Le donne sono il sale della mia vita

Approf Donne

Incontro immaginario, a 49 anni dalla morte di Totò


L’uomo è poligamo e io non facevo eccezione. La mia vita è costellata di amori complicati: una soubrette si tolse persino la vita per me.



Lo facevo per esorcizzare il ricordo della mia infanzia povera, da scugnizzo.



2017 04 15 Repubblica Toto le donne intro

La passione per Liliana Castagnola, l’addio a Diana: per lei scrisse “Malafemmina”. Poi l’arrivo di Franca Faldini

2017 04 15 Repubblica Toto le donne f1Gli occhi non mentivano mai. Uno sguardo, e il cuore, come nella poesia Core analfabeta, imparava all'improvviso a leggere soltanto una parola, "Am-more e niente cchiù". Amore, che nella vita di Totò fu appassionato, impetuoso, totalizzante, ma che si rivelò anche tormentato, devastante per la gelosia che provava per le sue donne, concludendosi anche in tragedia. Elegante sempre, con camicie inamidate, capelli imbrillantinati, con le basette alla Rudy Valentino come le portava da giovane, il Principe ebbe tre donne importanti, in altrettante fasi della sua carriera. Nel dicembre del 1929, mentre Totò recitava al teatro Odeon, in sala c'era una donna, seduta sola in un palchetto, che aveva occhi solo per lui. Era la sensuale sciantosa Liliana Castagnola, una femme fatale già balzata agli onori delle cronache mondane del tempo per aver lasciato dietro di sé una scia di amanti pronti a battersi anche a duello per lei. Al termine dello spettacolo le inviò un mazzo di fiori e un bigliettino. "È con il profumo di queste rose che vi esprimo tutta la mia più profonda ammirazione. Antonio". Fu l'inizio di una passione travolgente, condizionata però, fin da subito, dal lato possessivo di Castagnola, perdutamente innamorata, e dalla gelosia di Totò, infastidito da una tournée a Benevento, dove recitava un suo ex, per non parlare del suo passato di grande seduttrice. Durante l'ennesima discussione, il 3 marzo 1930, Liliana lo implorò di non lasciarla, To-tò, invece, fu irremovibile. Dopo avergli scritto una lettera, quella stessa notte lei si suicidò con i sonniferi. Per il senso di colpa, volle che fosse sepolta nella cappella dei de Curtis a Poggioreale, e chiamò la figlia, che ebbe nel 1933 da Diana, come lei.

Poco più di un anno dopo dal suicidio di Liliana Castagnola, nel 1931, a Firenze con la rivista Follie estive, al botteghino del teatro incrociò lo sguardo di Diana Bandini Rogliani Lucchesini, che aveva appena sedici anni, sorella della moglie dell'attore Raniero De Cenzo. Si sposarono nel 1935, dopo la nascita della figlia Liliana. Un amore turbato dalla gelosia accecante di Totò. Tra i tanti aneddoti quello raccontato anni dopo dalla figlia: l'abitudine di mettere «un pezzo di carta sopra la porta. Se al ritorno, notava che il pezzo era caduto, voleva dire che la porta era stata aperta». Si separarono definitivamente nel 1951, e fu per Diana, non per Silvana Pampanini, come testimoniato dal testo depositato alla Siae, che scrisse di getto, in un ristorante di Formia, Malafemmina. Poi, una sera del febbraio 1952, al Jickey Club di via Veneto entrò nella vita di Totò, senza uscirne più, Franca Faldini, l'amore della sua vita. Le fece recapitare cento rose rosse, le scrisse "guardando il Suo volto mi sono sentito sbottare in cuore la primavera". Un rapporto che culminò nell'immensa gioia non appena Totò scoprì che lei, nel 1954, era incinta. Purtroppo, all'ottavo mese di gravidanza, una sera, mentre stavano guardando "Luci della città" di Chaplin nel cinema che Totò aveva fatto allestire in casa, lei accusò un malore. Il figlio Massenzio morì appena nato. L'atroce dolore rafforzerà la loro unione. Franca, chiamata affettuosamente Ravachol, come l'anarchico francese, sempre al suo fianco, diventando, negli anni della progressiva cecità di To-tò, i suoi occhi, fino alla fine.

Pier Luigi Razzano, «Repubblica», 15 aprile 2017


Le sue gag hanno fatto ridere generazioni di italiani, prima al teatro, poi al cinema e quindi in televisione. In quasi cinquantanni di carriera arrivò a sbaragliare, con i suoi numerosi film, molti record d’incasso. I suoi gesti, le sue smorfie, le sue battute, così come le sue straordinarie poesie e canzoni, sono diventati patrimonio della cultura degli italiani. Ma nonostante l’immenso successo popolare, il grande Totò è sempre stato vittima dell’incomprensione della critica che, mai come in questo caso, ha peccato di miopia. Un abbaglio cui è stato posto rimedio solo dopo la morte del comico napoletano. La condizione di “figlio di nessuno” gli ha sempre creato dei complessi, facendogli inseguire per tutta la vita il sogno ed il desiderio di dimostrare a tutti di avere ascendenze chiare e nobili. Lei è nato Antonio Clemente, con il cognome della mamma, ed è morto principe Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Comneno Porfirogenito Gagliardi De Cur-tis di Bisanzio, conte Palatino del Sacro romano impero, esarca di Ravenna, duca di Macedonia e di Illiria, principe di Costantinopoli, di Cilicia, di Tessaglia, di Ponto, di Moldavia, di Dardania, del Peloponneso, conte di Cipro e di Epiro, conte e duca di Drivasto e di Durazzo. Insomma, qual è la verità sulle sue origini?

Principe, nella sua gioventù a Napoli, lei conobbe Eduardo De Filippo.

«Come erano colorate le strade di Napoli, ricche di bancarelle improvvisate, affollate di gente aperta al sorriso. Mi esibivo al teatro Orfeo, un piccolo, tetro, e lurido locale periferico. Io avevo 16 anni e stavo molto tempo in un bugigattolo di camerino dalle pareti gonfie di umidità. Ogni tanto mi veniva a trovare per fare quattro chiacchiere, un mio compagno quattordicenne, magrissimo e sempre pallido, il caro Edoardo. Era sempre un abbraccio fraterno. E sempre ci dividevamo il panino con la frittata o la merenda. E le quattro chiacchiere, su noi due, le abbiamo fatte per tutta la vita».

Lei ha recitato in tanti film, anche cinque in un anno. Non le è mai venuta voglia di rifiutarne qualcuno?

«Vede, io ho fatto la fame, ho fatto il militare, ho fatto la gavetta. A volte è difficile fare la scelta giusta, perché o sei roso dai morsi della coscienza o da quelli della fame. Avevo l’incubo di tornare povero. Firmavo tutto quello che mi dicevano di firmare, sicché poi mi trovavo regolarmente invischiato in un garbuglio di impegni che non potevo mantenere. Il risultato era che una parte dei miei guadagni se ne andava poi per pagare le penali che mi venivano inflitte».

Però era un uomo estremamente generoso. Al punto di uscire di casa con un bel po’ di soldi in tasca per darli a chi ne aveva bisogno e, comunque, a chi glieli chiedeva.

«Per me i soldi non avevano nessun valore. Gli unici soldi che riuscivo a risparmiare erano quelli che non riuscivo a spendere. La vera nobiltà risiede nel cuore e il mio, per l’amore che portavo agli umili, era rimasto “pezzente”. Si, proprio “pezzente”, come la mia misera infanzia vissuta nel rione Sanità, con tanti scugnizzi avidi d’affetto e di cibo».

Lei ha conosciuto anche Sophia Loren ai suoi esordi, quando non era ancora un’attrice famosa.

«La prima volta che la vidi, chiesi: “Chi è quella piccerella? E lei titubante: “Scicolone Sofia, molto onorata. Sono di Pozzuoli, sono qui per fare il cinema”. Capii che era una figlia della fame, come me, così le misi in mano 100 mila lire».

Come nacque la sua battuta: “Siamo uomini o caporali”?

«Sotto le armi con un caporale di Alessandria che nella vita faceva lo spazzino. Caporali sono quelli che vogliono essere capi. C’è un partito e sono capi. C’è la guerra e sono capi. C’è la pace e sono capi. Sempre gli stessi. Io odiavo i capi, le botte, la malacreanza, la sciatteria nel vestire, la villania nel parlare e mangiare».

Si dice che i comici nella vita siano persone tristi. Lei lo fu?

«In casa ero una persona triste. Sulla scena ero tutto un’altra cosa. Man mano che iniziavo a truccarmi diventavo di buon umore. Amavo molto il teatro perché il pubblico lo vedi, ci parli e reagisce. Credo fosse difficile vivere con me. E poi la sera non amavo uscire. La casa era una fortezza, quasi una persona. Quando vi entravo la salutavo: “Buonasera, casa”, le dicevo».

Malgrado tutto però lei ebbe sempre al suo fianco delle splendide donne.

«Le donne sono la cosa più bella che ha inventato il Signore. L’uomo è poligamo. Ha mai visto cento pecore e cento montoni, dieci galli e dieci galline? Io ho sempre visto cento pecore e un montone, dieci galline e un gallo».

Fu Franca Faldini la donna della sua vita?

«Vidi una sua foto su un giornale: che splendida ragazza. Ne rimasi subito colpito e non persi tempo. Le inviai subito un mazzo di fiori con un biglietto in cui le chiesi un appuntamento. Si accese subito la fiamma dell’amore. Poi diede alla luce uno splendido bambino, Massenzio. Purtroppo il bambino morì dopo il parto e anche Franca si salvò per miracolo. Fui scioccato. Comunque abbiamo vissuto insieme i miei ultimi 15 anni. Non ci siamo mai sposati, ma eravamo come due coniugi, a prova di bomba».

Però la sua prima moglie era stata Diana Rogliani.

«La conobbi grazie ad un collega che venne a vedermi a teatro con la moglie e la cognata, che era appunto Diana, appena quindicenne, che viveva ancora in collegio. Quando la vidi rimasi abbagliato. Decisi subito che l’avrei sposata. Lei tornò in collegio ed io le scrissi ogni giorno. Chiesi la mano a sua madre, che rifiutò categoricamente, disprezzandomi e ferendomi. Comunque poi lei scappò dal collegio, mi raggiunse ed iniziammo la nostra convivenza. Dopo poco nacque nostra figlia Liliana e due anni dopo ci sposammo».

Ma la canzone Malafemmena la scrisse pensando a Silvana Pampanini, come si è detto per molto tempo, o a lei?

«Quella canzone era per Diana. Il matrimonio infatti iniziò ad incrinarsi. Quando il nostro amore finì, decidemmo di rimanere insieme solo per la piccola. Ottenemmo l’annullamento del matrimonio, ma ci promettemmo che ognuno sarebbe stato libero solo dopo che la bambina fosse diventata grande. Ma poi conobbi la Pampanini, persi la testa ed iniziai a corteggiarla. La cosa finì su tutti i giornali e Diana si infuriò. Così accettò la proposta di matrimonio di un avvocato che la corteggiava. Io ci rimasi malissimo, perché lei aveva tradito la promessa, e composi la canzone».

Una vita movimentata, non c’è che dire. Anche perché prima del matrimonio lei dovette affrontare il dramma di Liliana Castagnola.

«Lei era un’attrice che amava la compagnia di uomini di alto rango. Prima di conoscermi, Liliana venne espulsa dalla Francia, perché due uomini si batterono a duello per lei ed uno di questi rimase ucciso. Poi rimase ferita da un suo amante, che prima le sparò per gelosia e poi si tolse la vita. Una sera venne a vedermi a teatro e da quel momento iniziammo a frequentarci. Ma il suo amore era opprimente. Così accettai una scrittura a Padova per allontanarmi e lei per disperazione ingerì un tubetto di sonniferi. Ne rimasi letteralmente sconvolto e decisi di seppellirla nella tomba della famiglia De Curtis a Napoli. E diedi a mia figlia il suo nome».

Che rapporto aveva con la fede? Era religioso?

«Religiosissimo, anche se non ero un praticante. Sulla spallina del letto tenevo sempre la corona del rosario. Sul comodino invece avevo un quadretto di Sant’Antonio. Però, quando le cose mi andavano male lo punivo, girandolo contro il muro».

Anania Casale


Riferimenti e bibliografie:

  • Anania Casale in «Visto» - Agosto 2015
  • Pier Luigi Razzano, «Repubblica», 15 aprile 2017