Vorrei diventare brava come Ingrid Bergman

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Anna Maria Ferrero, che in aprile affronterà a Londra per la prima volta nella sua vita teatrale il giudizio di un pubblico straniero, racconta ai lettori di “Tempo" i momenti più intensi della sua carriera e fa conoscere le sue aspirazioni di attrice.

Credo proprio che a Londra mi farò non una ma due volte il segno della Croce. In aprile, in un teatro di cui ora mi sfugge il nome, la compagnia teatrale di Vittorio Gassman, me compresa quindi, darà l’ "Amleto". Sarà un po’ come andare nella casa del lupo, nella sua tana e al cospetto di un pubblico avvezzo ad ammirare Vivien Leigh, il recitare non mi sarà facile. Proprio per questo, mi farò due volte il segno della Croce.

E' da quattro anni, ormai — e non sono molti, lo so, ma per me che li ho vissuti molto intensamente mettendo in essi parte di me stessa, impastandoli con la rinuncia alla mia libertà, la mia prima giovinezza e tanti sacrifici, non sono neppure pochi — è da quattro anni, dicevo, che tutte le volte che devo mettere piede su un palcoscenico mi segno. Non l’ho mai dimenticato una volta e guai, se ciò avvenisse. Penso che tornerei sui miei passi, per poi riapparire assieme agli altri stupefatti per il mio dietrofront. Di tutto ciò che di nuovo il teatro mi aveva presentato all’inizio, parecchio l’ho lasciato dietro di me. Ma due cose ormai mi sono rimaste fedeli: l’invocazione a Dio, sia pur manifestata dal tratto leggero non mai affrettato della mano destra che va dalla fronte al petto, e la paura del pubblico.

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Anna Maria Ferrero colta in diversi atteggiamenti nella sua abitazione di Roma. E’ nata nella capitale il 18 febbraio del 1935 da padre romano e da madre toscana. E’ alta 1,62 e pesa cinquantadue chili.
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Se chiudo gli occhi, rifaccio un viaggio a ritroso nel tempo di quattro anni, un viaggio di sapore agrodolce ma affascinante sempre. Rivedo Sanremo, dicembre del 1953: fu li che avvenne il mio debutto in teatro con l’ "Amleto". Avevo accettato di debuttare in prosa dietro le insistenze di Vittorio Gassman; e ora dirgli grazie è troppo poco. I giorni delle prove erano passati via abbastanza tranquilli ma quella sera sarebbe venuta inesorabilmente la resa dei conti. In tre ore di spettacolo avrei potuto giocarmi non solo la carriera teatrale ma anche quella cinematografica. A Gassman ero piaciuta per l’interpretazione del lavoro cinematografico "Le due verità" accanto a Michel Auclair e soprattutto l’aveva colpito il fatto che per tutti i miei film nessun regista aveva mai voluto far doppiare la mia voce: ero io sullo schermo e nella colonna sonora.

Quella sera, se mi fosse andata male la parte di Ofelia nell’ "Amleto", avrei cominciato una discesa senza fine. Sino a cinque minuti prima di entrare in scena, fui straordinariamente calma; poi, tutto d’un tratto, scoppiò la tempesta. Mi sembrava di essere in mare, sballottata e schiaffeggiata da altissime ed impetuose onde che mi impedivano di afferrare un salvagente che era lì a portata di mano e che invece si allontanava ogni momento di più. Stavo per andare sotto.

Avevo la testa vuota. Avevo dimenticato tutto. Se m’avessero chiesto il nome di mio padre, non avrei saputo che cosa rispondere. Gassman, che mi stava osservando, mi venne vicino, mi strizzò l’occhio e mi mise una mano sulla spalla. Invocai una preghiera, e ci riuscii. Entrai in scena come spintavi da una forza misteriosa e quando Laerte terminò di parlare, automatica-mente, da sola, la battuta mi venne sulle labbra. Tirai avanti come una sonnambula. Alla fine, quando il sipario tolse dai miei occhi il pubblico, mi sentii affranta, sfinita. Ero riuscita a portare a termine lo spettacolo, ero riuscita non dico a recitare ma a dir tutte le parole che il copione mi aveva imposto. Non aveva valore, per me, sapere in quale modo le avevo dette. L’importante era di averle pronunciate.

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Il vero nome dell'attrice è Anna Maria Guerra: fu la morte dell’amico di famiglia Willy Ferrero, il noto direttore d’orchestra, a indurre il padre dell’attrice a darle quel nome d’arte. Anna Maria Ferrero ha tre debolezze: le scarpe nere - nel suo elegante guardaroba se ne possono trovare quaranta paia, - i cani e la raccolta di tutti i copioni che ha interpretato.
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Ma, se pur è cambiata l’intensità, la paura che il pubblico in me suscita rimane sempre, almeno sino a quando non ho pronunciato le prime battute. La macchina da presa vi fa grande effetto, sì, ma dopo un giorno vi siete già abituati: se una scena o una battuta vi vanno male, potete rifare tutto sino alla nausea. La televisione, anche se non vi dà questa possibilità di ripresa, ha pur sempre una scappatoia: se una papera lascia le vostre labbra o un inciampamento avviene, o uno slittamento si verifica, milioni di spettatori se ne accorgono, è vero, ma in compenso non sentite il loro tossire di disappunto e non avvertite il loro muoversi nervoso sulla poltrona. A teatro, se la battuta non viene subito, senti immediatamente il pubblico sfuggirti di mano, ed è allora che i brividi corrono disperatamente lungo la schiena. Non c’è dubbio: mi incutono maggiormente paura cinquecento persone a teatro di due milioni di spettatori alla televisione. Per mia fortuna, credo che questo senso d’apprensione non mi lascerà mai. Rispetto a qualche anno fa, comunque, le cose sono cambiate: allora era terrore, adesso è paura. Domani sarà, almeno lo spero, soltanto timore. D’altra parte, credo che debba essere giusto così. L’entrare in palcoscenico senza sentirsi addosso un’intima agitazione vorrebbe quasi dire fare di un’arte un mestiere. La fredda abitudine al pubblico e alle assi del palcoscenico penso siano, un po’ la fine della vita di un attore o di un’attrice. Se più non subissi questo tremendo fascino, se più non sentissi questa irresistibile molla dentro di me, forse non farei più del teatro. Perchè se il recitare dovesse tradursi soltanto in conti in banca o il pronunciare una frase con un tono anziché con un altro dovesse essere simile soltanto a uno scambio di pettegolezzi freddo e scialbo fra vecchi conoscenti, allora cambierei immediatamente professione.

Mi piace il teatro, e voglio rispettarlo come doverosamente si merita. A volte mi sembra di esagerare quando penso che mi piacerebbe comperare una macchina da presa e girare metri e metri di pellicola per riprendere le interpretazioni migliori del teatro e del cinema. Attualmente sono in prosa con Vittorio Gassman ma soltanto due mesi fa facevo del cinema: con Viviane Romance e Franco Fabrizi, ho girato "I segreti della notte"; è l'ultimo mio film. Ebbene, sento che teatro e cinema, messi assieme, mi stanno» affinando e alternarle, queste due attività, mi attrae e mi lusinga.

Ed è appunto nel tentativo di raggiungere il meglio che lentamente si è fatto strada in me il tipo di attrice che mi piacerebbe essere. La mia scelta, ormai, l’ho fatta: vorrei diventare brava come Ingrid Bergman. Non so dirvi quante volte l’ho vista recitare. Tutto di lei mi piace e se un giorno potessi essere come lei, tutto avrei raggiunto.

Per essere sincera, quando ero ragazzina non credevo neppure che un giorno sarei diventata attrice. Anzi, non pensavo neppure a quello che avrei voluto essere nella vita. Mio padre era impiegato al Ministero delle Poste e io andavo a scuola come tutte le altre ragazze. Ma non avevo progetti per la mente nè li avevano i miei genitori. Portavo le trecce ed ero biondissima (e mi spiace di non esserlo più). Avevo bionde anche le sopracciglia, con grande disappunto di mia madre. Ero vivacissima e irrequieta: a Grottammare, dove andavo per le vacanze, forse mi ricordano ancora per i gravi danni che arrecavo a tutti gli alberi fioriti dei viali principali. Assomigliavo a tante altre, insomma. Per cui, quando Claudio Gora, in un tardo pomeriggio romano del giugno del 1949, si sedette accanto al tavolino che io occupavo con mia madre al caffè Zuppa di via Veneto e mi sentii, indiscreti, i suoi occhi addosso, provai un senso di imbarazzo e niente di più. Avevo quattordici anni e pensavo al cinema unicamente come spettatrice. E invece, proprio da quel giorno, la mia vita è cambiata.

Ricordo che Gora, che non era solo ma aveva con sè un amico, continuava a fissarmi. Mia madre, poveretta (è morta nel luglio del 1955 e quello fu il giorno più terribile della mia vita: penso che altri, anche se il teatro mi dovesse dare delusioni, così duri non saranno mai), era piuttosto seccata. Io non sapevo bene che cosa pensare. Pur avendo solo quattordici anni ed essendo ancora una ragazzina mi sentivo piuttosto lusingata. Comunque, a un certo momento, dovetti alzarmi dal tavolo per telefonare a casa e dire al babbo (è lui che oggi cura i miei interessi teatrali e cinematografici) che con la mamma avevamo deciso di mangiare fuori. Un uomo, allora, mi seguì, mi fermò e mi disse il suo nome: Claudio Gora. Aggiunse che stava cercando una ragazza da lanciare nel suo film di imminente lavorazione, "Il cielo è rosso". Tornammo al tavolo a parlare della faccenda. Mia mamma e io eravamo molto sorprese, non ci credevamo neppure, pensavamo a un raggiro. Ma alla fine accettammo. Nei giorni che seguirono, dovetti fare tantissime cose. Lessi il libro di Giuseppe Berto da cui Gora avrebbe tratto il film e, con la scusa di una camicetta che una mia zia doveva confezionare per me, mi trasferii a casa sua dove, ogni giorno, verso le quattro del pomeriggio, Gora veniva a farmi provare una scena: quella, niente di meno, della morte dell’eroina.

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In un teatro romano, durante la pausa di un lavoro teatrale, l’attrice sorride all’obbiettivo. Tra i molti film da lei interpretati, oltre venticinque, va ricordato anche ”Il Cristo proibito” di Curzio Malaparte. Dice la Ferrero, ricordando con commozione il momento dell’incontro col grande scrittore scomparso: «Avevo molta paura. Mi avevano detto che Malaparte trattava male le attrici. Invece non era vero: fu gentilissimo con tutti». Alla TV ha interpretato giorni fa un lavoro di Sardon.
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Ora sono attrice e di più, nella vita, non vorrei essere. Sì, certo, mi piacerebbe sposarmi. ma almeno per ora non ho questo problema — lasciatemi passare la parola — da risolvere. E anche quando avrò un marito e dei bambini, non rinuncerò al teatro: ne ridurrò magari l’attività, que-j sto sì, ma non l’abbandonerò mai se proprio non vi sarò costretta. Giorni fa, da un giornalista di Milano, mi è stato chiesto se ho mai pensato al teatro leggero, quello della rivista e della commedia musicale. Sì, qualche volta un pensierino l’ho fatto anch’io, ma in forma piuttosto vaga: tuttavia in una commedia musicale lavorerei molto volentieri. Tra l’altro, avrei un "copione" in più da unire alla raccolta che gelosamente custodisco nella mia casa di Roma.

In febbraio, dunque, comincerò le prove per l’ "Amleto". E’ da moltissimo tempo che non lo rappresentiamo. Poi, inizieremo le recite nella capitale, a Milano e in altre città. Infine, in aprile, punteremo su Londra. Sarà questa la prima volta che il teatro mi vedrà lavorare su un palcoscenico straniero. Prima d’ora, ero stata a Parigi ma per presenziare alla prima di quello che considero il mio film più riuscito: "Le due verità". Quella sera, per la mia carriera di attrice cinematografica, fu la più importante così come la "prima" dell’ "Amleto" a Sanremo fu la più tremenda e densa di emozioni e di paure. Alla fine della rappresentazione, tra gli applausi, Danielle Délorme e Michèle Morgan, vennero da me per complimentarsi. E la critica fu molto benevola nei miei confronti.

A Londra, tuttavia, sarà molto diverso: a Sanremo cominciai il teatro un po’ da incosciente, senza aver mai frequentato accademie drammatiche o scuole di recitazione. Ora, la scuola di Gassman mi ha completamente trasformata. Sarà un "Amleto" in lingua i italiana, comunque, e non in inglese. Ma per me, nonostante tutto, sarà sufficiente per farmi fare non una ma due volte il segno della Croce.

Anna Maria Ferrero, «Tempo», anno XX, n.45, 4 novembre 1958


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Anna Maria Ferrero, «Tempo», anno XX, n.45, 4 novembre 1958