Totò e la nobiltà: la casta è casta e va sì rispettata...

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Io non ci tengo a queste cose. Io non vado in giro a dire che sono di origine imperiale, che sono l’erede e il successore vivente delle varie dinastie bizantine, dall’Imperatore Costantino il Grande in poi, e che ho diritto al titolo di principe e di Altezza Imperiale. So la storia dei miei avi tutta a memoria. E pensare, poi, che non ci tengo! Ma che volete? Non mi piace essere sfrocoliato, e io mi sono rivolto alla magistratura.


La discendenza aristocratica, un agognato riconoscimento

Pare che tutto nacque trovando in casa del padre delle vecchie carte che accennavano a un diploma di Carlo V, il documento con cui il sovrano di Spagna investiva l’antenato Gian Tommaso de Curtis del titolo di marchese, e un decreto di Francesco II di Borbone che durante l’assedio di Gaeta, poco prima di capitolare ai Savoia, aveva concesso a Luigi de Curtis il titolo di principe.

Nobilta de Curtis

Antonio si sarebbe quindi assicurato i servigi dell'avvocato Gaetano Bizzarro, e lo avrebbe incaricato di compiere ricerche storiche sul proprio albero genealogico, di appurare se quei titoli gli spettino. La decisione di indagare sul proprio passato doveva rigirarsela in mente già da diverso tempo, come reazione alle ansie nate in età tenerissima di riconoscersi in una famiglia, di ritrovarsi in un casato, di recuperare stabilità, di ristabilire una onorabilità: la risposta più appagante a queste richieste passava per quella nobiltà vagheggiata e invidiata durante l’infanzia, e il rinvenimento di quei documenti equivalse alla provvidenziale scoperta della mappa di un tesoro talmente bramato da essersi quasi materializzato a partire dai suoi desideri.

Antonio doveva aver trovato quei documenti già da diverso tempo e non aveva ancora fatto nulla per risalire al passato nobile a cui aspirava ma gli anni successivi saranno investiti da una febbre inguaribile, che lo porterà ad accumulare pergamene e, durante le varie tournée, a decifrare lapidi ai cimiteri, alla ricerca di antichi de Curtis a cui riallacciarsi: come mai quest’improvvisa smania araldica scoppia solo alla fine degli anni Venti? “Perché soltanto allora ebbi i quattrini per ristabilire la verità sulla mia condizione”, risponderà lui. “Bisognava affrontare spese, compiere ricerche. Occorrevano soldi e finalmente li avevo. [...] Prima, mi occupavo di problemi più urgenti, il pane e il companatico”, confessò nel 1966.


1988 Nobilta 2

Nel 1988 un prete di Napoli ha mostrato al settimanale "Oggi" il documento che risolve i dubbi sulla nobiltà del grande attore. «Ho trovato un atto», dice don Domenico Mazza, «dove è scritto che ad Antonio de Curtis spettavano il titolo e il rango di "Altezza imperiale” quale rappresentante della dinastia dei Griffo Focas Gagliardi di Bisanzio» «Dopo la nascita, il padre per molti anni non lo potè riconoscere, essendo il frutto del suo legame con una popolana, che sposò soltanto qualche anno dopo» - E così il futuro re della comicità crebbe nei sobborghi più miseri.


 La riconosciuta paternità

Nel 1928 Antonio Clemente viene riconosciuto come figlio legittimo dal marchese Giuseppe de Curtis riuscendo anche, cinque anni più tardi, a farsi adottare dall’anziano marchese Francesco Maria Gagliardi accordandosi per un un vitalizio. In seguito a lunghe e dispendiose ricerche, l’attore riuscì a ricostruire l’albero genealogico dei de Curtis ritrovandone alcune remote propaggini nella dinastia imperiale bizantina. Due sentenze del tribunale di Napoli, una del 1945 firmata da Umberto di Savoia e una del 1946 redatta in nome del Popolo e della Repubblica Italiana, riconobbero che Antonio de Curtis poteva e doveva essere considerato principe jure sanguinis della stirpe Flavia Angela Comnena, in quanto discendente di Teodoro Fabio, capitano generale nonché cognato di Costantino Imperatore.

La ricerca di antenati olimpici toccherà livelli francamente morbosi. Ormai uscito dalla giovinezza, Antonio ha visto esaudito il suo più grande desiderio, lo stesso covato da bambino e da adolescente, il riconoscimento di figlio legittimo. Quel cognome acquisito deve avere innescato un meccanismo che non smetterà più di ticchettare: se dopo tanti sacrifici è riuscito ad avere ciò che voleva, cos’altro potrà ottenere ora che il lavoro gira, i soldi arrivano, la fama sale, le donne gli si offrono in camerino?


Le dispute legali

Marziano II Toto L

Soddisfatta la necessità del patronimico, l’ansia di riscatto non si placa, anzi: si trasforma nell’ossessione di una paternità sempre più nobile, sempre più antica. Cinque anni dopo il riconoscimento, Antonio si farà adottare legalmente da un altro aristocratico, cercherà di ricostruire lontani rami familiari risalendo fino a Costantino; dopo il titolo di principe arriverà a quello di imperatore. Scomoderà avvocati, magistrati, consulte araldiche, otterrà che venga messo tutto per iscritto, in sentenze inappellabili. Non si fermerà neanche allora: raggiunto tutto il raggiungibile, utilizzerà le sue risorse per contrastare chiunque osi mettere in dubbio i suoi titoli, trascinandoli tutti in tribunale, e vincendo sempre.

Fu una dura guerra per Antonio de Curtis difendere il riconoscimento dei suoi casati, appena legalmente riconosciuti. Intraprese infatti una disputa con il principe Nicola Nemagna Paleologo su chi dei due avesse il diritto di riformare un antico ordine cavalleresco, l’Imperiale Militare Angelico Ordine Costantiniano della dinastia Focas; riuscito vincitore, ne fece riscrivere lo statuto specificando al capitolo primo che la missione degli appartenenti alla Milizia era «ingentilire i costumi, onorare ed esaltare la virtù, insegnare con l’esempio a vivere con dignità ed onore, rinnovando le gesta dei Maggiori perché la civiltà non muoia e il mondo ritorni alla serenità della vita».

Tutte le volte che qualcuno metteva in dubbio le sue origini imperiali, Totò tornava in tribunale, con tranquilla fermezza, finché non riusciva a ristabilire la verità. E intanto continuava ad accumulare prove, documenti, quadri di antenati, titoli. La battaglia più lunga e difficile fu contro Sua Maestà Imperiale Marziano II Lavarello Lascaris Basileus custode della corona di Bisanzio, un giovanotto romano che affermava di essere il vero erede del trono di Bisanzio e riteneva quindi Antonio de Curtis un semplice impostore. Totò lo denunciò per calunnia, dando il via nel 1951 a una serie di procedimenti giudiziari, richieste di accertamenti e perizie araldiche che si protrassero per due anni buoni. Totò demolì punto per punto le testi storiche di Marziano, ricostruendo genealogie e lontani episodi storici.


Finalmente principe

Le battaglie legali di Antonio de Curtis divertirono e appassionarono i lettori di rotocalchi, i curiosi e naturalmente anche gli altri nobili, che di solito trattavano con sufficienza il loro sedicente collega. Dopo aver dilapidato molti denari tra ricerche e procedimenti legali, finalmente ottenuto il titolo, riconosciute le ascendenze, battuti i millantatori, nella vita privata Antonio de Curtis cerca di mettere quanta più distanza possibile tra sé e il buffone cinematografico. Alla dilagante Totòmania, il principe reagisce costruendosi un’immagine estremamente elegante e vagamente malinconica. Uno dei passi fondamentali per ridefinirsi agli occhi della società è la pubblicazione nel 1952 di "Siamo uomini o caporali?", un’autobiografia in cui divulga l’immagine dell’attore-gentiluomo, forgiato da un passato che tende a colorarsi di leggenda.

Ancora oggi, a molti anni dalla sua morte, avvenuta il 15 aprile 1967, sui giornali e alla televisione si insiste volentieri nel porre in dubbio la legittimità del titolo “principesco” di Totò. Dalla storia si impara che, occupata Bisanzio dai turchi nel 1453 e ucciso l’Imperatore Costantino XI, reo di non essersi convertito all’Islam e morto da “martire”, cessò praticamente di esistere l’Impero Romano d’Oriente.



Il casato dei Focas

Rifugiatisi però in Italia molti dei superstiti delle diverse Casate Imperiali, essi pretesero alla successione… Fra i tanti pretendenti, vi era naturalmente anche il Capo di Nome e d’Arme della Casa dei Focas o Foca, oggi rappresentata dalla principessa Liliana De Curtis, ossia dalla figlia di Totò.
Ora, trattando dei Focas, se le cognomizzazioni di cui si parla nella sentenza sotto riportata vanno riferite al discendente di quel Focas succeduto a Maurizio Tiberio III (582-602), ultimo Imperatore sul Trono della dinastia giustinianea, allora queste si riducono ai cognomi: Flavio, Valerio, Claudio, Giulio; se invece le cognomizzazioni vanno riferite al discendente di quel Niceforo II (963-969) che succedette a Basilio II e Costantino VIII, coimperatori, ai riportati cognomi andrebbero aggiunti anche quelli spettanti alle dinastie Eraclidea, isaurica, amoriense (o frigia, o amoriana), macedone. A decidere in merito non può essere che l’Albero genealogico della Famiglia, corredato dalle opportune prove documentali.


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La cronaca giornalistica della lunga disputa legale per il riconoscimento dei titoli nobiliari

Durò quasi dieci anni la battaglia che Antonio de Curtis condusse per avere riconosciuti i titoli nobiliari di cui riteneva averne i diritti. La stampa dell'epoca e l'opinione pubblica si appassionò a questa disputa legale, combattuta su più fronti e con più pretendenti al titolo, a suon di carte bollate e numerose udienze tenute nei vari tribunali d'Italia.

1940-1949

Ehi, della Gonda, quale novità?

...dove il titolo c'entra solo fino a un certo punto con Totò e De Filippo...
Mercutio (Vincenzo Talarico) «Star», 16 giugno 1945 108

Ecco Totò, Altezza Imperiale

Come tutte le questioni genealogiche anche questa vicenda, che ha portato il lustro di un titolo imperiale ad un artista di varietà, è piuttosto intricata...
Corrado Pallembero, «Espresso», Roma, 26 gennaio 1946 94

Pioggia di croci e commende sulla democrazia

Don Marziano II risponde al Principe Don Antonio de Curtis dei Griffi Focas — in arte «Totò» — che rivendica per sé, a seguito della surricordata morte del...
Giorgio Visconti, «Tribuna Illustrata», 16 maggio 1948 88

1950-1959

L'impero di Totò nacque a Ponte Milvio

Se Totò avesse portato a Londra la sua rivista, il comico napoletano sarebbe stato ricevuto alla stazione Victoria dal rappresentante del Re d'Inghilterra...
«Settimana Incom Illustrata», 7 gennaio 1950 470

Firmamento Totò

Passato dal varietà al teatro di rivista, Totò ha innovato il tradizionale genere comico portandomi gli elementi di pura fantasia...
«Cinesport», 24 maggio 1950 70

Il Senato minaccia i Cavalieri di Totò

Questo Impero correrà nei prossimi giorni un pericolo grave in quanto il nemico è la legge sulle onorificenze, in discussione Aula del Senato Repubblicano...
Fabrizio Schneider, «La Settimana Incom Illustrata», anno III, n.20, 27 maggio 1950 233

Totò querela un giornale che negava la sua nobiltà

Il noto attore comico Totò ha presentato querela alla Procura della Repubblica contro un giornale che parlava in tono ironico e metteva in dubbio l’autenticità
«La Stampa» e «Il Tempo», 28 aprile - 24 maggio 1951 141

Marziano II contro Totò

Se la vita di Totò attore è tutta costellata di soddisfazioni, sia materiali, sia morali, non lo è altrettanto la vita del principe Focas Flavio Angelo Ducas...
Giorgio Berti, «La Settimana Incom Illustrata», 12 maggio 1951 361

Totò cerca maschio

Fu cosi che fu realizzato, al prezzo di 150 mila lire (al cambio d'oggi, tanto costarono le varie spese legali), il sogno d'amore di Totò e Diana non più sposi.
Crescenzo Guarino, «La Stampa», 8 giugno 1951 79

Archiviati dalla magistratura romana gli «esposti» contro Totò

Il popolare comico, evidentemente soddisfatto dell'esito della vicenda, si è intrattenuto a cordialissimo colloquio con la stampa dimenticando una volta tanto..
«Corriere della Sera», «La Stampa», «L'Unità», «Momento Sera», 20/22 settembre 1951 141

Una bionda diciannovenne contende l'impero a Totò

Intanto sono sbocciati nuovi pretendenti al trono di Bisanzio, si tratta di una pretendente: la bionda imperatrice Maria Teresa Ily Dites Lule Argondizza-Tocci.
Luigi Cavicchioli, «Oggi», anno VIII, n.38, 18 settembre 1952 526

Una ragazza è la nuova pretendente del trono di Bisanzio

Nella vicenda della legittimità al trono di Bisanzio, fra Totò e Marziano II di Lavarello si frappone Maria Teresa Ily Dites Lule Argondizza Tocci, una giovane
«La Stampa», 22 agosto 1952 - «L'Avanti», 22 agosto 1952 - «L'Unità», 18 settembre 1952 98

Anche una ragazza vuole il trono di Bisanzio

La principessa Maria Teresa-Stella Mattutina-Fiore Tocci è entrata in gara con Totò e con Marziano II e col romano Sanmartini...
Ugo Moretti, «Epoca», anno III ,n. 109, 8 novembre 1952 84

Processo e condanna di Marziano di Lavarello ed i suoi consulenti

Cinque anni di reclusione sono stati inflitti dal Tribunale alle tre persone che, nel giugno 1951, misero in dubbio la discendenza imperiale di Totò...
«Il Giornale dell'Emilia», 4 dicembre 1952, Arnaldo Geraldini, «Corriere della Sera», 6 dicembre 1952, «Corriere dell'Emilia», 6 dicembre 1952, Arnaldo Geraldini, «Corriere della Sera», 21 dicembre 1952, «Il Tempo», 21 dicembre 1952, Arnaldo Geraldini, «C 146

Lo spirito di Pulcinella rivive nell'arte di Totò

Il pubblico commosso per la malattia di uno dei suoi attori preferiti. Il cafè-chantant fu la scuola del comico napoletano. Dall’armadio dei nonno provengono...
Ivano Cipriani, «Il Paese», 8 maggio 1957 80

Gli telegrafarono: "sei imperatore!"

Dopo lunghissime indagini, infatti, Antonio de Curtis poteva senz'altro insignirsi del titolo di marchese, senza bisogno di adozioni o d’altro...
Alessandro Porro, «Grazia», 26 gennaio 1958 256

1960-1969

Principi dappertutto, anche al cinema

Tra questi ce n'è uno al quale spetta nientemeno che il titolo di Altezza Imperiale, e che è indicato sul libro d’oro della nobiltà italiana come Focas Flavio...
Vanna Riccardi, «Sogno», n.11, 11 ottobre 1962 57

Il principe metafisico, ovverosia Totò

Non si piace, dice. Ma si vuole bene da sé. E' altezza imperiale e tante altre cose. Ma deve tutto al personaggio di Totò. Si sarebbe pure fatto frate, se...
Oriana Fallaci, «L'Europeo», anno XIX, n.40, 6 ottobre 1963 875

Facciamo visita a Totò

Il grande attore, che presto vedremo in un programma televisivo a puntate, sta serenamente percorrendo il viale del tramonto. Ormai ci vede poco, vive...
Pietro Zullino, «Epoca», anno XXVII, n.818, 29 maggio 1966 245

Totò va in treno con la maschera antigas

La strada, ai Parioli, è quieta. La casa è silenziosa. L’appartamento come foderato, felpato. Da fuori, non giunge il più piccolo rumore della notte romana...
Silvio Bertoldi, «Oggi», anno XXII, n.48, 1 dicembre 1966 475

La scomparsa di Totò: siamo uomini o caporali?

Il giornale-radio — di solito così fedele a tutto ciò che è ufficiale e governativo — ha aperto il suo notiziario del 15 con la notizia della morte di Antonio de Curtis...
Antonio de Curtis, «Domenica del Corriere», anno LXIX, n.18, 30 aprile 1967 424

Totò, il comico irripetibile

Il suo stile, come si sa, si era formato sulle tavole del 'café-chantant' sul modello di Gustavo De Marco: aveva dunque dei precedenti...
Ernesto G. Laura, «Bianco e nero», anno XXVII, n.6, giugno 1967 257

Ricordo di Totò

Era nato a Napoli il 13 febbraio 1898 dal Marchese Giuseppe de Curtis e da Anna Clemente; destinato alla carriera di Ufficiale di Marina, la guerra 1915-18...
Luciano Pelliccioni di Poli, «Orizzonte dei Cavalieri d'Italia»n.4,5,6, aprile-giugno 1967 157

1970-1979

La febbre di Totò

Oggi, a distanza di cinque anni, si assiste al rilancio dei suoi film più noti, con un grande successo di pubblico. Anche la TV ha in progetto un omaggio...
Franco Berutti e di Paolo Mosca, «Domenica del Corriere», anno LXXIV, n.17, 25 aprile 1972 193

La tardiva RIscoperta di Totò

Il grave ritardo impiegato da 'mamma Rai’ per rievocare Totò, dal '67 non ricordato sul piccolo schermo se non rendendo un cattivo servizio alla sua memoria...
Luciano Mattino, «Settimana TV», anno XX, marzo-aprile 1973 826

Piangeva su ogni de Curtis

Il conte Marco Rocco di Torrepadula ci descrive le grandi qualità e le innocenti manie del comico napoletano cui è dedicato un ciclo televisivo...
Vittorio Paliotti, «Oggi», anno XXIX, n.14, 5 aprile 1973 214

Totò, il principe surrealista di Napoli

La televisione ha incominciato a trasmettere i suoi vecchi film, quei filmacci, che il pubblico li segue con entusiasmo perché vi ritrova lui, Totò...
Guido Gerosa, «Epoca», anno XXIV, n.1175, 8 aprile 1973 214

Totò, che piacere rivederti

Tutto Totò: in sei telefilm la sua arte comica. Ecco come lo ricordano Macario, Taranto, Manfredi, Tognazzi e Gigante.
Fiammetta Rossi, «Radiocorriere TV», anno LV, n.23, 4-10 giugno 1978 98

1980-1989

Ecco la prova che Totò era veramente principe

Ho trovato un atto dove è scritto che ad Antonio de Curtis spettavano il titolo e il rango di "Altezza imperiale” quale rappresentante della dinastia...
Sergio De Gregorio, Oggi, Anno XLIV, n.8, 24 febbraio 1988 1607

Totò comprò l'onore per sua madre

Raccontiamo la tormentata esistenza del grande attore nel ventesimo anniversario della sua scomparsa (Prima parte)...
Gaetano Saglimbeni, «Gente», anno XXXI, n.18, 8 maggio 1987 240

Totò, il marziano del Rione Sanità

Totò, grandiosa marionetta. Grandiosa opera dei pupi. Ma, al contrario dell’opera dei pupi, quello di Totò non è mai stato un repertorio eroico-cavalleresco...
Luigi Compagnone, «Il Mattino», 11 aprile 1987 204

Totò non rideva mai

Totò lontano dalla scena e dal set era un uomo molto riservato Forse era l’impegno intellettuale che spendeva sul lavoro a renderlo per i familiari e amici...
Vittorio Paliotti, «Il Mattino», 11 aprile 1987 450

L'antenato che Totò non poté comprare

Il famoso comico nel 1961 si rivolse al Comune di Cava de' Tirreni per ottenere il dipinto di Camillo de Curtis che figura nel grande salone del palazzo...
F.S., «Il Mattino Illustrato», anno IV, n.15, 12 aprile 1980 185

1990-1999

Come Totò divenne il principe de Curtis

Il racconto delle sue origini, tramandatoci da Totò, non è facilmente verificabile, anche perché nel rione Sanità, di Totò rimane soltanto una lapide...
Giancarlo Governi, «Radiocorriere TV», anno LXVII, n.30, 29 luglio-4 agosto 1990 92

Totò trenta anni dopo

Il settimanale Film TV omaggia Totò nel 1997, in occasione del trentennale della morte, con una serie di articoli a testimonianza della passione che ancora...
«Film TV», anno V, n.17, 20-26 aprile 1997 663

L'enigma Totò

Quali rapporti c'erano tra l’elegante signore semicieco che viveva ai Parioli e il clown con la mascella deragliata che giocava vertiginosamente con le parole?
«Specchio della Stampa», n.108, 14 febbraio 1998 232

2000-2009

Eugenio De Simone, l'avvocato del Principe

Avvocato Eugenio De Simone ci racconta il primo approccio che ha avuto con il grande comico? Un ricordo lontano ma ancora vivo...
Alberto De Marco, «Cronache del Mezzogiorno», 10 gennaio 2000 634


Marziano II Lascaris di Lavarello

Marziano II Toto L

La vicenda ha inizio alla fine dell'anno 1952 quando il Conte Luciano Pelliccioni Di Poli (consulente araldico di Totò) presenta alla Procura della Repubblica di Roma una denuncia a carico di Marziano Lavarello, più noto come "Marziano II di Bisanzio". Secondo l'accusa Marziano avrebbe falsificato il proprio atto di battesimo. Marziano II Lascari di Lavarello, che assume d'essere lui il vero pretendente al trono di Bisanzio, successivamente denunciò Totò affermando che il noto comico aveva sorpreso la buona fede dei magistrati, esibendo loro documenti falsi o apocrifi. Mentre la Procura della Repubblica stava svolgendo le indagini su questa denuncia, Totò, senza attendere la decisione dei giudici (i quali archiviarono la pratica ritenendola non fondata) denunciò a sua volta per calunnia Marziano Lascari di Lavarello, il suo segretario Luigi Colisi Rossi e Guido Jurgens, consulente araldico della Casa di Marziano II. Qualche mese dopo fu tenuta, in un salone dell'albergo Hassler, una conferenza stampa dal signor Jurgens, il quale si lasciò andare ad espressioni che Totò ritenne diffamatorie. Da qui un'altra denuncia di Totò per diffamazione. Alla fine dei dibattimenti in aula, durati circa tre mesi, il Pubblico Ministero, Dott. Antonio Corrias, nel processo chiede come pena: diciotto mesi per diffamazione a Marziano II e Colisi Rossi, due a nni e sue mesi a Jurgens. Il 25 gennaio 1953 il tribunale di Roma condanna Marziano II e il "cancelliere" Colisi Rossi a un anno e sei mesi di reclusione per i reati di calunnia e diffamazione, lo Jurgens a due anni oltre al pagamento delle spese di giudizio, a quelle per la difesa nella somma di 78 mila lire, al pagamento dei danni nei confronti del Principe Antonio de Curtis, da liquidarsi in separata sede. La sentenza verrà comunque impugnata in Corte d'Appello.


DOMANI IN TRIBUNALE SI DIRÀ SE TOTÒ È VERAMENTE PRINCIPE

Sarà discussa la causa per diffamazione, ma i napoletani vogliono sapere qualcosa di più preciso sulla discendenza dal trono di Bisanzio.

Napoli 25 giugno.
Grande emozione, a Napoli, specie nei vicoli della Sanità, per il ritorno di Totò. Qui infatti, il popolare attore è nato, e qui domani lo si vedrà per un processo in tribunale. Totò è in veste di parte civile e da lui è partita la denuncia per diffamazione contro l’avvocato Carlo Felice Battaglia, del Foro di Roma, ma già è dato prevedere che la parte più interessante del processo non sarà quella relativa all'accertamento del reato contestato, ma piuttosto quella che verterà sulla reale discendenza di Totò dalle dinastie del trono di Bisanzio, succedutesi da Costantino il Grande in poi. In sostanza il pubblico vuol sapere questo: Totò è principe o non è principe? Anche se tale questione sembra prescindere da quello che è l’oggetto principale della causa(e nulla di più probabile che l’avvocato Eugenio De Simone, del Foro di Roma, difensore di Totò, farà il possibile per evitare che essa si incardini nel processo), è chiaro che essa rappresenta il problema base per poter decidere in ordine al reato contestato all’avvocato Battaglia, e i difensori di quest’ultimo, avvocato Pasquale Ruggiero e avvocato Amedeo Pistoiese, ambedue di Napoli, cercheranno certamente di trattarla in linea preliminare. Non è questa la prima volta che Totò è costretto a battere le vie giudiziarie per dimostrare come egli sia l’unico erede delle dinastie succedutesi a Costantino. Totò, che nacque nel febbraio 1898 da Anna Clemente e da padre ignoto, fu legittimato nel 1928 da Giuseppe De Curtis, che nel 1921 aveva sposato la donna. Nel 1933 egli fu adottato dal marchese Francesco Maria Gagliardi e nel luglio 1945 si vide riconoscere dalla quarta sezione del tribunale di Napoli, in base a un’istanza e a una documentazione da lui stesso presentata, unico erede di tutte le dinastie succedutesi al trono di Bisanzio. Nel 1950, ancora, egli fu riconosciuto come «Antonio Flavio Angelo Dukas Comneno De Curtis di Bisanzio Gagliardi.» Tuttavia il principe Marziano II Lavarello Lascari, di Roma, insieme al capitano Guido Jurgens, che faceva parte della sua casa, avanzò un esposto al procuratore della Repubblica di Roma, adducendo la impossibilità che Totò potesse proclamarsi erede al trono di Bisanzio e chiese un accertamento sulla documentazione da lui presentata al tribunale di Napoli. Anche il principe Lavarello imperniava la sua tesi su una questione di discendenza, e a questo punto occorre dire che lo studio su tali documentazioni risulta tutt’altro che facile, dato che occorre risalire per generazioni e generazioni, rami collaterali e rami ereditari. Tuttavia si può dire che il riconoscimento dato a Totò dal tribunale di Napoli si basava appunto sulla documentazione da lui presentata, documentazione al cui centro è il collegamento con la dinastia discendente da un certo De Curtis, discendente a sua volta dalle dinastie bizantine. Il procuratore della Repubblica archiviò l’esposto del principe Marziano II e del capitano Jurgens e costoro furono successivamente querelati per calunnie da Totò, e condannati in prima e in seconda istanza. Il principe Lavarello era difeso dall’avvocato Carnelutti e lo Jurgens dall’avvocato Battaglia, il quale, in seguito alla condanna del suo assistito, e secondo quanto egli stesso dichiara, venne a Napoli per indagare, al Comune, alla biblioteca nazionale, all’istituto orientale, sulla effettiva ascendenza imperiale di Totò. In tale occasione egli avvicinò lo scarpaio Gennaro De Curtis, a quanto sembra cugino del padre di Totò, nonché un amico dello stesso Gennaro, tale Salvatore D’Angelo. Che cosa sia stato detto veramente è ai giudici che tocca stabilirlo, ma fatto è che Totò, nell’agosto dello scorso anno, presentò querela contro l’avvocato Battaglia, basando la sua denuncia sulle testimonianze, appunto, di Gennaro De Curtis. Costoro, infatti, dopo essersi incontrati alcune volte con l’avvocato, dichiararono che costui aveva chiesto a Gennaro De Curtis una procura per iniziare una causa contro Totò, asserendo che era lui, Gennaro, ad aver diritto al titolo nobiliare. In ogni caso - a quanto dichiarano i due popolani - l’avvocato Battaglia avrebbe detto che era quella un’ottima occasione per far sborsare a Totò qualche milione. In più l’avvocato avrebbe pronunciato frasi offensive nei riguardi dell’attore, quali, ad esempio, «Totò è un falsario», e aveva inviato, tramite il D’Angelo, una lettera a Gennaro de Curtis, con la quale si esprimeva in termini certo poco lusinghieri nei riguardi dell’attore e dell’attrice Franca Faldini, che stava per avere un figlio. Di qui la querela di Totò sulla quale saranno chiamati ad esprimersi i giudici lunedi. Ciò malgrado sembra probabile che la causa, per gravi ragioni di ordine procedurale, sembra destinata a subire un rinvio. Ma la procedura - quest’è certopoco interessa al popolino della Sanità, che si augura di poter vedere l’attore, in questa o in un'altra udienza. Uno spettacolo che nessuno vuol perdere, tanto più che non si paga il biglietto.”

 

ORLANDO MAZZONI (così come sopra riportato, pubblicato all’epoca nel quotidiano “La Nazione” di Firenze, numero 151, domenica 26 giugno 1955)


FOLLA E CLAMORE AL PROCESSO DI TOTÒ

La causa è stata rinviata per indisposizione dell’imputato. L’improbo lavoro delle forze dell’ordine.

Napoli lunedì 27 giugno.

«Totò sei bello»:con questo grido la folla di popolani e di curiosi che stamattina si era data convegno davanti al tribunale o all’intemo di Castelcapuano... Folla inverosimile. Totò giunto con la sua “LINCOLN”. La corte ha accettato il rinvio in quanto l’avvocato Battaglia ha prodotto certificato medico. Totò è rimasto seduto tranquillo accanto al parente Gennaro. All’uscita Totò, assediato, sorridente, firmò decine di autografi, salutò tutti, ed è ripartito applaudito.

(“La Nazione” di Firenze, martedì 28 giugno 1955)


1988 02 24 Oggi mini"Oggi", 24 febbraio 1988 - Ecco la prova che Totò era veramente Principe


1980 04 12 Il Mattino Illustrato L

Il Mattino Illustrato, 12 aprile 1980 - L'antenato che Totò non poté comprare


Gli Ordini Cavallereschi Pelliccioni Poli L

Libro scritto dal Conte Luciano Pelliccioni di Poli, consulente araldico di Totò

Orizzonte dei Cavalieri d Italia L

Orizzonte dei Cavalieri d'Italia, 1967. Articolo a firma dal Conte Pelliccioni sulla rivista di araldica


Totò colpito dal quadro del sosia eposto a Cava

Voleva acquistarlo ma il sindaco Abbro si oppose alla cessione

Quadro Antenato LL’attore napoletano, nella strenua ricerca di “natali illustri, nobilissimi e perfetti, da fare invidia a Principi Reali” - come lui stesso scrive nella poesia “‘A Livella”, riferendosi al defunto marchese - commissionò una serie di ricerche genealogiche che lo portarono sulle tracce della nobile famiglia De Curtis di Cava de’ Tirreni, da cui deriva il nome della frazione Licurti. La sua attenzione si soffermò sulla figura del nobile cavese Giovan Camillo De Curtis, immortalato nel 1585 in un ritratto conservato nell’aula consiliare del Comune di Cava.
Mascella volitiva, naso dritto e sguardo penetrante, sormontato da una fronte resa più spaziosa dall’incipiente calvizie. La somiglianza del patrizio cavese con Totò è effettivamente impressionante. Si comprende, dunque, il desiderio dell’attore napoletano di avere quel quadro. I tratti somatici dell’uomo maturo in abiti severi, che una piccola targa di ottone qualifica come il consigliere del regio consiglio collaterale e preside del Sacro regio consiglio, avrebbero potuto dimostrare che Camillo De Curtis era un antenato di Totò e, di rimbalzo, la discendenza del comico dai marchesi De Curtis di Somma vesuviana a cui era imparentato l’omonimo ramo nobiliare di Cava.
L’attore fece di tutto per entrare in possesso del quadro. Agli inizi degli anni Sessanta l’artista venne, infatti, a Cava per chiedere ad Eugenio Abbro, il sindaco di allora, di vendergli il ritratto. Alcuni dipendenti comunali, adesso in pensione, raccontano che Totò disse di essere disposto a pagare qualunque cifra pur di entrare in possesso dell’opera. Fu, quindi, indispettito dal rifiuto senza appello del sindaco, il quale rispose che l’opera era patrimonio inalienabile della città. E c’è chi è disposto a scommettere che quell’episodio colpì talmente Totò da indurlo ad inserire, in alcuni film successivi, scene in cui il protagonista passeggia nella galleria dei quadri degli antenati, ravvisando in tutti una somiglianza innegabile con lui.
Peraltro, come racconta l’attuale sindaco di Cava Marco Galdi, dell’avvenuto incontro ci sono delle testimonianze nell’archivio comunale, dove è custodito un documento in cui si descrive, nei dettagli, il colloquio tra Abbro e Totò. Anche in ricordo di questo curioso episodio il sindaco di Cava chiese all’attrice metelliana Geltrude Barba, che nel 2011 stava ideando un festival teatrale, di chiamarlo “Premio Licurti”.
Ma qual è stato il percorso che ha condotto Totò a Cava? La storia inizia a Napoli negli ultimi anni dell’Ottocento. Il comico napoletano è nato al numero civico 107 in via Santa Maria Antesaecula, nel rione Sanità,il 15 febbraio 1898. La scorsa domenica, dunque, è ricorso il 117esimo anniversario dalla nascita. Sua madre, Anna Clemente, lo registra all'anagrafe come Antonio Clemente. E solo più tardi, nel 1921, sposerà il marchese Giuseppe De Curtis, che successivamente riconosce Antonio come suo figlio naturale. La spasmodica ricerca delle sue origini accompagnerà Totò per tutta la vita. Nel 1933 Antonio de Curtis viene adottato dal marchese Francesco Gagliardi Foccas in cambio di un vitalizio e nel 1945 il tribunale di Napoli gli riconosce il diritto a fregiarsi dei nomi e dei titoli. Questo, però, ancora non gli basta. L’attore continua a commissionare ricerche araldiche e genealogiche, che lo conducono ai De Curtis di Somma vesuviana, imparentati con quelli di Cava. Gli stemmi delle due casate, infatti, risultano lievemente diversi solo nei colori. Come sostenuto da diversi storici, i De Curtis di Cava (o anche Della Corte) erano un’antichissima famiglia longobarda (X – XI secolo), originaria della zona fra Salerno e Cava, I De Curtis di Cava, in effetti, si radicarono nel casale che da loro fu detto De Curti, col tempo trasformatosi nel toponimo Licurti. Totò era convinto che, in qualche modo, la famiglia entrasse a pieno titolo nel suo albero genealogico, dimostrando che i suoi antenati erano nobili. Una convinzione, questa, che lo accompagnò fino alla fine dei suoi giorni e che l’attore cristallizzò in una delle sue battute più celebri pronunciata, tra il serio ed il faceto, in un film del 1960: “Signori si nasce ed io, modestamente, lo nacqui”.

Dal sito lacittadisalerno.it


Sono ormai e comunque termini fissi per giurisprudenza e dottrine costanti:
a) che al Capo di Nome e d’Arme rappresenta una Dinastia (non importa se oggi sbalzata dal trono) spetti la qualità jure sanguinis, ossia nativo, e il trattamento di Altezza Imperiale (se discende da Imperatori e/o reale se discende da Re);
b) che la qualità di Principe jure sanguinis, essendo nativa, si distingue dal titolo di principe dativi, in quanto il titolo deriva da un conferimento;
c) il Capo di Nome e d’Arme di una Casata ha il diritto di pretendere al trono già dei suoi Avi; mai disconosciuto, di esercitare il Gran Magistero degli Ordini che fanno parte del Patrimonio araldico della sua famiglia. Ecco il dispositivo della sentenza del Tribunale di Napoli, IV sezione civile, pronunciata il 1° marzo 1950, a seguito ricorso presentato per rettifica atto di nascita.


La discendenza di Antonio de Curtis da Leone Focas il Grifo: le sentenze civili

Con Sentenza del Tribunale Civile e Penale di Napoli 18 luglio 1945 4^ sezione del Tribunale Civile di Napoli e successivamente con sentenza 07-08-1946, n. 1138, IV Sezione, del Tribunale di Napoli furono riconosciute a S. A. I. Don Antonio Focas Flavio Angelo Ducas Comneno De Curtis di Bisanzio Gagliardi, Porfirogenito della stirpe costantiniana dei Focas Angelo Flavio Ducas Comneno, nato a Napoli il 15 febbraio 1898 e deceduto in Roma il 15 aprile 1967, principe imperiale di Bisanzio, principe di Cilicia, principe di Macedonia, principe di Tessaglia, principe di Ponto, principe di Illiria, principe di Moldavia, principe della Dardania, principe del Peloponneso,ecc., le sue spettanze dinastiche come erede di Costantino I Magno Imperatore e discendente legittimo della più antica dinastia imperiale bizantina vivente. Il tutto senza occorrere di esservi autorizzato dalla Consulta Araldica non trattandosi di concessione Sovrana, sibbene di una qualifica di una definizione di stato personale, che, come ben disse il Tribunale di Avezzano nella sentenza del 18 giugno 1914, vale a significare, per chi se ne fregi, la propria discendenza legittima da una famiglia già Sovrana. Qualifica nativa e non dativa. La Regia sentenza 475/1945, infatti, cit., decise che il principe Antonio de Curtis-Gagliardi è discendente diretto mascolino legittimo della famiglia imperiale dei Griffo-Focas […], con gli onori e diritti di Conte Palatino, oltre agli altri titoli, onori e diritti che gli competono per la predetta discendenza.

La sentenza 1138/1946, cit., ordinò all’ufficiale dello stato civile di Napoli di rettificare l’atto di nascita di Antonio de Curtis-Gagliardi, annotando in calce allo stesso atto che “compete al neonato la qualifica di Principe ed il trattamento di Altezza Imperiale, quale rappresentante, in linea diretta, mascolina e legittima, della più antica dinastia imperiale bizantina vivente.” In seguito, il tribunale di Napoli, con sentenza 01-03-1950, definì S. A. I. Antonio “erede e successore delle varie dinastie bizantine dell’Imperatore Costantino il Grande” ordinando all’ufficiale dello stato civile di Napoli di rettificare l’atto di nascita del Principe “nel senso che vi si legga: Focas-Flavio-Angelo-Ducas-Comneno De Curtis di Bisanzio Gagliardi Antonio.” La citata sent. 1138/1946 ordinò “altresì all’Ufficiale dello Stato Civile di Roma di annotare in calce all’atto di nascita della figlia del Principe Antonio De Curtis, a nome Liliana, la qualifica di Principessa.”

Con sent. 1° marzo 1950, infine, il tribunale civile di Napoli, IV sezione, ordinò “all’ufficiale dello stato civile di Roma di procedere a simile rettifica del cognome della Principessa Liliana de Curtis Griffo Focas, figliuola di detto Principe Antonio”, nel senso che vi si legga “Focas Flavio Angelo Ducas Comneno De Curtis di Bisanzio Gagliardi” e affermò che “gli Imperatori Bizantini erano successori ed eredi di tutti i diritti despotali, onori e titoli degli Imperatori che li avevano preceduti”. Pertanto, non v’ha dubbio che il ricorrente, quale unico erede e successore vivente delle varie dinastie bizantine, dall’Imperatore Costantino il Grande in poi, riassumendo nella sua persona tutti i diritti, onori e titoli che essi godevano, abbia anche il diritto incontestabile di riprendere tutti i titoli di cui le loro famiglie si fregiavano”.


REPUBBLICA ITALIANA

In nome del popolo italiano. Il Tribuanle Civile di Napoli - 4^ Sezione riunito in Camera di consiglio, nelle persone dei sigg. Presidente dott. Galiano Gaetano; De Falco Enrico, Giudice; dott. Rocco Carlo, Giudice Relatore. Sentita la relazione del giudice delegato, lette le conclusioni del P.M.; ha emesso la seguente sentenza:

(...Omissis…)

P.Q.M.

Sulle conformi conclusioni del P.M. - Visti gli articoli 454 cc. E 167 dell’Ordinamento dello Stato Civile. Così decide:

1. - Ordina all’Ufficiale dello Stato Civile di Napoli, di rettificare l’atto di nascita di S.A.I. Principe Antonio de Curtis, Griffo, Focas, Gagliardi, iscritto al n° 259del registro dei nati di sezione Stella dell’anno 1898, nel senso che, dove leggesi: “De Curtis, Focas, Gagliardi”, vi si legge “Focas, Flavio, Angelo, Ducas, Comneno, De Curtis, di Bisanzio, Gagliardi”.

2. - Ordina nel contempo all’Ufficiale dello Stato civile di Roma di procedere a simile rettifica del cognome della Principessa Liliana De Curtis, Griffo, Focas, figliuola di esso Principe Antonio, nata il 10 maggio 1933 ed iscritta nei registri dello Stato Civile dei nati di detto anno in quella città.

Così deciso in Napoli il primo marzo 1950.

Firmati: Gaetano Galiani, Enrico De Falco, Carlo Rocco, Ugo Corona Cancelliere - Registrata a Napoli uff. atti giud. Il 21 maggio 1950 N. 7462 vol. 610, mod. 5, Esatte lire 836 e lire dieci proventi e lire 75 urgenza da De Curtis.

Il direttore firmato Maddalena.


Totò, impero e nobiltà

Dal quartiere Sanità di Napoli al trono di Bisanzio: il fantasioso sogno nobiliare di Antonio de Curtis

1949 Antonio De Curtis 013 LQuesta è la storia di un napoletano del rione Sanità, Antonio Clemente, che a 39 anni incassa il credito che vanta con la sorte: si fa riconoscere dal padre naturale assumendone il cognome. Da quel momento è Antonio de Curtis – già proprio lui, Totò! – che di lì a poco si trasformerà in Sua Altezza Imperiale Antonio Focas Flavio Angelo Ducas Camneno de Curtis di Bisanzio Gagliardi, come da sentenza del tribunale di Napoli.

Principe del sangue o della risata? Rispondo con una sua nota battuta: "Ma mi faccia il piacere!" Non esito, infatti, a propendere per la seconda attribuzione, che privilegia i suoi successi professionali. Come il comico abbia potuto scalare genealogicamente l’impero bizantino fino a rivendicarne la discendenza, be’, è davvero prova d’artista. Sulla faccenda ha disquisito con perizia ed arguzia Giovanni Grimaldi nella sua relazione al II° Colloquio Internazionale di Genealogia di San Marino illustrata il 2 aprile 2005, preziosa per mettere a fuoco i termini della ’querelle’. La mania del titolo nobiliare è debolezza antica e fin troppi borghesi sperperarono – ma c’è chi ancora lo fa – i loro patrimoni alla ricerca di un blasone. A forzare la natura delle cose, nel caso de Curtis concorrono tre condizionamenti psicologici. Il desiderio spasmodico di superare lo stato di illegittimità della nascita, lo spirito di rivalsa sociale, il compiacimento di lasciarsi alle spalle l’originaria, precaria, condizione di vita. Il tarlo nobiliare inizia a lavorare su Antonio fin dall’infanzia con le storie familiari, buone giusto per darsi un tono con i dirimpettai del vicolo. Si mormora che la famiglia de Curtis, di cui Totò ancora non ha acquisito il nome, goda del titolo marchionale. Il Nostro, impaziente di incoronarsi nobile, trova una scorciatoia degna della miglior commedia napoletana.

Pattuisce col marchese Francesco Gagliardi la propria adozione a fronte di un vitalizio. Ora può ben dire: "Chiamatemi marchese, perbacco!" È il 1933. Ma l’appetito vien mangiando. Marchese non gli basta e, così, col suggerimento di qualche araldo compiacente, alza lo sguardo su più vasti orizzonti. Mette a fuoco un’ipotesi aulica che parte da lontano. Si tratta nientepopodimeno che del trono di Bisanzio. Il tribunale di una Napoli stremata dalla guerra, disseminata di macerie e di ’signorine’, nel 1945 gli accorda la discendenza imperiale, e nel 1950 ordina la rettifica anagrafica del cognome. Totò tocca il cielo con un dito e si fa scappare, euforico, che la sua genealogia risale al 362 a.C., vale a dire che è la più antica del mondo. Data la sua professione non si capisce se è una battuta oppurese davvero Antonio finisca con l’immedesimarsi nel ruolo ritagliatogli dagli araldi di fiducia. Tutto concorre al risultato. I marchesi de Curtis di Somma Vesuviana, per interesse o per amore, stanno al gioco e lo ’riconoscono’ come parente. Totò, dunque, è erede per discendenza del ramo dei Griffo, dell’imperatore Niceforo II Focas, regnante tra il 963 ed il 969. Questa antica e nobile famiglia napoletana era presente anche in Sicilia con la cognomizzazione Grifeo.

Entrambi i rami avrebbero tratto origine da Leone, figlio di Barda II Foca, vittorioso nel 970 sui bulgari capeggiati da tal Grifeo. In ricordo dell’impresa Leone abbandonò il nome della stirpe Foca per dare origine, appunto, ai Grifeo ed impalmando Costantina, figlia dell’imperatore di Costantinopoli Alessandro. Il loro figlio Auripione combattè i saraceni in Sicilia cacciandoli dalla Val di Noto. L’erede Giovanni I Grifeo si accasò a Messina convolando a nozze con Valdetta Branciforte. Da questa unione deriverebbero sia i Grifeo siciliani che quelli napoletani.

Gli altri cognomi acquisiti Ducas, Flavio Angelo, Comneno, Porfiriogenito – quest’ultimo non compare nell’Albo d’Oro della Nobiltà Italiana – si riferiscono alle dinastie succedutesi a Bisanzio e che giustificherebbero la discendenza di Totò. La noia della pindarica concatenazione genealogica de Curtis ha il pregio di rammentarci che siamo tutti parenti grazie all’idillio di Adamo ed Eva, prodotti ben riusciti dell’immaginario religioso. Nulla – e qui lo ripeto – è più relativo della nobiltà. È appena il caso di ricordare che la genealogia è una scienza che vive delle regole scientifiche della ricerca storica e del diritto. Un conto è narrare la storia per eventi, altro è dimostrare la propria relazione di sangue con i protagonisti.

Antonio de Curtis non mi risulta abbia mai resa pubblica, confortata da prove documentali certe e senza soluzione di continuità, la discendenza dall’imperatore Niceforo II Focas fino a se stesso, ultimo frutto maschile del vetusto albero genealogico. Sarei ben lieto di essere smentito da chi fosse in grado di dimostrarmi il contrario. Per certificare la legittima successione di una quarantina di generazioni – tante sono – più che un attore ci vorrebbe un mago! Senza entrare nel dettaglio delle approssimazioni, lacune e forzature possibili, la teoria della discendenza imperiale trova sulla sua strada tre insormontabili ostacoli:
1) Antonio non apparterrebbe alla linea primogenita dei marchesi de Curtis, quindi, non ne sarebbe l’erede;
2) la relazione tra i de Curtis e i Griffo non sarebbe documentata;
3) non sarebbe provato che i Griffo/Grifeo siano discendenti dei Foca. Sono considerazioni che, fino a prova contraria, stroncano ogni ... bizantinismo.

A questo punto è lecito chiedersi come mai la Repubblica italiana, nonostante la IV Disp. Trans. della Costituzione che non riconosce i titoli nobiliari ma solo la cognomizzazione dei predicati esistenti prima del 28 ottobre 1922, abbia potuto soddisfare le istanze di Totò. È presto detto: la travagliata luogotenza di Umberto II, il vuoto creatosi con la soppressione della Consulta Araldica, le incertezze della neonata Repubblica consentirono tutto ciò. Soltanto successivamente la Consulta tentò di mettere ordine raccordando il dettato costituzionale con il soppresso diritto nobiliare per quanto riguarda il nome ed i suoi riscontri anagrafici, a prescindere dalla nobiltà genealogica. Nel frattempo, però, i buoi erano scappati e molti ne approfittarono.

Alessandro Perini, dal sito lindro.it, 22 febbraio 2012


Riferimenti e bibliografie:

  • "I film di Totò, 1946-1967: La maschera tradita" (Alberto Anile) - Le Mani-Microart'S, 1998
  • "Totalmente Totò, vita e opere di un comico assoluto" (Alberto Anile), Cineteca di Bologna, 2017
  • "Totò colpito dal quadro del sosia eposto a Cava" dal sito lacittadisalerno.it
  • imperialclub.net
  • Totò, impero e nobiltà - Alessandro Perini, dal sito lindro.it