Si gira «San Giovanni decollato»: resoconto della «piattata»

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Abbiamo scritto della «piattata» a non di una «piattata», poiché negli ambienti cinematografici la piattata è una sola: quella del «San Giovanni Decollato ». Amleto Palermi ha compiuto il miracolo della moltiplicazione dei piatti: il piatto che Totò (alias Agostino Miciaccio), protagonista del film, doveva rompere sulla testa di Don Peppino il guappo, ha dato ali alla fantasia del nostro regista il quale ha ordinato per il giorno dopo mille piatti. Il dialogo si è trasformato in coro e le scene si sono susseguite con un ritmo ridoliniano e qualche cosa di più attraverso scale, camere, corridoi: i piatti volavano per l'aria, si rompevano sulle pareti del tinello siciliano, sulla tesla di Pastorelli, degli invitati, sfioravano le venerande chiome di Bella Starace Sainati e di Maso Marcellini, uscivano dalle finestre, rientravano dai praticabili, volteggiavano tra le lampade da 500.

1940 San Giovanni Decollato 006 L— Datemi dei piatti da rompere ed io sarò felice — aveva detto Totò.

Amleto Palermi e Giorgio Bianchi, allora, sono andati al di là dei più folli desideri dell'attore creando una sequenza che sembra diretta da un giocoliere, da Rastelli, con l'anima vendicativa del commesso delle terraglie in «Se avessi un milione ».

Ma la faccenda ha avuto degli aspetti singolari anche da un punto di vista psicanalitico: abbiamo visto persone molto severe che nella loro vita non hanno mal fatto male ad una mosca, prese da una frenesia distruttiva: l'avv. Silos, direttore di produzione, lanciava nella mischia, da fuori campo, piatti, piattini, fondine; l'operatore Risi supplicava Palermi di lasciargliene tirare almeno uno e, infine, incredibile ma vera, Liborio Capitani, usciva dal suo famoso riserbo e partecipava alla «piattata» dando grida di gioia ogni volta che un suo proiettile colpiva nel segno.

— Mirate giusto — gridava il produttore.

E aveva ragione, poiché l’effetto di un piatto che si rompe in cento pezzi sulla fronte dei propri simili ò sicuro, irresistibile.

Per 48 ore il teatro N. 6 è stato il paradiso dei cocci, l'eden del nostri desideri finalmente liberati: tutti erano tornati ragazzi, con la totale allegria delle comiche finali. E Palermi sorrideva con la sua straordinaria malizia dopo aver scatenato la battaglia che resterà memorabile nella storia dei film « tutti da ridere ».

Totò si moveva come un pesce nell'acqua in mezzo alle alate stoviglie, la sua mimica esplodeva in schivate di prima e di seconda, il suo collo ondeggiava come quello di un cobra per evitare i proiettili dei suoi nemici. Ma ecco il resoconto di questa « piattata », resoconto che nella sua semplicità ed esattezza vi darà l'impressione di quello che è avvenuto nel teatro N. 6 durante i giorni 4 e 5 ottobre:

Piatti rotti: 1000
Attori feriti: 3
Metri di pellicola girata: 2000
Lanciatoli di piatti in scena: 50
Lanciatori di piatti avventizi: 10
Lanciatori di piatti furtivi: 5
Ore straordinarie di lavoro: 12.

Parliamo dei feriti.

Primo, l'attore Di Giovanni, in fronte. L'ex Benvenuto Cellini non si allarmò. Andava contro i piatti a testa bassa, come un toro. Per un bersaglio cosi accogliente si erano specializzati Mariano Cafiero e Fede Amaud aiuto-registi. Enrico Glori, venuto in teatro por una visita di colleganza, sostituiva per alcuni minuti i «lanciatoli incaricati» e rompeva con una risata sinistra da « Fornaretto di Venezia» un'insalatiera sulla cervice di Di Giovanni, poi si allontanava. (Vi preghiamo di credere alle nostre parole, questo è un rapporto obiettivo). La ferita pare sia stata provocata dalla costa di un piatto lanciato da un elettricista. Un po' di alcool e subito dopo Di Giovanni riprendeva a ruggire tra una nuvola di schegge e di cocci davanti a Totò che pareva un «misirizzi ».

Secondo: Totò. Ferito vero e proprio, no. Una contusione al braccio. E dall'incidente il nostro comico traeva motivo per fare dell'umorismo.

— Dove siete colpito? — domanda» vano tutti ansiosamente.
— Indovina un po? — rispondeva Totò.

Chi lo toccava, chi lo auscultava, venti mani palpavano il suo corpo con affettuosa premura, e Totò gridava: «acqua, acqua... fuoco, fuoco». «Faccio cosi anche col mio medico! » spiegava.

Amleto Palermi impassibile osservava ia scena: il suo mento correva a destra e a sinistra cercando un'idea:

— Faremo un film «Totò malato» — disse Palermi.

E infatti un consulto al letto di un malato come Totò che dice al medico: «Indovina un po'? » suscita non comuni trovate.

Terzo: Titina De Filippo. Qui la cosa si fece piuttosto seria. La ferita fu piccola, ma sotto l'occhio. Titina non è certo una donna schizzinosa, è concreta e autentica, ma per un'ora mormorò una dozzina di volte:

— Madonna do Carmine, un po’ più su e l'occhio se n'ora andato.

Con l'immaginazione propria degli attori. Titina si vide di già guercia, provò una grande pietà di sè stessa, giurò che non avrebbe ripetuta lo scena.

Liborio Capitani girava su o giù per il teatro come un orso in gabbia, indagava per rintracciare il colpevole, ma per fortuna non si seppe chi era stato l'inesperto colpitore. Palermi commentò il fatto tecnicamente.

— Peccato, la scena era perfetta.

Si sparse, bisogna confessarlo, un po’ di panico* e nelle scene successive, che si dovettero infatti scartare e ripetere, i piatti sembravano tirati da mani di fata, cadevano timidi al suolo come uccelli spennacchiati. Non sappiamo se la cosa sia spiritosa, ma ci hanno riferito che al ristorante, durante la pausa, l'attore Passarelli ordinando una cotoletta abbia aggiunto: «Senza piatto».

Titina si lasciò convincere a riprendere la scena solo quando Liborio Capitani o Amleto Palermi si assunsero il ruolo di lanciatori di piatti.

— Se me li tirate voi, ho fiducia.

Misteri dell'anima umana. Chi sa perchè un regista, per quanto celebre, e un produttore, per quanto illustre, davano garanzia alla famosa attrice napoletana di essere dei precisi lanciatoli di piatti.

In un angolo Silvana Jachino diceva a Osvaldo Genazzani, suo dolce sposo nel film, e lo diceva con quell'aria assorta, distratta che fa di questa giovane una delle più maliziose conversarci del mondo:

— Io non ho che un sogno, essere colpita da un piatto lanciato dal senatore Agnelli, da Domenico o da qualche altro personaggio dell'alta finanza.

L'episodio di Titina, in America avrebbe giustificato da solo un grande scalpore nei giornali: una leggera infiammazione agli occhi di una nota attrice provocò, come si sa, l'interessamento della Casa Bianca. Ma inserito nella tumultuosa vicenda — il fonico Bianchi dice di non aver mai registrato un fracasso tanto infernale — diventava un fatto prevedibilissimo, poiché una simile lotta doveva avere i suoi eroi, le sue vittime.

Alla fine, seduto su due quintali circa di cocci, raccolti dagli attrezzisti in un angolo del teatro, Liborio Capitani dichiarava ad Amleto Palermi che era profondamente soddisfatto anche se la spesa della « piattata » aveva superato il preventivo di ben 30 mila lire.

Argo, «Film», 19 ottobre 1940


Film Argo, «Film», anno III, n.42, 19 ottobre 1940