La resa di Totò

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1946 01 12 Star Mercutio Eravamo sette sorelle

All'antico Demostene (da non confondere con Aristofane, nè con quello antico nè con quello moderno) confessava, un giorno, un amico: «Sai, ho letto la tua orazione, non appena pervenutami. Mi piacque tanto che volli rileggerla. La seconda volta mi piacque di meno, la terza volta, addirittura, mi apparve povera e noiosa», «D'accordo» rispose, di rimando il grande oratore senza smettere di masticare il suo sassolino, come se fosse gomma americana: «Ma i giudici davanti ai quali io l’avevo pronunziata l'ascoltarono soltanto la prima volta».

1946 Eravamo sette sorelle 00 LChi sa perchè (scherzi della nostra sterminata cultura, particolarmente, in certe occasioni, solleticata da classici riferimenti di eminenti critici in vena di paralleli tra poeti d'oggi e altri del tempo andato) chi sa perché, l'altra sera, riascoltando Totò, ci veniva in mente lo scolastico aneddoto di Demostene. A pensarci bene un'analogia vera e propria non v’è tra i due. Prima di tutto Totò non è balbuziente, e poi non ha l’abitudine di masticare sassolini, e nemmeno gomma americana. Sì e no, qualche volta, mastica amaro, a leggere i giornali l’indomani delle prime visioni dei suoi film; altre volte, invece, si limita a rimasticare vecchie facezie e venerandi cachinni. E, allora? Allora, che c'entra Demostene con Totò? Chi sa? Forse perchè, nei riguardi di questo mimo, personalmente, ci sentiamo nello stesso candido stato d’animo dell’amico di Demostene che aveva voluto rileggere l'arringa del celeberrimo ateniese. In altra occasione, del resto, noi chiaramente esprimemmo l'opinione che all'irresistibile Totò non dovesse mai per suo bene, venire in mente di varcare certi limiti, violare i confini dell’assurdo e dell’irresponsabilità (scenica benintesi); in una parola, che la sua «metafisica» non restasse, inceppata nei congegni d'una parte, nel dedalo d'un copione. Era una nostra idea, allora.

Ora, è semplicemente una constatazione. In questa nuova prova, faticosamente venuta alla luce, dopo sette giorni di «rinvii» (un giorno, forse, per ogni sorella) ecco, come per incanto, dissiparsi l’imprevisto, l'inedito, il prodigio d'una comicità che altre volte ci parve destinata a perpetue incandescenze, a inalterabili espressioni. La convenzione invece, la realtà hanno ora, sopraffatto l’estro che pareva inesauribile soffocato gl'impeti che sembravano scaturire dalle viscere della terra o piovere, a cateratte, dagli elettrici spazi. Ecco Totò rientrare anche lui nei ranghi di attori pretenziosi e, perchè noi, delusi; ed eccolo, necessariamente, ripiegare, al momento opportuno, sulle posizioni prestabilite di risaputi appigli, di remoti cachinni; eccolo scomparire nelle comode trincea d'una proverbiale mimica che le platee, ormai, conoscono a memoria. Ma il taglio tra l’attore e, appunto, il mimo questa volta è evidente; il distacco è netto, stridente, e anche penoso, il contrasto. Totò, signori, non è più Totò. Non è più lui. E' un «personaggio»; peggio, il personaggio d’una commedia musicale. Anzi, meno che un personaggio, una macchietta.

La «commedia musicale», d'altronde, ha le stie esigenza. Ha le sue pretese da far accogliere; e persino le sue vendette da compiere. Totò, indubbiamente, è restato coinvolto in questa ultima. Ma lo spettacolo, per fortuna, ha aspetti meno incresciosi, più sorridenti motivi. Ha, soprattutto, Luisa Poselli e Delia Lodi che ravvivano la vicenda, ora briosa ora stucchevole delle ballerine in bolletta che si fingono figlie illegittime del conte libertino. Luisa Poselli, nei panni d’una patetica cameriera, ha riportato sulla scena la fantasiosa melanconia, l’incontenibile dinamismo, l'aerea svagatezza delle sue canzoni e delle sue danze veloci. Eccola volteggiare dietro fervidi sogni, seguendo giovanili fantasmi, crepuscolari miraggi ; eccola, con innocenza, gettare lontano l’uggia d’un ruolo impostole dal testo, per assecondare unicamente il suo naturale brio, la sua canora passione. Ed ecco, poi, Delia Lodi, nuvola rosa trafitta dai bagliori della sua chioma e del riflettore. Eccola, con dolce voce, intessere sogni e nostalgie; «seco, nel suo inestinguibile sorriso, sparire, opportunamente, rettorie» di . trovate e melensaggine di battute.

Degli altri, tutti apparsi volenterosi, e obbedienti all'acuta, intelligente regia di Oreste Brancoli, ricorderemo Ermanno Roveri, ritornato brillantemente alle scene. Maria Marchi, il Siletti, il Castellani. Della brava, efficace Tecla Scarano, diremo che la sorte di questo spettacolo le ha assegnato, fra l’altro, la declamazione di certi dolciastri bruttissimi versi, fastidiosi quanto arroganti e pretenziosi.

Mercutio (Vincenzo Talarico)


Star Mercutio (Vincenzo Talarico), «Star», anno III, n.2, 12 gennaio 1946