Signora Magnani, siamo tutti commossi

Anna-Magnani

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Riaperta con l’autunno la grande stagione televisiva. La inaugurano due nomi: quello grossissimo di Anna Magnani, che appare per la prima volta sul piccolo schermo con tre “special” scritti su misura per lei; e quello, ormai familiare, di Raffaella Carrà, che torna a “Canzonissima”. Cominciamo da Nannarella, intervistata nella sua casa di Roma.

Roma, settembre

«Se tu compari in palcoscenico e c’è uno della terza o della quinta fila che continua a leggere il giornale, e tu cominci a parlare e piano piano lui mette via il giornale e sta lì a sentirti... be’, se tutto questo succede, tu sei un artista, figlio mio...». Così anni fa era solito raccontare ai debuttanti un vecchio comico di avanspettacolo. A lui questo evento miracoloso non era mai accaduto nelle sua pur lunga carriera, e d’altra parte tener desta una platea, ma, ancor di più, chiamarla all’attenzione quando è altrimenti distratta, è impresa che nella storia dello spettacolo è accaduta assai di rado. Quando si verifica, è un artista ad aver operato il miracolo.

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Noi siamo tutti testimoni di un miracolo: quello operato da Anna Magnani la sera di domenica 26 settembre sul Programma Nazionale televisivo, alle ventuno. Si trasmetteva il primo dei quattro episodi filmati per la televisione, ”La sciantosa”, si raccontava la storia di Flora Bertuccioli, e questa fluttuante, ipocondriaca, litigiosa, cinica platea di teleabbonati si è come girata, ha guardato con occhi diversi il teleschermo, si è accorta, ha avvertito, che in quel momento stava "lavorando” un’artista e alla fine, se fosse stato possibile, avrebbe applaudito per qualche minuto. Sono, ripetiamo, fenomeni rari: viziati dai quiz, imbolsiti dalle canzonette, immalinconiti dagli sceneggiati, noi telespettatori abbiamo riflessi ritardati, ma quando poi sullo schermo ci sono due occhi, un’espressione, un’intensità, una rabbia, un sentimento, una realtà, assomigliamo ai vecchi fantaccini della guerra ’15-’18: uno squillo di tromba e siamo pronti a liberare di nuovo Trento e Trieste.

L’espressione tangibile di quanto andiamo dicendo s’è tramutato, il lunedì mattina, in critiche entusiastiche sui giornali e in viavai di telegrammi e di fiori all’indirizzo di Magnani Anna, attrice, via degli Astalli, Roma. E la Magnani ha vissuto, nel lunedì seguente all’andata in onda della prima puntata, una giornata di stupore: voleva partire per la sua villa del Circeo ma accusando una stanchezza che non aveva in realtà, è rimasta sino a sera a vivere questa spontanea testimonianza di stima. C’era, diciamo la verità, anche di che commuoversi, ma lei, che della commozione ha fatto uno degli ingredienti della sua maschera di attrice, non ha voluto usare questa toilette per ricevere fiori e baciamani: ha preferito un abito più disinvolto, e ha vestito lo stupore giocando al ribasso. «Ma per carità — ha detto — aspettiamo, aspettiamo non si può mai dire...». E dopo ha sgranato un rosario di no, quasi che trincerandosi dietro quei no la sua sensibilità (celebrata negli anni dal pubblico di tutto il mondo, dai nomi più prestigiosi dello spettacolo) si sentisse più protetta e salvaguardata. Ha persino negato e in parte giustamente, di aver lavorato per la televisione. «Per la televisione? Ma no, era cinema... Io non potrei mai lavorare per la televisione, mi sentirei bloccata... co’ tutti quelli che te fanno i passi, li cenni... nun poi anda’ da un parte o dall’altra...! No!», ha detto. A quel punto tra Anna Magnani e chi scrive si è svolto questo dialogo:

Signora, allora lei pensa di tornare al cinema?...

«No, con quello che offrono i produttori... lo ho bisogno di personaggi scritti apposta per me. come quelli di Giannetti... Il cinema così, no...».

Quindi pensa al teatro?

«No, niente teatro... solo sogni... Mi piacerebbe fare Antonio e Cleopatra... quarantatrè personaggi... E dove trovo il produttore che...».

E allora?

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«Che ne so, io... Io sto qua... E poi, voi che fate le domande, tutti maleducati, tutti a scrivere un’età sbagliata...».

La giusta invece sarebbe...

«Ma non si chiede l’età...».

E allora che facciamo?

«Se stanno zitti...».

E così siamo stati zitti, mentre nell’aria volteggiava ancora la voce di Anna Magnani che lei sollecita come un virtuoso dell’organo elettrico sollecita il proprio strumento: ora un tono carezzevole, ora una scudisciata, e poi di nuovo, repentinamente, suadente, per diventare sarcastico. In lei, intendiamoci, tutto questo è inconsapevole, come lo è negli artisti veri. Spesso, se si ha occasione di parlare con un attore o con un’attrice si capisce il momento nel quale è scattata la recita, ovvero l’interlocutore cerca di "vendere” il personaggio che vuole si racconti e, nei casi di esaltazione, si tramandi ai posteri. Con la Magnani è tutta una splendida verità: il suo essere scontrosa per timidezza, il suo improvviso addolcirsi quando il discorso scivola sui temi che ama.

I gatti, per esempio. Anche lì, in prima battuta, aggredisce: «E’ una favola... sembra che io sia piena di gatti, ne ho quattro invece... gli altri, be’ gli altri... arrivano!». E qui la capitolazione: «Che devo fare? Li devo mandare via? Arrivano dai tetti vicini... ecco bisogna fare qualcosa per difendere gli animali, sono indifesi, sono buoni...». Dei gatti parlerebbe ancora, se non ci fossero telefonate, squilli alla porta con solerti fattorini che consegnano telegrammi («Signo’. ma lo sa che iersera m’ha commosso...») e che quindi la riportano in una dimensione professionale. La sua battaglia di sempre: dividere la donna dall’attrice. Una battaglia nella quale ha perso sempre. D’altra parte se non raccontasse se stessa, nei personaggi che ci ha proposto in cinema e in teatro, quale Magnani avremmo conosciuto? Glielo diciamo, scuote il capo e cambiando discorso con una punta di orgoglio dice: «Che fatica che ho fatto per girare questa roba... dodici ore al giorno e tutto su di me... nemmeno il tempo per respirare... d’altra parte sapevo che dovevo fare così, non c’era altra possibilità...». Quasi dà la colpa alle contingenze della produzione, ma non dice che quando in più occasioni, per le scene più faticose, il regista Giannetti le ha proposto una controfigura, lei ha invariabilmente risposto «Alfre' faccio io...».

E in questo suo volerci essere, in questo non tradire il pubblico (pensate una Magnani doppiata!), ci sono tutti gli anni trascorsi nel teatro di rivista e nel teatro di prosa. Ma principal-
mente in quello di rivista che la vide per anni subrettina e poi via via "primadonna”: nel ’34 con i fratelli De Rege, nel ’39 con Pina Renzi e Lucy D’Albert in "Disse una volta un biglietto da mille'’ fino alla prima compagnia con Totò nel ’41 in "Quando meno te l’aspetti”. (Dice: «Totò. Quanto gli ho voluto bene... quanto era bravo, poverello...»). Sempre nel ’41 il primo film come quasi protagonista "Teresa venerdì”, il regista era Vittorio De Sica. Poi tutta una serie di film nei quali la Magnani era considerata dal cinema un’attrice comica. Fino a ”Roma città aperta” (dice: «L’ho visto mille volte questo film... ma adesso non lo voglio vedere più... no, non lo voglio vedere più. Mi fa troppo male, è troppo vero quello che si vede... l’ultima volta l’ho visto in un cinema rionale... sono stata malissimo!»). Dopo essere stata celebrata in tutto il mondo, divenne un’attrice di poca cassetta, troppo "impegnata”. Però ha vinto cinque nastri d’argento e quando con "Mamma Roma” di Pasolini stava per vincere il sesto, fu scavalcata dalla Lollo con "Venere imperiale”.

Doveva arrivare l’Oscar come migliore attrice, nel ’55, per ”La rosa tatuata” per far capire ai produttori italiani, e non solo italiani, che con lei il discorso della cassetta, sì o no, contava poco. Eppure negli anni seguenti i suoi incontri con il cinema sono stati sporadici e sempre, come in ogni sua cosa, in un costante rapporto di odio-amore: accettare un film su venti film proposti e poi pentirsi del film accettato. Come successe nel ’64 quando accettò di girare un film in Francia "La pila della Pep-pass” e tornò a Roma con un esaurimento nervoso che nasceva dall’aver accettato.

Del cinema parla, anche se a frasi smozzicate, quasi con la noia di ripetere un discorso che ha fatto a se stessa mille volte: «Non ci sono idee, niente, ci sono pochi registi bravi. Allora per fare un film bello bisogna faticare... qui, scoprono un filone, per esempio il western all'italiana e via tutti a fare i western, poi il giallo e tutti a fare il giallo... e allora io non faccio niente, meglio, me ne sto qui a casa mia, spesso sola o sennò con qualche amico... ho bisogno di stare in pace con me stessa innanzitutto... che faccio, giro un film che non mi piace? Mi ammalo, poi tutti ne parlano male, per carità!». E ci guarda con sgomento quasi fossimo lì a proporle un film di quelli appunto che le provocano la crisi.

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Mentre ci parlava pensavamo all’età di Anna Magnani, non perchè ce ne aveva negato l’esatta dicitura ma perchè (non si sa bene se è una faccenda che succede agli artisti veri) non sembra avere un’età. Anna Magnani è un’epoca. I suoi occhi, la sua espressione, i suoi capelli irrequieti come minoranze etniche a un confine, ci ricordano le rabbie, le speranze, i profondi dolori, le inquietudini del ’45 e se uno storico di buona volontà vorrà ricordarci la vita attraverso lo schermo, potrà mostrarci i capelli di quella diva o le mossette di quell’altra ma con la Magnani dovrà mostrarci un sentimento e forse ci rinuncerà. Che siano proprio questi sentimenti improvvisamente riscoperti ad aver destato d’un colpo la platea televisiva? O che sia, come si diceva prima, la presenza d’un’artista? Certo la Magnani non ci aiuta a rispondere alle domande. Il suo cammino televisivo è comunque appena cominciato, per tre settimane ancora ci aiuterà a verificare i nostri interrogativi o a confonderci le idee. Sabato 2 e domenica 3 ottobre in due puntate il secondo episodio ”1943: un incontro” con Enrico Maria Salerno. Vi si racconta di un amore nella Roma occupata dai tedeschi.

"L’automobile”, in onda domenica 10 ottobre, si svolge nel 1970. E’ la storia di una mondana non più giovanissima che crede di acquistare credibilità e normalità con l’acquisto di una vetturetta. Il primo episodio, quello già andato in onda, raccontava di una sciantosa in tournée nelle retrovie della prima guerra mondiale. C’è poi un quarto episodio, ”1870” con Marcello Mastroianni, che vedremo proiettato prima al cinema e dopo, quindi fra qualche tempo, in televisione. E’ questa la storia di una popolana il cui marito è finito in carcere perchè liberale. Lei porta il figlio in seminario sperando che questo gesto faccia ottenere la grazia al marito. Quest’ultimo, ammalato, vagheggia di una possibile rivoluzione liberale, ma quando arriva il 20 settembre l’unica azione compiuta all'interno della città è quella delle donne che assaltano il carcere per liberare i detenuti. Ma lui muore tra le braccia della moglie che pietosamente gli racconta una rivoluzione mai avvenuta.

Quattro storie che hanno una matrice comune: amore, solitudine. Due componenti che, vorremmo dire, sono state le costanti della vita di Anna Magnani. E’ forse per questo che lei si ostina a dire che ha bisogno di storie scritte apposta per lei, scritte su misura. Nel quotidiano combattimento per separare la donna dall’artista, perde ancora una volta esprimendo sullo schermo la sua voglia d’amore e la sua solitudine. Probabilmente lo ripetiamo, nessuna attrice mai, ha raccontato se stessa con maggiore fedeltà di Anna Magnani. Per questo evita le interviste, rifugge
la mondanità perchè essa significa esporsi e mostrarsi: per lei forse una intervista o una ”prima” cinematografica rappresentano un supplemento di indagini. Cos’altro volete sapere da me? Avrebbe voglia di gridare a tutti e non potendo farlo per buona educazione si nasconde dietro le negazioni di cui si parlava, gioca a rimpiattino con le parole, rifugge con un contagio un invito una premiazione una festa. La sua festa la celebra quotidianamente, tra gatti e malinconia, nella splendida casa di via degli Astalli.

A fatica, il cronista riprende l’intervista.

Lo sa signora, che a questo punto non so bene chi lei sia?

«Meglio così...».

Parliamo di futuro... Cosa pensa di fare?

«Non si dispiaccia, ma proprio non lo so...».

Quali film va a vedere, signora?

«Mica tutti, solo quelli dei registi che mi danno qualche emozione, Visconti, Fellini, Antonioni, Zeffirelli, per esempio...».

Mi dà un giudizio sui suoi partner...?

«Ma no...».

Adesso che ha ottenuto il divorzio, pensa di risposarsi?

«Per carità, e non parliamo di queste cose...».

E allora che facciamo?

«Se stamo zitti!».


Maurizio Costanzo, «Tempo», anno XXXIII, n.41, 9 ottobre 1971


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Maurizio Costanzo, «Tempo», anno XXXIII, n.41, 9 ottobre 1971