lassù la voce di Belleli, senza che gli strumenti la soffocassero. Lo risolsero facendolo salire su di una scala a libretto, di quelle che usano i tappezzieri. Alla base della scala misero a difesa un semicerchio di sedie, per evitare che le coppie dei ballerini mandassero il cantante gambe all'aria in piena trasmissione. Cosi finalmente, una sera, la voce indimenticabile di Marisa Boncompagni, la prima annunciatrice della radio, potè, pronunciare la frase fatidica: «...Stazioni di Milano Torino e Genova. Dalla sala “Gay” di Torino trasmettiamo un programma di musica da ballo...». Per Angelini cominciava la corsa alla celebrità.

1938: politica e canzonette

Il Minculpop, il Ministero fascista della propaganda, è preoccupato: gli italiani ascoltano troppo radio Londra, e non soltanto per i notiziari, ma anche perché l'emittente inglese trasmette molta più musica da ballo delle stazioni radiofoniche italiane. Per correre ai ripari, l'EIAR pensa di formare due complessi stabili di musica leggera e di affidarne la direzione ai due maestri più in voga del momento, Angelini e Barzizza. Con un concorso nazionale vengono selezionate le «voci» che formeranno le squadre canore dei due direttori. L’iniziativa avrà un successo incredibile. Sono proibiti i partiti politici, e gli italiani, magra consolazione, si sfogano con i partiti canori. Dalle Alpi alla Sicilia, l'Italia si di riderà in Angeliniani e Barzizziani: si sviluppa un fenomeno nuovo, il divismo radiofonico.

Giorgio Berti, «Epoca», anno IX, n.395, 27 aprile 1958


OTTO DOMANDE AD ANGELINI

Perché mai, non soltanto la sua, ma tutte le orchestre che in questo momento trasmettono alla radio, eseguono un repertorio composto soltanto di vecchie canzoni? La produzione attuale di canzoni è cosi scadente da indurre la RAI ad escluderle del tutto dai programmi?

Non si tratta di questo: da anni editori, autori di canzoni e giornalisti accusavano la RAI di non saper scegliere o scegliere con parzialità le canzoni da trasmettere. Per tagliar corto alle accuse, un anno fa la RAI ha deciso di lasciare agli stessi autori ed editori - tramite uno speciale comitato della SIAE . la responsabilità della scelta. Dovevano selezionare ogni anno circa seicento canzoni fra le molte migliaia che essi stessi compongono o lanciano sul mercato. Sarebbero state quasi due canzoni nuove al giorno: anche troppe.

Ma le seicento canzoni nuove del 1957, dove sono?

Lo sa Iddio. Autori ed editori discutono da tempo senza riuscire a mettersi d'accordo sulla «divisioni della torta». Non sta a me giudicare di chi siano le responsabilità, certo non è uno spettacolo edificante per la musica leggera italiana. La RAI, intanto, ha deciso di trasmettere le vecchie canzoni, rielaborate e modernizzate.

Insomma, malgrado le critiche, il sistema seguito prima dalla RAI era il più efficace?

Neanche questo, a mio avviso, è esatto. Troppo spesso, negli ultimi anni la scelta delle nuove canzoni ero fatta in base ad un meccanismo combinato in modo da non poter tener conto né dei gusti del pubblico, né delle caratteristiche delle orchestre e dei cantanti cui le canzoni venivano affidate d’autorità. Agli occhi del pubblico, poi, la brutta figura finivano per farla gli esecutori.

Qual è allora, secondo lei, il sistema migliore?

Quello in atto fino a dieci anni fa: erano gli stessi direttori d'orchestra a scegliere le nuove canzoni. Naturalmente con l’assistenza ed il controllo dei dirigenti della RAI, ad editare abusi e favoritismi. Che io, d’altra parte, ritengo assurdi: nessun direttore d’orchestra è cosi autolesionista da suonare una canzone brutta solo per far piacere ad un amico.

Lei ha decisamente mutato il modo di suonare, con la nuova orchestra che, da qualche settimana, ha ripreso le trasmissioni radiofoniche. Pensa che il pubblico italiano, quello composto dagli strati più larghi che seguono quasi con fanatismo i programmi di musica leggera, sia già maturo per accettare un genere musicale più moderno?

Per anni mi hanno accusato di essere un « sorpassato », di rimanere fermo al genere tradizionale. Erano critiche scottanti, a volte offensive, ma io continuavo a suonare co si, proprio perché mi preoccupavo Ji quel pubblico più vasto che segue la radio e che forse non ha altro svago che la radio. Ho cambiato stile, ma non per un capriccio o uno snobbismo. Dopo trent’anni di carriera, penso di conoscerlo abbastanza, il pubblico radiofonico e ritengo che adesso sia senz’altro maturo per un genere più moderno di musica leggera. Ho appena finito una tournée in Italia, che è durata mesi: dovunque il pubblico ha accolto con favore questo mio nuovo modo di suonare. È in base a questa esperienza che mi sono deciso a farlo anche alla radio. Indubbiamente mólti radioascoltatoii si sentiranno sbalestrati e perplessi, ma facciano un piccolo sforzo e cerchino di abituare l’orecchio alla nuova musica: finiranno per gradirla. Anche il wisky, la prima volta che si beve sembra petrolio...

Come mai lei non ha scritto neppure una canzone?

Ne scrivono già tante gli altri. Eppoi non è vero: ho scritto alcune canzoni anch’io; ma le ho chiuse in un cassetto e là restano.

Se dovesse formare un cast per la sua orchestra, potendo scegliere fra i maggiori cantanti stranieri di musica leggera, chi preferirebbe, tenendo presenti le esigenze del nostro pubblico?

Sceglierei Bing Crosby, Frank Sinatra, Perry Como, Doris Day, Peggy Lee e le Boswell Sisters. Resta poi da vedere se loro sceglierebbero me.

Qual è l'autore italiano di musica leggera che preferisce?

Mille nemici per un amico in più? È un pessimo investimento...


Le belle canzoni dei divi alla buona

Seconda parte - L’orchestra che sta conquistando la sua quarta generazione di ammiratori iniziò senza soldi né fanatici: i suoi componenti andavano alla radio in tram, come modesti impiegati.

Angelini non si sentiva per niente commosso e insuperbito all’idea di essere stato messo sullo stesso piano dei nove milioni di baionette e del salto dei gerarchi nel cerchio di fuoco ai fini dell’affermazione della preminenza delle istituzioni del regime nei confronti di quelle demoplutocratiche. « Non ti senti fiero. camerata, all'idea che anche per merito tuo gli italiani ascolteranno le stazioni dell'EIAR anziché radio Londra? » gli dicevano, ma lui non si sentiva né fiero né camerata, eppoi che gli italiani ascoltassero quel che gli pareva, non era affar suo.

 

Lui pensava solo che era una follia rinunciare al pubblico della sua sala Gay a Torino, al calore degli applausi alla fine di ogni brano, per andare a suonare in una di quelle camerette imbottite che chiamavano « auditori radiofonici » e che sembravano sale operatorie da clinica ostetrica. D’accordo, anziché i duecento clienti della sala Gay, lo avrebbero ascoltato migliaia di persone, lontane anche centinaia di chilometri, ma chi li vedeva, chi poteva sentire se erano contenti o no, se preferivano uno slow, oppure un tango o un valzer?

Pose delle condizioni impossibili, pur di non dover andare a suonare alla radio e solo per la radio, disse che voleva scegliere da solo le canzoni e che non voleva limitazioni per le canzoni straniere, soprattutto' americane, che anzi, avrebbe scelto come sigla dell’orchestra proprio un motivo americano, Ma dove e quando di Rogers, e accettarono tutto, senza batter ciglio. Siccome nicchiava ancora, gli fecero notare che era senza tessera del fascio, e che la faccenda era piuttosto pericolosa in un momento in cui stava nascendo l’Asse Roma-Berlino.

 

Per quanto a malincuore, Angelini diede addio alla sala Gay e sopportò di suonare solo per la radio. Poi due cose gli fecero dimenticare rimpianti, paure e nostalgie e lo indussero ad appassionarsi alla nuova attività, che avrebbe fatto di lui un uomo celebre: Pippo Barzizza e i cantanti. Con Barzizza si scatenò una specie di cordialissimo duello all’ultimo sangue, per cui, nell’intento di superarsi vicendevolmente, finirono per buttare l’anima in un lavoro che non piaceva a nessuno dei due. Quanto ai cantanti. era stato proprio lui, Angelini - come abbiamo scritto la settimana scorsa - ad introdurre in Italia la moda dell’interprete di canzoni staccato dall’orchestra. Ma il borderò delle sale da ballo non consentiva di avere a disposizione più di una o due voci l’EIAR gliene offriva un'intera schiera, dai timbri diversissimi, uomini e donne, da poterli specializzare nei vari tipi di canzoni. Era come offrire un guardaroba completo ad una bella ragazza costretta ad adoperare un tailleur per tutte le occasioni.

Angelini, lo abbiamo detto, non è uomo incline alle confidenze, evita i paragoni, non si lascia scappare giudizi. Per lui, il cantante di cui si parla è il più bravo di tutti, e il direttore d’orchestra rivale è assolutamente privo di difetti. Eppure, quando ricorda la sua guerra con Barzizza, che « tenne banco » nel mondo della musica leggera italiana dal 1938 alla fine della guerra, o i suoi cantanti di allora, la sua voce ha un accento di commozione, una nota di rimpianto. Chi ha più di trent’anni, non può non i ricordarli, quei cantanti: Nuccia Natali ed Aldo Masseglia prima; poi Dea Garbaccio, Lina Termini, Silvana Fioresi, Norma Bruni, il Trio Lescano, Otello Boccacdni, Michele Montanari, Alberto Rabagliati, Alfredo Clerici, Fausto Tommei... Noi della generazione di mezzo abbiamo scritto le nostre prime, enfatiche lettere d’amore la sera, di nascosto, con la radio accesa per ispirarci alle loro canzoni; ed erano ancora loro che cantavano a mezzogiorno, dopo il « Giornale radio », quando, finito di mangiare, papà accendeva la sua Africa e mamma, sparecchiando chiedeva : « Ma non farà mica la guerra dii nuovo, quello là ! È andata bene in Spagna, ma adesso basta, no? ».

Erano popolari come Meazza, Piola e Fosco Giachetti, anche se nessuno conosceva le loro facce perché i settimanali a rotocalco erano ancora da nascere. Il pubblico li immaginava tutti bellissimi e affascinanti, ma essi continuavano a considerarsi degli impiegati della canzone e niente più. Non erano di moda le Studebaker, allora, ma loro non avevano neppure la Balilla, andavano alla radio in tram, non avevano segretari incaricati di sbrigare la corrispondenza ed organizzare clubs di ammiratori. Cantavano bene, erano bravi, eppure nessuno si sognava di offrir loro per una sera sola quel che un operaio guadagna in dieci mesi di lavoro. Venne la guerra e continuarono a cantare nei sotterranei delle stazioni radio, con le bombe che cadevano sopra, magari sulle loro case. Erano divi anche loro, ma alla buona, che usciti dalla radio dopo otto ore di lavoro, andavano al ristorante a prezzo fisso ed al cinemino di seconda visione.

Quanto al duello di Angelini con Barzizza, aveva il sapore delle partite a scopone, anche se per gli italiani era importante al pari della rivalità fra Juventus e Ambrosiana. Tutte le volte che usciva una nuova canzone, Angelini e Barzizza la ascoltavano al pianoforte: se piaceva a tutti e due, se la giocavano a scassaquindici; e i radioascoltatori erano contenti, perché le canzoni erano tutte belle. Oggi esistono comitati, sottocomitati, i direttori d’orchestra devono lavorare come dlplomatici ad una conferenza internazionale, autori ed editori hanno uffici da capitano d’industria; e le canzoni sono brutte.

1949: tutto da rifare

Seccato e offeso per esser stato sottoposto a processo di epurazione, Angelini aveva dato le dimissioni dalla radio e aveva ripreso il suo lavoro di un tempo: i concerti e il repertorio per le sale da ballo. Ma ormai il « male del microfono » gli era entrato nel sangue: finì per arrendersi ai continui inviti della RAI, che aveva sostituito l’EIAR, e nel 1949 riprese a trasmettere. I cantanti di un tempo non c’erano più: aveva una équipe ridotta, ora; tutti nomi nuovi, che pure in breve tempo sarebbero diventati famosi: Nilla Pizzi, Achille Togliani, il duo Fasano e Oscar Carboni.

Ritornò alla radio in sordina, quasi in punta di piedi. Con la fine della guerra, gli italiani avevano trovato nuovi motivi di divertimento: arrivavano a valanga i film americani, i dischi americani, tutte cose che per anni ci erano state proibite. La roba nostra sapeva di surrogato, aveva l’impronta della campagna per l’autarchia. L'ultima generazione ballava a ritmo di « boogie » e guardava Angelini come un vecchio pugile che ritorna sul ring a farsi pestare dai giovani per raggranellare qualche soldo. Ma non era finito: anzi, era proprio Itti die doveva ricondurre la gente al gusto delle semplici cose di casa nostra, a riassaporare i dbi caserecci, dopo l'indigestione dei manicaretti esotid arrivati al seguito della Quinta Armata.

Foree fu un colpo di fortuna, il Festival di Sanremo, che avrebbe riportato Angelini alla celebrità di un tempo e avrebbe fatto dei suoi cantanti dei divi, o forse fu una logica reazione della nostra borghesia die, ripreso fiato dopo la legnata della guerra, rivoleva, anche nel più umile ed economico dei suoi svaghi - la canzone - gli abiti fatti su misura invece dei blue-jeans, le caramelle di zucchero d’orzo, invece del chewing-gum. Se non lo avessero inventato il maestro Razzi della RAI e Pier Busseti del Casinò di Sanremo, il Festival sarebbe nato lo stesso, per germinazione spontanea: era inevitabile.

Per quattro anni, dal 1951 al 1954, Angelini fu l’animatore, il fulcro, la colonna della sagra musicale sanremese. Il pubblico osannava a Nilla Pizzi e ad Achille Togliani, poi imparò a conoscere ed applaudire Carla Boni e Gino Latilla: Angelini comandò a restare indietro, nell'ombra, offuscato dalla celebrità di quei cantanti che lui stesso aveva creato dal niente. Si ricordarono di lui soltanto ad Festival del '54 per criticarlo ed attaccarlo con violenza. E la radio lo mise bruscamente alla porta, affermando che non piaceva più.

1955: il trionfale ritorno

Passò un anno, e la radio, per la prima volta riconobbe di non essere infallibile, e andò a Canossa. Acadde l’incredibile, in quell’anno: la RAI fu sepolta da una valanga di lettere di protesta. Non erano i fatui, gli invasati di divismo, che scrivevano: era la borghesia, che Angelini aveva servito fedelmente per anni, e che ora lo rivoleva; erano i piemontesi che avevamo ballato in sala Gay e i milanesi della Sala Odeon, i ragazzi del '38 diventati grandi, gli ex feriti degli ospedali militari. Ed Angelini ritornò: fu un anno trionfale, quel 1955, e culminò nel luglio, in Piazza San Marco a Venezia, dove, davanti a diecimila persone, Angelini arrivò primo su sei orchestre straniere (dopo di allora, senza di lui, al Festival di Venezia siamo sempre arrivati ultimi). Appena lo speaker annunciò che l'Italia aveva vinto. Angelini si voltò verso i suoi orchestrali ed attaccò l'inno di Mameli. Qualcuno disse che era una vergogna, ma è da dimostrare se sia più vergognoso suonare gli inni per le canzoni o per i cannoni.

Da allora, nessuno ha più pensato che ci possa essere radio senza Angelini. Anche i bimbi, quando la sentono, riconoscono la sigla musicale della sua orchestra: è la quarta generazione che comincia a volergli bene.

Giorgio Berti, «Epoca», anno IX, n.396, 4 maggio 1958


Questo articolo del Radiocorriere-TV del marzo 1960 celebra il rinnovamento artistico di due giganti della musica leggera italiana: Cinico Angelini e Armando Fragna

  • L'Evoluzione del Repertorio: Entrambi i direttori d'orchestra hanno recentemente trasformato i propri complessi, aprendosi a influenze internazionali e jazzistiche per intercettare i nuovi gusti del pubblico
  • L'Orchestra Angelini: Forte di 22 elementi, include solisti di spicco del jazz come Nini Rosso e Mario Midana, proponendo un incontro tra la tradizione melodica e le sonorità più moderne
  • L'Orchestra Fragna: Composta da 9 elementi con nomi illustri come Baldo Maestri e Mario Gangi, continua a riscuotere successi radiofonici affidandosi anche a nuove voci femminili
  • Note Storiche: Il testo ripercorre le carriere dei due maestri, dalle origini jazzistiche di Angelini a Torino nel 1918, ai grandi successi compositivi di Fragna (come I pompieri di Viggiù) e alla sua collaborazione con Petrolini

S.G. Biamonte, «Radiocorriere TV», 12 marzo 1960


Da quarant'anni Cinico Angelini è in primo piano nel variopinto mondo delle canzoni e della musica leggera. Ha visto nascere il jazz, ha lanciato il primo cantante in Italia, ha scoperto o avviato al successo schiere di celebrità di ieri e di oggi. Iniziamo, con questa prima puntata, l'avvincente storia dei ricordi del popolare direttore d'orchestra

La fotografia, accuratamente incorniciata, mostra un signore romantico dalla folta capigliatura, chiuso In un nerissimo frack, attanagliato da un colletto duro. La dedica dice: Al bravissimo maestro Angelini, che ha saputo nobilitare quella musica che, quando non i diretta da lui, è ancora insopportabile. La firma è quella di Pietro Mascagni. «Povero Mascagni», dice il bravissimo maestro Angelini, posando la fotografia sul plano lucido del tavolino, «chissà che cosa direbbe oggi».

Accoccolata nell’angolo di un divano di velluto rosa, con le ginocchia ripiegate, sua moglie Mimma sorride. Ha trentadue anni (quasi trenta meno di lui) e con quell’abito di cotone chiaro, le scarpette basse. I capelli bruni tagliati corti e I grandi occhi neri spalancati come fossero sempre in attesa di una meravigliosa novità o di una gradevole sorpresa, sembra proprio una ragazzina. Anche se, in mancanza di più gravi preoccupazioni, è afflitta dal problema della linea, conosce tutte le possibili cure dimagranti delle quali non ha alcun bisogno, ed ha persino comperato una elegantissima bicicletta fissa rosa, sulla quale pedala per chilometri e chilometri ogni mattina, senza muoversi dal suo bagno di marmo rosa. £ la seconda moglie del maestro Angelini (la prima mori nel 1938); sono sposati da alcuni anni, non hanno figli e si vogliono molto bene, per quanto il maestro non parli volentieri della sua vita coniugale.

Non ha mai dedicato canzoni alla moglie

«Che cosa vuole che le dica?», risponde, quando gli chiedo di raccontarmi la storia del suo matrimonio. «Che ho conosciuto mia moglie in un posto qualsiasi, che mi ha subito colpito oppure che lì per lì mi ero antipatica, che abbiamo cominciato a vederci, eccetera eccetera? Le storie d’amore, mi creda, sono sempre tutte uguali, sempre meravigliose per chi le ha vissute, sempre un po' monotone per chi ne ascolta il resoconto. E poi, la mia vita è anche troppo di pubblico dominio: preferisco che almeno le cose del sentimento, del cuore, rimangano soltanto mie e di Mimma. Posso però assicurarle due cose: che non ho mal scritto una canzone per mia moglie, e che il nostro amore non è stato accompagnato da musica di nessun genere».

In realtà, Angelini è l’unico direttore d'orchestra, certo in Italia, forse in tutto il mondo, che non abbia mal scritto una canzone, né per sua moglie né per nessun altro. E che il suo amore non sla stato commentato, favorito, accompagnato dalle canzoni, è abbastanza comprensibile.

» Per me», spiega infatti, «le canzoni sono materia professionale. Ad altri un motivo musicale può ricordare un momento magico, uno stato d’animo, il volto di una donna amata; a me ricorda soltanto una certa orchestra, una arrabbiatura per una stecca del sassofonista, un cantante che non riusciva a rendere bene un passaggio. Un uomo che vive nella musica, che fa Il mestiere della musica, non si commuove per una canzone: come un sarto non si commuove davanti a un abito, o un fotografo di fronte a una fotografia. Noi slamo i grandi esclusi. In questo senso: è lo scotto che paghiamo».

Si muove tranquillo nel salone della sua nuova casa romana. È un appartamento molto bello, grande, con un'ampia terrazza, mobili antichi che non vengono dai negozi di antiquariato di via del Babuino ma da vecchie case di campagna, tappeti morbidi e soprammobili preziosi al quali sono mescolati, con una discrezione che è difficile ritrovare nelle case del personaggi famosi, i premi, le coppe che Angelini ha guadagnato nel corso della sua lunga carriera. Questa casa elegante, tranquilla, ordinata e lucida è quasi l’immagine della vita che ,il maestro Angelini conduce: una vita altrettanto tranquilla, gradevole, ordinata tra il lavoro e la famiglia. Per i+ momenti di distrazione cl sono Pucci, il cagnolino bastardo che venne raccolto un giorno In una strada di Napoli, e la tartaruga Carolina; per I momenti di evasione, la nuovissima Mercedes chiara: «È una macchina da "fanatico”, lo so», dice. «Ma non l'ho comperata per esibizionismo: mi piacciono tanto lo automobili».

Cinico Angelini e la moglie Mimma nel loro appartamento romano. Rimasto vedovo della prima moglie nel 1939, Angelini è passato a nuove nozze alcuni anni or sono. Mimma Angelini ha trentadue anni, quasi trenta meno del marito. I coniugi Angelini non hanno figli, conducono vita tranquilla e riservata, i loro migliori compagni sono ''Pucci", un affettuoso cagnolino bastardo e la tartaruga "Carolina”.

Rivoluzione tra le sette note

Angelini ha quasi sessantanni, ha visto nascere e morire Infinite mode nel campo della musica leggera, ha educato decine di cantanti, nella sua mente sono accumulali anni ed anni di ricordi; è bassetto, grassoccio (Invano la signora Mimma ha tentato di convertire anche lui alle diete dimagranti), ma non c’è nulla di più giovane della sua uniforme abbronzatura, del suol eleganti abiti chiari, del suol capelli grigi ma tagliati a spazzola, due centimetri, come quelli di un attore dell’Actor's Studio, del suoi occhi chiari, piccoli, vivi, acuti.

«Questa dedica», dice, riprendendo In mano la fotografia del signore romantico dal capelli scarmigliati. «Mascagni me la scrisse nel 1940. Se mi avesse sentito vent'annl prima, sarebbe stato più prudente».

Nel 1919, Angelini suonava nelle orchestre del caffè all'aperto un programma che era sempre lo stesso, seguiva regole fisse e intangibili: il pezzo d'inizio, il "valzerone", l' "ouverture”, la sinfonia, e infine la fantasia di motivi operistici: aveva molto successo, eppure sentiva che c’era qualcosa che non andava, qualcosa di vecchio.

«Una sera», racconta, «andai a trovare il proprietario della celebre sala da ballo Gay di Torino, nella quale suonai poi per tanti anni. Era appena tornato dall'America, e ne aveva riportato un vero tesoro: una serie di dischi, ogni disco era allora un pezzo raro. Li mettemmo sul grammofono gracchiarne, li ascoltammo Insieme religiosamente: di lì a qualche minuto, per me era scoppiata la rivoluzione. Erano 1 primi dischi delle grandi orchestre americane bianche, che avevano ripreso e messo sulla carta pentagrammata il jazz negro: un New Orleans più blando, più educato, più da sala da ballo. Ma appena lo sentii, fu una rivoluzione, anzi, una rivelazione: capii Improvvisamente che era morta un'epoca, che ne nasceva una nuova, c che Insieme a lei nasceva davvero la musica leggera».

«Non le è mal più accaduto, in seguito, di ricevere uno shock cosi forte? Neppure con l'avvento dello swing, o del boogie woogie, o delle musiche latino-americane, o del rock'n'roll!».

«Non ci siamo caplti. Fu, per fare un paragone azzardato, come se fosse stato inventato il vestito: prima andavamo nudi, poi slamo stati vestiti. Che poi quel vestito fosse lungo o corto, a sacco o aderente, bianco o nero, è una questione accessoria». «E i cantanti, si adeguarono alla nuova scoperta?».

Angelini sorride: «I cantanti non c'erano. Fino al 1930, i cantanti veri e propri non esistevano in orchestra: c'era soltanto qualche elemento di buona volontà (di solito il batterista) che, con uno voce più o meno da contravvenzione, a un certo punto si alzava e accennava il motivo della canzone. Naturalmente, non esistevano neppure i microfoni. ma solo degli imbuti di cartone che dovevano servire ad amplificare la voce: quando i motivi erano melodici, sentimentali, l'imbuto era corto e largo: quando invece si trattava di ritmi più svelti, l’imbuto era lungo e stretto. Per i blues, poi. avevamo trovato un sistema estremamente suggestivo: una molletta di quelle che servono per stendere i panni ad asciugare: a noi serviva invece per stringere il naso dell'improvvisato cantante, e rendere la sua voce doverosamente nasale.

«Il cantante, in Italia, credo proprio di averlo inventato io. Si chiamava Vittorio Belleli, ed era bravissimo, passava con grande disinvoltura dalle cannoni napoletane ai tanghi, dalle canzoni francesi al blues e agli swing; lavorò per otto anni con la mia orchestra. Credo di non aver mai trovato un cantante che avesse tante possibilità, tanta intelligenza e tanta duttilità: tranne, forse. Nilla Pizzi».

“Mi aiuti maestro", disse Nilla Pizzi

Angelini pronuncia il nome senza imbarazzo: evidentemente, per quanto la sua memoria sia viva e precisa, quasi non ricorda più che Nilla Pizzi gli piacque non solo come cantante ma anche come donna, e che il maestro e la cantante furono uniti da un lungo affetto, sinché non sopravvenne Gino Latilla.

«Nilla Pizzi», ripete, «la ricordo ancora come la vidi la prima volta, è una sensazione strana, ripensarci, mette un po' di malinconia: come quando si sfogliano i vecchi album di fotografie, ci si guarda, si pensa: "Ma ero proprio così?". Nilla, a dire la verità, era proprio cosi, non molto diversa da oggi. Più giovane, naturalmente, ma già una bella donna, e aveva già una voce stupenda, per quanto ancora ineducata. Aveva seguito un corso di canto, mi si presentò a radio Bologna, mi disse: «Maestro, voglio diventare una brava cantante. Mi aiuti». Ho cercato di aiutarla, ma è stata soprattutto lei ad aiutarsi e ha sempre avuto una volontà di ferro, una resistenza a tutta prova, ed ha lavorato duramente per diventare una brava cantante. Eppure, erano tempi duri: c’era la guerra, dovemmo lasciare Torino in ventiquattrore dopo un furioso bombardamento che distrusse completamente gli impianti della radio. In fretta e furia "sfollammo" a radio Bologna, inseguiti dalle frasi imperiose dei dirigenti: "Domani sera", ci dissero, "dovete trasmettere ad ogni costo il solito programma di canzoni: bisogna dimostrare al pubblico che il bombardamento di Torino non è stato affatto grave, che la radio è intatta". La sera stessa, infatti, trasmettemmo il nostro programma da radio Bologna. Ma durante la trasmissione ci arrivarono attraverso i cavi notizie terribili: Torino di nuovo bombardata, e noi tutti avevamo a Torino le nostre famiglie, le nostre case. É stata forse la trasmissione più diffìcile di tutta la mia carriera». «Le è mal capitato di "scoprire" dei cantanti?».

Una vecchissima foto di Cinico Angelini che risale al 1921. A quel tempo Angelini, dirigeva già una piccola orchestra da ballo.

«Certo: Cigliano, per esempio. Tre anni fa, ero in vacanza ad Ischia con il professor Palmieri, dirigente della Rai; una sera andammo in un locale notturno dove suonava un ragazzo giovane e timido, con un ciuffetto di capelli sulla fronte, la chitarra stretta al cuore e una bella voce morbida. Lo ascoltammo per due ore, e alla fine gli dicemmo di venire a Roma per una audizione ufficiale. Temetti che stesse per svenire; era còsi felice, Cigliano, che a Roma arrivò con due ore di anticipo sull'orario di apertura degli uffìcl, alle sette del mattino, e dovette aspettare a lungo in; anticamera prima di fare la sua audizione, che andò benissimo e gli procurò subito un contratto radiofonico. Ho scoperto anche altri cantanti: Giovanni Vallarino, per esemplo, che era mio terzo trombone In orchestra; Piero Pavesto, che era Il mio pianista; Luciano Benevene, che ha avuto recentemente guai tanto seri, è stato addirittura accusato di aver organizzato la tratta delle bianche; Lucio Ardenzi.» «L'impresario?».

«SI, l’impresario e marito felice di Ornella Vanoni. A diciotto anni, aveva il pallino della canzone, e suo padre, un alto ufficiale dell'esercito, tentò invano di persuaderlo a studiare. Alla fine acconsenti ad aiutarlo a intraprendere la carriera di cantante. Un giorno venni chiamato da un importante funzionarlo della radio: "Maestro, ci sarebbe questo ragazzo, figlio di un mio amico, vuol cantare, veda un po' che cosa si può fare...”. A me i raccomandati non sono mai piaciuti, ma mi dissi, come i contadini di buon senso: dove si mangia in sei, si mangia in sette, e lo aggregai alla mia orchestra. Era magrissimo, con un aspetto da ragazzino distinto, una bolletta nera, e una gran voglia di arrivare; aveva anche una certa personalità, e. infatti in breve tempo ebbe successo, divenne l'idolo del pubblico femminile. Ma più che scoprire, io ho educato molti cantanti».

La tragica storia di un cantante fallito

Infatti, se c'è un appellativo che proprio si addice ad Angelini fe gli si addice più ancora del suo vero nome. Angelo, che i genitori gli dettero per temperare un poco il cognome troppo compromettente. Cinico) è quello di maestro. Da ventidue anni, da quando cioè la radio bandi il primo concorso per cantanti radiofonici, Angelini ha paziente-mente educato, corretto, migliorato, raffinato le voci di tutti i nostri cantanti più popolari. Lo ha fatto con tenacia, con passione e con intelligenza, senza lasciarsi scuotere dalle critiche o dalle punzecchiature che hanno accompagnato sempre la sua carriera. «Oggi alcuni lo considerano "vecchio stile", e, incredibile a dirsi, questa accusa gli veniva già mossa negli anni dal 1938 al 1942, quando gli italiani si dividevano In partigiani di Angelini e partigiani di Barzizza; ma le "voci nuove" uscite dall'ultimo concorso radiofonico, che è appena dello scorso anno, sono state affidate come sempre a lui, perché nessuno meglio di lui può fame del veri cantanti, dotati di musicalità e personalità, Impermeabili al variare delle mode. Inattaccabili dal crollo o dal nascere di una voga.

«Dal primo concorso», racconta, «uscirono molti cantanti popolari. Ma vale la pena di parlarne? Forse, nessuno riconta più i loro nomi, che erano nomi e cognomi Italiani, semplici, direi addirittura casalinghi: Giovanni, e non Joe. C'era l'intramontabile Rabagliati (ebbe una gran delusione quando gli proibirono di assumere un nome americano: era appena tornato da Hollywood dove non aveva avuto molto successo nonostante somigliasse tanto a Rodolfo Valentino); Lina Termini, che chiamavano la vamp perché era molto bella e fatale, e che adesso è felicemente sposata e vive a Torino; Otello Boccaccini, che ora coltiva un suo podere nel Chianti; Nini Serena; Dea Garbaccio, che ha sposato un sassofonista dell'orchestra Barzizza ; Norma Bruni, detta "la voce di velluto"; Silvana Fioresi, che ebbe una grande popolarità durante la guerra e poi emigrò in Argentina; Alfredo Clerici; Oscar Carboni. Poi, più tardi, Isa Bellini, che è ora una bravissima attrice di prosa; il Trio Lescano, che sembra proprio il simbolo di quel periodo: oggi una delle sorelle ha ripreso a cantare, le altre due sono in Argentina; Nella Colombo; Silvano Lalli. Quest'ultimo, lo ricorderò sempre a causa di un episodio molto triste: dopo la guerra perse completamente la voce. Non ce la faceva più. Eppure, voleva continuare a cantare, non voleva rinunciare, e quando le delusioni si accumularono non resse più, e si suicidò tragicamente. Il nostro mestiere è un po’ come quello dell'attore: non si può smettere, o si muore. Lalli pagò molto cara la malattia del successo».

Mina e Dallara visti da Angelini

«Ma i veri rivoluzionari», prosegue il maestro Angelini, «furono Natalino Otto ed Ernesto Bonino: i primi cantanti italiani che cantarono lo swing dì tipo americano, accompagnati dalla mia piena approvazione. Dopo la guerra, ecco, i nomi dei cantanti che mantengono ancora oggi intatta tutta la loro popolarità: Nilla Pizzi, Togliani, Latilla, Carla Boni, il duo Fasano, più tardi la Tornelli, la Del Frate, Miranda Martino... Nei riguardi della Tondelli, ho responsabilità ancora più gravi di quelle, di un maestro: sono addirittura responsabile del suo matrimonio. Fui io, infatti, a presentarla a suo marito, nell’estate del 1956. Mario Maschio era allora, batterista nella mia orchestra, e gli affidai la giovane cantante: "È un bravo ragazzo”, dissi a Tonina, "ti accompagnerà a visitare Roma. Puoi fidarti di lui”. Dopo quell’incontroj si rividero ad Assisi alla "Sagra della Canzone Nova”, e fu allora che l’amicizia sì trasformò in flirt. Non sono stato testimone alle loro nozze solo per colpa dello sciopero dei postini: quando, con venti giorni di ritardo, è arrivata la lettera in cui Tonina me lo chiedeva, non mi è stato più possibile spostare i miei impegni. Del resto, non è il solo matrimonio avvenuto, diciamo così, sotto la mia protezione: c’è anche quello di Gino Latilla e Carla Boni».

«Giacché ha parlato della Torrielli, ci dia finalmente un giudizio: tra lei e la Pizzi, qual è la miglior cantante?». «Il mio giudizio è salomonico: sono bravissime tutte e due». «E Mina è brava, secondo lei?».

«Se questa è una domanda trabocchetto, non ci casco. Di Mina penso molto bene. Prima di dirigerla durante l’ultimo festival di Sanremo, ero convinto che si limitasse a dare in escandescenze, secondo la moda dell’urlo che non raccoglie nessuna delle mie simpatie. Ma quando abbiamo cominciato a provare le canzoni, mi sono accorto subito che aveva una carica di emotività e di musicalità eccezionale. Mi dispiace che si mortifichi, si umili in esibizionismi e stranezze, grida e gesti scomposti, tanto per attirare l’attenzione del pubblico (nello stesso modo in cui le attricette si gettano vestite nelle fontane o passeggiano per via Veneto in camicia da notte fingendosi sonnambule) : non ne ha alcun bisogno». «E Dallara?».

«Ah, Dallara è un fenomeno. No, non è un modo di dire. È proprio un fenomeno, è un uomo diverso dagli altri. Se dovessi disegnare Dallara visto dall’alto, prenderei un compasso: infatti, Tony è rotondo. Noi tutti abbiamo un torace più o meno quadrato, lui, invece, ha la cassa toracica rotonda, e una voce di estensione spaventosa, che sfrutta e forza con troppa prodigalità. Eppure, nonostante siano oggi tanto alla moda, questi cantanti non riusciranno mai ad avere la popolarità di Villa, di Togliani, della Pizzi o di Carla Boni».

«Perché?» Angelini guarda l’orologio, poi guarda sua moglie che ci ha ascoltato docile, senza mai interrompere, senza mai protestare (anche se dirà poi di averne avuto moltissima voglia). «E' un discorso lungo», dice. «Lo faremo la prossima volta».

Lietta Tornabuoni, «Novella», anno XL, n.30, 24 luglio 1960 - Parte 1


Anche se il rock “infuria”, il maestro Cinico Angelini rimane polemica-mente fedele al suo genere. E, a chi lo accusa di essere “vecchio stile”, può sempre rispondere che fu lui il primo a lanciare il “jazz” in Italia, quando il “jazz” significava davvero rivoluzione nella musica leggera.

Ma-ma, ma-ma ma-ma dami il petine / ma-ma dami il petine / che mi devo peti-nar per la mia ragassat!!

Questi delicati, suggestivi versi sono scritti a matita su un foglietto di carta quadrettata, e gli errori di ortografia ce li abbiamo lasciati tutti. «Le piacciono?», chiede ridendo il maestro Angelini. «L’autore, che si firma Speranzoso. me li ha inviati proprio sperando che, ispirato dai loro sublimi concetti e dalla loro tenera poesia, io li usassi come testo di una canzone. Davvero li vuol scrivere? Speriamo non li leggano certi autori che conosco io. Sarebbero capaci di farci subito un rock per Celentano»,

«E magari», aggiunge sua moglie Mimma, ridendo anche lei. «avrebbe un successo clamoroso».

«Allora, maestro, questo rock ’n roll le è proprio insopportabile?».

Angelini non ride, più, corruga la fronte abbronzata, accende un’altra sigaretta (ne fuma almeno un pacchetto al giorno, e non dovrebbe fumarne più di cinque) : evidentemente, per lui il discorso si fa serio.

Il video non sa più creare divi

«No», dice poi lentamente,» anche in questo campo ci sono cantanti e musicisti di valore. Nel mondo della canzone regnava fino a qualche tempo fa una atmosfera banale, conformista, lagnosa; il personaggio tipico della nostra musica leggera era, chissà perché, l’innamorato tradito, piantato, ingannato, umiliato, angosciato, spesso lacrimoso; i temi principali erano appunto il tradimento, la disperazione, l'amore bugiardo, la delusione, la malinconia. Tutte cose deprimenti, e di uno scossone si sentiva proprio il bisogno. Ma la scossa è stata troppo forte, o, meglio, è arrivata nella direzione sbagliata, e ci sta portando verso l'imbecillità. Mi accusano di essere "vecchio” perché la penso così, ma anche direttori d’orchestra più giovani, più moderni: Kramer, Luttazzi, Ferrio, De Martino, sono dello stesso parere. Il rock è nato in America, l’urlo è nato in America, ma non per questo in America si canta solo rock o sono di moda solo gli urlatori. Da noi non esiste mai una misura, un equilibrio; la moda diventa imposizione, tirannia, ostracismo a tutto il resto. Oggi, per avere successo, si dovrebbe mangiare pane e rock.

Io non ci sto. Preferisco le bistecche».

«A proposito di successo, lei ha detto che i cantanti oggi di moda non saranno mai popolari quanto lo sono stati quelli del passato. Perché?».

«Paradossalmente, la colpa è della televisione. Ha mai assistito, per esempio, alla trasmissione televisiva di un festival? Ha notato che cosa dice la gente? ”Ma che razza di vestito si è messa addosso?”. "Guarda come è ridicolo!”. ”Non avevo mai notato che il tale avesse il doppio mento”, e così via. L'attenzione del pubblico è tutta concentrata sulla figura fisica del cantante, sui suoi abiti, sui suoi movimenti; un cantante può avere una voce stupenda, ma se non è un Adone, o un indossatore di professione, o un attore consumato, diventa per forza ridicolo, almeno in qualche attimo. La radio creava in passato fenomeni molto più intensi di popolarità proprio per questo: perché dava solo la qualità, lo stile della voce, e lasciava tutto il resto alla fantasia dell’ascoltatore. Il cantante, allora, era un mito, una creatura che ciascuno si creava nella propria mente. Oggi tra pubblico e cantante c’è troppa familiarità, troppa intimità: si perde quel pizzico di mistero, di segreto che è sempre alla base di un grande successo, per un cantante come per un attore, uno scrittore, uno sportivo».

«E a lei, maestro, è mai capitato, nel corso della sua carriera, di avere un grosso insuccesso?».

Il jazz invade New York scortato dalla polizia

«Aspetti, mi lasci ricordare. Ecco, sì, una volta. Nel 1930, ero appena tornato dall'America dove avevo assistito a un avvenimento unico nella storia della musica moderna: il primo concerto che la grande orchestra jazz di Paul Whiteman dette al Metropolitan di New York, che sino allora aveva ospitato soltanto i grandi nomi della musica classica. Un vero scandalo: i giornali newyorkesi ricevevano decine di lettere indignate, un deputato protestò al Congresso, i benpensanti erano orripilati, e quella sera, davanti al Metropolitan. c’era addirittura la polizia. Per quella occasione Gershwin scrisse ia Rapsodia in blu e io ne rimasi incantato, tanto che decisi di suonarla anche in Italia. Lavoravo allora, con la mia orchestra, al caffè Lagrange. uno dei locali più eleganti di Torino. E un pomeriggio, nelle ore più calme, quando ai tavoli del caffè c’era solo un pubblico familiare, facemmo il nostro tentativo: lasciammo da parte Valencia e fa c’est Paris, i grandi successi del momento, e cominciammo a suonare la Rapsodìa di Gershwin. Era, per quel tempo, una musica strana, discordante, singolare; noi suonavamo timidamente, con un occhio allo spartito e l’altro alle reazioni del pubblico. Le reazioni non si fecero aspettare. Un gruppo di giovanotti cominciò dapprima a sbuffare, a fare gesti d’impazienza; infine uno di loro esclamò ad alta voce: «Uffa!». Detti un colpo secco con la bacchetta, e l’orchestra tacque di colpo; un attimo di silenzio teso, poi il resto del pubblico, che aveva seguito l’incidente, scoppiò in un grande applauso. E la prima esecuzione in Italia della Rapsodia in blu potè continuare».

«Ma questo non è un insuccesso! Davvero non ne ha avuti altri? In ventidue anni?».

«Non ricordo... mi pare proprio di no».

«Ipocrita!», esclama la signora Angelini dalla sua poltrona. «E il festival di Sanremo del 1953? Eri così sicuro di te stesso, dei cantanti popolari che erano stati assegnati alla tua orchestra, del tuo successo, che avevi preparato il festival con leggerezza, e Trovajoli ti sotterrò». Angelini è quasi arrossito, tenta di difendersi:

«Se un pugile fa cento incontri, non può vincerli tutti».

Sanremo fiaschi, successi e scandali

» Comunque». insiste la signora Mimma con sadismo tipicamente coniugale, «quell’anno è stato proprio un fiasco»,

«È vero», ammette finalmente suo marito. «Il colpo andò a segno, e mi fece bene. Invece di farmi cadere in ginocchio, mi dette la sveglia. Mi applicai di più, cambiai alcuni elementi dell’orchestra. e al festival del 1955 il match con Trovaioli lo vinsi io».

Non solo quello del 1955: anche l’ultimo festival di Sanremo è stata una conferma delle grandi qualità di Angelini, una vera vittoria. «Si aspettavano una specie di nonno in papalina», dice. «ma credo di averli delusi».

Nonostante i successi che vi ha sempre raccolto, i festival della canzone non piacciono al maestro Angelini. Non gli piacciono l’atmosfera tesa, isterica, le rivalità sanguinose, le denunce e le querele, i brogli e i colpi di scena. Non gli piacciono neppure le leggende che si creano intorno ai festival, e che sono fiorite quest’anno particolarmente numerose: si è detto che Nilla Pizzi aveva preso degli eccitanti, che Teddy Reno era addormentato, che Joe Sentieri era isterico, che lui stesso, Angelini, aveva palesemente bevuto troppo.

«Tutte frottole», commenta lui con fermezza, «Le droghe, che costituiscono il pane quotidiano dei musicisti americani, soprattutto dei cantanti di jazz. da noi sono completamente sconosciute: saremo provinciali, forse, ma è già molto se un cantante italiano, la sera prima del festival, prende un tranquillante per dormire. Quanto al bere... Guardi, a noi tutti, cantanti, direttori d’orchestra, arrangiatori, le canzoni di un festival vengono consegnate dieci giorni prima. Per dieci giorni, siamo sottoposti a una fatica massacrante, lavoriamo quattordici ore al giorno, proviamo dalla mattina alla sera, e per di più dobbiamo rispondere gentilmente ai giornalisti, evitare le dichiarazioni compromettenti, ammorbidire le rivalità, e andare dal sarto a provare gli smoking. Se ogni tanto beviamo un whisky per dare una frustata ai nervi, per tirarci su, non mi pare uno scandalo. Sì, è vero, dietro le quinte dei festival si beve: non so davvero in che modo potremmo farcela, altrimenti. A me personalmente, poi, bere piace, lo sanno tutti: non sono piemontese puro sangue?».

Angelini esprime le sue idee con chiarezza, con precisione. È un uomo senza problemi, senza incertezze, energico, deciso. Se gli dicono che è un artista si mette a ridere, protesta: «Macché, sono un artigiano, una specie di ragioniere della canzone» ; rispetta gli orari come un bravo impiegato, è indulgente verso le debolezze dei superiori, lavora con passione ma anche con tranquillità, eppure si dice di lui che abbia sempre fatto quel che voleva, che non abbia mai accettato imposizioni da nessuno.

«Quando penso una cosa, la dico: non riescono a farmi star zitto neppure picchiandomi. Durante il periodo fascista era stato dato l’ostracismo alle canzoni americane: io scelsi come sigla della mia orchestra Ma dove e quando di Rodgers, e quando protestarono obiettai che era una bella canzone. Ricordo benissimo un’altra accesa discussione con un importantissimo gerarca della radio. Eravamo raccolti per ascoltare testi di nuove canzoni, e il pianista eseguì un brano brillante, divertente. Finito il pezzo, il gerarca scosse la testa in senso negativo. Io dissi: a me piace, secondo me è una buona canzone. Il gerarca disse: no. Io dissi: sì. Il gerarca disse: allora assegnerò la canzone alla sua orchestra, e se non è un fiasco inviterò tutti a cena. La canzone si chiamava Passeggiando per Milano, ebbe un grandissimo successo, ma il gerarca si guardò bene dall’invitarci a cena».

Le amarezze più crudeli Angelini non le ebbe comunque allora, ma pochi anni fa, quando venne messo in quarantena dal la Rai.

Microfono proibito per il maestro Angelini

«Mi chiamarono, mi dissero: per un po’ di tempo, lei stia a riposo. Non mi spiegarono mai il perché. I primi giorni mi sembrò di impazzire, poi mi rassegnai. Ci sono sempre tante cose da fare: riordinai il mio archivio, la mia discoteca, mi dedicai senza nessun successo ai fiori deila terrazza. Dopo qualche mese, mi mandarono a chiamare: Maestro, lei è sempre stato il nostro numero uno, la colonna che sostiene la Rai. E così finì la mia quarantena, misteriosamente come era cominciata».

Eppure, la sua faccia diventa scura, ricordando quei mesi.

«Sono così abituato a lavorare»; spiega, «che non potrei mai stare senza far niente. Mia moglie non riesce a farmi riposare neppure quando sono ammalato. Se penso che un giorno dovrò smettere di dirigere la mia orchestra, mi sento invadere dalla paura, dal panico».

« Lei è ricco?».

«Ricco? Magari! C’è qualcuno che riesce a diventare ricco suonando le canzoni, e non cantandole? No, non sono ricco, non sono stravagante, non sono mondano, non sono brillante. Sono un uomo tranquillo, normale, niente affatto interessante».

Più tardi, usciamo nel traffico confuso della città: a un semaforo, l’automobile di Angelini si ferma. Dal marciapiedi, due ragazzine quindicenni guardano nella macchina, si danno di gomito, una dice: «Guarda, vedi lì in quell'automobile? Quello è il maestro Angelini, ma sì, ti dico, è proprio lui». L’altra si volta, sbircia incuriosita, poi fa un bel sorriso al maestro Angelini.

È la quarta generazione che comincia a volergli bene.

Lietta Tornabuoni, «Novella», anno XL, n.31, 31 luglio 1960 - Parte 2


Riferimenti e bibliografie:

  • «Assi e stelle della Radio», 1949
  • Simone Riberto, alias Tenente Colombo
  • «Il Canzoniere della Radio», 15 settembre 1941
  • Immagini fotografate dalle pag 24 e 25 del periodico "GRAZIA" N° 835 per 17 febbraio 1957.
  • Articolo dal Radiocorriere TV, n.1, 1961
  • I.S., «Epoca», anno IV, n.155, 20 settembre 1953
  • Giorgio Berti, «Epoca», anno IX, n.395, 27 aprile 1958
  • Giorgio Berti, «Epoca», anno IX, n.396, 4 maggio 1958
  • S.G. Biamonte, «Radiocorriere TV», 12 marzo 1960
  • Lietta Tornabuoni, «Novella», anno XL, n.31, 31 luglio 1960
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