L'Ospizio dei Trovatelli

Approf Canile

I cani sono come bambini muti, patiscono, hanno memoria, sentimento, nostalgia, ma non possono piagnucolarti le loro sofferenze come un accattone che dicendo, Ho fame o Mi hanno fatto questo e questo, trova sempre un santo che lo aiuta. E poi sono gli unici esseri, anche se esci due minuti, ti accolgono festosi come se tornassi dall'America.


Totò fece costruire e finanziò per sette anni, cioè dal 1960 al giorno della sua morte, un vastissimo e moderno rifugio in cui, aiutato da un veterinario e da cinque assistenti, accolse e amorevolmente curò fino a 256 cani, per lo più randagi o abbandonati. Il principe Antonio de Curtis, in arte Totò, era un convinto animalista e aveva un debole soprattutto per i cani che, peraltro, lenirono spesso la sua solitudine, specialmente nel periodo in cui, separatosi dalla moglie Diana Rogliani, non aveva ancora incontrato Franca Faldini. “Per me i cani sono vere e proprie persone”, diceva il celebre attore napoletano; e uno dei suoi maggiori crucci fu sempre quello, dopo aver allestito appunto un rifugio per i cani, di non poter fare altrettanto a favore dei gatti, animali restii ad ogni irreggimentazione. Il Totò poeta che tutti conosciamo, il Totò autore della celebre ‘A livella contenuta in un libro di versi che si rivelerà autentico best-seller, quel Totò tenero e arguto trae le sue origini dall’amore per gli animali. La prima poesia che in vita sua Totò scrisse, s’intitolava “Dick” ed era dedicata a un cane fedele. La quartina iniziale della poesia “Dick” racchiudeva infatti un’allusione a un episodio realmente accaduto: «Tengo ‘nu cane ch’è fenomenale, – si chiama Dik, ‘o voglio bene assaie. – Si perdere ll’avesse? Nun sia maie! – Per me sarebbe un lutto nazionale!».

A questo proposito, a proposito della frase «si perdere l’avesse», c’è da chiarire che effettivamente, nel 1950, nel periodo in cui era impegnato nella lavorazione del film Totò cerca moglie di Carlo Ludovico Bragaglia, l’attore smarrì Dick. “Il fatto avvenne a Roma in una stradetta dei Parioli, via Paolo Frisi, ove Totò, verso le sette del mattino, aveva accompagnato il suo cane affinché si sgranchisse le zampe”, raccontò Eduardo Clemente, cugino e segretario dell’attore. “Lasciato libero dal guinzaglio, improvvisamente Dik scomparve. Invano Totò lo chiamò a gran voce, inutilmente ripercorse avanti e indietro la stradetta e le vicine traverse. Affranto, anzi avvilito, mi incaricò di far stampare e affiggere, in parecchie strade dei Parioli, dei manifesti attraverso i quali si prometteva una ricompensa di 10.000 lire, somma a quell’epoca non indifferente, a chi gli avesse riportato il suo Dick. Ricordo che bussarono alla casa di Totò, in via Bruno Buozzi, non meno di dodici persone con altrettanti cagnolini. Totò volle dare una mancia a tutti, anche a coloro che, palesemente, si erano presentati solo con l’intento di scroccare qualcosa”. E come andò a finire? “Cinque giorni dopo, Dik ritornò spontaneamente a casa. Appariva smunto e affaticato. Totò piangeva, quando lo riabbracciò. E Dik scuoteva la coda”. Il celebre attore, compiva continuamente opere di bene distribuendo denaro ai poveri (che ogni mattina si mettevano in coda dinanzi al suo portone), aiutando chiunque vedesse in difficoltà e inviando assegni cospicui a enti assistenziali. E non rinunciò, da convinto zoofilo, a gettarsi anima e corpo in un’opera per il recupero dei cani randagi.

Ma il cane che maggiormente impietosì Totò, fu il meticcio Mosé la cui foto, peraltro, venne pubblicata da molti giornali. Mosé era un randagio che, per essere finito sotto una macchina, aveva perso l’uso delle zampe posteriori: alla scena aveva assistito Totò, e Totò decise che bisognava a tutti i costi aiutarlo. “Dopo oltre un mese di medicazioni e di cure potei comunicare a Totò che Mosé era da considerarsi salvo”, racconta il dottor Mascia. E prosegue: “Totò accarezzò il cane e parve infinitamente felice. Poi ebbe uno scatto: “Dottore, io voglio che Mosé cammini. Dottore, vedete di fare qualcosa”. Pensai allora di rivolgermi all’istituto ortopedico dell’università di Roma. Due tecnici dell’università ebbero l’idea di costruire una protesi a rotelle che venne applicata, con delle cinghie, al corpo del cane. Quando vide Mosé camminare, Totò volle abbracciarmi. Piangeva”.

Pubblicata da molti giornali, la fotografia del cane con le ruote ebbe come principale conseguenza quella di procurare a Totò nuove amarezze. “Con tanti esseri umani privi di gambe, il principe di Bisanzio pensa agli apparecchi ortopedici per i cani!”, fu scritto con sarcasmo. Facilmente Totò avrebbe potuto replicare spiegando che lui, oltre a tutto, inviava cinquantamila lire al mese al Cottolengo. Ma preferì non sbandierare i suoi atti di bontà.

Con la morte di Totò, avvenuta nell’aprile del 1967, fu giocoforza che l' ”Ospizio dei trovatelli” si avviasse alla fine. «In quel periodo», mi racconta il dottor Vincenzo Mascia, «nel nostro rifugio, a causa di diverse adozioni erano presenti non più di trenta cani. Pochi rispetto ai tempi di massimo affollamento, ma pur sempre trenta bocche da sfamare; cosa difficoltà senza un sostegno economico. Fu allora che Eduardo Clemente mi svelò un segreto: Totò gli aveva fatto giurare, subito dopo esser stato colpito dall’infarto, che mai e poi mai avrebbe abbandonato al loro destino i cani dell’”Ospizio dei trovatelli”. Ed effettivamente Eduardo Clemente si mise alla ricerca affannosa di persone che potessero adottare quei cani. Lo vedevo andare, venire, caricare ora questo ora quel cane sulla sua macchina. Un giorno bussò a casa mia e mi disse: “Vincè, sono riuscito a piazzarne ventisei. Sono rimasti i quattro più malandati, Dottore, facciamo a metà? Te lo sta chiedendo il cugino di Totò”. E così due cani se li tenne lui e due me li presi io». E Mosé, il cane con le ruote? «Oh, quello morì un mese prima che morisse Totò. Credo che sia stato l’ultimo dolore che Totò abbia avuto nella sua vita. Cercai di confortarlo facendogli notare che, dopo l’incidente automobilistico, Mosé era vissuto tre anni. Aveva potuto camminare, correre, giocare…».

Vittorio Paliotti


Alcuni ospiti del canile



Così la stampa dell'epoca


1961 04 13 Settimana Incom logo mini


1961 04 13 Settimana Incom intro

 

Il villaggio di Via Boccea rischia di essere demolito. Un concerto di festosi latrati saluta l'arrivo del principe e della principessa de Curtis - Un comitato composto dalla Magnani e da Peppino De Filippo.


Francesco D'Agostino, «La Settimana Incom Illustrata», 13 aprile 1961

1961 01 12 Novella 00 mini


1959 08 16 Sorrisi e Canzoni TV intro

 

Ogni giorno centonovanta festosi latrati accolgono, in un canile di Roma, l’arrivo di Totò: il popolare comico è il benefattore che li ha adottati in massa salvandoli dalla fame, fornendo loro cucce confortevoli, e perfino un autista e un veterinario personali

Lietta Tornabuoni, «Novella» anno XLII, n. 2, 12 gennaio 1961


1967 05 07 Tribuna Illustrata mini

1967 05 07 Tribuna Illustrata intro

I cani randagi cui Totò provvedeva continueranno ad essere ospitati e curati nel canile che il grande attore napoletano aveva allestito alla periferia di Roma. E' quindi infondata la voce che si era diffusa nei giorni scorsi secondo la quale già da due anni Totò si disinteressava dei cani che aveva raccolto e amorosamente curato.

S.C., «Tribuna Illustrata», anno LXXVII, n. 19, 7 maggio 1967


«Io mantengo venticinque persone, duecentoventi cani. I cani costano e valgono più di un cristiano. Lei lo picchia e lui è affezionato lo stesso, lo abbandona e lui è fedele lo stesso, lo abbandona e lui è fedele lo stesso. Il cane è 'nu signore, tutto il contrario dell'uomo. Guardi gli uomini come si odiano: basta che si sfregiano 'nu poco l'automobile, subito scendono coi denti fuori, gridando. [...] Accade quindi che qualche anno fa andai a visitare un canile che era tenuto da una speculatrice. Certi cani tristi, malati. Allora feci cacciar via la speculatrice e costruii tanti bei capannoni con tante belle cucce. Qui li tengo i miei cani, per me sono come duecentoventi bambini. Certo costano: il personale di servizio, il veterinario, le medicine...»


Servizio televisivo della RAI all'Ospizio dei trovatelli trasmesso nel 1961 all'interno della trasmissione "Controfagotto"


Sceso dalla macchina venne accompagnato dall’autista alla rete metallica che circondava il terreno di giochi dei cani e aiutato a entrare. Una festa: gli si precipitarono addosso tutti insieme abbaiando, mugolando, scodinzolando, puntandogli le zampe sul cappotto. Lo riconoscevano, mentre Totò aveva la vista troppo danneggiata per riuscire a individuarli. Né avrebbe potuto distinguerli dal nome. Ai cani quasi mai attribuiva un nome (“Mica sono figli”). Li chiamava tutti “cane” e basta.



Riferimenti e bibliografie:

  • "Totò, principe del sorriso" (Vittorio Paliotti) - Fausto Fiorentino Ed., 1977
  • S.C.,Tribuna Illustrata n.77, 7 maggio 1967