Avete visto Totò?

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1933 11 27 La Stampa Toto La vergine indiana La banda delle gialle intro

A Torino, una di queste sere, dopo la mezzanotte, in via Principe Tommaso: - Lo vedete quel giovane mingherlino e distinto, simpatico ed elegante, che sale in quella lussuosissima « 522 S » fuori serie? Quello lì è Totò.

1933 11 27 La Stampa Toto La vergine indiana La banda delle gialle disegnoQuattordici anni orsono, forse alla stessa ora, in una sera uggiosa di autunno, a Napoli, lo stesso giovane, ugualmente distinto ed elegante, usciva dalla porticina di servizio di un teatro di varietà e si perdeva nella caratteristica oscurità notturna di alcuni vicoli della grande città meridionale. Aveva da poco terminata la sua fatica, e ora rincasava, non molto allegro, nè troppo mesto, dopo il debutto.

Quella sera, infatti, il giovane attore si era per la prima volta esibito al giudizio, del pubblico, e questo, a dire dell'impresario, non era stato oltremodo favorevole.

Fischi e crepitacoli partenopei, avevano forse salutato il suo apparire alla ribalta? No, niente di tutto questo: il pubblico non aveva applaudito come l'impresario si riprometteva, come cioè egli avrebbe, voluto per lanciare il « nuovo prodotto » e ricavarne soprattutto un rilevante successo di cassetta nelle rappresentazioni successive.

Ma, insomma la « novità » Totò non piacque ai napoletani? Non riuscì a divertirli e strappar loro i battimani? Tutt'altro, invece. Il fatto vero è questo: gli spettatori risero tanto quella sera, che, dovendosi mantenere la pancia con le mani, perchè non scoppiasse dalle risa, non poterono applaudire. E l'impresario capì a rovescio...

Quando si dice la praticaccia teatrale degli impresari. Fu cosi che Totò inziò la sua carriera artistica: capito da tutti, i quali tutti non erano riusciti a farsi capire da uno solo (l'impresario), che, a sua volta, non avendo capito niente, licenziò Totò, con un lungo discorso che si concluse, su per giù, con questa frase:

- Totò, fatemi il favore, andate ad arricchire un altro...

Totò usci dal teatro con un po’ di tristezza, dopo tanta allegria da lui profusa a piene mani sull'animo di centinaia di persone. Gli rimanevano però nell'orecchio l'eco delle risate della platea e l'ultima frase dell'impresario. Fu allora che Totò esclamò per la prima volta il suo indimenticabile: « E va bene! ».

E come andò bene! Totò, l'uomo più snodato del mondo, il comico più tipicamente individuale che, col contorcimento, di una qualsiasi parte del corpo, e tre stupidaggini profonde dette a sangue freddo, riesce a far smascellare dalle risa la signora elegante, il professore di filosofia e il pompiere di servizio; Totò, l'uomo fettuccia, il comico dalle mille smorfie e dai cento sorrisi, da quella sera fatale, iniziò la sua ascesa.

Rifare ora la storia di Totò, divo del varietà, è per lo meno superfluo, tanto egli è conosciuto anche a Torino, ove nemmeno una volta, sulle molte ch'egli è stato fra noi, il pubblico ha disertato il teatro che lo ospitava.

Oramai Totò ha abbandonato quelle macchiette che crearono la sua rinomanza, e, avendo da qualche anno formato una compagnia di riviste ch'egli stesso dirige, pur non avendo modificato sensibilmente la sua personalità artistica d'una volta, la orienta verso una più precisa struttura umoristico-caricaturale che assume aspetti più aderenti al genere teatrale da lui stesso prescelto, che è appunto quello della rivista.

Tuttavia, ripeto, Totò non è cambiato: il Totò della nota macchietta nella « Scoperta dell'America » non è molto dissimile da quello del personaggio di Max Singer in Questo non è sonoro, entrambe sue creazioni. L'individualità artistica che lo caratterista, rimane immutata nella forma e migliorata nella sostanza.

C'era accanto a me, ieri sera a teatro, un cotale che, ridendo a crepapelle, alle smorfie a alle lepidezze di Totò, ogni tanto mormorava: - Ma com’è stupido!,.. Oh, Dio, che stupidaggine! - Intanto, rideva, quel signore, e come rideva! Si divertiva, insomma; ma doveva dire la sua.

Chissà perchè certi tipi, pur divertendosi alle scempiaggini dei comici delle riviste o del varietà, sentano il bisogno di ritenersi tanto superiori a se stessi e alle loro matte risate da far credere, con le loro incoerenti disapprovazioni, che per lo meno un comico di riviste debba divertire con delle frasi profonde di contenuto o di significato.

A me pare che Ferravilla, da tutti ritenuto grande attore del genere, non dicesse delle cose meno insulse di quelle che dice oggi Totò. E Petrolini, idolo delle platee in questo ultimo ventennio, non è molto al disopra, con i suoi « salamini », a Totò, col suo « giocattolo ».

E Ferravilla e Petrolini hanno divertito intere generazioni. Certo, quando una volta si andava a sentire Ferravilla o Petrolini non si pretendeva come oggi non si pretende, andando da Totò, di divertirsi come ci si diverte a sentire una commedia di Pirandello o di Shaw, E' tutt'altra cosa, signori: è quanto basta a far del buon sangue in tre ore di spensieratezza in cui si vogliono dimenticare le seccature della vita: in tal caso anche le « sciocchezzuole » e le « pinzellacchere », prese cosi come sono, servono al benefico, tenue scopo che ci ripromettiamo di raggiungere!

Guardate Totò:

Se lo vedete muovere come un giocattolo meccanico, voi ridete.
Se lo sentite cantare, un po’ stonato e mezzo afono, voi ridete.
Se ascoltate le sue innumerevoli « sciocchezze », voi ridete.

Ma che volete di più ? Ma perchè siete andati a vederlo e sentirlo? Per ridere? E allora, se comunque avete riso, ringraziatene iddio!

Ieri sera, poco dopo mezzanotte, la ricca « 522 S, » fuori serie del marchese Antonio De Curtis-Gagliardi. nobile napoletano e mancato ufficiale di marina, mi riconduceva a casa; nella macchina era anche il marchese, che gentilmente aveva voluto accompagnarmi. Il signor marchese, mingherlino e distinto, simpatico ed elegante, aveva terminato da poco il suo ordinario lavoro, perchè anche i marchesi lavorano. Il signor marchese De Curtis-Gagliardi è preferibilmente occupato dalla ore 21,30 alle 24.

Durante il breve percorso in macchina il signor marchese mi domandò se veramente Guelfo cucina delle buone tagliatele alla bolognese. Risposi: - Ottime. -

Egli non disse altro e io lo invitai a pranzo. Poco dopo giungemmo presso il portone di casa mia.

- Buona sera e grazie, Totò, a domani.
- Ciao, Totò, a domani,

Dei due, il comico Totò non ero io; l’avrete capito!

Antonio Barretta


La Stampa  Antonio Barretta, «La Stampa», 27 novembre 1933