Arena Maurizio (Di Lorenzo Maurizio)

Maurizio Arena, pseudonimo di Maurizio Di Lorenzo, nacque a Roma il 26 dicembre 1933 e morì nella stessa città il 21 novembre 1979, a soli 45 anni. Attore, regista, sceneggiatore e occasionalmente cantante, fu uno dei volti più popolari del cinema italiano degli anni Cinquanta, interprete particolarmente rappresentativo della gioventù romana del dopoguerra. Era fratello dell'attrice Rossana Di Lorenzo.
Nato e cresciuto nel quartiere popolare della Garbatella, figlio di un muratore e di una casalinga, Arena mantenne per tutta la vita un legame molto forte con Roma e con l'ambiente popolare dal quale proveniva. Il suo vero cognome era Di Lorenzo: adottò quello di Arena in omaggio all'attrice Anna Arena, alla quale fu sentimentalmente legato in gioventù.
Debuttò sul grande schermo nei primi anni Cinquanta, imponendosi progressivamente grazie a una recitazione spontanea, alla presenza fisica e soprattutto a una romanità immediatamente riconoscibile. In breve tempo divenne uno degli interpreti ideali di quel cinema popolare che raccontava con leggerezza, ironia e qualche venatura amara la vita quotidiana dell'Italia del dopoguerra.
Il 1955 fu un anno particolarmente importante anche per il rapporto professionale con Totò, poiché Arena partecipò a ben due film interpretati dal grande attore napoletano. In Racconti romani, diretto da Gianni Franciolini e liberamente ispirato ai racconti di Alberto Moravia, interpretò Mario, il cameriere, all'interno di un ricchissimo cast comprendente, oltre a Totò, Vittorio De Sica, Franco Fabrizi, Silvana Pampanini, Giovanna Ralli, Antonio Cifariello e numerosi altri protagonisti del cinema italiano. Nello stesso anno apparve in Totò e Carolina di Mario Monicelli, nel ruolo di Mario, il giovane legato sentimentalmente alla protagonista Carolina. I due titoli costituiscono quindi le due effettive partecipazioni cinematografiche di Maurizio Arena accanto a Totò.
La definitiva consacrazione arrivò con Poveri ma belli, diretto da Dino Risi e uscito nel 1957. Arena vi interpretò Romolo, giovane romano aitante, scansafatiche, corteggiatore e spaccone, ma sostanzialmente di buon cuore. Il personaggio aderiva così bene alla sua immagine pubblica da trasformarlo rapidamente in uno degli idoli cinematografici dell'epoca.
Il successo portò alla prosecuzione della serie con Belle ma povere e Poveri milionari, sempre diretti da Dino Risi. La trilogia consolidò definitivamente il personaggio cinematografico di Arena e rimane ancora oggi la parte più conosciuta della sua carriera. Per il pubblico italiano della seconda metà degli anni Cinquanta il suo volto divenne quasi il simbolo del giovane romano popolare, esuberante e seduttore.
La sua attività fu però assai più ampia. Nel periodo di maggiore popolarità lavorò con grande continuità in commedie, film sentimentali, avventurosi e popolari, partecipando fra gli altri a Tempo di villeggiatura, Vacanze a Ischia, Marinai, donne e guai, Policarpo, ufficiale di scrittura, Il magistrato e Noi siamo due evasi.
All'apice della fama Arena tentò anche la strada della regia. Nel 1960 realizzò Il principe fusto, film del quale fu anche interprete, sceneggiatore, produttore e compositore, coinvolgendo nel cast persino i propri genitori, Elvira e Amedeo. Tornò dietro la macchina da presa nel 1967 con Gli altri, gli altri... e noi, partecipando anche alla sceneggiatura.
La notorietà dell'attore andò ben oltre il cinema. Arena divenne infatti uno dei personaggi della Roma della Dolce Vita, frequentemente presente nelle cronache mondane. Grande clamore suscitò in particolare la sua relazione con Maria Beatrice di Savoia, che contribuì ad alimentare l'immagine pubblica di un attore anticonformista, esuberante e poco disposto a separare nettamente vita privata e personaggio cinematografico.
Dalla seconda metà degli anni Sessanta la sua popolarità cominciò progressivamente a diminuire. Con il mutamento dei gusti del pubblico e del cinema italiano, il modello del giovane protagonista che lo aveva reso celebre perse forza e Arena passò gradualmente a ruoli da caratterista. Continuò comunque a lavorare per tutti gli anni Settanta, dimostrando di sapersi adattare anche a personaggi lontani dall'immagine del giovane seduttore romano.
Tra le interpretazioni della maturità figura Il delitto Matteotti (1973) di Florestano Vancini, nel quale interpretò un militante comunista. Partecipò inoltre a numerose commedie e pellicole di genere, fra cui Er più – Storia d'amore e di coltello, Storia di fifa e di coltello – Er seguito d'er più, Anche se volessi lavorare, che faccio?, Per amare Ofelia, Colpo in canna e Telefoni bianchi.
Arena si cimentò anche nella canzone e nel 1968 partecipò agli sketch televisivi di Carosello per gli elettrodomestici Ignis, confermando una popolarità che, pur ridimensionata rispetto agli anni d'oro, continuava a renderlo un personaggio immediatamente riconoscibile.
Negli ultimi anni della sua breve vita acquistò una nuova e singolare notorietà dedicandosi all'attività di guaritore nella propria villa di Casal Palocco. Apparve in questa veste anche sulle televisioni private e nel programma Rai Acquario di Maurizio Costanzo. La vicenda ebbe notevole risonanza e contribuì alla pubblicazione del volume Dopo Acquario, nel quale furono raccolte lettere inviate da persone che si rivolgevano ad Arena e allo stesso Costanzo.
Maurizio Arena morì improvvisamente nella sua abitazione romana il 21 novembre 1979, colpito da una crisi cardiaca sopraggiunta in seguito al riacutizzarsi di un'affezione renale della quale soffriva da tempo. Aveva soltanto 45 anni. I funerali si svolsero nella chiesa di San Francesco Saverio alla Garbatella e l'attore venne sepolto nel cimitero Flaminio di Roma.
La Garbatella, quartiere che aveva profondamente segnato la sua personalità e la sua immagine artistica, ne ha conservato la memoria dedicandogli un parco e una targa commemorativa in via della Garbatella 24. La sua figura rimane indissolubilmente legata al cinema popolare italiano degli anni Cinquanta e a quella Roma vivace e cinematografica della quale fu, per alcuni anni, uno degli interpreti più autentici e riconoscibili.
Galleria fotografica e stampa dell'epoca
Maurizio Arena, raccolta di articoli di stampa
Maurizio Arena canta e dipinge — «Tempo», 31 agosto 1963 — Storia di un divo dimenticato dal cinema
Maurizio Arena — Pupe e arena — «Epoca», 5 ottobre 1958 — Storia di un mito degli anni '50
Maurizio Arena esagera — «Tempo», 9 dicembre 1958 — Il divo tra scandali e vita privata
Amore a fumetti tra Annamaria Pierangeli e Maurizio Arena — «Oggi», 9 giugno 1960 — La storia di un grande amore
Il debutto nelle sale di "Un giorno in pretura", pellicola diretta da Steno e prodotta dal celebre sodalizio tra Carlo Ponti e Dino De Laurentiis, offre lo spunto per un vivido affresco della società italiana dei primi anni Cinquanta. L'articolo, apparso sul settimanale Noi Donne nel gennaio 1954, analizza la struttura a episodi del film, imperniata sulle vicende quotidiane che si consumano nell'aula del pretore Salomone Del Russo, interpretato da Peppino De Filippo. Accanto alla recensione di questa commedia corale, la pagina cinematografica propone uno sguardo critico sulle altre novità della stagione, tra cui la produzione hollywoodiana "Storia di tre amori" e la parodia nostalgica "Cinema d'altri tempi" con Walter Chiari, delineando con precisione i gusti, le tendenze e le contraddizioni del pubblico del secondo dopoguerra.
- Il microcosmo della pretura romana si rivela un palcoscenico ideale per mettere in scena un'umanità variegata e marginale, dove piccoli reati di sussistenza, accuse di adulterio, denunce per oltraggio al pudore e accese rivalità calcistiche tra tifosi di Roma e Lazio si intrecciano sotto l'occhio indulgente del magistrato.
- Un cast di future stelle illumina la pellicola di Steno, che vanta la partecipazione di interpreti straordinari come Silvana Pampanini, una giovanissima Sophia Loren nei panni di una ladra, Leopoldo Trieste e un memorabile Alberto Sordi nel ruolo del bagnante nudista Ferdinando Mericoni.
- La recensione di "Storia di tre amori" esprime forti riserve sulla coerenza narrativa della pellicola americana a episodi con Kirk Douglas e Pier Angeli, pur salvandone il valore formale, le interpretazioni e le spettacolari coreografie dedicate al balletto.
- Il valore di "Cinema d'altri tempi" viene individuato nella sua capacità di rievocare con intelligenza e ironia il cinema muto di inizio secolo, grazie all'affiatamento della coppia di protagonisti formata da Walter Chiari e Lea Padovani.
Questo ritaglio rappresenta una preziosa testimonianza della transizione della commedia italiana verso il neorealismo rosa e la commedia di costume. "Un giorno in pretura" funge da fondamentale trampolino di lancio per personaggi destinati a entrare nel mito collettivo: il Ferdinando Mericoni di Alberto Sordi, qui ancora confinato a un singolo episodio giudiziario, riscuoterà un tale successo da spingere i registi a dedicargli, solo pochi mesi più tardi, l'intero lungometraggio "Un americano a Roma". Attraverso la critica cinematografica dell'epoca emerge chiaramente il ritratto di un'Italia desiderosa di leggerezza ma ancora profondamente legata alle proprie tradizioni, alle passioni popolari e a un profondo senso di umanità, elementi che i registi dell'epoca hanno saputo codificare trasformando la semplice cronaca in grande cinema d'autore.
«Noi donne», anno IX, n.1, 3 gennaio 1954
L'articolo illustrato pubblicato su Noi Donne, anno X, numeri 49, 50 e 51 dell'11, 18 e 25 dicembre 1955, presenta ai lettori il film Racconti romani, diretto da Gianni Franciolini e tratto dall'omonima raccolta di Alberto Moravia. Attraverso un ampio servizio fotografico vengono raccontate, in tre puntate, le vicende dei protagonisti interpretati da Antonio Cifariello, Franco Fabrizi, Giovanna Ralli, Maurizio Arena, Maria Pia Casilio, con la partecipazione di Vittorio De Sica, Silvana Pampanini e Totò. Il racconto segue soprattutto il personaggio di Alvaro Latini, ex detenuto deciso a rifarsi una vita, e il gruppo di giovani amici che, tra ingenuità e piccoli imbrogli, cercano un riscatto in una Roma popolare descritta con ironia e realismo.
- Il ritorno di Alvaro Uscito dal carcere di Regina Coeli, Alvaro torna dalla madre e dalla moglie deciso a cambiare vita, pur ritrovandosi immerso nelle stesse difficoltà economiche e sociali di prima.
- L'amicizia del quartiere Attorno al protagonista ruota un gruppo di giovani di Trastevere, ciascuno con un carattere ben definito, uniti da sogni, ingenuità e continui tentativi di migliorare la propria condizione.
- Piccoli espedienti quotidiani Le tre puntate raccontano una serie di truffe improvvisate, idee stravaganti e iniziative destinate quasi sempre a fallire, trattate con tono leggero e umanissimo.
- Le illusioni contro la realtà Ogni progetto sembra offrire una possibilità di riscatto, ma la realtà riporta puntualmente i protagonisti con i piedi per terra, senza però spegnere del tutto il loro entusiasmo.
- L'amore come punto di equilibrio Le relazioni sentimentali, in particolare quelle tra Alvaro e Maria e tra gli altri giovani del gruppo, rappresentano il vero elemento di stabilità della vicenda.
- Una Roma autentica Mercati, trattorie, bar, spiagge di Ostia, ippodromo delle Capannelle e quartieri popolari diventano protagonisti quanto gli stessi personaggi, offrendo uno spaccato della capitale del dopoguerra.
- L'interpretazione di Antonio Cifariello Il servizio mette in risalto il suo Alvaro come figura positiva e generosa, capace di maturare attraverso errori e delusioni senza perdere la propria umanità.
- Le partecipazioni di prestigio La presenza di interpreti come Totò, Vittorio De Sica e Silvana Pampanini conferisce ulteriore richiamo al film, pur mantenendo il centro della narrazione sulle vicende corali dei giovani protagonisti.
- Le rubriche cinematografiche Accanto al fotoromanzo compaiono anche approfondimenti dedicati ad altri film dell'epoca, come Nanà, riflessioni sulla censura cinematografica e recensioni di nuove uscite, offrendo un interessante quadro del dibattito culturale del 1955.
Questa lunga presentazione fotografica testimonia il modo in cui i periodici illustrati degli anni Cinquanta promuovevano il cinema italiano, trasformando un film in un vero e proprio racconto a puntate. Racconti romani, ispirato all'opera di Alberto Moravia, conserva lo spirito della commedia neorealista, alternando leggerezza, critica sociale e umanità. Per Antonio Cifariello rappresentò uno dei ruoli più significativi della sua carriera cinematografica, affiancato da un cast di grande prestigio che contribuì a rendere il film uno degli esempi più rappresentativi della commedia italiana del dopoguerra.
«Noi Donne», anno X, n. 49, 50, 51 - 11, 18, 25 dicembre 1955
Maurizio povero fusto
- Ha fatto il regista, ma il suo film è stato una delusione
- Ha fatto il cantante, ma la sua voce non ha incantato nessuno
- Ha fatto il compositore, ma le sue canzoni non sono piaciute
- Avrà capito Maurizio che non basta essere “fusto” per avere successo?
«Pronto, c’è Maurizio Arena?». Alla domanda, che andiamo ripetendo da giorni, la solita voce, dall’altra parte del filo, risponde: «No, non è in casa, provi a telefonare più tardi...», ma noi sappiamo ormai che anche più tardi non ci sarà. E cosi, rimandando di giorno in giorno, l’attore è riuscito, non abbastanza abilmente da nascondere il suo giuoco, ad evitare di incontrarsi con noi. Perchè mai? Cosa è accaduto di nuovo a Maurizio che sfugge i giornalisti, lui che non ha mai trascurato nessuna occasione per far parlare di sè?
Da un po’ di tempo i giornali non sono più benevoli con lui come quando egli era all’apice della sua carriera, e si contendevano l’onore di una intervista, o l’esclusiva fotografica del suo guardaroba, o le primizie dei suoi flirt internazionali. Iniziarono la loro battaglia con un tono che non nascondeva la diffidenza quando si seppe che l’attore passava alla regia, non risparmiarono parole cariche di ironia al momento in cui sì scoprì il motivo per cui il «fusto» era stato esonerato dal servizio militare, non hanno risparmiato infine le loro frecciate maliziose all’indirizzo dell’attore-cantante-compositore durante il recente festival di Velletri. Il pubblico, forse lo stesso che fino a poco tempo fa gremiva le sale dove si proiettavano i suol film, gli è ostile. E Maurizio sente che il suo astro, dopo aver brillato per anni nel firmamento del cinema italiano, accenna a tramontare. Forse non aveva mal pensato che questo potesse accadere, non aveva nemmeno fatto nulla per evitarlo. Meglio ancora, dopo aver fatto tutto, inconsciamente, per favorire questo tramonto, con i suoi atteggiamenti eccessivamente divistici, ora pensa di poter arginare le falle della sua popolarità evitando la stampa.

Difficile sarebbe dire però fino a quale punto Maurizio Arena sia il solo responsabile di questo suo annunciato declino. I fenomeni come lui, nel nostro cinema, nascono e muoiono nello spazio di pochi anni, passano come passa la moda, vengono e vanno con i capricci dei produttori e della pubblicità. Sotto questo aspetto quindi la storia di Maurizio Arena diventa una delle più patetiche del cinema italiano e vale la pena di raccontarla.
Negli anni della sua adolescenza, questo ragazzo di borgata era passato da una attività ad un’altra nella ricerca affannosa, come tanti altri giovani, di una stabile occupazione. Ricerca che, nella capitale specialmente, diventa drammatica per la mancanza di industrie. Nel cinema entrò giovanissimo passando dalla porta di servizio e per molto tempo rischiò letteralmente la vita esibendosi in pericolose acrobazie al posto di attori famosi, senza nemmeno sperare di poter uscire un giorno dalla zona buia delle controfigure.
Finché arrivò anche per lui il grande momento: qualche produttore lo scoprì, vide in lui la possibilità di guadagnare milioni, ne fece il «fusto» nazionale, il personaggio che, soprattutto con il film «Poveri ma belli», doveva conquistare le platee di tutta Italia. Maurizio incarnava il tipo del bel ragazzo romano, spavaldo, sicuro di sè, generoso, che piace alle donne e che gli uomini invidiano. E attraverso una ben orchestrata campagna pubblicitaria fu lanciato in modo clamoroso, come avviene in campo commerciale con una saponetta o un detersivo.
Maurizio venne a trovarsi cosi al centro dell’attenzione nazionale. Le donne più note del cinema e della mondanità internazionale si contendevano l’onore di avere un flirt con lui, i milioni gli piovevano addosso come la grandine e il ragazzo della borgata romana, che aveva vissuto la sua infanzia in una casa modesta, che era cresciuto fra difficoltà economiche, venne a trovarsi, quasi improvvisamente, fuori dalla sua orbita, in un mondo che, come nessun altro, alimenta le illusioni, e confonde i limiti fra finzione e realtà.
Si trovò circondato da amici veri e falsi che lo riverivano e lo adulavano, felici soltanto di poter vivere nel suo alone, fu seguito, e non sempre disinteressatamente da persone pronte a raccogliere le briciole di quella specie di idolo d’oro che egli era diventato.
Forse Maurizio Arena credeva che il suo astro non sarebbe tramontato mal. Qui sta il suo più grave errore. Ha creduto di poter vivere nella vita quel ruolo di «divo» che la pubblicità gli aveva assegnato, ha voluto la villa con piscina, le auto fuoriserie, aveva la fidanzatina «per bene» ma non lasciava sfuggire occasione per intrecciare amori con nobildonne e bellezze internazionali.

Non gli avevano insegnato niente gli esempi di altri idoli creati velocemente del cinema e dalla propaganda e finiti nel dimenticatoio. E non contento di fare l’attore ha voluto fare il regista, travolgendo con lui in un insuccesso notevole i suoi collaboratori, ha voluto fare il cantante ma la sua voce non ha incantato nessuno, ha voluto fare il compositore e le sue canzoni non sono piaciute.
E a poco a poco l’idolo d’oro ha cominciato a mostrare le sue incrinature. Passata, nel cinema, la moda del «fusti», la gigantesca macchina pubblicitaria che lo aveva lanciato si è fermata, rischiando di stritolarlo nei suol paurosi ingranaggi. E sotto questo aspetto la storia di Maurizio Arena non si limita più soltanto all’attore, ma diviene una storia esemplare dei nostri tempi, una storia che dovrebbe insegnare ai giovani molte cose. E proprio per questo ce ne siamo occupate.
Ora Maurizio sta scendendo dal suo piedistallo e cl appare nelle sue vere dimensioni: un uomo come tanti altri, forse più bello, indubbiamente dotato di una forte carica di simpatia e di un temperamento eccezionale, ma un uomo, non una divinità; un uomo che si dibatte per non restare sommerso. Forse da queste esperienze egli trarrà grande insegnamento; imparerà a scavare dentro di sè e a non contare soltanto sulla sua prestanza fìsica. Tutto ciò lo aiuterà a trovare dimensioni più umane? Vediamo già in questo suo amore per Anna Maria Pierangeli, attrice anch’essa bruciata dall’ingranaggio mostruoso del cinema americano, e decisamente in ribasso, in questo suo dichiarato abbandono delle avventure facili per dedicarsi unicamente alla donna con la quale ha deciso di legare la sua esistenza, come egli tenda a lasciare alle sue spalle il personaggio del «fusto» per entrare in quello più umano di un giovane come tanti altri.
E tanto peggio per lui se si trattasse, anche stavolta, di una trovata pubblicitaria!
Maria Maffei, «Noi donne», anno XV, n.26 del 26 giugno 1960
Amore a fumetti tra la Pierangeli e Arena
I due attori, che si sposeranno presto a Roma, spiegano come il divampante sentimento che ormai li lega non sia nato un mese fa ma duri già da vari anni: da quando “il fusto” era un barista e Annamaria fingeva, per tenerezza, di gustare i suoi cocktail micidiali.
Roma, giugno
«Per la prima volta nella mia vita mi sento disposta a lottare contro il mondo intero», dice Annamaria Pierangeli con la sua voce gentile di ragazza di buona famiglia abituata, di solito, a obbedire a mammà. Vestita di nero, con il faccino bianco e minuto quasi privo di trucco, sembra tornata all'improvviso l'Annamaria quindicenne di Domani è troppo tardi. La Pier degli americani, fataleggiante e sofisticata, è scomparsa.
Il merito della trasformazione? Di Maurizio Arena, naturalmente. È per lui che la fragile Annamaria è pronta a battersi come una tigre. Lo racconta lei stessa: «Maurizio mi ha detto: "Vedi Ninni” (lui mi chiama Ninni), ''Hollywood ti ha trasformata, ma gli italiani ti preferiscono come eri una volta, con l'aria ingenua e gli abiti da scolaretta. Ti disegnerò io, d'ora innanzi, i vestiti”. Maurizio non sa disegnare, ma è tanto bravo. Cosi, di tanto in tanto, prepara di nascosto uno schizzo per un modello da pranzo o da cocktail, con il colletto da educanda, la gonna a pieghe, un taschino, e me lo mostra, soddisfatto e orgoglioso. Io gli dico che è formidabile e mi limito a suggerire, con tatto, qualche modifica».
Maurizio, il fusto, è nel soggiorno con un gruppo di amici. Ha messo sul giradischi le sue più recenti canzoni: Strana (che presenta in questi giorni al Festiva] di Velletri) e Meravigliosa, entrambe dedicate a Pier. Per potermi parlare più liberamente di lui, Annamaria mi ha trascinata nella stanza da letto del fusto, arredata con uno stile vagamente esistenzialista (come il resto dell’appartamento, in viale Doria Pamphili, dove Maurizio Arena vive da qualche tempo). Ogni tanto, attraverso il muro, il fusto innamorato reclama Ninni. «Ninni», dice, «hai finito?». «Sì tesoro, sì amore», risponde beata l'attrice.
“PIANGEVO DI GIOIA”
Due o tre anni fa capitò a chi scrive di rivolgere al rubacuori dello schermo italiano la tradizionale domanda: «Come ha incominciato a fare del cinema?». «Lavoravo come barista», mi aveva risposto, «all'albergo Residence Palace e la Pierangeli, allora agli inizi della sua carriera, ma già famosa, abitava lì con sua madre. Avevo inventato per la Pierangeli una bibita di arancio, rhum e limone che le piaceva moltissimo e lei, ogni volta che veniva al bar, mi diceva guardandomi: "Perché non fai del cinema? Sono sicura che riusciresti”. "Del cinema lo? Co’ sta faccia?", dicevo, e lei insisteva».
Narrando questo episodio, il fusto nazionale pronunciava il nome della Pierangeli con una venerazione così sconfinata ed intensa da apparire, fin da allora, sospetta, Gliel'ho rammentato, arrivando oggi nel suo appartamento di viale Doria Pamphili, e l'ex-Casanova di via Veneto ha commentato con un sorriso serafico:
« Per forza, a quel tempo stavo già sotto bagno» (tipica espressione romanesca il cui significato è press'a poco: "Cotto fino ai capelli”. Poi rivolto ad Annamaria: «Hai sentito, Ninni? E' vero, parlavo sempre di te, ti volevo già bene». E Annamaria: «E io, in questi anni, continuavo a chiedere tue notizie in America. Come sta Maurizio? Che fa?, domandavo a tutti i romani in cui m'imbattevo a Los Angeles. "È diventato un attore importante, uno dei più famosi che abbiamo ora in Italia”, mi rispondevano, e io piangevo di gioia». «Oh, Ninni, tesoro». «Oh, Maurizio, amore».
IL DESTINO IN AGGUATO
Dopo questo straordinario duetto, quando resta sola con me, la Pierangeli si abbandona commossa alla rievocazione della sua storia d'amore, riprendendo il racconto esattamente da quelle prime battute del loro idillio, quando Maurizio, il fusto barista, creava per lei complicate' miscele a base di arancio, di rhum e limone. «Le bevevo per fargli piacere, per non mortificarlo», confessa ora Annamaria, «ma poi, che dolori di pancia... Ero certa, certissima che avrebbe fatto strada nel cinema, ma lui si rifiutava di credermi. Era molto timido, lo è sempre stato con me. Un giorno, arrossendo fino alle orecchie, mi chiese se avrebbe potuto uscire con me qualche volta. Gli dissi che tutte le domeniche andavo a Messa in piazza Ungheria e che, se voleva, gli avrei permesso di accompagnarmi. Accettò con entusiasmo e la mattina della domenica seguente me lo vidi comparire davanti con un doppiopetto blu nuovo di fiamma e con un paio di scarpe di camoscio blu — di mattina! — che scricchiolavano orribilmente. Venne alla Messa con me, con mammà e con Patrizia, la mia sorellina, per sei o sette domeniche e un giorno, all’uscita dalla chiesa, mi confidò che si era deciso finalmente al grande passo. Aveva varcato la soglia di un* noto fotografo e si era fatto ritrarre in sei pose diverse, che mi mostrò fissandomi Ansiosamente, mentre le osservavo, come se il suo avvenire dipendesse dal mio giudizio. La sua fotogenia, lo vidi subito, era eccezionale. Glielo dissi e aggiunsi: "Potrai fare carriera, se non ti fermerai alla prima difficoltà". E ne ha fatta di carriera, davvero, Maurizio, con quella faccia».
Annamaria tace, sopraffatta dall’emozione. È persuasa che l’amore fra lei e il suo futuro marito fosse già segnato nel libro del destino fin da otto anni fa e questa parola grave, destino, cade spesso, con eco sonante, nelle sue confidenze. Il suo divorzio da Vie Damone? È stato pronunciato l’inverno scorso, il 26 dicembre, proprio il giorno — non è forse destino? — in cui nacque Maurizio. E non fu forse il destino, sospira Pier dolcemente, a guidare i suol passi verso l’Italia? Non aveva nessuna intenzione, mi spiega, di stabilirsi a Roma di nuovo. La sua casa è a Hollywood, dice; a Parigi sua sorella Marisa, la moglie di Jean-Pierre Aumont, le aveva messo a disposizione il suo appartamento e solo la nostalgia dell’aria di casa nostra e alcune interessanti proposte di lavoro l’avevano spinta a tornare In Italia.
«Ho lasciato a Parigi», prosegue Annamaria, «tutti i miei vestiti d’estate, convinta che la mia assenza sarebbe durata due o tre settimane. Ma adesso chi si muove da Roma? Chi pensa più a tornare in America? L'America è qui, ora, per me. L'incontro con Maurizio ha sconvolto miei progetti»
Anita Pensotti, «Oggi» anno XVI, n.23, 9 giugno 1960
Nell’articolo “Le coppie di celluloide”, pubblicato su «Noi donne», anno XVI, n. 25 del 18 giugno 1961, Maria Maffei analizza con tono ironico e disincantato uno dei meccanismi più collaudati della pubblicità cinematografica: trasformare una coppia di attori impegnata nello stesso film in una presunta coppia sentimentale. Fotografie, indiscrezioni e notizie diffuse dagli uffici stampa alimentano storie d’amore che spesso hanno vita breve o sono completamente inventate, ma che garantiscono visibilità ai protagonisti e soprattutto ai film. L’autrice prende in esame casi molto noti dell’epoca, da Vittorio Gassman e Annette Stroyberg a Gabriele Ferzetti e Angie Dickinson, da Umberto Orsini e Mina a Corrado Pani e Ilaria Occhini, fino al clamoroso presunto fidanzamento fra Maurizio Arena e Anna Maria Pierangeli. Ne emerge un precoce e lucidissimo ritratto della costruzione mediatica della vita privata delle celebrità, dove diventa sempre più difficile distinguere il sentimento autentico dalla strategia promozionale.
- L’amore come pubblicità. Maria Maffei parte da una constatazione precisa: l’amore fra due attori incuriosisce il grande pubblico e rappresenta quindi uno strumento ideale per richiamare attenzione su un film e sui suoi interpreti.
- Gli uffici stampa conoscono il gioco. Le case cinematografiche, scrive l’autrice, sanno sfruttare molto bene questa curiosità. Far nascere o semplicemente suggerire un legame sentimentale fra due divi può produrre una quantità di pubblicità che sarebbe difficile ottenere con i normali strumenti promozionali.
- Realtà o invenzione. Il pubblico vede fotografie di attori insieme, legge indiscrezioni e segue cronache sentimentali, ma spesso non dispone degli elementi necessari per capire se il rapporto sia autentico oppure costruito appositamente per i giornali.
- Gassman e Annette Stroyberg. La fotografia d’apertura mostra Vittorio Gassman e Annette Stroyberg, entrambi impegnati nella stessa casa cinematografica. Maffei evita di pronunciarsi sulla reale natura del loro rapporto, utilizzando il caso soprattutto per mostrare quanto sia difficile distinguere una relazione autentica da una trovata pubblicitaria.
- La movimentata vita sentimentale di Gassman. L’articolo ricorda Nora Ricci, Shelley Winters e Anna Maria Ferrero, oltre al flirt attribuito all’attore con Giorgia Moll. La successione di relazioni vere o presunte contribuisce inevitabilmente ad alimentare l’interesse della stampa.
- Ferzetti e Angie Dickinson. Anche le fotografie di Gabriele Ferzetti e Angie Dickinson, interpreti di Jessica, possono suggerire un rapporto sentimentale. Maffei osserva però che Ferzetti è sposato con Maria Grazia Eminente, pur attraversando in quel momento una crisi matrimoniale.
- Il sospetto della macchina pubblicitaria. Proprio la coincidenza fra lavorazione di un film e improvvisa nascita di un amore induce la giornalista a mantenere un atteggiamento prudente: quando una relazione diventa immediatamente materiale promozionale, il dubbio sulla sua autenticità è inevitabile.
- Umberto Orsini e Mina. Durante la lavorazione di Io bacio... tu baci, fotografie e indiscrezioni fanno parlare di un fidanzamento fra il giovane attore e la cantante. Orsini arriva persino a scrivere pubblicamente dei propri sentimenti, ma pochi mesi dopo dichiara conclusa la vicenda e attribuisce alla pubblicità buona parte del clamore.
- Corrado Pani e Ilaria Occhini. Anche i protagonisti dello sceneggiato televisivo Graziella vengono indicati come innamorati. La didascalia della rivista è esplicita nel definire quella storia sentimentale nata durante le prove come un’“invenzione giornalistica”.
- Il caso Pierangeli-Arena. Particolare spazio viene riservato alla presunta relazione fra Anna Maria Pierangeli e Maurizio Arena. I giornali seguono con grande attenzione quello che sembra un nuovo amore della celebre attrice appena tornata da Hollywood.
- Una storia costruita a tavolino. Secondo quanto riferisce Maffei, il fidanzamento Arena-Pierangeli sarebbe stato organizzato per far parlare dei due protagonisti. La stessa Anna Maria avrebbe mantenuto volutamente una certa ambiguità, lasciando credere al pubblico che la relazione potesse essere autentica.
- La confessione di Maurizio Arena. Il meccanismo pubblicitario viene infine smascherato quando Arena dichiara apertamente che il fidanzamento con la Pierangeli era stato una trovata degli uffici stampa. Dopo pochi mesi, infatti, il clamore intorno alla coppia si spegne rapidamente.
- La lezione di Hollywood. Maffei ricorda che il cinema americano aveva già perfezionato da tempo questi sistemi, costruendo intorno alle star miti sentimentali capaci di rafforzarne l’immagine pubblica e di alimentare continuamente l’interesse degli spettatori.
- Il cinema italiano impara il metodo. Anche in Italia la promozione comincia quindi a utilizzare sistematicamente amori, fidanzamenti, crisi e riconciliazioni. Le relazioni sentimentali diventano parte dello spettacolo quasi quanto i film stessi.
- Il pubblico vuole crederci. Il successo di queste operazioni dipende anche dagli spettatori, affascinati dalla possibilità che l’amore rappresentato sullo schermo continui nella vita reale. La curiosità verso l’intimità dei divi rende particolarmente efficace la costruzione delle “coppie di celluloide”.
- Una pubblicità destinata a consumarsi. L’autrice conclude osservando che queste strategie potrebbero perdere efficacia quando il pubblico imparerà a riconoscerne i meccanismi. Fino ad allora, però, il “momento magico” della pubblicità continuerà a trasformare incontri professionali in grandi storie sentimentali.
L’articolo di Maria Maffei costituisce una testimonianza particolarmente interessante del rapporto fra cinema, stampa popolare e nascente cultura delle celebrità nell’Italia dei primi anni Sessanta. Dietro l’apparente leggerezza della cronaca rosa, l’autrice individua un vero sistema promozionale: la vita privata dell’attore diventa una prosecuzione del film e il sentimento può essere trasformato in materiale pubblicitario. I casi di Gassman e Stroyberg, Ferzetti e Dickinson, Orsini e Mina, Pani e Occhini e soprattutto Arena e Pierangeli mostrano quanto già allora fosse sottile il confine fra informazione, spettacolo e comunicazione commerciale. Letto oggi, “Le coppie di celluloide” appare sorprendentemente moderno: descrive infatti dinamiche di costruzione dell’immagine pubblica delle celebrità che, pur avendo cambiato mezzi e dimensioni, sono rimaste sostanzialmente riconoscibili anche nell’industria contemporanea dello spettacolo.
Cinema – Attore
- La figlia del diavolo (1952)
- Bellezze in motoscooter (1952)
- Villa Borghese (1953)
- La lupa (1953)
- Vacanze romane (Roman Holiday) (1953) – non accreditato
- Tormento di anime (1953)
- Siamo tutti inquilini (1953)
- Un giorno in pretura (1954)
- Peppino e la vecchia signora (1954)
- Tripoli, bel suol d'amore (1954)
- Racconti romani, regia di Gianni Franciolini (1955) – con Totò
- Il segno di Venere, regia di Dino Risi (1955)
- Totò e Carolina, regia di Mario Monicelli (1955) – con Totò
- La porta dei sogni (1955)
- Processo all'amore (1955)
- Accadde di notte (1956)
- Sangue di zingara (1956)
- Napoli, sole mio! (1956)
- Un giglio infranto (1956)
- Tempo di villeggiatura (1956)
- Poveri ma belli, regia di Dino Risi (1957)
- Vacanze a Ischia (1957)
- Un angelo è sceso a Brooklyn (1957)
- Il diavolo nero (1957)
- Belle ma povere, regia di Dino Risi (1957)
- Buongiorno primo amore! (1957)
- Il cocco di mamma (1957)
- Marinai, donne e guai (1958)
- Valeria ragazza poco seria (1958)
- Gli italiani sono matti (1958)
- Caporale di giornata (1958)
- Amore e guai... (1958)
- Via col... paravento (1958)
- Un uomo facile (1959)
- Il terrore dell'Oklahoma (1959)
- La duchessa di Santa Lucia (1959)
- Policarpo, ufficiale di scrittura (1959)
- Avventura a Capri (1959)
- Simpatico mascalzone (1959)
- Il magistrato (1959)
- Poveri milionari, regia di Dino Risi (1959)
- Noi siamo due evasi (1960)
- Il principe fusto (1960)
- Tu che ne dici? (1960)
- Blond muß man sein auf Capri (1961)
- Il carabiniere a cavallo (1961)
- Le magnifiche 7 (1961)
- I soliti rapinatori a Milano (1961)
- Fra' Manisco cerca guai... (1961)
- Pugni pupe e marinai (1961)
- Maurizio, Peppino e le indossatrici (1961)
- Marcia o crepa (1962)
- Il giorno più corto (1963)
- La fuga (1964)
- Via Veneto (1964)
- Le bambole, episodio Il trattato di eugenetica (1965)
- Il sigillo di Pechino (1967)
- Gli altri, gli altri... e noi (1967)
- Radiografia di un colpo d'oro (1968)
- Er più – Storia d'amore e di coltello (1971)
- Mazzabubù... Quante corna stanno quaggiù? (1971)
- Storia di fifa e di coltello – Er seguito d'er più (1972)
- Anche se volessi lavorare, che faccio? (1972)
- Il delitto Matteotti (1973)
- Il figlioccio del padrino (1973)
- Società a responsabilità molto limitata (1973)
- Storia de fratelli e de cortelli (1973)
- Per amare Ofelia (1974)
- Il venditore di palloncini (1974)
- Colpo in canna (1975)
- Roma drogata la polizia non può intervenire (1975)
- Il sogno di Zorro (1975)
- Atti impuri all'italiana (1976)
- Vai col liscio (1976)
- Telefoni bianchi (1976)
- Puttana galera! (1976)
- Remo e Romolo – Storia di due figli di una lupa (1976)
- La padrona è servita (1976)
- La bidonata (1977)
- Pugni dollari & spinaci (1978)
Regia
- Il principe fusto (1960) – anche interprete, sceneggiatore, produttore e compositore
- Gli altri, gli altri... e noi (1967) – anche interprete e sceneggiatore
Televisione
- Carosello (1968) – sketch pubblicitari per gli elettrodomestici Ignis
- Acquario – partecipazione al programma Rai di Maurizio Costanzo
- Partecipazioni a emittenti televisive private negli ultimi anni della sua vita
Conclusioni
La carriera di Maurizio Arena resta legata soprattutto alla stagione d'oro della commedia popolare italiana degli anni Cinquanta. Con il personaggio di Romolo nella trilogia formata da Poveri ma belli, Belle ma povere e Poveri milionari, l'attore trasformò la propria romanità in una vera cifra cinematografica, diventando per alcuni anni uno dei divi più amati dal pubblico.
Particolarmente significativo è il rapporto cinematografico con Totò, che non si limita a un solo titolo. Nel 1955 Maurizio Arena recitò con Totò in due film: Racconti romani di Gianni Franciolini, nel quale interpretava Mario, il cameriere, e Totò e Carolina di Mario Monicelli, dove era Mario, il giovane innamorato di Carolina.
Le due pellicole appartengono alla fase iniziale della carriera di Arena, immediatamente precedente alla consacrazione ottenuta con Poveri ma belli. La presenza in due produzioni con Totò nello stesso anno rappresenta quindi un passaggio importante della sua formazione cinematografica e colloca Maurizio Arena a pieno titolo tra gli interpreti che condivisero il set con il Principe della risata durante uno dei periodi più prolifici del cinema italiano.
Riferimenti e bibliografie:
- «Noi donne», anno IX, n.1, 3 gennaio 1954
- «Noi Donne», anno X, n. 49, 50, 51 - 11, 18, 25 dicembre 1955
- D.M., «Epoca», anno IX, n.397, 11 maggio 1958
- Stelio Martini, «Tempo», anno XX, n.50, 9 dicembre 1958
- Anita Pensotti, «Oggi» anno XVI, n.23, 9 giugno 1960
- Maria Maffei, «Noi donne», anno XV, n.26 del 26 giugno 1960
- Maria Maffei, «Noi donne», anno V, n.25, 18 giugno 1961


